San Francesco: Tra Leggende Animali e Miracoli di Resurrezione

Il dialogo tra l'uomo e gli animali è antico e profondo, un confronto particolare che permea sia l'Antico che il Nuovo Testamento. Si pensi agli animali che hanno accompagnato la vita di Gesù, come passeri, asini e muli, o all'episodio della moltiplicazione dei pesci, un miracolo di grande importanza. Allo stesso modo, la presenza di animali ha spesso segnato la vita dei santi. A volte si sono presentati come mostri da combattere, altre volte come portatori di cibo o compagni nelle giornate di preghiera. In altri casi ancora, gli animali sono stati i veri protagonisti di miracoli che hanno indelebilmente inciso sulle biografie dei santi, come il “miracolo dei pesci” di Antonio di Padova, le famose “prediche agli uccelli” di San Francesco d’Assisi o il noto episodio del “lupo di Gubbio”.

Proviamo a fare una piccola rassegna tra i diversi santi che hanno visto le loro vite intrecciarsi con il regno animale.

Rappresentazione storica del dialogo tra uomo e animali nell'antichità

Santi e il Regno Animale: Esempi di Legami Miracolosi

Sant'Antonio Abate: Il Patrono degli Animali Domestici

Sant'Antonio Abate è uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato a Coma, in Egitto, intorno al 250, abbandonò ogni cosa a vent'anni per vivere da anacoreta per più di 80 anni, morendo ultracentenario nel 356. L’iconografia del santo prevede, ai piedi del monaco, la presenza di un suino, spesso della razza Cinta Senese. Tale elemento iconografico ricorda il privilegio del 1095, in base al quale i discepoli del santo potevano ricavare lardo dai maiali, lardo da usarsi, unito ad erbe officinali, come rimedio contro il cosiddetto “fuoco di sant’Antonio”. Per proteggere gli animali domestici e di allevamento spesso si esponeva un'immagine del Santo in prossimità delle cucce o delle stalle.

San Macario: La Iena Cieca del Deserto

San Macario, eremita vissuto in Egitto intorno al 350 d.C., lavorava e pregava nel deserto. Un giorno, una iena, uno degli animali più pericolosi dell'Africa, si presentò alla sua grotta tenendo tra i denti un cucciolo cieco, forse in cerca di riparo. Il santo, commosso dalla vista del cucciolo, pregò Dio e lo benedisse, e il cucciolo recuperò la vista.

San Karilef: Il Nido nel Cappuccio

Al monaco Calais (o Karilef), vissuto nel nord della Francia nel 500 d.C., accadde di dare alloggio a dei cardellini nel suo stesso cappuccio. Si narra che il santo fosse intento nel suo lavoro quando, una volta appeso il suo cappuccio ad un ramo, si accorse che intorno a lui si erano radunati, proprio su quei rami, diverse tipologie di uccelli: cardellini, cinciallegre, fringuelli, lucherini e merli. Cantavano e volavano festosi vicino a lui, e al suo cappello che era divenuto un comodo nido per i volatili. Contento di quella allegra compagnia mandata dalla Provvidenza, Calais lavorò fino a sera. Quando fu ora di tornare a casa si accorse che nel cappuccio c'era un piccolo uovo bianco.

San Marculfo: La Lepre e il Cacciatore

La protagonista della storia di San Marculfo, vissuto nel nord della Francia intorno al 550 d.C., è una lepre. Questa, inseguita da alcuni cacciatori, si rifugiò tra le braccia del santo. Il cacciatore, avendo già conquistato la sua preda, intimò al santo: «Come osi impadronirti della preda del re? Rendimi quella lepre o ti taglio la testa!» Ma non fece in tempo a finire la frase che il cavallo lo scaraventò a terra, lasciandolo ferito e tramortito. I compagni di caccia, che erano cristiani e sapevano che era meglio non offendere le persone consacrate a Dio, si avvicinarono al monaco sacerdote e lo pregarono di guarire il loro amico. Marculfo così fece.

San Benedetto: Il Corvo Fedele

Il monaco Benedetto, vissuto tra Subiaco e Montecassino intorno al 500 d.C., aveva addomesticato un corvo che ogni giorno veniva a mangiare del pane dalle sue mani. Un giorno, illuminato dallo Spirito Santo, Benedetto intuì che il pane fosse avvelenato e disse al corvo: «Fratello corvo, prendi questo pane e portalo dove nessuno potrà mai né trovarlo né mangiarlo». Il corvo se ne andò col pane nel becco. Dopo pochi minuti tornò indietro, senza nulla in bocca, e si posò vicino a Benedetto, aspettando il pane quotidiano. Il santo gli diede del pane buono e lo benedisse, ringraziando Dio di averlo esaudito e di aver mostrato a tutti il suo amore per l'uomo.

San Basolo: Il Cinghiale Ascoltatore

San Basolo, vissuto vicino a Reims in Francia intorno al 600 d.C., aveva costruito un bel leggio di legno per la sua amata Bibbia. Un giorno, mentre stava leggendo il libro dei Salmi, arrivò un grosso cinghiale che si infilò nella sua casetta di legno. Si mise ai piedi del leggio e rimase lì, sdraiato, ad ascoltare la Parola. Quando arrivarono i cacciatori - dai quali il cinghiale era fuggito - non rimase loro che fermarsi a tale strana scena. Aspettarono che Basolo finisse le sue preghiere, e alla fine, ai cacciatori non rimase che salutare il monaco.

San Francesco d'Assisi e il Suo Profondo Legame con il Regno Animale

Il 4 ottobre si celebra la Festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia e “fratello” degli animali. Nei suoi racconti e nelle sue preghiere, gli animali sono sempre presenti: pesci, agnelli e soprattutto uccelli. Francesco ha vissuto una vita in armonia e nel rispetto di ogni essere vivente, rimanendo per noi un esempio da seguire.

Icona di San Francesco d'Assisi con diversi animali

Il Miracolo del Lupo di Gubbio: Storia e Interpretazioni

La Narrazione dai Fioretti

La leggenda più conosciuta legata a San Francesco è quella del lupo che terrorizzava la città di Gubbio. I Fioretti di San Francesco, nel capitolo XXI, narrano l'episodio. «Al tempo che santo Francesco dimorava nella città di Agobbio, nel contado d’Agobbio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini; in tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura, però che spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della città, come s’eglino andassono a combattere, e con tutto ciò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo. E per paura di questo lupo e’vennono a tanto, che nessuno era ardito d’uscire fuori della terra…»

San Francesco, impietosito dagli abitanti, decise di andare incontro al lupo, nonostante i consigli contrari dei cittadini. Facendosi il segno della croce, uscì dalla città con i suoi compagni, ponendo tutta la sua fiducia in Dio. Il lupo gli si fece incontro a bocca aperta, ma Francesco, dopo avergli fatto il segno della croce, lo chiamò a sé e disse: «Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona». Immediatamente il lupo chiuse la bocca, smise di correre e venne mansuetamente, come un agnello, a giacere ai piedi di San Francesco.

Francesco gli propose un patto: «Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed eglino [il popolo di Gubbio] ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più». Il lupo, con gesti del corpo, della coda, delle orecchie e con un inchino del capo, mostrò di accettare e voler osservare quanto detto dal santo.

Dopo questo, il lupo visse due anni ad Agobbio, entrando domesticamente di casa in casa, senza fare male a nessuno e senza riceverne. Fu nutrito cortesemente dalle genti, e mai nessun cane gli abbaiava dietro. Finalmente, dopo due anni, "frate lupo si morì di vecchiaia". Il testo dei Fioretti narra di questo famoso incontro tra il Santo e il Lupo (in realtà una Lupa) che, secondo la tradizione, fu reso mansueto da Francesco.

Il mistico incontro tra il santo e la bestia avvenne, secondo la leggenda, nei pressi di una chiesetta extra moenia, denominata “la Vittorina”, ancora oggi visibile a Gubbio. Questa storia non solo mostra la compassione e il potere pacificatore di San Francesco, ma anche il potenziale per il cambiamento e la redenzione in ogni individuo. Nel mondo di oggi, dove divisione e conflitto sono spesso protagonisti, la storia di San Francesco e il Lupo di Gubbio serve come un monito per abbracciare i valori del perdono, dell'inclusività e dell'amore. A Gubbio, in Italia, i pellegrini possono visitare la chiesa di Santa Maria della Vittoria, dove, secondo la tradizione, San Francesco d'Assisi addomesticò il lupo. All'interno della chiesa, i visitatori possono ammirare affreschi e decorazioni di questo periodo.

Affresco raffigurante San Francesco che ammansisce il lupo di Gubbio

Le Radici Pagane e la Rilettura del Mito

Dietro la leggenda del lupo e San Francesco si cela una realtà più complessa, legata alle antiche tradizioni eugubine. Gubbio, un borgo noto come Ikuvium o Iguvium, fu fondato dagli Umbri e possiede una leggenda di fondazione curiosa: durante il “ver sacrum”, i sacerdoti videro per tre volte volteggiare sul monte Ingino un picchio verde, animale totemico di molte popolazioni italiche. Questa apparizione fu considerata un segno divino per il luogo di fondazione. Già in questa leggenda si trovano le prime tracce di un “culto del lupo”, poiché il picchio e il canide sono strettamente correlati, essendo entrambi animali totemici di un'antica divinità italica della guerra, una sorta di "Marte" ante litteram.

Un importante salto temporale ci porta al 1444, data del ritrovamento di sette tavole in bronzo, databili III-II secolo a.C., oggi conservate nella cappella del Palazzo dei Consoli e note come le Tavole Eugubine. Questi scritti, in parte in umbro e in parte in latino, hanno permesso agli storici di studiare i rituali delle antiche popolazioni dell’Italia Centrale. Tali tavole narrano di una misteriosa confraternita, i “Fratres Attidiati” o Fratelli Atiedii, che esercitava un culto di fertilità culminante con sacrifici di animali, in particolare cani e lupi. Il sacrificio di canidi non era raro nell'antichità, come la cerimonia delle Kunophontes in Grecia o i cani sacri sacrificati alla dea Furrina a Roma.

Questi riti sacrificali si inquadrano nella cerimonialistica stagionale: l’animale, espressione totemica della divinità maschile vegetazionale, doveva essere ucciso per poter risorgere. Siamo di fronte a quei rituali di morte e resurrezione ben descritti da Frazer nel suo Ramo d’Oro, diffusissimi nell’Italia pre-romana. La scelta del lupo o delle fiere locali come espressione della divinità non era casuale; l’animale, grande predatore e in competizione con i cacciatori, veniva onorato per propiziare una buona caccia, ingraziarsi il suo favore ed ereditare la sua capacità venatoria. Così, il lupo divenne il dio-protettore-cacciatore adorato in moltissime culture animiste. Molte tradizioni pagane italiche prevedevano il consumo della carne dell'animale totemico, non come gozzoviglia, ma come sacramento solenne per acquisire parte della divinità. Inoltre, in molte culture, i sacerdoti si travestivano con le pelli dell'animale per assumerne le forme, secondo i principi della magia empatica o imitativa, origine delle tradizioni sui mutaforma.

I “Fratelli Atiedii” potrebbero quindi essere stati Sacerdoti del culto del Lupo. Curiosamente, nella chiesa di San Francesco a Gubbio, dove si narra che il Santo dimorò fuggito da Assisi, uno strano affresco raffigurante una sorta di “Selvadego” o “Uomo Selvatico” suggerisce un culto naturale forse mai del tutto dimenticato. In quest'ottica, l’incontro tra San Francesco e il Lupo assume una nuova luce, potendo essere interpretato anche come la cristianizzazione di antichi culti pagani fortemente radicati. I culti di fertilità legati a Vesona, una sorta di Cerere, sono ancora oggi nascosti nel folklore eugubino, mascherati nella ricorrenza della festa dei Ceri, che si tiene il 15 di Maggio, in un periodo che rimanda a culti fallofori dedicati alla rinascita primaverile, una sorta di capodanno agro-pastorale. I Ceri, oggi con in cima le statue dei Santi, altro non rappresentano che il ricordo di falli lignei portati in giro per il borgo e le campagne con lo scopo di rendere fertile la terra.

Mappa storica di Gubbio con indicazione dei luoghi legati al Lupo

Altri Incontri Animali di San Francesco d'Assisi

La Predica agli Uccelli

Mentre si recava a Bevagna con altri frati, San Francesco entrò in un campo per predicare agli uccelli. «Fratelli miei, voi dovete molta riconoscenza a Dio creatore, perché vi ha dato il grande dono di volare nell’aria. Voi non seminate, non mietete, eppure Dio vi nutre e vi da fiumi e fontane per bere.» Questo episodio evidenzia la sua profonda connessione con ogni creatura e il suo riconoscimento della presenza divina nel mondo naturale.

Illustrazione di San Francesco che predica agli uccelli

Il Pescatore e la Tinca

Si narra che quando Francesco vedeva pescatori che avevano fatto un’abbondante giornata di lavoro, chiedeva loro di rigettare i pesci in acqua. Un giorno, un pescatore lo fermò regalando una tinca appena pescata. Francesco accettò il regalo, ma subito rigettò l’animale nell’acqua cantando le lodi di Dio, mostrando il suo rispetto per la vita in ogni sua forma.

L'Agnello Sacrificato e la Scrofa Maledetta

Un episodio narrato da Tommaso da Celano, nel Capitolo LXXVII della Vita Seconda, racconta un lato meno idilliaco del rapporto tra San Francesco e gli animali. Un giorno, Francesco e un suo compagno si imbatterono in un uomo che portava due agnellini sulle spalle, per venderli al mercato. Nel corso della notte, in un monastero di San Verecondo, una delle scrofe del convento fece irruzione nella stalla delle pecore e uccise uno di questi agnellini, appena affidato alle cure del santo. Al mattino, scoprendo l'accaduto, San Francesco si commosse e, ricordando «un altro Agnello», pianse l'agnellino morto, esclamando: «Ohimé, frate agnellino, animale innocente, simbolo vivo sempre utile agli uomini! Sia maledetta quell’empia che ti ha ucciso.»

Incredibilmente, la scrofa malvagia cominciò subito a stare male e, dopo aver sofferto per tre giorni, subì una "morte vendicatrice". La rabbia di San Francesco, in questo caso, è chiaramente motivata da ragioni simboliche: nel povero cadavere dell'agnellino, morto anzitempo e senza colpa, Francesco vedeva il Cristo. Questa interpretazione simbolica fondeva la pecorella con l'immagine dell'Agnello di Dio. Tale evento, con la sua brutale conclusione, contribuì a creare reazioni ostili tra il mondo contadino. Una testimonianza raccolta in una compilazione francescana del XV secolo riferisce che alcuni pastori dicevano: «Ecco, questo è l’uomo che lancia maledizioni al bestiame e lo fa morire!», probabilmente a causa di un'epidemia di peste bovina verificatasi poco tempo prima.

Illustrazione medievale di San Francesco che piange l'agnello morto

San Francesco da Paola: Miracoli e la Resurrezione di Martinello

La vita di San Francesco da Paola (nato a Paola, Cosenza, il 27 marzo 1416) fu fin dall'inizio benedetta da Dio con ogni tipo di grazia, arricchendosi ben presto di numerosi miracoli straordinari. Figlio di una famiglia modesta ma profondamente devota, soleva dire: «È la fede che fa i miracoli!», per far capire che non era lui a guarire o a risolvere i problemi, bensì Dio. Molti dei suoi miracoli ancora oggi impressionano per la loro eccezionalità.

La Resurrezione dell'Agnellino Martinello

Martinello era il nome di un agnellino a cui San Francesco da Paola voleva molto bene. Durante i lavori per la costruzione della chiesa di Paola, alcuni operai affamati decisero di cuocere e mangiare l'agnellino, gettando poi le ossa e i resti nella fornace. Scoperto l’accaduto, san Francesco giunse alla fornace gridando: «Martinello, Martinello, vieni qua». Ed ecco l’animale uscire indenne dalle fiamme e corrergli incontro, un vero e proprio miracolo di resurrezione animale.

Illustrazione di San Francesco da Paola che richiama l'agnello Martinello dalla fornace

Altri Miracoli Legati alla Costruzione del Convento

Durante la costruzione del convento di Paola, dove si sarebbe poi riunito l'Ordine dei Minimi, avvennero diversi prodigi.

Il Forno Incombustibile

All’improvviso scoppiò un grande incendio nella fornace utilizzata per preparare i mattoni. Le fiamme raggiunsero rapidamente le travi, minacciando il crollo dell’intero soffitto e la perdita di ogni cosa. Inutilmente gli operai tentarono di opporsi al fuoco. Chiamarono il santo, che li calmò dicendo: «Per l’amor di Dio, figlioli, non vi affliggete, perché il forno non cadrà, intanto andate a fare colazione, che Dio rimedierà». Gli operai se ne andarono e i frati videro Francesco entrare nella fornace in mezzo alle fiamme senza subire alcun danno.

L'Acqua dalla Roccia

Per continuare la costruzione del convento, era necessaria una fonte d’acqua nelle vicinanze, per evitare che gli operai dovessero raggiungere il non vicino torrente Isca. Ed ecco San Francesco colpire una roccia con il suo bastone: la pietra si aprì, facendo sgorgare acqua limpida.

Le Pietre Sospese del Miracolo

Sempre durante la costruzione del convento, una frana spinse giù dalla montagna due grossi macigni che stavano per travolgere la struttura e gli operai al lavoro, con il rischio di causare danni e vittime. Francesco se ne accorse e, rivolgendosi ai macigni, gridò: «Fermatevi, per carità!» Ed ecco le due pietre bloccarsi, rimanendo sospese in bilico.

Miracoli di Guarigione e la Resurrezione del Nipote

I miracoli di San Francesco da Paola riguardano soprattutto l’assistenza agli infermi, per i quali operò guarigioni prodigiose a favore di paralitici, lebbrosi, ciechi, indemoniati e persino la resurrezione di suo nipote Nicola, figlio della sorella Brigida. Il giovane desiderava abbracciare la vita religiosa con il santo, ma sua madre non glielo permetteva. Un giorno Nicola si ammalò gravemente e morì. Lo portarono nella chiesa di San Francesco per le esequie e, al momento di deporlo nella fossa, il Santo ordinò di portare il nipote nella sua povera cella, dove lo resuscitò.

La Traversata dello Stretto e il Patto con il Diavolo

Il Mantello come Imbarcazione

Il suo miracolo più noto è quello documentato nell’aprile 1464. San Francesco, con due confratelli, si avviò verso il litorale reggino per imbarcarsi per la Sicilia e fondare un convento a Milazzo. Giunto al porto, chiese al padrone di una barca carica di legname, in procinto di salpare per Messina, di accoglierlo con i confratelli per la traversata dello Stretto, per amor di Gesù Cristo. Il barcaiolo, però, si rifiutò di traghettarli, poiché i frati non avevano soldi per pagarlo. Francesco, senza insistere, avvertì i compagni di attenderlo un momento e si mise in ginocchio a pregare. La leggenda vuole che in seguito a ciò, San Francesco e i suoi compagni attraversarono lo Stretto di Messina sul suo mantello disteso sull'acqua.

Il Ponte del Diavolo e l'Astuzia del Santo

La leggenda vuole che il Santo avesse in progetto di costruire un ponte per favorire il passaggio da una riva all’altra del torrente Isca. Gli apparve il diavolo con la proposta di costruirlo in una sola notte in cambio dell’anima del primo viandante che lo avrebbe attraversato. Il Frate accettò, ma all’indomani, quando il diavolo si presentò per riscuotere quanto pattuito, san Francesco, con astuzia, fece passare un cane e invitò il diavolo a prendersi l’anima dell’animale.

Affresco o illustrazione del patto tra San Francesco da Paola e il diavolo per il ponte

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