La liturgia cristiana ci invita a profonde riflessioni sulla natura della fede, la necessità della conversione e l'importanza della preghiera, temi che risuonano in particolare in occasione del Vangelo proclamato il 18 febbraio.
L'Inizio della Quaresima e il Messaggio di Penitenza
In questo tempo di grazia, risuonano le parole divine: «Tu ami tutte le creature, o Signore, * e nulla disprezzi di ciò che hai creato; * tu chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, * aspettando il loro pentimento, * e li perdoni, perché tu sei il Signore nostro Dio.» (Cf. Sap 11, 24.23.26). La liturgia, spesso omettendo l’atto penitenziale, lo sostituisce con il rito di imposizione delle ceneri, simbolo di umiltà e richiamo alla nostra mortalità.
Eleviamo una preghiera: «O Dio, nostro Padre, concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male.»
Dal libro del profeta Gioele, il Signore ci esorta: «Così dice il Signore: "Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male". Chi sa che non cambi e si ravveda e lasci dietro a sé una benedizione? Offerta e libagione per il Signore, vostro Dio. Suonate il corno in Sion, proclamate un solenne digiuno, convocate una riunione sacra. Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo. Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: "Perdona, Signore, al tuo popolo e non esporre la tua eredità al ludibrio e alla derisione delle genti". Perché si dovrebbe dire fra i popoli: "Dov’è il loro Dio?"»
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, riceviamo un'altra forte esortazione: «Fratelli, noi, in nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio. Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio.»
Gesù nel Deserto: Un Invito alla Conversione Quaresimale
Il Vangelo del 18 febbraio 2024, commentato dal parroco della Chiesa Matrice di San Nicola di Torremaggiore, Don Andrea Pupilla, ci presenta le parole di Marco: «Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano» (Mc 1,12-13).

Lo Spirito spinge Gesù nel deserto, un luogo dove si apprende l’essenzialità e si cammina verso la libertà, come fu per Israele durante l’esodo. Nel deserto non si può barare; viene svelato ciò che si ha nel cuore. Nella tentazione, Gesù convive con le bestie selvatiche. Anche noi siamo chiamati a riconoscere le presenze mostruose che ci portiamo dentro e ad addomesticarle con la forza dello Spirito e della Parola.
Il percorso del deserto, come il cammino di ogni esistenza, fa emergere la realtà della tentazione del male, che più facilmente si riesce a individuare nel silenzio, poiché spesso il male si nasconde nei ritmi frenetici della vita quotidiana. Come Gesù, siamo chiamati a respingere ogni tentazione che possa annidarsi in noi. Il tempo forte della Quaresima appare quindi come occasione favorevole per reindirizzare la propria vita verso il Signore, convertendo i propri atteggiamenti e desideri. L’attenzione viene indirizzata verso il presente (adesso, qui ed ora), quando si avverte l’invito del Signore. Sappiamo che Gesù vince sulla tentazione e questo è garanzia della nostra vittoria sul male, perché, come diceva S. Leone Magno: «Egli ha combattuto perché noi combattessimo, egli ha vinto perché anche noi, come lui, potessimo vincere.»
La Giustizia Nascosta: Elemosina, Preghiera e Digiuno Secondo il Vangelo di Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.» (Mt 6, 1-6).

Al termine dell'imposizione delle ceneri, il Signore che vede nel segreto, ci ha convocati nel segno delle sacre ceneri, perché iniziamo il cammino quaresimale di conversione e riconciliazione con umiltà e gioia, confidando nella sua infinita misericordia.
- Perché la Chiesa, che annuncia e celebra il perdono di Dio, sia nel mondo segno e strumento di riconciliazione.
- Perché le comunità cristiane che si esercitano nel digiuno quaresimale, sappiano condividere le ansie, le povertà e le speranze degli uomini di oggi.
- Perché i poveri e i sofferenti ricevano il conforto dell’aiuto fraterno e partecipino con gioia al cammino di speranza del popolo di Dio.
- Perché il richiamo delle sacre ceneri alla condizione mortale dell’uomo e alla precarietà delle sue conquiste, favorisca l’incontro con Dio, vera fonte di vita e di salvezza.
- Perché l’ascolto della Parola, la conversione, la preghiera, gli impegni battesimali, la carità rinnovino profondamente i nostri rapporti con Dio e i fratelli.
«Accogli, Padre santo, le nostre preghiere, e fa’ che siamo fedeli agli impegni che oggi assumiamo, per essere trovati degni di partecipare, al termine di questo tempo di grazia, all’incontro con Cristo nostro Signore.» Con questo sacrificio, o Padre, iniziamo solennemente la Quaresima e invochiamo la forza di astenerci dai nostri vizi con le opere di carità e di penitenza per giungere, liberati dal peccato, a celebrare devotamente la Pasqua del tuo Figlio. «Chi medita giorno e notte la legge del Signore, * porterà frutto a suo tempo.» (Cf. Sal 1, 2-3).
La Fede Come Legame Vitale con Dio
La domanda che chiude il Vangelo di Luca appena proclamato (Lc 18,8), «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?», apre la nostra riflessione. Questo interrogativo ci rivela quel che è più prezioso agli occhi del Signore: la fede, cioè il legame d’amore tra Dio e l’uomo. Rispetto a grandi beni materiali e culturali, scientifici e artistici, la fede eccelle non perché essi siano da disprezzare, ma perché senza fede perdono senso. La relazione con Dio è di somma importanza perché Egli ha creato dal nulla tutte le cose, all’inizio dei tempi, e salva dal nulla tutto ciò che nel tempo finisce.
Ecco perché Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, si interroga sulla fede: se sparisse dal mondo, che cosa accadrebbe? Il cielo e la terra resterebbero come prima, ma non ci sarebbe più nel nostro cuore la speranza; la libertà di tutti verrebbe sconfitta dalla morte; il nostro desiderio di vita precipiterebbe nel nulla. Senza fede in Dio, non possiamo sperare nella salvezza. La domanda di Gesù allora ci inquieta, sì, ma solo se dimentichiamo che è Gesù stesso a pronunciarla. Le parole del Signore, infatti, restano sempre vangelo, cioè annuncio gioioso di salvezza.
Il Potere di Pregare nel Nome di Gesù: Affida la Tua Vita e Confida nel Signore!
Carissimi, appunto per questo Cristo parla ai suoi discepoli della «necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1): come non ci stanchiamo di respirare, così non stanchiamoci di pregare! Gesù ci indica questo legame con una parabola: un giudice resta sordo davanti alle pressanti richieste di una vedova, la cui insistenza lo porta, infine, ad agire. A un primo sguardo, tale tenacia diventa per noi un bell’esempio di speranza, specialmente nel tempo della prova e della tribolazione. Facciamo risuonare queste parole nella nostra coscienza: il Signore ci sta chiedendo se crediamo che Dio sia giudice giusto verso tutti. Il Figlio ci domanda se crediamo che il Padre vuole sempre il nostro bene e la salvezza di ogni persona.
A proposito, due tentazioni mettono alla prova la nostra fede: la prima prende forza dallo scandalo del male, portando a pensare che Dio non ascolti il pianto degli oppressi e non abbia pietà del dolore innocente. Da entrambe le tentazioni ci libera Gesù, testimone perfetto di confidenza filiale. Egli è l’innocente, che soprattutto durante la sua passione prega così: “Padre, sia fatta la tua volontà” (cfr Lc 22,42). Sono le stesse parole che il Maestro ci consegna nella preghiera del Padre nostro. La preghiera della Chiesa ci ricorda che Dio fa giustizia verso tutti, donando per tutti la sua vita. Così, quando gridiamo al Signore: “dove sei?”, trasformiamo questa invocazione in preghiera e allora riconosciamo che Dio è lì dove l’innocente soffre. La croce di Cristo rivela la giustizia di Dio. E la giustizia di Dio è il perdono: Egli vede il male e lo redime, prendendolo su di sé. Quando siamo crocifissi dal dolore e dalla violenza, dall’odio e dalla guerra, Cristo è già lì, in croce per noi e con noi. Non c’è pianto che Dio non consoli; non c’è lacrima che sia lontana dal suo cuore. Il Signore ci ascolta, ci abbraccia come siamo, per trasformarci come Lui è. Chi invece rifiuta la misericordia di Dio, resta incapace di misericordia verso il prossimo.
Fede, Morte e Resurrezione: Il Dialogo con Don Lauro Tisi
Monsignor Tisi ha toccato davvero i cuori dei ragazzi, rileggendo il Vangelo alla luce della sua esperienza di contatto con la morte, anche di persone amate. Dal «grido, ancora ragazzino, emesso alla notizia della morte tragica di mio padre», all’«accompagnamento di molte persone all’ultimo passo, tra cui anche alcuni giovani e giovanissimi, posso testimoniare - ha sottolineato don Lauro, ricordando in particolare il dialogo con il giovane Michele, colpito da un male inguaribile - che il loro modo di morire ha rafforzato la mia fede nella risurrezione e in una vita dopo la morte».
«È più facile per me credere che ci sia una vita dopo la morte, piuttosto del nulla. La vita è più forte della morte. “Il grido di Gesù ‘Lazzaro vieni fuori!’ - ha aggiunto don Lauro - oggi vale per noi. Vieni fuori dalla fretta con cui dai credito al pensare comune che la morte è la fine di tutto. Vieni fuori dal rumore e dalla frenesia che ti chiude la possibilità di frequentare l’intensità del volto delle persone che hai amato e ti hanno amato. Ascolta anche tu il grido degli amici che, come Marta, sentono l’eventualità della tua assenza con disperazione perché sei talmente importante per loro che non sopporterebbero l’idea che tu muoia.» Don Lauro si sofferma infine sul morire di Gesù e sul suo grido di perdono: «Egli muore ribellandosi all’idea di odiare. Quel morire mi dice che anch’io dopo la morte troverò il volto di Dio che mi dirà: vieni con me.»
Carissimi, ora comprendiamo che le domande di Gesù sono un vigoroso invito alla speranza e all’azione: quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede nella provvidenza di Dio? È questa fede, infatti, che sostiene il nostro impegno per la giustizia, proprio perché crediamo che Dio salva il mondo per amore, liberandoci dal fatalismo. Chiediamoci dunque: quando sentiamo l’appello di chi è in difficoltà, siamo testimoni dell’amore del Padre, come Cristo lo è stato verso tutti?
L'Esempio di Santa Maria Troncatti: Una Vita Missionaria nell'Ecuador Amazzonico
Maria Troncatti nasce il 16 febbraio 1883 a Corteno Golgi, in provincia di Brescia (Italia). Cresce in un clima famigliare ricco di fede e di amore. Cresimata all’età di tre anni, Maria riceve la Prima comunione appena compiuti i sei anni. Nella sua vita di fanciulla, oltre all’esempio di vita cristiana dei genitori e le cure del parroco, esercita su di lei un’influenza notevole la sorella Catterina, di quattro anni maggiore, che le sarà amica e confidente. Maria è vivace e gioiosa, molto legata al papà Giacomo, con una spiccata sensibilità e premura per i poveri e per chiunque avesse bisogno di aiuto.
A quindici anni aderisce all’Associazione delle Figlie di Maria. È in quest’epoca che matura nel suo cuore il desiderio della consacrazione totale a Dio, ma dovrà attendere la maggiore età - ventun anni allora - per chiedere di essere accolta nell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, sapendo che il padre non è troppo propenso a questa scelta.
A Nizza Monferrato, Casa madre dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, Maria vive le tappe formative del postulato e del noviziato. La sua salute, che risente di un prolungato sforzo di adattamento, presenta problemi che suscitano incertezze alle superiore nel momento di decidere sul suo futuro. Maria Troncatti è ammessa alla professione temporanea il 17 settembre 1908. Ma sarà ancora un tempo di prove: fra l’altro un’infezione alle dita che porta il medico a sentenziare la necessità dell’amputazione di un dito. Guarita da tale male, a breve distanza di tempo viene colpita da una febbre tifoide che preoccupa seriamente.
In una visita all’infermeria della Casa madre di Nizza Monferrato il Rettor Maggiore dei Salesiani don Michele Rua (oggi Beato) le imparte la benedizione e le predice una vita laboriosa fino ad età avanzata. Appena ripresa, una provvidenziale cura marina a Varazze, in Liguria, ridona alla giovane suora energie e salute. Nell’imminenza della Prima guerra mondiale (1915-18), suor Maria Troncatti frequenta un corso speciale per infermiere, svolgendo opera di assistenza materiale e spirituale per i soldati feriti che giungono dal fronte. Al termine della guerra suor Maria è inviata per un anno a Genova, nell’Istituto che accoglie gli orfani della guerra. L’anno seguente (1919-20) è a Nizza Monferrato, dove ancora una volta le consorelle e le educande hanno modo di apprezzare le sue doti e capacità: infermiera, assistente, aiutante nell’oratorio, pronta sempre a supplire negli immancabili imprevisti.

Nel 1922 la Madre generale, Caterina Daghero, le comunica la sua destinazione missionaria: l’Ecuador. A trentanove anni si avvera il suo sogno. La sua partenza, come quella di altre sorelle, rappresenta il coronamento delle grandiose celebrazioni giubilari per il 50° di fondazione dell’Istituto (1872-1922). I futuri quarantasette anni di suor Maria sono anni di missione con una sola parentesi (1934-38) in cui è chiamata a dirigere un’opera assistenziale, Beneficencia de las señoras, a Guayaquil.
Viene il 1925 e suor Maria, con un gruppo di consorelle e con i missionari salesiani, è ormai avviata all’impresa missionaria nel cuore della selva amazzonica. La vera e propria traversata si conclude a Pailas, ad una altitudine di 3000 metri, a cavallo. Di qui in poi i missionari proseguono senza accompagnatori. Finalmente dopo giorni di cammino giungono alla collina sagrada di Macas, il centro più importante del Vicariato apostolico di Méndez dove si era stabilita nel 1924 la residenza missionaria salesiana, intorno all’antica immagine della Madonna, la Purísima.
Ben presto l’attività di suor Maria si spinge oltre il fiume Upano, dove fiorì l’antica Sevilla de Oro: qui sorgerà più tardi la missione di Sevilla don Bosco. Le cure mediche e l’annuncio del Vangelo conquistano gradatamente la popolazione shuar; ma non tardano a manifestarsi i primi indizi di insofferenza da parte di alcuni coloni, che temono di vedere compromessa la propria autorità sulla gente shuar. Nel generale sconforto che invade la missione suor Maria non si lascia abbattere: va di casa in casa, e con la forza persuasiva della parola e della testimonianza fa sì che chi aveva fatto il male sente il dovere di riparare. Nel 1930 per la prima volta a Macas si celebra un matrimonio cristiano, per scelta propria e libera, di due giovani shuar.
All’età di settanta anni compiuti, nel 1954, suor Maria ha la gioia di vedere in funzione l’ospedale, lieta di potervi accogliere i pazienti e, grazie alla degenza, curare con i mali fisici anche quelli dell’anima. Per garantire una maggiore efficienza dell’ospedale organizza per le giovani corsi di infermieristica; per altre corsi di cucito, di igiene, di puericultura, di cucina e corsi di preparazione al matrimonio. Anche quando, dopo il compimento degli ottanta anni, lascia la direzione dell’ospedale, continua in altro modo la sua attività di madrecita o abuelita buena ascoltando, consigliando e confortando persone di ogni età e condizione.
Nel 1969 avverte con tristezza le prime avvisaglie, e poi le aperte minacce contro la missione e i missionari. Il clima intimidatorio si concretizza il 4 luglio in un vasto incendio doloso che in una sola notte distrugge anni di fatiche nella missione di Sucúa. Il 5 agosto suor Maria partecipa alla festa della Purísima di Macas. Passano soltanto venti giorni. Il 25 di agosto 1969, suor Troncatti si congeda dalla comunità per recarsi a Quito agli esercizi spirituali. Giunge alla pista di volo quando il piccolo aereo ha già i motori accesi. Suor Maria vive il suo ultimo decollo: quello che la porta in Paradiso sul limitare di quella selva, che è stata per quasi mezzo secolo la sua “patria del cuore”, lo spazio della sua donazione instancabile fra gli “Shuar”. Ha 86 anni, tutti spesi in un dono d’amore. Scriveva: «Sono ogni giorno più felice della mia vocazione religiosa missionaria!»
La Santità Riconosciuta: Beatificazione e Canonizzazione di Maria Troncatti
La testimonianza della Beata Maria Troncatti si riassume nella sua vita donata per l’evangelizzazione e la promozione umano-sociale della popolazione shuar, nella selva amazzonica dell’Ecuador. Tutto il suo operare è ritmato sulle esigenze della fedeltà all’amore di Dio e dalla compassione verso tutti i bisognosi nel corpo e nello spirito.
L’Inchiesta diocesana sulla vita, sulle virtù e sulla fama di santità e di segni fu celebrata presso la Curia vescovile di Macas (Vicariato Apostolico di Méndez - Ecuador) negli anni 1986-1987. Redatta la Positio super virtutibus, si tenne il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi il 2 maggio 2008, che diede risposta positiva.

In vista della sua beatificazione, la Postulazione della Causa ha sottoposto al giudizio della Congregazione delle Cause dei Santi la presunta guarigione miracolosa, avvenuta in diocesi di Portoviejo (Provincia di Manabí, Ecuador), della signora Josefa Yolanda Solórzano Pisco, la quale, nell’aprile 2002 iniziò ad avvertire dei sintomi di malessere, che furono interpretati come una normale affezione influenzale. Il malessere andò progressivamente accentuandosi e l’inferma, nel frattempo ricoverata in ospedale, si trovò in pochi giorni in uno stato generale di prostrazione, accompagnato da cefalee, dolori addominali, vomiti, inappetenza e pallore diffuso. In questo contesto, parenti e amici di Yolanda ottennero le sue dimissioni dall’ospedale, affinché ella “potesse morire nella propria casa”. Qui un sacerdote salesiano presentò loro la figura della Serva di Dio, esortando i presenti a pregare per chiedere, mediante la sua intercessione, la guarigione dell’inferma. All’alba del 10 maggio 2002 tutti notarono in Yolanda un palpito di iniziale ripresa.
Un altro evento straordinario riguarda il signor Juwa. Il 2 febbraio 2015, questo indigeno della provincia di Morona Santiago, in Ecuador, ebbe un incidente mentre affilava gli utensili della sua falegnameria, restando colpito alla testa da un grosso frammento di pietra. Dopo un primo precario soccorso, il ferito, privo di conoscenza in quanto dal cranio era fuoriuscita materia cerebrale, venne condotto dapprima in canoa e poi, tramite ambulanza aerea, all’ospedale di Macas, per essere da qui trasferito all’ospedale di Ambato, dove venne sottoposto a un lungo intervento chirurgico. Di fronte alla gravità della prognosi il cognato del ferito pose sul suo petto una immagine di Maria Troncatti, cominciando a invocarla. Anche le missionarie salesiane continuatrici della missione, informate dell’accaduto, affidarono a lei la guarigione di Juwa, nonostante la prognosi infausta. Il 13 febbraio il paziente si risvegliò dal coma e venne dimesso dall’ospedale, seppur in condizioni gravi, privato della capacità di poter parlare e muoversi. Tra la fine di marzo e l’aprile del 2015, il sig. Juwa sognò Maria Troncatti che gli applicava alcune cure alla gamba e alla bocca predicendogli la guarigione, e al risveglio iniziò a muoversi pronunciando anche alcune parole con grande stupore della famiglia. Da quel momento vi fu un progressivo miglioramento delle sue condizioni tanto che l’anno dopo era in grado di parlare, ragionare, camminare e anche riprendere a lavorare.
Alle ore 10.30 di questa mattina, XXIX Domenica del Tempo Ordinario, in Piazza San Pietro, il Santo Padre Leone XIV ha presieduto la Celebrazione Eucaristica e il Rito della Canonizzazione dei Beati: Ignazio Maloyan, Peter To Rot, Vincenza Maria Poloni, María Carmen Rendiles Martínez, Maria Troncatti, José Gregorio Hernández Cisneros e Bartolo Longo.
Il Dono della Santità per il Mondo
L’odierna liturgia della Parola di Dio delinea bene la figura di Suor Maria, come consacrata e missionaria. Come dice il profeta Isaia, ella fu messaggera di pace e di buone notizie (Is 57,7) su questa terra, santificata dai suoi passi e dai suoi sacrifici. Passò la sua vita tra voi, facendo il bene e mostrando il volto materno, buono e misericordioso di Dio. Era pronta all’esortazione, donava a tutti con semplicità, compiva con gioia le opere di misericordia (Rm 12,8): dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, accogliere gli stranieri, rivestire gli ignudi, visitare i malati e i carcerati.
L'America latina è ricca di Santi. Il Beato Giovanni Paolo II diceva: «L'espressione e i frutti più alti dell'identità cristiana dell'America sono i Santi. In essi, l'incontro con Cristo vivo “è tanto profondo e impegnativo [...], che diventa fuoco che li consuma totalmente e li spinge a costruire il suo Regno, a far sì che Lui e la nuova alleanza siano il senso e l'anima [...] della vita personale e comunitaria”. L'America ha visto fiorire i frutti della santità sin dagli inizi della sua evangelizzazione. E il caso di santa Rosa da Lima (1586-1617), “il primo fiore di santità nel Nuovo Mondo”, procla...
Questi fedeli amici di Cristo sono martiri per la loro fede, come il Vescovo Ignazio Choukrallah Maloyan e il catechista Pietro To Rot; sono evangelizzatori e missionarie, come suor Maria Troncatti; sono carismatiche fondatrici, come suor Vincenza Maria Poloni e suor Carmen Rendiles Martínez; col loro cuore ardente di devozione, sono benefattori dell’umanità, come Bartolo Longo e José Gregorio Hernández Cisneros. La loro intercessione ci assista nelle prove e il loro esempio ci ispiri nella comune vocazione alla santità. Mentre siamo pellegrini verso questa meta, preghiamo senza stancarci, saldi in quello che abbiamo imparato e crediamo fermamente (cfr 2Tm 3,14).