Fondazione Federico Zeri: Eredità, Ricerca e Patrimonio Digitale

La Fondazione Federico Zeri, istituita nel settembre 1999 per volere dell’Università di Bologna a meno di un anno dalla scomparsa del grande studioso romano, si propone di promuovere attività di ricerca. Tali attività, realizzate attraverso seminari, laboratori e borse di studio, sfruttano le potenzialità della fototeca e della biblioteca per consentire un dialogo interdisciplinare tra studiosi.

Ritratto di Federico Zeri

La Nascita della Fondazione Federico Zeri

La nascita della Fondazione affonda le sue radici nel profondo legame tra Federico Zeri e l’Università di Bologna. Nonostante le note idiosincrasie dello studioso per il mondo accademico, tra lui e l’Ateneo bolognese era cresciuto negli anni un rapporto di stima e fiducia reciproca. Numerose e indimenticabili furono le sue conferenze tenute all’Università di Bologna nel corso degli anni Ottanta e Novanta. Fu proprio dall’Ateneo bolognese che gli giunse il massimo riconoscimento italiano per la sua attività di studioso, quando, il 6 febbraio 1998, fu insignito della laurea honoris causa dal rettore Fabio Roversi Monaco.

Con testamento datato 29 settembre 1998, Federico Zeri legò all’Università di Bologna la villa di Mentana, il parco di 10 ettari, 3 case coloniche, la collezione di epigrafi romane, la biblioteca d’arte (circa 85.000 volumi tra libri d’arte, cataloghi d’asta e periodici) e la fototeca (circa 290.000 fotografie).

Tenendo fede a un lascito di questa importanza, nel 1999 l’Università di Bologna costituì la “Fondazione Federico Zeri”, con sede legale a Mentana, sulla base dello statuto presentato e approvato dal Ministero per i Beni Culturali il 12 settembre 2000.

Federico Zeri: Il Conoscitore e lo Studioso Autonomo

Zeri, nato nel 1921, si era formato all’Università di Roma con Pietro Toesca. Entrato nell’amministrazione pubblica delle Belle Arti, divenne nel 1948 direttore della Galleria Spada, sempre a Roma. Tuttavia, fin dai primi anni Cinquanta, con una scelta forte e coraggiosa, decise di abbandonare quella carriera per rimanere uno studioso autonomo, libero di frequentare con la sua inesauribile curiosità il mercato d’arte senza conflitti di sorta, con un rigore, anche morale, davvero raro.

Zeri aveva già fatto gli incontri fondamentali per la sua crescita di studioso, quelli con Bernard Berenson (1865-1959) e con Roberto Longhi (1890-1970), che a quel tempo vivevano entrambi a Firenze, in due ville in collina. Fu a contatto con quelle figure di conoscitori puri, già allora quasi mitiche, che Zeri maturò la decisione di intraprendere il percorso di cui si è detto, lontano tanto dai ruoli dell’amministrazione pubblica quanto dalla carriera accademica.

Per Zeri, la catalogazione era uno strumento fondamentale di conoscenza e tutela. L'attenzione alla salvaguardia del patrimonio artistico tornava in maniera costante lungo tutta la sua carriera, tanto che importanti musei e collezionisti di tutto il mondo gli commissionarono studi finalizzati alla pubblicazione di cataloghi scientifici. Dai cataloghi compilati negli anni Cinquanta per le grandi collezioni romane (Galleria Spada, 1954; Galleria Pallavicini, 1959), a quelli dei dipinti italiani conservati in musei americani (Metropolitan di New York, 1971-86; Walters Art Gallery di Baltimora, 1976), fino a quelli di prestigiose raccolte private (Alberto Saibene, Vittorio Cini, Frederick Mason Perkins), l'occhio insuperabile del conoscitore non ha conosciuto confini.

Il suo percorso di studioso autonomo era fatto, prima di tutto, dal contatto quotidiano e incessante con le foto. Mentre i più grandi conoscitori delle generazioni precedenti erano stati infaticabili viaggiatori, dal tempo di Berenson le cose erano in parte cambiate, e proprio Berenson aveva sostenuto che la storia dell’arte è un gioco in cui vince chi ha più foto. Nacquero così delle straordinarie fototeche private.

In un passo bellissimo e malinconico di un articolo del 1987, Zeri stesso rievocava quella che era stata la sua seconda formazione, accanto a Longhi, dopo quella accademica con Toesca: «quando oggi, col mio passo claudicante per l’artrite, ripenso alle camminate dalla stazione fiorentina sino a via Fortini, con due valigie gonfie di centinaia di fotografie (sulle quali passavamo insieme lunghe giornate di ricerche e discussioni, cui debbo la mia ossatura di storico dell’arte e di conoscitore), ebbene, posso dire soltanto che è molto triste invecchiare». In quegli stessi anni, l'allora futuro direttore della Fondazione viaggiava dalla stazione di Roma fino alla lontana Mentana, dove le foto lo aspettavano nella grande villa dove Zeri si era ritirato per ospitare le sue ormai eccezionali raccolte fotografiche e librarie.

L'Attività e il Patrimonio della Fondazione

La Fondazione è un’istituzione ancora giovane, ma in venti anni di vita la sua attività è stata molto intensa. Il principale obiettivo, come si è detto, era valorizzare l’eredità culturale di Zeri. A tal fine, la biblioteca (46.000 volumi di storia dell’arte e 37.000 cataloghi d’asta) e la fototeca d’arte (290.000 fotografie di opere d’arte) sono state progressivamente messe a disposizione degli studiosi presso la sede della Fondazione. Nel loro insieme, i due istituti costituiscono oggi un polo scientifico di primo piano, nel contesto internazionale, per lo studio della storia dell’arte.

Interno della Fondazione Zeri con studiosi

La Fototeca Zeri: Un Polo di Eccellenza Digitale

Del 2008 è l’apertura al pubblico. Tutto il patrimonio librario è stato schedato ed è interrogabile attraverso l’OPAC del Servizio bibliotecario nazionale: da questo lavoro è emerso come il 60% dei testi posseduti da Zeri non sia presente nel catalogo del polo bibliotecario bolognese e il 20% in alcuna biblioteca italiana catalogata in SBN. Particolarmente prezioso e completo è infatti il fondo dei cataloghi d’asta che lo studioso riceveva regolarmente dalle maggiori case internazionali (Christie’s e Sotheby’s innanzitutto): quelli, al pari delle foto, erano il vero pane quotidiano di un conoscitore come Zeri, che spesso annotava le sue osservazioni direttamente sui cataloghi.

La fototeca è quindi il fiore all’occhiello della Fondazione. Fino ad oggi sono state schedate oltre 170.000 fotografie di opere di pittura e scultura italiane, dal XIII al XX secolo, in gran parte consultabili online dal sito della Fondazione.

In un’epoca in cui, attraverso il web, siamo ormai abituati a reperire immagini con una velocità e una facilità inimmaginabili ai tempi di Zeri, potremmo dire, parafrasando Berenson, che la storia dell’arte è diventata, almeno in parte, un gioco in cui vince chi ha la capacità di ricercare e confrontare le immagini, incrociare le informazioni ad esse associate, con più mestiere, senza perdersi nella rete. Il database della Fondazione è uno strumento sofisticato e al contempo agile, che permette ricerche secondo tanti criteri diversi (autore, collocazione, cronologia, soggetto, dati fotografici, etc.). Il catalogo online della Fototeca Zeri è oggi considerato dagli studiosi il più completo sulla pittura italiana presente nel web. Viene consultato da docenti, studenti, antiquari, case d’asta e collezionisti, continuando quindi a svolgere davvero quello stesso compito di ricerca e divulgazione che gli aveva assegnato Zeri.

Screenshot del catalogo online della Fototeca Zeri

Collaborazioni e Progetti Futuri

Proprio grazie all’eccezionale visibilità rapidamente conquistata dalla Fototeca Zeri attraverso la messa in rete e la valorizzazione di gran parte del proprio patrimonio, la Fondazione è stata in grado di attirare importanti donazioni, ognuna delle quali è testimonianza precisa della vitalità dell’istituzione, dell’eredità di Zeri e del suo radicamento sul territorio bolognese. Già nel 2009 veniva acquisito l’archivio fotografico appartenuto a Stefano Tumidei (11.247 fotografie), docente dell’Università di Bologna e protagonista dei primi anni di vita della Fondazione, prematuramente scomparso il 9 maggio 2008.

Di questi ultimi anni sono altre importanti acquisizioni. Zeri aveva messo a frutto il suo talento di conoscitore soprattutto negli Stati Uniti, insegnando come visiting professor alla Harvard University e alla Columbia University di New York. Fu anche consulente del Metropolitan Museum di New York e l’unico europeo tra i trustees del Getty Museum di Los Angeles. Dal 2012, in particolare, la Fondazione è parte di un consorzio che comprende 14 fra i più importanti archivi fotografici del mondo per la documentazione storico-artistica. Obiettivo di questo organismo è la realizzazione di una piattaforma comune che unisca le risorse digitali dei singoli istituti e diventi un fondamentale strumento di ricerca per l’intera comunità degli storici dell’arte. All’interno di questo consorzio, la Fondazione Zeri, insieme ad altre quattro istituzioni (Biblioteca Hertziana, Bildarchiv Foto Marburg, Fototeca Berenson, Frick Art Reference Library) ha avviato un progetto pilota grazie a un cospicuo finanziamento dalla Mellon Foundation.

Formazione e Comunicazione

Accanto a queste importanti attività, la Fondazione ha avviato fin dal 2004 un intenso programma di formazione specialistica in ambito storico-artistico, rivolto a studenti e giovani studiosi, attraverso corsi e seminari tenuti da docenti sia italiani che stranieri; di molti di questi sono stati altresì pubblicati gli atti. Accanto a quelli dedicati alla gestione, catalogazione e valorizzazione di archivi fotografici, altri hanno avuto come oggetto quel filone di studi di cui Zeri era stato esponente illustre, ovvero il metodo della connoisseurship, analizzato attraverso degli approfondimenti sulla sua storia, tanto antica quanto moderna.

Zeri non fu solo un grande conoscitore e storico dell’arte, ma anche uno straordinario comunicatore. Ne sono testimonianza i suoi brillanti articoli giornalistici e le sue apparizioni televisive, sempre più frequenti negli ultimi anni di vita. L’attività della Fondazione, sempre generosamente supportata prima di tutto dall’Università di Bologna, si è andata quindi diversificando e intensificando, rimanendo però fedele a quegli obiettivi che ha avuto chiari fin dalla sua nascita.

Per rendere disponibili alla comunità scientifica le proprie raccolte, la Fondazione ha intrapreso un innovativo progetto per la catalogazione informatizzata dei nuclei più significativi della fototeca e della biblioteca. Investire sulle tecnologie digitali e sull'accessibilità online alle risorse per la ricerca si è rivelata una scelta vincente, riconosciuta a livello internazionale.

Un Esempio dell'Occhio di Zeri: La Collezione Frederick Mason Perkins

Un esempio emblematico dell'ampiezza degli interessi e della profondità dello sguardo di Zeri è il suo lavoro sulla collezione di Frederick Mason Perkins. Zeri stesso raccontò la storia del bizzarro americano Frederick Mason Perkins (1874-1955), nato da genitori inglesi e cresciuto in Cina, dove questi erano missionari. Protestante, Perkins studiò presso una scuola di Gesuiti, aveva un grande talento musicale e seguì corsi di perfezionamento in pianoforte in Europa, nelle rinomate università di Lipsia e Dresda.

Approdato in Italia, Perkins iniziò a collezionare tavole e tele, girando per i piccoli centri della penisola centrale, ricerche e rinvenimenti che lo studioso riportava nelle riviste d'arte specializzate dell'epoca. Perkins divenne ben presto mercante d'arte, oltre a conoscitore esperto e collezionista. Ebbe dei clienti molto ricchi, miliardari americani per i quali faceva da intermediario per l'acquisto di importanti opere.

Zeri, che lo aveva sempre guardato con interesse, racconta che intrattenne con lui una corrispondenza epistolare un po' curiosa attraverso cartoline postali. Da anziano infatti, convertito al cattolicesimo, Zeri ricorda che Perkins divenne molto tirchio e dunque, "risparmiava sui francobolli".

Per Zeri, Perkins era un conoscitore profondo nella scoperta di testi figurativi del Tre-Quattrocento senese; su di lui aveva vigilato Bernard Berenson, altro personaggio molto stimato dallo studioso. Secondo Zeri, l'americano era anche un abile mercante d'arte che comprava e vendeva da privati.

Zeri racconta la storia di una collezione di cinquantasette opere lasciate da Perkins, non allo Stato italiano, ma al Sacro Convento di San Francesco ad Assisi, città dove l'uomo aveva casa a piazza del Vescovado con Irene Vavasour Elder, seconda moglie, sposata nel 1913, anch'essa appassionata di arte. Durante la seconda guerra mondiale, Perkins fu imprigionato a Perugia e la collezione sequestrata. Delle centotrentatré opere, diciotto furono requisite dai tedeschi nel 1944 e alla fine della guerra, soltanto quattro tornarono al legittimo proprietario.

Fu allora che, per salvaguardare l'integrità della collezione, Perkins ormai anziano, prese contatti con il padre custode del Sacro Convento di Assisi per donare la collezione ai Frati dopo la sua morte. La strepitosa raccolta, che dal 1986 trovava posto nella Sala Rossa del Museo Tesoro di San Francesco, accanto alla Basilica, è composta da importanti tavole, quasi tutte del Tre-Quattrocento e qualcuna del primo Cinquecento. Tra gli artisti presenti si annoverano Pietro Lorenzetti, Lorenzo Monaco, il Sassetta, Beato Angelico, Taddeo di Bartolo, Lorenzo di Niccolò, il Maestro di San Martino, fino a delle scoperte strane e rarissime, come una serie di tavole antisemite del Quattrocento che raccontano la Leggenda della Croce.

Opere d'arte della Collezione Perkins ad Assisi

La Sede della Fondazione

La sede della Fondazione è nel convento rinascimentale di Santa Cristina nel centro storico di Bologna. Nello stesso complesso si trova il Dipartimento delle Arti dell'Università.

Convento di Santa Cristina a Bologna

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