Nella sera dell'elezione di Jorge Mario Bergoglio a 266° papa della Chiesa cattolica, il telefono dell'appartamento di Castel Gandolfo, dove si era ritirato il suo predecessore, squillava insistente a vuoto. Benedetto XVI, ipnotizzato, seguiva con i suoi più stretti collaboratori la diretta televisiva e il fumo bianco che usciva dal comignolo sopra la Cappella Sistina. Le ultime tre volte in cui ciò era accaduto, lui si trovava all'interno, tra i cardinali che elessero prima Albino Luciani, poi Karol Wojtyla nel 1978, e infine lui stesso nel 2005. Non era tanto questo pensiero che gli occupava la mente, quanto la consapevolezza di essere il primo pontefice della storia moderna ad assistere all'elezione del suo successore. Proprio colui che, Benedetto XVI (nato Joseph Aloisius Ratzinger, classe 1927), il papa della tradizione e della continuità, con una fama di rigorismo dottrinale costruitasi nei lunghi anni di prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, aveva rotto la tradizione millenaria che non prevede altra scadenza per la carica di successore di san Pietro se non la morte. Nessuno lo credeva possibile.
Joseph Ratzinger: Dalla Formazione Teologica al Pontificato
Joseph Ratzinger, nato il 16 aprile 1927 a Marktl am Inn, in diocesi di Passau (Germania), ricevette il battesimo con l'acqua appena benedetta, un segno premonitore secondo i suoi genitori. Il padre, commissario della gendarmeria, era straordinariamente pio, mentre la fede della madre Maria era più domestica ma altrettanto solida. All'età di quattro anni, osservando rapito il potente porporato Michael von Faulhaber, arcivescovo di Monaco in visita alla sua parrocchia, decise di diventare cardinale. A sei anni, nella sua lettera a Gesù Bambino per Natale, il piccolo Joseph chiese un vestito da messa verde, un Cuore di Gesù e un messale romano con traduzione in tedesco. Con il fratello maggiore Georg, assistito dalla sorella Maria, giocava a celebrare la messa in casa, rendendo la scelta di diventare sacerdote naturale.
Il giovane Joseph, timido e impacciato, trovava piacere nello studio e nella lettura, tanto che i compagni lo chiamavano "Bücher-Ratz" (topo di biblioteca). Nel 1939, all'età di 12 anni, entrò in seminario, pochi mesi prima dell'inizio della Seconda Guerra Mondiale. Fu iscritto d'ufficio alla Gioventù Hitleriana ma non partecipò mai a nessun raduno, più per sottrarsi all'attività fisica che per convinzioni politiche. A sedici anni, nel 1943, fu chiamato all'addestramento nella Wehrmacht, assegnato ai fucilieri del battaglione di riserva, ma non si verificarono scontri con il nemico. Alla notizia del suicidio di Hitler decise di disertare e tornare a casa, a Traunstein, dove pochi giorni dopo, con la firma dell'armistizio, arrivarono gli americani. Fu fatto prigioniero di guerra per quaranta giorni in un campo a Ulm, patendo la fame ma riuscendo anche a seguire le lezioni di teologia dei docenti del seminario, anch'essi prigionieri, per mettersi in pari.
Dell'esperienza del nazismo gli restò la consapevolezza di dove si possono spingere le masse quando i princìpi umani si eclissano, il pericolo esistenziale del superomismo, dell'essere umano che vuole farsi Dio, rintracciabile tanto nel comunismo quanto nel liberismo consumista. Alla dittatura del "grosso animale" di Platone, Ratzinger contrappose il "personalismo", scoperto dalla lettura di filosofi cattolici come Romano Guardini e John Henry Newman e dal chassidismo dell'ebreo Martin Buber. La centralità della persona nell'esperienza umana è suffragata dal fatto che Dio si presenta come "Dio di persone". Forte fu l'influenza di Agostino d'Ippona, delle cui Confessioni Ratzinger dirà che è un'opera di cui non si avverte la distanza nel tempo, quasi fosse scritta oggi.

Dalle Nuove Tendenze Teologiche all'Abilitazione
Tra il 1946 e il 1951, anno in cui fu ordinato sacerdote il 29 giugno, studiò filosofia e teologia all'università di Monaco e alla scuola superiore di Filosofia e Teologia di Frisinga. Alla teologia neoscolastica, imposta da Leone XIII nel 1879 con la bolla Aeterni Patris, Ratzinger opporrà fin dall'inizio al rigorismo logico di Tommaso la spontaneità del pensiero di Agostino, e all'aridità della neoscolastica le nuove tendenze della teologia: la teologia esistenziale degli evangelici Karl Barth e Rudolf Bultmann, e la nouvelle théologie di Henri de Lubac, Marie-Dominique Chenu, Yves Congar. Questi autori erano stati messi all'Indice da Roma con l'accusa di modernismo per la loro ambizione di voler interpretare le Scritture sulla base del metodo storico-critico, anziché rifarsi esclusivamente al magistero della Chiesa.
Ad Agostino dedicò il suo lavoro di dottorato del 1953, "Popolo e casa di Dio nella Dottrina della Chiesa di Sant'Agostino", commissionatogli da Gottlieb Söhngen. La tesi si proponeva di capire cosa il filosofo d'Ippona intendesse con l'espressione "popolo di Dio", che i teologi tedeschi contrari a Roma intendevano contrapporre al concetto di "corpo mistico di Cristo" con cui Pio XII, con l'enciclica Mystici corporis Christi (1943), aveva voluto definire la Chiesa. Agostino sosteneva invece nella Città di Dio che la Chiesa intesa "come universale popolo di Dio" è la sposa di Cristo, ma ciò non basta per essere salvati perché "questa sposa può essere infedele, ma è comunque la sua unica compagna".
Nel 1952 Ratzinger iniziò a insegnare come professore straordinario, non avendo ancora l'idoneità all'insegnamento. Quattro anni dopo, nel 1957, ottenne la libera docenza con un lavoro su "La Teologia della Storia di San Bonaventura", la sua tesi di abilitazione, dedicata alla teologia della storia di Bonaventura da Bagnoregio. Il lavoro affrontava la questione "se sia possibile per un cristiano concepire una sorta di compimento all’interno delle vicende di questo mondo, se sia possibile cioè una specie di utopia cristiana, una sintesi di utopie e di escatologia". Questa considerazione gli costò l'accusa di modernismo, e il suo correlatore, l'ordinario di Teologia dogmatica Michael Schmaus, decise di rigettarla. La soluzione fu espungere la discussione teologica e mantenere solo la parte conclusiva, meno di duecento pagine di mera analisi storico-teologica. La sua obbedienza fu premiata con la cattedra di Teologia dogmatica e fondamentale alla Scuola di alti studi filosofico-teologici di Frisinga, nonostante l'accusa di modernismo lo avesse quasi spedito a insegnare all'Istituto pedagogico di Monaco.

Il Concilio Vaticano II e la Visione di Ratzinger
Poco dopo, il giovane teologo accusò la Chiesa dell'era moderna di essere diventata Chiesa dei pagani, non più "Chiesa di pagani divenuti cristiani, bensì Chiesa di pagani che si chiamano ancora cristiani ma in verità sono diventati pagani". Qui presentò per la prima volta la sua teoria della demondizzazione, che non significa che la Chiesa debba rompere con il mondo ed estraniarsi dalla realtà, ma abbandonare la sua tentazione di ammantarsi di mondanità, di perseguire il potere temporale.
Il nuovo papa, Giovanni XXIII, un uomo bonario che ruppe con il tradizionale isolamento del Vaticano, annunciò la volontà di indire un nuovo concilio ecumenico, il Concilio Vaticano II, con l'obiettivo di "aggiornare" il cristianesimo ai tempi nuovi. L'ultimo, il Concilio Vaticano I, si era interrotto nel 1871. Ratzinger ebbe l'opportunità di vivere questo evento da protagonista. In quel periodo, dal 1959 al 1969, insegnò a Bonn, e il cardinale Josef Frings, arcivescovo di Colonia, si presentò alle sue lezioni. Il cardinale era rimasto colpito da un'osservazione di Ratzinger al consiglio di facoltà, secondo cui la bozza di proposte per il concilio, riguardante questioni meramente organizzative, era troppo timida. Ratzinger aveva proposto di inserire tra i temi il rapporto tra Scrittura e Tradizione, le due fonti della rivelazione cristiana. Attraverso la voce di Frings, le idee di Ratzinger sul bisogno di riformulare la fede cristiana presero corpo, per rappresentare un'alternativa percorribile nell'era moderna, dando una "imbiancata a tutto l'impianto ecclesiologico" affinché rispuntasse fuori una fede "più povera nei contenuti e nella forma", ma sicuramente "più profonda".
Il papa fu entusiasta e convocò Frings in Vaticano per complimentarsi, e questi gli rivelò che il vero autore del discorso era un giovane teologo bavarese, da cui ormai il vecchio cardinale non poteva più separarsi. Ratzinger, come perito conciliare di Frings, divenne l'idolo dei circoli teologici a Roma, dove grazie al nuovo clima furono chiamati come consulenti anche giganti un tempo ostracizzati come de Lubac e Congar, insieme a nuove stelle della teologia come Karl Rahner, con cui Ratzinger era in grande sintonia. Il teologo bavarese primeggiava per profondità d'analisi e audacia, aprendo una breccia nel fronte conservatore.
Tuttavia, dopo il Concilio Vaticano II, terminato nel 1966, Ratzinger non si sentì un vincitore. Anzi, improvvisamente non riconobbe più la sua stessa Chiesa. I cambiamenti maggiori li osservò nella liturgia, dopo che Paolo VI aveva introdotto il nuovo messale nelle lingue vernacolari abolendo il latino. Nonostante la sua iniziale adesione al movimento liturgico, Ratzinger era pieno di dubbi e si chiedeva se non ci si fosse spinti troppo oltre. In Germania, soprattutto, percepiva "un certo disagio, un'atmosfera di freddezza e anche di delusione". Il suo attivismo gli attirò nemici, soprattutto a Bonn, e capì di dover cambiare aria, accettando la cattedra di Dogmatica a Münster (dal 1963 al 1966). Ci rimase poco tempo, perché entrò presto in polemica con Johann Baptist Metz, il teorico della "teologia politica", che Ratzinger non apprezzava. Hans Küng lo invitò allora a raggiungerlo all'università di Tubinga (dal 1966 al 1969), che stava diventando una piccola mecca per i nuovi talenti della teologia tedesca.
Il Concilio Vaticano II - Daniele Menozzi
La Sfida della Globalizzazione e il "Nuovo Ordine Mondiale" secondo Benedetto XVI
All'inizio del terzo millennio, «ci troviamo nel vivo di questa fase della storia umana che è stata ormai tematizzata - ricordava papa Ratzinger - intorno alla parola "globalizzazione"». D'altra parte, egli aggiunse, «oggi ci accorgiamo di quanto sia facile perdere di vista i termini di questa stessa sfida, proprio perché coinvolti in essa». Secondo Benedetto XVI, il gigantismo dei media può far perdere di vista la vera sfida della globalizzazione per un nuovo ordine politico ed economico e un nuovo umanesimo. Vi è il «rischio» di perdere di vista «i termini della sfida della globalizzazione», per un «nuovo ordine mondiale politico ed economico» ma «soprattutto» per un «rinnovato umanesimo».
Fin dagli inizi dell’Illuminismo, scrive Ratzinger nella prefazione di un suo scritto, la fede nel progresso ha sempre messo da parte l’escatologia cristiana, finendo di fatto per sostituirla completamente. «Questi tentativi - argomentava l’allora cardinale - stanno assumendo una configurazione sempre più definita». Un uomo nuovo e un mondo nuovo, già alla base del totalitarismo comunista, ma questa volta sostenuti da una nuova ideologia. Ratzinger delinea due visioni dell'uomo fondanti anche l'ordine politico: l'alternativa tra il cristianesimo radice della cultura occidentale e la moderna ideologia radicale di massa. Per l'uomo di oggi, che sia credente o meno, Ratzinger propone la possibilità di lasciarsi toccare il cuore da quel Bambino del Natale, anche per trovare le ragioni di un rinnovato impegno pubblico: «Uomo moderno, adulto eppure talora debole nel pensiero e nella volontà, lasciati prender per mano dal Bambino di Betlemme; non temere, fidati di Lui!»
Negli anni del suo pontificato, Benedetto XVI riproporrà in mille modi il primato di Dio come premessa per costruire una società dal volto umano: «Un nuovo ordine mondiale economico e politico non funziona se non c'è un rinnovamento spirituale, se non possiamo avvicinarci di nuovo a Dio e trovare Dio in mezzo a noi» (6 gennaio 2007). In una lettera a Esther Betz, Papa Benedetto rivelò una regola che lo aveva sempre accompagnato: «Non pianifico nulla (non l’ho mai fatto, in realtà), ma mi lascio semplicemente trasportare dalla Provvidenza, che con me non è stata affatto cattiva, anche se tutto è andato in modo molto diverso da come avevo immaginato».
La Dottrina Sociale e l'Economia
Il fulcro del ragionamento economico di Benedetto XVI va individuato nell’enciclica «Caritas in veritate», firmata il 29 giugno 2009. Per Benedetto, «il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri». Il mercato viene presentato come una forma di collaborazione basata sul principio contrattualistico della "reciprocità", significando che il presupposto del mercato è lo scambio volontario. Non si può dar vita al mercato per via legislativa, né decretare con un editto la sua nascita; lo si può regolare, facilitare, ostacolare, ma nessuno potrà costringere qualcuno ad intraprendere una transazione contro la sua volontà. I processi di mercato, per quanto virtuosi, non vanno mai confusi con il dono e, per quanto viziosi, neppure con la rapina. Il dono appare come quella indispensabile dimensione del vivere che rende autenticamente umani i rapporti e, di conseguenza, autenticamente umana l’esistenza.

Benedetto XVI e la Chiesa di Fronte alla Secolarizzazione
A lungo Ratzinger meditò in seminario se lasciar perdere il sacerdozio e insegnare teologia da laico, preoccupato dai doveri del pastore in cura d'anime. Ma il sacerdozio era una sicurezza, significava entrare a far parte di un sistema dove tutto viene deciso dall'alto. Tuttavia, nel corso della sua vita, non ha mai messo in discussione le gerarchie, né è stato incline alla disubbidienza, accettando ciò che il Signore gli ha dato.
Benedetto XVI ricordava che il desiderio di una nuova Epifania di Cristo al mondo mosse il Concilio Vaticano II e la successiva enciclica "Populorum progressio" di Paolo VI. La sfida era già allora quella di un «nuovo ordine mondiale politico ed economico, ma al tempo stesso e soprattutto, spirituale e culturale, cioè un rinnovato umanesimo». Nonostante gli errori compiuti dagli uomini di Chiesa, «nessuno abbia paura di Cristo e del suo messaggio», proseguiva Joseph Ratzinger. «Se nel corso della storia i cristiani, essendo uomini limitati e peccatori, hanno talora potuto tradirlo con i loro comportamenti, questo fa risaltare ancor di più che la luce è Cristo e che la Chiesa la riflette solo rimanendo unita a Lui».
Nel 1977, in tempi segnati da una gravissima crisi all'interno della Chiesa, Paolo VI lo scelse come vescovo e gli affidò la prestigiosa diocesi di Monaco. Ricevette la consacrazione episcopale il 28 maggio di quell'anno. Il suo motto episcopale, "Collaboratori della verità" (Cooperatores veritatis), esprimeva il desiderio di «rappresentare la continuità fra il mio compito precedente e il nuovo incarico: pur con tutte le differenze, si trattava e si tratta sempre della stessa cosa, seguire la verità, porsi al suo servizio». Ratzinger è convinto che nella nostra epoca, segnata da un inquietante relativismo, non c'è spazio per la verità, la verità è qualcosa che supera la capacità dell'uomo. Negli anni della maturità, si confrontò con una "cultura positivistica e agnostica che si mostra sempre più intollerante verso il cristianesimo". Per non soccombere, è necessario promuovere una più convinta coscienza di fede.
Il Pontificato di Benedetto XVI come "Argine" contro il Mondialismo
Da un po' di tempo vi è, infatti, da parte del clero intellettuale della religione del politicamente corretto, una forte spinta affinché la Chiesa cattolica ed il clero cattolico si "aggiornino" e secolarizzino. La Chiesa cattolica è ritenuta non essere al passo coi tempi, giacché non avrebbe abbandonato quella parte del suo orizzonte di senso rimasto legato al mondo cristiano medioevale. Ed è da questa prospettiva che si può forse correttamente comprendere l'avversione mostrata dal clero intellettuale del politicamente corretto nei confronti del pontificato di Benedetto XVI, che respingeva le richieste di secolarizzazione della Chiesa, ritenendo che una Chiesa secolarizzata è come volere un gelato bollente.
Che in ambito ONU si persegua ormai da decenni un progetto di global governance non è un segreto. Questo progetto prevede di fatto il governo di una élite, di matrice socialista, che punta a un’economia centralizzata e pianificata e che vede nella presenza e nell’attività umana una minaccia. L’allarmismo climatico è spesso a servizio di questo progetto politico: la paura instillata nella popolazione crea consenso a politiche (aumento delle tasse, limitazioni delle libertà personali e associative, imposizioni di strumenti e prodotti, ecc.) che sarebbero altrimenti rifiutate con forza. La vera novità di questi ultimi anni, invece, è che a questo disegno mondialista abbia dato grande impulso la Santa Sede che, fino a Benedetto XVI, aveva invece costituito un argine, un punto di resistenza in nome della dignità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. Con l’attuale pontificato, invece, si è invertita la strada e, sull’onda del pauperismo di stampo latino-americano, c’è stato un rapido allineamento alle posizioni sposate dall’ONU. Anzi, papa Francesco ha preso in qualche modo la leadership di questo movimento.
Il Concilio Vaticano II - Daniele Menozzi
Secondo Benedetto XVI, «oggi più che mai è necessario» rivolgersi «ai rappresentanti delle grandi tradizioni religiose non cristiane, invitandoli a confrontarsi con la luce di Cristo, che è venuto non ad abolire, ma a portare a compimento quanto la mano di Dio ha scritto nella storia religiosa delle civiltà». In questo senso, la grave tentazione è infatti quella di inseguire utopie politiche ed economiche che di fatto puntano a una povertà generalizzata, nella errata convinzione che sviluppo e crescita economica provochino la distruzione del pianeta. Questo pone una sfida alla classica immagine pagana di comunità "civica", che si sta delineando verso una società capitalistica secolarizzata con una feroce religione relativista, incentrata sul valore di scambio e sulle preferenze dell'individuo, con le quali la tradizionale visione del mondo della Chiesa non può che entrare in conflitto.
L'Eredità di Ratzinger
Nessuno può mettere in dubbio che Joseph Ratzinger abbia dato un contributo fondamentale alla vita della Chiesa, prima come teologo, poi come vescovo e infine come Papa. Un contributo che spesso viene letto anzitutto nella sua dimensione dottrinale, tanto che non mancano coloro che amerebbero vederlo insignito del titolo di Dottore della Chiesa. Ma prima del teologo c’è il credente, l’uomo di fede che non ha usato lo studio come piedistallo per acquisire onori e privilegi ma lo ha vissuto come servizio umile alla Chiesa. La sua opera omnia in 16 grossi volumi, in corso di pubblicazione, testimonia il grande contributo teologico che Ratzinger ha donato alla Chiesa. Se volessimo racchiudere la sua vita in una suggestiva immagine, si potrebbe scegliere la conchiglia che troviamo nel suo stemma episcopale e che lui stesso ha presentato sia come un segno del "nostro essere pellegrini" sia come memoria della leggenda di sant'Agostino. In essa un bambino, giocando sulla spiaggia con una conchiglia, cercava di riversare in una buca l’acqua del mare, e in quel momento Agostino sentì una voce che gli diceva: «Tanto poco questa buca può contenere l’acqua del mare, quanto poco la tua ragione può afferrare il mistero di Dio».
Una vita carica di responsabilità che, contro i suoi stessi desideri, lo ha costretto a stare sempre in prima fila. Una vita segnata dalla più grande umiltà e vissuta nella più totale obbedienza. Il 31 dicembre scorso Papa Benedetto XVI si è accomiatato da questo mondo che lo ha visto protagonista della vita culturale ed ecclesiale per oltre mezzo secolo, da quando, giovane sacerdote e accademico, ebbe modo di partecipare ai lavori del Concilio Vaticano II. «Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra» (28 febbraio 2013), con queste parole Benedetto XVI salutava il popolo nell’ultima udienza pubblica prima di lasciare il ministero petrino.