Nel cuore dell’estate, la tradizione cattolica celebra la regalità di Maria Santissima, un concetto che risuona profondamente nell'antica e venerata antifona mariana, la Salve Regina. Mentre l’uomo spesso cerca di affermare la propria sovranità attraverso una ricerca egoistica di potere e prestigio, Maria incarna un modello di regalità spirituale basato sull'umiltà e sulla dipendenza dall'Amore divino.
La Regalità di Maria Santissima: Madre e Maestra
L’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio e perciò collabora alla Sua opera creatrice, quale custode e signore del creato. Tuttavia, questo dominio porta frutto solo se esercitato secondo il disegno di Dio, che richiede all'uomo di riconoscere la propria piccolezza e la propria esistenziale dipendenza dall'Amore divino. In questo, Maria ci è Madre e Maestra. Lei ha "magnificato" il Signore, gioendo in Lui senza timore di apparire povera, sottolineando la sua "umiltà", ovvero la sproporzione tra la grandezza di Dio e la piccolezza della Sua "serva".
Onoriamo Maria in questa Sua festa vivendo noi per primi da figli, dandole il permesso di regnare nel nostro cuore e nella nostra vita. Rendendola padrona di ciò che siamo e di ciò che abbiamo, le diamo piena potestà affinché lo possa amministrare secondo la Santa Volontà di Dio, della quale è un’esperta conoscitrice.

Come si legge, Maria è regina degli Angeli e dei Santi. Per ricompensa della Sua profonda umiltà Dio le diede il potere e l'incarico di riempire di Santi i troni vuoti, dai quali decaddero per superbia gli Angeli apostati. Tale è la Volontà dell’Altissimo, il Quale esalta gli umili, che Cielo, Terra ed abissi si pieghino ai comandi dell’umile Maria, da Lui costituita sovrana del Cielo e della Terra, tesoriera dei Suoi tesori, dispensatrice delle Sue grazie, operatrice delle Sue grandi meraviglie; riparatrice del genere umano, mediatrice degli uomini e fedele compagna delle Sue grandezze e dei Suoi trionfi. Consegniamo, allora, a questa amabile Regina le chiavi della nostra volontà, perché possa operare liberamente in noi le meraviglie che il Signore ha in serbo per la nostra vita. Anche noi diventeremo, così, dei fari luminosi con i quali Dio illumina il cammino dei nostri fratelli affinché raggiungano Lui, riconoscendo in noi il Volto Suo che li cerca da sempre con infinito Amore.
La "Salve Regina": Origini e Sviluppo Liturgico
La Salve Regina è un canto liturgico, espressione d'invocazione fiduciosa a Maria Vergine. Ne è autore, secondo la recente critica, il monaco Ermanno il Contratto, morto nel 1054 a Reichenau. I manoscritti rimastici ne fanno una composizione monastica di quell'epoca, anche se in un codice del sec. XIII le due parole Mater e Virgo furono aggiunte all'inizio e alla fine, un'antitesi cara nel XIII secolo. Melodicamente il testo originale era superiore per sentimento e arte, ma la melodia fu modificata da varianti successive e resa sillabica dal filippino F., pur con accenti drammatici. Le prime parole latine di questa preghiera sono "Salve o Regina". San Bernardo, partendo da un'antifona primitiva, aggiungerà le tre esclamazioni finali: "O clemente, o pia, o dolce vergine Maria".

L'uso liturgico del Salve Regina si sviluppò rapidamente. Nel secolo XI si cantava come antiphona ad Canticum, cioè al Benedictus (mattina) e al Magnificat (di sera). A Cluny nel 1135 era canto processionale nel giorno dell'Assunta (15 agosto). Nel secolo successivo veniva recitato quotidianamente dai cisterciensi (1218), dai domenicani (1230) e dai francescani (1249), per cui al tempo di Dante era largamente noto. Il canto del Salve, Regina in Pg VII 82 è intonato nella valletta fiorita dai principi negligenti, in una cornice suggestiva di verde e di fiori. In quanto inno della misericordia e della carità della Madonna verso gli uomini, il canto rappresenta un efficace mezzo di penitenza per anime che peccarono di scarso amore per i propri sudditi, trascurando il dovere fondamentale dei reggitori di popoli.
La Salve Regina è ben attestata nel secolo XI, chiamato il grande secolo della pietà mariana, e riassume in un certo modo la devozione mariana di quel periodo. Con la studiosa Maria Winowska possiamo dire: «Nessuna epoca ha mai cantato la misericordia di Maria con un afflato così estatico ed unanime come il Medioevo». Come è noto, è stata attribuita a molti autori, tra cui il vescovo spagnolo Pietro Martinez († 1000) e il vescovo francese Ademaro († 1098), ma la critica moderna la attribuisce prevalentemente a Ermanno il Contratto.
La figura di Ermanno il Contratto
Il gesuita inglese Cyril Martindale si appassionò alla storia di Ermanno, dopo il ritrovamento nella biblioteca di Oxford del volume latino che ne riferiva la vita. Di questa singolare figura, veniamo a conoscere che nasce il 18 luglio 1013 da Eltrude, sposa di Goffredo conte di Altshausen di Svezia, e gli viene dato il nome di Ermanno. Per la sua grave malformazione fisica (non poteva stare eretto né tanto meno camminare) è soprannominato "il Contratto" (dal latino «contractus», che significa appunto contratto, rattrappito, ma anche storpio). La biografia riferisce inoltre che Ermanno non è soltanto un ricercatore molto colto - conosceva la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia, la musica - ma anche un uomo contraddistinto da un’umanità appassionata, una persona «piacevole, amichevole, sempre ridente; tollerante, gaia», che scoprì in monastero la bellezza dell’amicizia e il calore di una casa. All’amico del cuore Bertoldo, che quotidianamente lo accompagnava e l’aiutava, affidò i suoi pensieri più intimi nei giorni della pleurite che lo avrebbe portato alla morte. «La vita - come la scrive il biografo Bertoldo - è così piena di vita pulsante che Ermanno ne esce veramente vivo […] per il suo coraggio, la bellezza della sua anima, la sua serenità nel dolore, la sua prontezza a scherzare, la dolcezza dei suoi modi che lo resero “amato da tutti”.»
Diffusione tra Monaci e Ordini Mendicanti
Inizialmente, l’antifona era espressione della pietà monastica. Si cantava come inno processionale a Cluny, al tempo dell’abate Pietro il Venerabile († 1156), che l’aveva stabilita durante la processione della festa dell’Assunta e nelle altre grandi feste. Gli «Statuti della Congregazione Cluniacense», redatti verso il 1135, prescrivevano: «È stato stabilito che nella festa dell’Assunzione, durante la processione, venga cantata dalla comunità l’antifona composta per la santa Madre del Signore, che inizia con le parole: Salve, Regina mater misericordiae.»
La Salve era inoltre usata dai Cistercensi, e ciò spiega perché una delle attribuzioni più diffuse sia stata anche quella a san Bernardo di Clairvaux († 1153). L’Antifonario cistercense, riformato tra il 1135 e il 1145, prevedeva il canto della Salve come antifona al Benedictus o al Magnificat, e nelle quattro feste medievali di santa Maria: Purificazione (2 febbraio), Annunciazione (25 marzo), Assunzione (15 agosto), Natività (8 settembre).
Ben presto la Salve Regina fu adottata dagli Ordini mendicanti. Nel 1221 i Domenicani introdussero il canto quotidiano della Salve dopo compieta, prima a Bologna e poi negli altri conventi della Provincia di Lombardia, da dove si estese rapidamente in tutto l’Ordine. Tra gli Ordini mendicanti, i Servi di Maria si distinsero per un uso frequente. Le Costituzioni antiche redatte nel 1280 prescrivevano nel Capitolo I: «Non si ometta in nessun tempo dell’anno liturgico la Salve Regina alla fine di ogni ora e dopo la mensa comune, eccetto che nel triduo della Parasceve. Ogni sera la Salve sia cantata con grande devozione dopo la terza lettura della Vigilia di Nostra Signora, quando questa è in canto; se poi la Vigilia non è cantata, la Salve Regina si canti a conclusione della compieta.» Al canto della Salve i Servi inchinavano il capo e piegavano un ginocchio alle parole Salve Regina, fino al secondo salve. Nella chiesa di Santa Maria dei Servi a Bologna si può contemplare la dolce icona della Madonna della Salve, di autore anonimo del XIII secolo. La tradizione vuole che sia stato san Filippo Benizi († 1285) a donarla ai frati del convento bolognese. David Maria Turoldo, famoso frate dei Servi di Maria, in un brano poetico presenta in modo suggestivo il rapporto filiale tra la Vergine e i suoi Servi in relazione all'antifona: «Quanti frati e quale coro di voci a salutarmi ogni sera!»
La "Valle di Lacrime": Un Dibattito Teologico
La Salve Regina, in particolare con l'espressione "valle di lacrime", ha spesso sollevato interrogativi sull'approccio alla vita cristiana. Un fedele, Marco, ha espresso un dubbio: «Buongiorno padre Angelo, scrivo per un dubbio in merito all’approccio alla vita: provo a spiegarmi meglio: nella Salve Regina, la vita è descritta come una “valle di lacrime” (con anche Madonnine che piangono nei secoli a confermare la cosa), mentre molti santi (penso a S. Francesco) e anche preti contemporanei sottolineano invece che, essendo noi figli di Dio, destinati alla risurrezione come nostro fratello Gesù, non possiamo che vivere la vita nella gioia.»

Padre Angelo ha risposto con i seguenti punti:
- La nostra esistenza terrena è un “bel regalo che ci viene dal Padre, creatore della luce” come abbiamo sentito domenica scorsa nella seconda lettura tratta dalla lettera di San Giacomo (G 1,17). Tutti siamo contenti di vivere. Nella Sacra Scrittura Dio viene lodato come “amante della vita” (Sap 11,26). E anche noi lo siamo.
- Tu mi porti la testimonianza di San Francesco nel Cantico delle creature. È vero. Ma nella Sacra Scrittura c’è ancora di più. Si pensi in modo particolare al Cantico di Daniele: “Benedite opere tutte del Signore e il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli…” (Dn 3,57-88). La Chiesa lo canta nelle lodi di tutte le feste. Ma anche molti salmi sono un inno di ringraziamento per la vita e per il creato. Si pensi anche solo al salmo 113 che in latino è intitolato così: Laudate pueri Dominum: “Lodate, servi del Signore, lodate il nome del Signore, Sia benedetto il nome del Signore, da ora e per sempre.
- Questo è sufficiente per dire che la vita presente, pur segnata dal peccato originale, non è solo una valle di lacrime. Tutti ne siamo convinti. Penso in questo momento ad una vecchietta in fin di vita ad un sacerdote che cercava di consolarla dicendo: “Ebbene, si consoli, adesso lascia questa valle di lacrime per andare in paradiso” rispose: “Tuttavia di qua non ci sono stata poi tanto male.”
- Rimane vero però che la vita presente, dopo il peccato originale, ha le caratteristiche dell’esilio ed è soggetta a crescenti penalità di ordine fisico e morale man mano che si va avanti negli anni. Ad un certo momento infatti si manifestano acciacchi e talvolta malattie degenerative. Inoltre i dispiaceri a motivo dell’ingratitudine e dell’indifferenza non si contano.
- C’è da dire ancora che la vita presente, vissuta anche nella massima felicità, non è ancora niente rispetto al paradiso. San Paolo, che aveva avuto la fortuna di vederlo, ha potuto dire che “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (1 Cor 2,9). Qui San Paolo allude all’incarnazione di Dio, alla predicazione di Gesù, alla sua passione e morte, ma anche alla sua risurrezione preparata per lui e anche per noi.
Mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, in un recente scritto sulla Salve Regina, giunto all’espressione «valle di lacrime» commenta: «Le lacrime sono la caratteristica più profonda della nostra vita: lacrime di angoscia, di paura; lacrime di chi è lasciato, maltrattato, deriso, colpito, violentato; lacrime di chi non ha più nessuno, di chi ha fame, di chi ha freddo, di chi ha subito ingiustizia. Le lacrime diventano invocazione di liberazione, di riscatto.»
Il pianto e le lacrime sono un tema ricorrente nei discorsi e nelle omelie di papa Francesco, un tema che si inserisce nella plurisecolare tradizione della Chiesa. Don Luca Saraceno, rettore del santuario «Madonna delle lacrime» di Siracusa, nel suo libro La saggezza delle lacrime ha individuato sette tipologie di lacrime secondo papa Francesco: lacrime di gioia, di perdono e di pentimento, d’inquietudine per amore, di fedeltà, di compassione, di consolazione, di beatitudine. Queste esemplificazioni evidenziano uno degli aspetti che si potrebbero analizzare della Salve Regina, ritenuta un piccolo gioiello letterario e religioso, per l’originalità ritmica, lo slancio dei sentimenti, la supplica piena di fiducia.
Interpretazioni e Commenti dell'Antifona
La Salve Regina, per il suo contenuto, è contemporaneamente espressione di saluto, forma di "clamore" e voce di supplica. È il saluto dei servi alla Regina di misericordia, un saluto solenne espresso con felice disposizione letteraria: lo stesso termine apre e chiude la prima strofe: «Salve, Regina […] spes nostra, salve». È anche un clamore nel senso biblico-liturgico di grido di un popolo oppresso che sale fino al cielo.
Tra i commenti più significativi alla Salve Regina segnaliamo quelli di Goffredo di Auxerre († 1188 ca.), San Lorenzo da Brindisi († 1619) e Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.
Goffredo di Auxerre e gli attributi di Maria
Si ritiene che il monaco cistercense Goffredo di Auxerre, amico e confidente di san Bernardo, abbia redatto il primo commento alla Salve Regina in un’omelia pronunziata per la festa della Natività di Maria. Questa omelia-commento dovette costituire una novità di rilievo nell’ambito dell’omiletica monastica. Nella seconda parte dell’omelia, Goffredo spiega i tre attributi che accompagnano il titolo di Regina misericordiae applicato a Maria, vale a dire: «vita, dolcezza, speranza nostra».
- Secondo Goffredo, Maria è nostra vita perché con gli esempi della sua esistenza santa genera ed educa alla vita.
- È nostra dolcezza perché portatrice di valori d’immensa amabilità, quali l’amore alla contemplazione, la gioia al suo ricordo, la fiducia che infondono i suoi occhi misericordiosi rivolti verso di noi.
- Maria è speranza nostra anzitutto perché è «speranza di risurrezione». Contemplando già compiuto in lei ciò che attendiamo con intimo e struggente desiderio - la vittoria sulla morte e la felicità eterna -, ci sentiamo rincuorati e pieni di fiducia.
Questi tre attributi richiamano il mistero dell'esistenza cristiana (vita), il bisogno di consolazione nell’amarezza (dulcedo) e la necessità di vivere in un’attesa che non deluda (spes). Goffredo non ignora che, rigorosamente parlando, vita nostra è solo Cristo, Lui solo la sorgente della suprema dolcezza e l’unica speranza. Per Goffredo, come per san Bernardo, tutto ciò è dato per acquisito: in Maria non vi è luce che non sia riflesso di quella di Cristo.
San Lorenzo da Brindisi e Sant'Alfonso Maria de' Liguori
San Lorenzo da Brindisi, frate cappuccino e dottore della Chiesa, è stato uno dei più grandi devoti di Maria, autore di 84 discorsi sulla Vergine, tra cui 6 a commento della Salve Regina. Egli ripropone l’antica questione sul rapporto tra i titoli «Regina» e «Madre» attribuiti a Maria, individuandone l’origine nella somiglianza di Maria con Dio e con Cristo. Come Dio è sommamente potente (Re) e sommamente buono (Padre), così Maria possiede grande potenza (Regina) ed è piena di bontà (Madre).
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, grande missionario e scrittore, è autore dell’opera Le Glorie di Maria (1750), considerata il suo capolavoro. Il volume si divide in due parti: la prima comprende un ampio commento alla Salve Regina, e la seconda presenta «Le virtù di Maria». Nel commento alla Salve Regina, sant’Alfonso descrive in maniera viva e a volte drammatica i molteplici interventi della Vergine nei confronti dei fedeli. Maria ottiene il perdono, riporta all’amicizia con Dio, interviene per mantenere in grazia il peccatore convertito, invitandolo alla preghiera, ottenendo luce e forza, impedendo nuove cadute e concedendo il dono della perseveranza finale.

Il Valore della "Salve Regina" nel Tempo Presente
Per il suo linguaggio, l'atteggiamento cultuale e la concezione teologica, la Salve Regina è un’espressione tipica del Medioevo, ma i suoi valori la rendono amata da generazioni di fedeli. È una preghiera autentica sulle labbra dei primi oranti e risuona vera, nonostante la mutata temperie culturale, sulle labbra di quelli del nostro tempo. Il popolo cristiano invoca la Madre della Misericordia perché riconosce in lei la misericordia del Padre in forma materna, fatta cioè di tenerezza, gratuità, generosità e accoglienza. Il titolo «Madre della Misericordia» - presente nella Salve Regina - giustamente la celebra, anzitutto perché è la Madre di Colui che è Misericordia, Cristo, come afferma san Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in misericordia.
Il rivolgersi fiducioso alla Madre della Misericordia non è solo richiesta di intercessione per i peccati, ma soprattutto implorazione del suo aiuto a divenire misericordiosi, secondo il comando del Figlio Gesù: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36). Sollecitati da Papa Francesco, specialmente nell’Anno straordinario della Misericordia, siamo invitati a chiederci cosa significhi per noi essere misericordiosi. Letteralmente, vuol dire avere un cuore sensibile alle miserie altrui, essere pronti a soccorrere. È l’atteggiamento del buon samaritano che, avendo incontrato sul ciglio della strada un malcapitato straniero, per di più di altra fede religiosa, ne ha compassione (cf. Lc 10,33), sentendo cioè una stretta al cuore che gli provoca una serie di atti di soccorso.
Pertanto, nel pregare o cantare alla Madre della Misericordia attraverso la Salve Regina, possiamo impegnarci a seguire Cristo, la via che la Madre di Dio ci insegna a percorrere: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Come a dire: «Questo Figlio mio vi potrebbe dire qualcosa che vi potrebbe sembrare strana, ma voi fidatevi, come ho imparato a fidarmi io, anche quando le sue parole mi sono sembrate strane.» In effetti, il Figlio dice ai servi una cosa piuttosto strana: i commensali vogliono il vino, e voi portategli l’acqua.