Il Padre Nostro: Analisi e Riflessioni sulla Preghiera Cristiana

La preghiera del Padre Nostro non è un testo isolato e liturgico, ma si trova nella Bibbia: più precisamente nel Vangelo di Matteo (6:9-13) e, in una versione differente, in quello di Luca (11:2-4). Questa preghiera, giunta in due forme, quella di Matteo più ampia e strutturata, e quella di Luca più breve, è il compendio stesso del Vangelo, la sua finestra di comprensione verso l'infinito. Gesù insegna all’uomo a concepire e a cercare un nuovo, nuovissimo rapporto con Dio, insegnando a pregare e adorare secondo i desideri di Dio, in spirito e verità.

La preghiera del Signore è la più eccellente tra tutte le preghiere e ci dà la sicurezza di poterci accostare "con piena fiducia al trono della grazia" (Eb 4,16), e "con fede, senza esitare". Essa è un rimedio utile ed efficace contro il male, liberando dai peccati commessi, dalla paura dei peccati imminenti, dalle tribolazioni, dalle tristezze, dalle persecuzioni e dai nemici. È anche un mezzo efficace per ottenere tutto ciò che desideriamo, come promesso da Gesù: "Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato" (Mc 11,24).

Gesù che insegna a pregare ai suoi discepoli

Contesto della Preghiera del Padre Nostro

Per capire meglio il tipo di preghiera che sia il Padre Nostro, è utile sapere che nel Vangelo di Luca è introdotta dicendo che Gesù la diede in risposta alla richiesta di uno dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare» (Luca 11:1). Sia in Luca che in Matteo, Gesù sta spiegando come pregare ai suoi discepoli, anche con parabole sull’importanza della preghiera.

Gesù dà il Padre Nostro dopo aver detto di chiudersi nella propria cameretta: «Ma tu, quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto» (Mt 6,6). Questo perché la preghiera non sia qualcosa per vantarsi o per farsi vedere dagli altri, ma qualcosa di realmente personale, per le proprie necessità, ordinata o suggerita da Gesù, anche se il Padre sa ciò di cui abbiamo bisogno. Abbiamo dunque un esempio di preghiera privata che, anche se usata nel culto, non le toglie il carattere personale. Questo esempio ci occorre per imparare a pregare il Signore, per sperimentare il dialogo con Lui.

La preghiera deve essere retta, chiedendo a Dio le grazie che sono un bene per noi. Spesso la preghiera non viene esaudita perché si chiedono cose che non sono un bene, come dice San Giacomo: "Chiedete e non ottenete perché chiedete male" (Gc 4,3). Il Cristo, come nostro Maestro, ci ha insegnato personalmente quello che dobbiamo chiedere. La preghiera deve essere ordinata, preferendo i beni spirituali a quelli materiali e i beni del cielo a quelli della terra. Gesù ci ha ammonito: "Cercate innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta" (Mt 6,33).

La preghiera deve essere anche devota, perché l'abbondanza della devozione rende il sacrificio dell'orazione accetto a Dio. La devozione si stempera se la preghiera è prolissa, per questo il Signore ci ha comandato di evitare lungaggini: "Pregando non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole" (Mt 6,7). Gesù ha voluto che questa preghiera fosse breve. La devozione sgorga dalla carità, dall'amore di Dio e del prossimo. Infine, la preghiera deve essere umile perché Dio "si volge alla preghiera dell'umile e non disprezza la sua supplica" (Sal 102,18).

Canzone cristiana – Il significato della preghiera

"Padre Nostro che sei nei cieli"

Il significato di "Padre"

Gesù Cristo ci ha insegnato (e permesso) di chiamare Dio, Padre. Da tutto ciò che sappiamo dalla Scrittura, è un Padre realmente amorevole e misericordioso. È Padre perché siamo figli di Dio, e dunque anche fratelli e sorelle fra di noi e con il Cristo. Viene detto nostro Padre innanzitutto in ragione del modo speciale con cui ci ha creati, a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26), e per il modo speciale con cui ci governa, lasciandoci padroni di noi stessi. Viene detto Padre anche per averci adottati, donandoci l'eredità in quanto suoi figli (Rm 8,17). A Dio dobbiamo onore, lode dal cuore, e dobbiamo imitarlo nell'amore e nella misericordia, e obbedirgli con pazienza nelle prove.

L’invocazione "Abbà! Padre!" (Rm 8,15; Gal 4,6) condensa tutta la novità del Vangelo. I primi cristiani non hanno tradotto questa invocazione, conservando intatta nella sua forma originaria "Abbà", quasi a "registrare" la voce di Gesù stesso, rispettando il suo idioma. Questo ci permette di pregare con verità il "Padre nostro", con un senso più intimo e commovente, come un bambino che si rivolge al suo "Papà" o "Babbo". La parola "Padre" rivela il volto di un Dio misericordioso, che cerca anche se non lo cerchiamo, che non ci dimentica, che ci ama incondizionatamente.

Il significato di "Nostro"

Nostro indica questo senso di stessa famiglia, di un unico Padre. La preghiera cristiana è sempre comunitaria, anche quando siamo soli preghiamo come sorelle e fratelli, come parte della Chiesa di Cristo. Non possiamo pregare in modo egoistico, per qualcosa che sia per noi e contro altri. Anzi, vista la visione universalistica del Vangelo, noi con il nostro "noi" preghiamo in contatto con tutta l’umanità. Anche nella preghiera privata, siamo in comunione con il Signore e con tutti gli altri, mai realmente soli. L'assenza della parola "io" nel Padre Nostro è un insegnamento di Gesù contro l'individualismo nel dialogo con Dio, spingendoci a pregare con un cuore di compassione per tutti.

Questo "nostro" ci spinge a non prendere le distanze dagli altri, a non disprezzarli o invidiarli, ma a cercare di perdonare e collaborare, in una rinnovata visione di umanità che è tutta sulla stessa barca e sotto lo stesso cielo. La preghiera è "espropriata" e "missionaria", poiché il suo primo movimento di apertura all’amore del Padre che lo raggiunge è la fraternità. L'amore del Padre non è circolare, ma espansivo, e non tende a ripiegarsi su di sé, bensì di estendersi agli altri.

"Che sei nei cieli"

L’espressione "che sei nei cieli" era usuale al tempo di Gesù per parlare di Dio senza pronunciarne il nome per rispetto, e vuole ribadire di quale Padre, di quale Signore stiamo parlando. Significa che non lo possiamo osservare con i nostri occhi e sensi fisici, ma anche che sappiamo che Egli ci ascolta e ci risponde con gli accadimenti della nostra vita. Questa espressione indica anche la facilità con la quale il Signore ci ascolta, perché ci è vicino.

L’espressione allude al particolare potere di Colui che ci esaudisce, indicando i cieli materiali, non quasi volessimo affermare che Dio vi sia contenuto, ma per significare che Dio è perspicace nello sguardo, sublime nel potere e stabile nella sua eternità. Questa frase ci dà fiducia nel pregare per tre ragioni: per il potere di Colui al quale ci rivolgiamo, per la familiarità di Colui al quale chiediamo, e per le condizioni richieste per la preghiera.

Affermando che Egli è nei cieli vengono suggeriti due suoi attributi: la virtù della sua potenza e la sublimità della sua natura. La virtù della sua potenza elimina l’errore di quanti pensano che tutto succeda per necessità, mentre la sublimità della sua natura è contro l’abitudine di coloro che nel pregare costruiscono fantasie materialistiche riguardo a Dio. "Che sei nei cieli" indica la familiarità con Lui, se per cieli si intendono i Santi, rassicurandoci della vicinanza di Dio e dell'intercessione dei santi.

Le Invocazioni del Padre Nostro

Mani giunte in preghiera

"Sia santificato il tuo nome"

Parlando del suo nome, si sta parlando di Dio stesso. Due sono le possibilità di traduzione: che egli sia onorato come santo, cioè in maniera adeguata alla sua natura, oppure che egli stesso santifichi il suo nome in mezzo all’umanità. Da una parte siamo noi a cercare di comportarci per onorare il Signore nella sua santità, cercando di vivere con giustizia, misericordia e amore. Dall'altra chiediamo al Signore di intervenire in modo che sia noi, sia gli altri, non solo a parole, ma nella vita, riusciamo a onorarlo come Dio.

Il risultato che chiediamo è che tutti con reverenza lo riconoscano come Dio, onorino il suo nome e vivano di conseguenza. Se tutti onorassero il Signore realmente, il nostro mondo sarebbe già come un paradiso. Questa invocazione è un invito a mostrare, di fronte al mondo, la presenza di Dio, a vivere secondo la sua volontà e a non profanare il suo nome con comportamenti indegni.

"Venga il tuo regno"

La seconda richiesta del Padre Nostro è: "Venga il tuo Regno". Molti commentatori ritengono che questa richiesta chieda che il Signore regni nei nostri cuori. Certamente questa interpretazione può essere valida, ma si è capito che la predicazione di Gesù fosse escatologica. La richiesta "venga il tuo Regno" sarebbe la più escatologica, cioè si chiede che giunga il giorno del Signore, che il Signore trionfi e vengano quindi il nuovo cielo e la nuova terra, la nuova umanità dei risorti governati direttamente dal Signore.

Pregare con convinzione questa richiesta significherebbe essere pronti a lasciar tutto per entrare nel Regno di Dio, chiedendo che finisca il mondo per entrare nel Regno. Dato che il Regno di Dio ancora non è qui, l’interpretazione più intimista, cioè che il Signore regni nei nostri cuori e dunque nella nostra vita, può avere una sua validità. Questo significa che, aspettando il Regno di Dio e essendo già cittadini in speranza del mondo perfetto del Signore, già oggi ci vogliamo comportare di conseguenza, pregando il Signore che ci guidi Lui in queste tormentate vicende umane.

La fede non è infatti sentimento, ma fiducia e ubbidienza, e quindi preghiamo il Signore che venga il suo governo sull’umanità e nel frattempo che siamo pronti a seguirne la volontà e gli chiediamo aiuto per farlo. Il Regno di Dio, annunciato da Gesù, supera ogni differenza fra gli uomini, travolgendo ogni barriera emarginante, ed è un Regno di misericordia e di universalità, che appartiene a ogni uomo, senza catalogare o dividere.

"Sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra"

La richiesta del Padre Nostro: "Sia fatta la tua volontà", è il contrario di come si intende usualmente. Questo non significa rassegnazione fatalista di fronte a eventi negativi, come se Dio volesse il male o la sofferenza. Questo modo di ragionare è sbagliato e contrario a Dio.

"Sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra" significa invece che in questo mondo, su questa terra, nel nostro presente, la volontà che si realizza è quella della Creazione, quella dell’umanità, è la volontà umana che impera, è la follia umana che porta malattia e distruzione. Noi allora preghiamo che il Signore, pur sapendo che il suo Regno ancora non verrà e che dunque la sua volontà non si instaurerà sempre su tutto il mondo, intervenga, intervenga per salvare, per guarire, per instaurare un po’ di giustizia, per darci speranza, per farci vivere con vero amore.

Il Signore non vuole la morte del giovane, non vuole che il dittatore prenda il potere, non vuole che l’amore di una coppia finisca, non vuole che la malattia insidi il nostro futuro. Se il Signore abbandona a sé stessa la sua Creazione e in particolare l’umanità che ne fa parte, ecco che ci distruggiamo. "Sia fatta la tua volontà Signore anche qui da noi, nell’umanità sofferente", richiede dunque al Signore di intervenire, con provvidenza e con il suo Spirito potente, magari in maniera misteriosa per noi, ma in modo di salvarci dalle acque turbolente e dagli abissi.

Fare la volontà di Dio non è semplicemente compiere delle azioni buone, ma è un modo di esistere, un atteggiamento di fondamentale obbedienza a Dio, come ha mostrato Gesù Cristo. Questa preghiera è missionaria, esprimendo la passione che la volontà di Dio si compia in ogni angolo della terra, come un riflesso del cielo.

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano"

Il termine che traduciamo con quotidiano deriva da un termine che non è presente da altre parti negli scritti antichi, con possibili traduzioni come "necessario" o "per il giorno di domani". Con pane, nell’area mediterranea, si intende tutto il mangiare in genere e qui anche tutto ciò che serve al nostro sostentamento e al nostro vivere fisico. Per una popolazione povera, come quella cui parlava Gesù, acquista ancor più urgenza: "chiediamo pane, il minimo, e speriamo di poter mangiare ogni giorno, perché non è detto".

Ci si può chiedere se questa domanda sia esaudita, di fronte ai tanti milioni di persone che in questo mondo muoiono di fame ogni anno. La risposta provocatoria è: sì. Questa preghiera è esaudita, perché noi la rivolgiamo al Signore come Padre Nostro, come padre di tutta l’umanità. Il nostro pianeta produce a sufficienza per sfamare tutti i suoi abitanti, ma sono le disuguaglianze e le ingiustizie umane che fanno sì che questa ricchezza della terra non sia distribuita in modo corretto.

Questa richiesta ci insegna anche qualcosa di fondamentale: è una preghiera proprio per i nostri bisogni vitali, non siamo asceti, Gesù Cristo non voleva persone che cercassero la penuria o la malattia. Ci permette di chiedere per noi (senza dimenticare gli altri), anche nelle nostre preghiere personali, ciò di cui abbiamo necessità, veramente bisogno. Lo chiediamo per il presente e per il domani, affinché possiamo vivere con serenità e sicurezza, dignità e libertà dai bisogni, senza fame e con un tetto sulla testa, andando incontro al giorno che viene senza disperazione, sentendo la sua cura paterna verso tutti noi.

Nel Padre Nostro non ci sono preamboli, la preghiera comincia con la vita stessa, con il grido dell'uomo che piange, lotta, soffre e si domanda "perché". Gesù, nella preghiera, non vuole spegnere l’umano, non lo vuole anestetizzare, ma vuole che diventi dialogo. Avere fede è un’abitudine al grido, una via d’uscita da tante situazioni insopportabili. Questa richiesta esprime il nostro essere bisognosi e per questo la preghiera, per chiedere qualcosa, è molto nobile.

"Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori"

"Rimettici i nostri debiti" equivale a "perdonaci i nostri peccati", come nella versione del Vangelo di Luca. Il termine debiti deriva probabilmente dall’originale aramaico, ed è molto interessante per la mentalità moderna. Pensare alle nostre mancanze verso il Signore e il prossimo, ai nostri errori, come debiti verso il Signore, rende più tangibile la loro gravità. Siamo in debito con il nostro Creatore, che ci ha dato la vita, capacità e occasioni, e ci ha chiesto di vivere bene e di mettere a frutto la nostra esistenza.

Chiedere di annullare il nostro debito è qualcosa di più di un perdono generico, una ripulita superficiale; è metterci in grado di vivere di nuovo, senza il peso dei debiti, senza il rimpianto di ciò che potevamo fare e non abbiamo fatto, leggeri di vivere ancora. Questa liberazione dai debiti, grazie a Gesù Cristo nostro Redentore, è per noi gratuita. La salvezza è per sola grazia del nostro Signore. Questo ci invita a guardare ai debiti che gli altri hanno verso di noi e alle loro colpe con uno sguardo diverso. Come posso essere un esigente creditore verso chi ha mancato verso di me, come non perdonare, o almeno cercare di perdonare, chi mi ha offeso o anche ferito?

"Cercare di perdonare" è più difficile che annullare un debito di denaro, ma non dobbiamo preoccuparci, poiché la salvezza è dovuta solamente alla grazia del Signore. Chiedere perdono al Signore chiama ad una coerenza e a una nuova visione: non tutto ci è dovuto, né siamo perfetti. Abbiamo bisogno del perdono di Cristo, e quindi non possiamo sentirci al di sopra degli altri, né disprezzarli né esserne invidiosi, ma dobbiamo cercare di perdonare e di collaborare con loro, in una rinnovata visione di umanità che è tutta sulla stessa barca e sotto lo stesso cielo. La preghiera del perdono è missionaria, non isola il cristiano, e ci lega indissolubilmente al perdono che noi stessi offriamo ai fratelli.

"E non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno"

La traduzione di questa frase è oggetto di dibattito. Varie sono le traduzioni e i significati che si possono dare alla prima parte: "non ci esporre alla tentazione" o "non ci indurre alla tentazione" o anche "dacci la forza di resistere alla tentazione" oppure "non ci abbandonare alla tentazione". Il significato del termine greco permette sia "esporre" sia "indurre", ma la lettera di Giacomo (1:13-14) chiarisce che Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno. Quindi, la traduzione preferibile, sia per un motivo teologico sia grammaticale, è: "non ci esporre alla tentazione o non ci abbandonare".

Questa preghiera è un preservarci dalla tentazione che nasce da noi stessi, dal nostro far parte della società umana con i suoi compromessi e occasioni di ingiustizia, o più basilarmente dal nostro egoismo. Noi siamo armati di buone intenzioni, preghiamo di voler santificare il nome del Signore, ma ci ritroviamo spesso ad essere incerti, deboli. La vita è tutta una prova, e ci sono prove eccezionali e prove quotidiane. La preghiera del Padre Nostro chiede a Dio di non indurci in tentazione, di venirci in aiuto nelle prove che ci spingono inavvertitamente verso la perdita della fede.

L'ultima invocazione del Padre Nostro chiede di "liberarci dal maligno". Il male che affligge gli uomini non si spiega soltanto con la cattiveria dell’uomo, ma da una forza maligna che spinge al male. Il male è nostro, è dentro di noi, e non fuori, nelle cose o negli altri. Questa consapevolezza della propria debolezza ci spinge a chiedere a Dio: liberaci dal male. Nessuno vince il male da solo, occorre l’aiuto di Dio. Il verbo "liberaci" è forse troppo debole, perché spesso siamo come incollati al male, incapaci di scrollarcelo di dosso. La preghiera è un atto di fiducia che si inserisce nel dialogo tra il Padre e il male, affinché il Padre ci strappi dal maligno.

Satana ha tentato anche Gesù, non direttamente di disobbedire a Dio, ma di svolgere il suo compito messianico servendosi del prestigio e della potenza, deviare dal suo compito messianico. La tentazione è sottile e pericolosa, poiché si presenta come una strada convincente per affermare la propria messianicità, citando persino le Scritture. Questa furbizia del maligno è ciò che la preghiera chiede di riconoscere e da cui essere liberati.

tags: #salmi #sul #padre #nostro