Il cammino spirituale di San Francesco verso Cristo parte dallo sguardo di Gesù sulla croce. Lasciarsi guardare da Lui nel momento in cui dona la vita per noi e ci attira a Sé è stata un'esperienza fondamentale per il Santo di Assisi. Francesco ha vissuto questa esperienza in modo particolare nella chiesetta di San Damiano, pregando davanti al Crocifisso, un'icona che continua ancora oggi a parlare al cuore di innumerevoli fedeli.
Questo Crocifisso, leggendario e ricco di simbolismo, è la sintesi della vocazione francescana. Non fu un Gesù bambino, né la Vergine Maria o un Angelo a chiamare Francesco, sebbene egli abbia incontrato tutte queste figure nella sua esperienza mistica. Fu il Cristo in croce a chiamarlo, e a questa croce Francesco rimase fedele e obbediente, impegnandosi a ricostruire la Chiesa come il Crocifisso gli aveva comandato. Il Crocifisso di San Damiano non rappresenta solo una raffigurazione artistica di Cristo, ma è diventato un simbolo spirituale centrale per San Francesco e per l'intera comunità francescana.

La Vocazione di San Francesco davanti al Crocifisso
Il Percorso Spirituale di Francesco
Per comprendere l'importanza di questo momento, è essenziale conoscere l'esperienza che San Francesco ha vissuto dinanzi al Crocifisso di San Damiano. Francesco giunge a questo appuntamento preparato da diverse esperienze che lo hanno segnato profondamente.
- Aveva già sperimentato che il sogno di diventare cavaliere non gli regalava la felicità; al contrario, dall'esperienza fatta nella battaglia a Collestrada (a circa 15 chilometri da Assisi in direzione Perugia), comprese che tale via portava solo dolore, sofferenza e morte.
- Aveva iniziato a lasciare il suo mondo luccicante, che gli offriva solo vuoto, e cercava sempre più spesso luoghi solitari.
- Aveva sperimentato qualcosa di nuovo e inatteso nell'incontro con il lebbroso, un'esperienza che solo qualche mese prima non avrebbe mai desiderato.
Nel suo testamento (FF 110), il Poverello di Assisi ricorda e si dilunga su questo incontro, poiché gli aveva trasformato la vita. In quell'occasione, Francesco sperimentò un'emozione mai provata: l'amaro si cambiò in dolcezza e il suo disgusto per la lebbra si trasformò in compassione. Questi sentimenti del tutto nuovi gli fecero scoprire la gioia, la dolcezza e la tenerezza. Quando Francesco si aggirava nei pressi di San Damiano, portava nel cuore una preghiera profonda e insistente: «Signore, che cosa vuoi che io faccia?». Nel suo intimo aveva coltivato la disponibilità a dare una svolta decisiva alla propria vita, e nell'esperienza tra i lebbrosi, aveva imparato un alfabeto valoriale di altro colore.
L'Incontro a San Damiano
Il Crocifisso fu originariamente collocato nella Chiesa di San Damiano, situata nelle campagne appena fuori Assisi. Nel 1205, San Francesco, che stava attraversando una profonda crisi spirituale, entrò in questa chiesa per pregare. Fu proprio in quel momento, davanti al Crocifisso di San Damiano, che sentì la voce di Gesù chiedergli di riparare la Chiesa. Questo evento segnò l'inizio della sua vocazione.
Inizialmente, Francesco interpretò il messaggio in senso letterale, iniziando a restaurare fisicamente la Chiesa di San Damiano. Tommaso da Celano narra: «Un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre egli è così profondamente commosso, all’improvviso - cosa da sempre inaudita! - l’immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le labbra. Ai piedi del Crocifisso lo raggiunge la Misericordia di Dio e tutto tremante, dice: «Sì, Signore, lo farò volentieri».
San Bonaventura intitola nella sua Legenda l’episodio come la Perfetta conversione a Dio. Una conversione che inizia nella preghiera e che incarna, rende visibile, la fede in un Dio trascendente. Francesco scopre che il nostro Dio ha a che fare con l’amore e che la nostra condizione di figli di Dio è frutto dell’amore del cuore del Padre, non dipendente dai nostri meriti o dalle nostre azioni. Gesù è venuto a dire che Dio c’è, è bellissimo e ci ama, permettendoci di diventare ciò che Dio ha in mente. Francesco comprende che Dio non rimprovera, ma cerca in ogni istante di ridarci la dignità di figli, senza mortificarci, senza umiliarci, celebrando con noi. Si rende conto così di essere una pietra viva della Chiesa di Cristo, così come lo siamo tutti noi.
La Preghiera Vocazionale
Risale probabilmente a questo periodo la celebre preghiera di San Francesco davanti al Crocifisso, una preghiera "vocazionale" che è rimasta tra le più care dei suoi seguaci:
Altissimo, glorioso Dio, illumina le tenebre de lo core mio. Et dame fede dricta, speranza certa e carità perfecta, senno e conoscemento, Signore, che faccia lo tuo santo e verace comandamento. Amen. (FF 276)
È una preghiera che nasce in un tempo di crisi, di oscurità, sia interiore che esteriore, un periodo in cui Dio forma e trasforma Francesco, donandogli la chiave e la via al Signore. Il Crocifisso lo stava plasmando gradualmente, come un artista con la sua opera, educandolo a rimuovere le false immagini di sé stesso.
Preghiera davanti al Crocifisso. SAN FRANCESCO D'ASSISI
Il Crocifisso di San Damiano: un'Icona Teologica
Natura e Origine dell'Icona
Il Cristo di San Damiano è un'icona e non una semplice pittura. Questo termine indica un'immagine che presenta elementi ricorrenti e facilmente riconoscibili, come il colore, la tecnica pittorica, la preparazione e i soggetti dipinti. Lo scopo dell'immagine non è descrittivo o estetico, ma essenzialmente teologico: l'icona supera le forme del nostro mondo per rendere presente il mondo di Dio. È in questo "altro mondo" che si unificano gli elementi teologici, estetici e tecnici, per aprirsi alla visione di fede e di meditazione. L'iconografo, prima di dipingere, passa lunghi periodi di digiuno, preghiera e meditazione sulla Parola di Dio, per poter poi «scrivere» l'icona, poiché ad ogni elaborato di questo tipo sottostà uno o più testi sacri; nel caso del Crocifisso di San Damiano, è stato seguito decisamente il Vangelo di Giovanni.
Un'icona, oggi, ha necessità di essere spiegata per rivelare il mistero profondo dell'essere, e per questo a volte sacrifica la bellezza estetica. I colori hanno un compito non descrittivo ma simbolico; possiamo notare tre colori predominanti: l'oro, il rosso e il nero. Su questa icona si può contemplare il risultato finale della lotta luce-tenebre, amore-morte, peccato-vita. L'inquadratura della croce e il corpo di Gesù sono di color oro e risaltano su un fondo prevalentemente nero e rosso. L'oro indica la divinità, informandoci che il fatto sottostante i nostri occhi ha a che fare con il mondo del divino; un Divino che lotta contro le tenebre (il nero, simbolo di morte, male, incredulità e peccato) e vince per l'amore e nell'amore (il rosso)!
Questa icona, risalente al XII secolo, è opera di un pittore anonimo umbro con evidenti influssi orientali-siriani. È dipinta su tela e successivamente incollata su una tavola di legno di noce. L'opera ha un'altezza di 230 cm e una larghezza di 130 cm. A differenza di molti crocifissi medievali, Gesù non è rappresentato come sofferente in modo straziante.
La Figura del Cristo
Ad un primo sguardo, ciò che più attrae è la figura del Cristo crocifisso, che domina l'intera superficie del dipinto per la sua grandezza e per il colore brillante (Gv 8,12), che contrasta con il fondo nero. Gesù non appare come colui che ha subito la morte in croce, ma come colui che dalla croce regna. Non sono scomparsi i segni della sofferenza (il sangue che scorre dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato), ma sono quasi trasfigurati. La corona di spine è sostituita dalla corona di gloria, anche se al suo interno sono presenti le linee della croce immerse nella luce. In questo modo si rende presente il mistero del dolore, attraverso il quale il Figlio di Dio è dovuto passare, e che nella croce ha trovato il suo punto più alto e la sua glorificazione (Fil 2,5-11).
La figura del Salvatore non è appesa ai chiodi ma quasi appoggiata alla croce, poiché le braccia, segnate dalle piaghe, sono distese in segno di accoglienza; le gambe sono diritte, forti, e sostengono tutto il corpo. Questa posizione indica che Gesù è passato sì, attraverso la morte, ma l'ha vinta. Ci parla chiaramente della Pasqua, passando certamente per il Venerdì Santo, per proseguire poi verso la Domenica di Resurrezione. Gesù è ritto, in piedi, vivo! L'ultima parola sulla sua vita e sulla nostra non sarà la morte, ma la vita.
L'indumento indossato da Gesù è l'efod, il cui tessuto è di lino orlato d'oro. L'efod veniva indossato dai sacerdoti del Tempio che offrivano sacrifici a Dio. Questa veste può ricordare anche quell'asciugatoio di cui si cinse Gesù per la lavanda dei piedi (Gv 13,4). Nel Cristo troviamo un sacerdozio particolare (Eb 2,14-18), dove lui è il ministro-servo e l'agnello allo stesso tempo (Eb 10,5-7). Ora è lui l'unico e l'eterno sacerdote-servo; è lui il «ponte» che unisce il Cielo alla terra; è lui che chiede misericordia al Padre, per ogni uomo, perché ben conosce la fragilità dell'esperienza umana.
Il volto del Signore è il centro dell'icona. Ciò che più attira il nostro sguardo sono i suoi occhi, molto grandi rispetto alle dimensioni del volto e ben aperti, come una persona viva, anzi come il «Vivente» (Ap 1,18), il «Principe della Vita» (At 3,15): è Gesù la vita stessa (Gv 14,6). Se si guarda bene, si vede che il volto e anche la corona di gloria di Gesù sono leggermente velati. Il loro splendore è oscurato da un'ombra che copre anche il collo di Gesù. Come la gloria del Signore «era un tempo velata dalla nube» (Es 24,16), ora essa è velata dalla stessa umanità di Gesù. San Paolo chiama anche «il velo» la carne di Gesù (Eb 10,20).
Il suo collo molto robusto e anch'esso sproporzionato, è gonfio per esprimere la forza con cui il Figlio di Dio fa dono dello Spirito Santo che, secondo l'evangelista Giovanni, avviene il giorno di Pasqua (Gv 20,19-23). Il «soffio» dello Spirito richiama la creazione dell'uomo (Gen 2,7) e vuole suggerire che si tratta di una nuova creazione. Come di nuova creazione parlano le sei ciocche di capelli appoggiate sulle spalle: i giorni della creazione che Gesù si prende sulle spalle per salvarla, per riscattarla dal peccato.
Le Figure Maggiori
Le figure maggiori sono i personaggi posti sotto le braccia di Gesù, che l’iconografo ha cercato di identificare attraverso le scritte. Qui viene rappresentato il primo nucleo della chiesa nascente. I sentimenti che si possono cogliere sono la calma e la pace: sono sotto la croce, ma hanno già sperimentato la resurrezione, poiché nei loro volti non c'è dramma, né strazio, né dolore. Domina un atteggiamento di pacata fiducia poiché la morte e il dolore sono stati vinti.
- Maria: È posta alla destra di Gesù, in posizione d’onore. In particolare della Vergine sono da notare il volto e le mani. È l’unica figura, assieme a Gesù nel medaglione, ad abbozzare un sorriso; mentre con la mano sinistra avvicinata alla bocca, esprime la sua ammirazione e il «custodire nel suo cuore», con la mano destra invece, indica Gesù. Il suo capo leggermente reclinato verso Giovanni esprime una tenerezza indicibile (Gv 19,26). Il suo sorriso non cede alla disperazione o alla tristezza, ma esprime serena fiducia. La Madre indossa un mantello bianco - tempestato di pietre preziose che simboleggiano i doni dello Spirito Santo - che secondo la tradizione iconica ha un triplice significato: di vittoria per la fedeltà al Vangelo (Ap 3,5), di purificazione per essere passati attraverso la grande tribolazione (Ap 7,13-14), e delle opere buone che Dio concede di compiere ai santi (Ap 19,7). L’abito rosso è simbolo dell’amore, mentre la tunica viola sta a ricordare che è lei la nuova Arca dell’Alleanza (Es 26,1-4).
- Giovanni: È posto nel luogo della tenerezza, tra Gesù e Maria. È lui che nell’ultima cena poggia il suo capo sul petto del Figlio di Dio (Gv 13,23-25). Il suo volto è girato verso Maria, che da Gesù gli è stata consegnata come «sua Madre» (Gv 19,25-27), divenuta così madre di tutta l’umanità. Il mantello di colore rosa indica la sapienza, quella che ha ricevuto e saputo trasmettere attraverso i suoi scritti.
- Maria Maddalena: Tra i personaggi sotto il braccio sinistro di Gesù troviamo per prima Maria Maddalena (la donna dalla quale Gesù ha scacciato sette demoni e che faceva parte del gruppo di donne che lo seguivano e lo assistevano con i loro beni). Con il capo tocca il capo di Maria madre di Giacomo, facendoci intuire che tra le due donne c’è un dialogo, forse sta confidando un segreto, mentre con la mano sinistra avvicinata alla bocca esprime stupore e ammirazione. Il vestito color rosso simboleggia l’amore.
- Maria Madre di Giacomo: Vicina si trova Maria madre di Giacomo, la quale ascolta attentamente ciò che Maria Maddalena le sta rivelando. Il suo sguardo va verso la prima. Il suo abito color terra simboleggia l’umiltà, il mantello verde invece la speranza.
- Il Centurione di Cafarnao: Alla sinistra di Maria madre di Giacomo, vestito a guisa dei soldati romani, ha in mano un pezzo di legno per ricordare il suo finanziamento per la costruzione della sinagoga di Cafarnao (Lc 7,1-10). Le tre dita tese della sua mano destra stanno ad indicare la Trinità. Alla sua sinistra una «faccina»: forse il figlio guarito o tutti quelli che dopo il suo riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio (Mc 15,39) si sono convertiti.
Le Figure Minori e Altri Dettagli
Di lato alle figure maggiori, in basso, ci sono due piccoli personaggi che la tradizione identifica come Longino e Stefanon. Il primo, vestito da soldato romano (alla destra di Gesù) con una lancia in mano, potrebbe essere colui che ha aperto il costato di Cristo (Gv 19,34); l’altro, con i tratti distintivi dell’ebreo, aveva una canna in mano con in cima una spugna, forse quello che porge a Gesù dell’aceto (Gv 19,28-29). Questi due personaggi, rappresentanti di coloro che hanno effettuato l’esecuzione materiale della morte di Cristo, sono raffigurati di piccola statura perché, nonostante agli occhi dell’umanità sembrasse che avessero ucciso Gesù, in realtà nulla avrebbero potuto se non fosse stato lo stesso Gesù a offrire la sua vita per la salvezza degli uomini (Gv 10,17-18). Ancora più in basso sul lato sinistro troviamo un gallo o una fenice: simboli entrambi della Resurrezione di Gesù.
Il Medaglione e la Mano del Padre
La scritta nel medaglione, che è il motivo della condanna, rivela la vera identità del Cristo. Infatti il latino «IHS NAZARE REX IVDEORVM» può essere tradotto con: Gesù Nazareno re dei Giudei. La sigla IHS è la trascrizione latina dell’abbreviazione del nome greco di Gesù. Appena sopra la scritta troviamo un medaglione con l’ultima parte dell’esperienza pasquale di Gesù: l’Ascensione. Gesù Risorto sta salendo verso il Paradiso, raffigurato dalla presenza degli angeli festanti e adoranti, e verso il Padre (Gv 20,17) simboleggiato dalla mano che sta un po’ più in alto. Il Risorto indossa una veste bianca e oro che annuncia la sua vittoria e la sua regalità. Sulle sue spalle ondeggia una stola rossa simbolo del potere e del dominio esercitati nell’amore, mentre nella mano sinistra regge una croce, come uno scettro, che fu per lui lo strumento della vittoria.
Posta all’estremità superiore dell’icona c’è una mano destra benedicente, la Mano del Padre che, nel benedire, dona lo Spirito (dito della mano di Dio). Per comprendere bene il significato di questo elemento è necessario far riferimento a Gv 16,7 e a Gv 14,26, dove è Gesù stesso a promettere il dono dello Spirito Santo che sarà mandato dal Padre come consolatore, avvocato, cioè difensore che Dio porrà accanto ad ogni uomo. Continuerà l’opera di Gesù (Gv 14,26) in modo invisibile e introdurrà alla verità tutta intera (Gv 16,13). Lo Spirito Santo è dono necessario all’uomo per entrare nella comunione, che è fuoco d’amore, della Santissima Trinità (Gv 17,26).
Elementi Decorativi
Tutto attorno alla croce si trovano delle decorazioni bianche che simboleggiano la vite, quei legacci che la vite stessa produce per aggrapparsi ai vari sostegni. La vite nella Bibbia è il popolo di Dio, il popolo d’Israele, la stessa Gerusalemme e il Cristo. Per portare frutto dobbiamo aggrapparci al Cristo che ha dato la sua vita per noi, per mostrarci il volto del Padre. Il Cristo che è entrato nella nostra morte e l’ha vinta per sempre.
Una miriade di conchiglie (elementi aggiunti in seguito), che per la loro bellezza e durata simboleggiano l’eternità, incorniciano l’icona: ciò che è avvenuto avviene e avverrà, ed è un dono d’amore che continua ad offrirsi a noi. Mistero di un amore totale, gratuito e tenerissimo, al quale noi possiamo continuare ad attingere. La cornice dell’icona, alla base della croce, infatti, è aperta (si vede appena qualche personaggio, forse a simboleggiare l’umanità sulla quale ricadono i benefici della passione; oppure coloro che abitavano negli inferi, luogo che secondo i Padri della Chiesa Gesù va a visitare per liberare i progenitori il Venerdì Santo; oppure sei figure di santi che non sono stati identificati) e attraverso questa apertura anche noi, ma tutta l’umanità è invitata ad entrare e a partecipare del dono offerto.
Storia e Collocazione del Crocifisso
Il Crocifisso originale di San Damiano rimase nella chiesa omonima, custodito da Santa Chiara e dalle sorelle povere. Quando queste lasciarono il luogo per abitare dentro le mura di Assisi, se lo portarono via. Nel 1257, dopo la morte di Santa Chiara, le Clarisse si trasferirono dalla chiesa di San Damiano a quella di San Giorgio, sempre dentro le mura di Assisi, e presero con loro il Crocifisso.
Oggi, la preziosa reliquia è conservata nella Basilica di Santa Chiara ad Assisi e continua ancora a parlare al cuore di tanti giovani che vi si inginocchiano davanti cercando un senso profondo per la loro vita, invocando una risposta e un'indicazione di pienezza e verità. Una replica fedele si trova nella Chiesa di San Damiano, nel luogo dove San Francesco ebbe la sua visione.
Rappresentazioni Artistiche: L'Affresco di Giotto
La scena di San Francesco d'Assisi che prega davanti al Crocifisso di San Damiano è anche soggetto di un celebre dipinto murale, eseguito tra il 1290 e il 1295 circa, ad affresco, attribuito a Giotto di Bondone (1267 ca. - 1337) e ai suoi collaboratori. Questo affresco si trova nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi. La scena è ambientata entro una Chiesa di San Damiano diroccata, alla quale sono crollate una parte del muro e della copertura del soffitto.
L'ambientazione architettonica è tra le più efficaci di tutto il ciclo, con la chiesa disposta in una prospettiva angolare intuitiva che mostra, attraverso le aperture dei muri crollati, ampie parti dell'interno dove si svolge la scena. Tutto è occupato da una chiesetta diroccata dove Francesco è raffigurato in grandi dimensioni (altre immagini posteriori lo mostrano alla base della stessa croce, piccolo e adorante).

L'Eredità del Crocifisso di San Damiano
Dopo la visione di San Francesco, il Crocifisso di San Damiano divenne un simbolo centrale per l'Ordine Francescano. Il messaggio che Francesco ricevette attraverso questa icona fu un invito a riparare non solo una struttura fisica, ma anche la Chiesa universale, promuovendo un rinnovamento spirituale. Il Crocifisso non ci parla di sconfitta, di fallimento; paradossalmente ci parla di una morte che è vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte.
Ecco perché il Crocifisso, la «Croce di San Damiano» è quasi una sorta di ossessione per i francescani, trovandolo riprodotto in ogni convento, in ogni casa di terziari, in ogni monastero di Clarisse. Questo crocifisso si collega profondamente ai messaggi centrali del Vangelo, in particolare ai temi della redenzione, del sacrificio e della resurrezione. Uno dei passi più significativi è il Vangelo di Giovanni 19:26-27, in cui Gesù, dalla croce, si rivolge a Maria e a Giovanni: «Donna, ecco tuo figlio»; poi disse al discepolo: «Ecco tua madre». Un altro forte riferimento è nel Vangelo di Matteo 16:24, dove Gesù dice: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
L'incontro con la Croce di San Damiano ha consegnato a Francesco la chiave, la via al Signore, plasmando il Poverello e portandolo a comprendere un'umanità e una fratellanza che Dio desidera. Anche negli ultimi anni della sua vita, Francesco si ritrovò a San Damiano, dove, infirmato e sofferente, compose le sue celebri Laudi delle Creature, il Cantico di Frate Sole, un inno alla Creazione redenta e alla fraternità universale.