San Bonaventura: Conoscenza e Santità nel Pensiero Serafico

Nella quiete della Città Eterna, un pellegrino si avvicina all’ingresso della grandiosa Piazza San Pietro. Lì, i due colonnati, che simboleggiano le braccia aperte della Madre Chiesa, sono coronati con statue di centoquaranta Santi che hanno segnato la Storia della Chiesa. Tra queste, spiccano le figure di San Tommaso d’Aquino, il Dottore Angelico, e San Bonaventura, il Dottore Serafico, posti all'inizio di questo magnifico corteo di benvenuto. In questo contesto, risuonano due voci: «Per caso qualcuno può amare ciò che non conosce?» e la risposta: «Ama ut intelligas!» (Ama per comprendere!). Questa frase latina racchiude l'essenza del pensiero bonaventuriano, dove la conoscenza di Dio e la santità sono indissolubilmente legate dall'amore.

Statue di San Tommaso d'Aquino e San Bonaventura in Piazza San Pietro

Vita e Contesto Storico di San Bonaventura

Nato tra il 1217 e il 1221 a Civita di Bagnoregio, in Tuscia (oggi provincia di Viterbo), Giovanni Fidanza era figlio di Giovanni, un medico, e di Rita. Una leggenda narra che da bambino fu guarito da una grave malattia grazie all'intercessione di San Francesco d’Assisi, che esclamò: «O bona ventura!», dando così origine al suo nome religioso.

A 17 anni, Bonaventura entrò nell’Ordine dei Frati Minori e, a 18 anni, si recò a Parigi per studiare presso la facoltà delle Arti e successivamente, nel 1243, in quella di teologia. Completati gli studi, verso la fine del 1253, ottenne la licentia docendi (licenza di insegnare), diventando maestro reggente nello Studio francescano di Parigi.

In quel periodo, l'università parigina era teatro di accese dispute tra i maestri secolari e quelli degli ordini mendicanti. In questo contesto di tensione, Bonaventura dovette affrontare anche la controversia scaturita dalla pubblicazione dell'“Introduzione al Vangelo eterno” di Gerardo di Borgo San Donnino, che annunciava una nuova «età dello Spirito Santo» e una «Chiesa cattolica puramente spirituale fondata sulla povertà». Papa Alessandro IV, pur condannando il libro di Gerardo, prese posizione a favore degli ordini mendicanti, permettendo loro di ricoprire cattedre universitarie.

Nel 1257, poche settimane dopo essere riconosciuto magister, Bonaventura fu eletto Ministro Generale dell'Ordine francescano. Questo incarico lo portò a rinunciare alla cattedra parigina per dedicarsi a viaggi in tutta Europa. Il suo obiettivo primario fu quello di preservare l'unità dei Frati Minori, contrastando sia la corrente spirituale (influenzata da Gioacchino da Fiore) sia le tendenze mondane. Nel 1260, scrisse la Legenda Maior, una nuova biografia di San Francesco, che si propose di rinsaldare l'unità dell'Ordine e ispirò Giotto per il ciclo delle Storie di San Francesco.

Negli ultimi anni della sua vita, Bonaventura intervenne nelle lotte contro l'aristotelismo e nella polemica tra maestri secolari e mendicanti, tenendo conferenze a Parigi sulla necessità di subordinare la filosofia alla teologia. Nel 1271, contribuì alla risoluzione del conclave più lungo della storia, che elesse il suo amico Gregorio X. Due anni dopo, questo Papa lo consacrò vescovo di Albano e cardinale, affidandogli l'incarico di organizzare a Lione un Concilio per l’unità tra la Chiesa latina e quella greca. Bonaventura morì proprio durante questo concilio, nel 1274.

Nel 1588, Papa Sisto V lo annoverò tra i Dottori della Chiesa Universale, accanto a San Tommaso d'Aquino, distinguendoli rispettivamente come Dottore Serafico e Dottore Angelico.

Il Primato dell'Amore nella Conoscenza di Dio

Per San Bonaventura, la conoscenza, soprattutto quella di Dio, è intrinsecamente legata all'amore. Egli risponde alla domanda "Per caso qualcuno può amare ciò che non conosce?" affermando che, quando si tratta di realtà che provocano amore, l'atto stesso di conoscere nasce dall'esigenza dell'amore e, a suo modo, è una forma di amore. Apprendere un principio scientifico è diverso dal conoscere la persona che si ama, e ci sono vette nella conoscenza che l’intelletto non raggiungerà mai se non è mosso dall’amore. La sua affermazione non nega il valore della ragione, ma la inquadra in una prospettiva più ampia e profonda.

Il fine ultimo dell'uomo, per il Dottore Serafico, consiste nel dare una risposta d’amore a Dio a nome di tutto l’universo. Il suo pensiero riconduce i saperi alla loro fonte, la luce della verità rivelata, l'unica capace di orientarli verso l'obiettivo perfetto a cui tende ogni conoscenza: il vero in sé, che è Dio. Questa è la sua concezione della "teologia affettiva", una scienza la cui conoscenza procede per contemplazione speculativa, ma tende principalmente a renderci buoni.

Il Dottore Serafico ci invita a un approccio non puramente intellettuale alla verità divina: «Se ora brami sapere come ciò avvenga, interroga la grazia, non la dottrina; il desiderio, non l’intelletto; il gemito della preghiera, non lo studio della lettera; lo sposo, non il maestro; Dio, non l’uomo; la caligine, non la chiarezza; non la luce, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio con le forti unzioni e gli ardentissimi affetti.»

San BONAVENTURA: il Dottor Serafico e l'itinerario verso Dio

Cristo come Via e Fine di Ogni Scienza

Il cristocentrismo è un pilastro fondamentale del pensiero di San Bonaventura. Nelle sue conferenze all’Università di Parigi, egli affermò: «Il nostro proposito è dimostrare che in Cristo ‘sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio’ (Col 2, 3)». Per lui, nessuno può pretendere di conoscere nulla di ciò che è stato creato se non parte da Colui attraverso il quale tutto è stato fatto.

Per San Bonaventura, la vera Filosofia non può iniziare senza Cristo, che è il suo oggetto, e non può finire senza di Lui, perché è il suo fine. Egli, pur consapevole della distinzione, non concepisce una Filosofia separata dalla Teologia. La filosofia serve ad aiutare la ricerca umana di Dio, riportando l'uomo alla propria dimensione interiore, l'anima, per ricondurla infine a Dio.

Il concetto di "Arte eterna" è centrale: il modello dell’opera d’arte della creazione è nel “quadro mentale” di Dio Padre, che è il Verbo. Tutto ciò che è stato creato esiste in questa conoscenza che il Padre ha di Se stesso. È questo Verbo divino che Si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Egli contempla l’universo come un "libro" in cui ogni creatura è una parola che ci parla di Dio, copie degli archetipi racchiusi nell’Arte eterna, e per questo possono essere comprese solamente nel loro insieme.

Schema che illustra l'exemplarismo di San Bonaventura e il mondo come libro divino

Le Vie alla Conoscenza di Dio

Secondo la teologia di San Bonaventura, l'uomo ha diversi modi per raggiungere Dio. Il mondo è come un libro da cui traspare la Trinità che l'ha creato. La Creazione è ordinata secondo una scala gerarchica trinitaria, e la natura si rivela come segno visibile del principio divino che l'ha creata.

  • Conoscenza per apprensione e comprensione: La prima esige un rapporto tra il nostro intelletto e Dio. La seconda richiede un rapporto di uguaglianza e somiglianza, sebbene la nostra anima sia finita e Dio sia infinito.
  • Conoscenza per affermazione e per negazione: Si può giungere a Dio partendo dai valori e dalle qualità positive di tutti gli esseri creati, attribuendoli a Dio nella sua forma assoluta e suprema (via per affermazione). Allo stesso tempo, si può raggiungere la conoscenza di Dio negando a Lui ogni imperfezione possibile, facendo emergere l'idea di perfezione insita in Dio stesso (via negativa).

Per San Bonaventura, l'unica conoscenza possibile è quella contemplativa, la via dell'illuminazione, che porta a cogliere le essenze eterne e permette di accostarsi a Dio misticamente. Nessuno può giungere alla beatitudine se non trascende sé stesso con lo spirito, e tale elevazione non ha alcun potere senza l'aiuto della Grazia divina, concessa solo a coloro che la chiedono con fervida preghiera.

Rappresentazione della

La Santità come Condizione per la Vera Sapienza

Il titolo di "Dottore Serafico" attribuito a San Bonaventura non è casuale. Egli vedeva nella scienza solo un mezzo per amare di più, ripetendo senza posa che la luce che illumina l’intelletto rimane sterile e vana se non penetra fino al cuore, dove unicamente riposa la Sapienza. Ogni verità appresa si cambiava in affetti, diventando preghiera e lode divina. Il suo scopo era giungere all’incendio dell’amore, bruciare egli stesso al fuoco divino e infiammare quindi gli altri, preoccupato unicamente di ardere e non solo di risplendere.

Il Papa Sisto V notò che Bonaventura non eccelleva solo per la forza del ragionamento, ma trionfava soprattutto per una virtù divina nel commuovere le anime, predicando ai cuori e conquistandoli all’amore di Dio. Questo è il segreto dei suoi meravigliosi opuscoli, come l'Itinerario della mente verso Dio, scritto sulla vetta della Verna, che conduce alla vera sapienza attraverso la triplice via della purificazione, dell'illuminazione e dell'unione.

Nel suo “Incendium amoris”, San Bonaventura dichiara di offrire il libro non ai filosofi o ai sapienti del mondo, ma ai semplici, agli ignoranti che si sforzano più di amare Dio che di sapere molto. Afferma che non discutendo, ma agendo si impara ad amare. Per Bonaventura, infatti, «pericoloso è il passaggio dalla scienza alla Sapienza, se non vi si pone in mezzo la santità». La divina contemplazione è ritenuta la parte migliore, il principale scopo e l’unico fine di ogni conoscenza.

San Bonaventura e San Tommaso: Due Vie Complementari

San Bonaventura e San Tommaso d'Aquino, pur essendo “fratelli gemelli in Cristo” come li definì Papa Sisto V, contribuirono alla sintesi perfetta tra ragione e fede della Scolastica medievale attraverso punti di vista differenti. Mentre il Dottore Angelico vedeva il Creatore come la Verità Suprema la cui conoscenza sboccia nell’amore, il Dottore Serafico Lo considerava come il Sommo Bene che provoca il nostro amore.

San Tommaso adottò un cammino filosofico basato sull'osservazione delle realtà visibili e sull'assimilazione della filosofia di Aristotele. San Bonaventura, invece, non approvò questo metodo, una volta dicendo al suo amico domenicano che diluiva il vino puro del Vangelo con l’acqua della Filosofia pagana. Si racconta che San Tommaso, durante una visita a Bonaventura, gli chiese quale libro consultasse per produrre tali meraviglie di pensiero; la risposta fu un'indicazione verso il Crocifisso, davanti al quale Bonaventura fu trovato in estasi, con sangue che sgorgava dal costato di Cristo nella sua bocca.

Nonostante le differenze nei metodi di contemplazione della verità, entrambi ebbero una missione profetica nella Storia della Chiesa: lasciare le basi teologiche e filosofiche della dottrina cattolica. La loro unione era tale che Dio li ha chiamati a Sé nello stesso anno, il 1274. Papa Sisto V li paragonò ai «due olivi e le due lampade che stanno davanti al Signore della terra» (Ap 11, 4), che insieme illuminano tutta la Chiesa. Come osserva Gilson, «la filosofia di San Tommaso e quella di San Bonaventura si completano come le due interpretazioni più universali del cristianesimo, ed è perché si complementano che non possono né escludersi né coincidere».

Dipinto che raffigura l'incontro o la visione con San Tommaso e San Bonaventura

Le Opere Principali

La vasta produzione di San Bonaventura da Bagnoregio ha segnato in maniera indelebile la storia della filosofia e della teologia. Tra le sue opere più significative si annoverano:

  • Opere Teologiche:
    • Commento ai quattro libri delle Sentenze di Pietro Lombardo (1250-1252)
    • La conoscenza di Cristo (1254)
    • Il mistero della Trinità (1255)
    • Breviloquio (1257)
    • Itinerario della mente verso Dio (1259)
  • Opere Spirituali:
    • La triplice via (1259-1269)
    • Soliloquio (1257)
    • Incendium amoris
    • Legenda Maior (1260)

Esplorare il mondo bonaventuriano significa addentrarsi nella vastità dell'orizzonte divino, dove l'esistenza di Dio è il principio di tutte le indagini filosofiche e scientifiche. È Dio ad essere al centro di tutto, e da Lui scaturisce ogni scienza. San Bonaventura vede e scopre Dio grazie alle Sue creature, per mezzo della co-intuizione, trovando in Dio la ragione del proprio essere e della conoscenza stessa. Come scrisse, «L’insieme delle cose costituisce una scala che arriva sino a Dio» e «la contemplazione di tutte le creature ci porta al Dio eterno».

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