La storia della Diocesi di Ventimiglia-Sanremo è costellata da figure di sacerdoti che hanno dedicato la loro vita alla missione, non solo nel territorio ligure ma anche oltre i confini nazionali, portando il loro impegno pastorale in Svizzera, Belgio, Colombia, Sudan ed Ecuador. Queste esperienze di missione all'estero testimoniano una profonda vocazione all'accoglienza, alla solidarietà e all'evangelizzazione in contesti spesso difficili e lontani dalla propria terra d'origine.
Don Pietro Natali: Una Vita tra Emigrazione e Vocazione
Don Pietro Natali, nato a Pognano (Bergamo) il 31 dicembre 1938, ha vissuto un'infanzia nel contesto contadino della pianura bergamasca, in una famiglia caratterizzata da un profondo senso religioso. Dopo aver prestato servizio a Capriate e a Redona, nel 1975 prese la decisione di trasferirsi all’estero, a Seraing, in Belgio. Lì, nella sua nuova comunità, ha vissuto una dimensione pastorale

Il Contesto Belga e la Missione "Casa Nostra"
La realtà di Seraing, con le sue molteplici culture e stili di vita articolati, non era facile. Don Pietro si è lasciato coinvolgere, collaborando con famiglie, gruppi e associazioni. La Missione Cattolica Italiana, denominata "Casa Nostra", si era organizzata per rispondere alle diverse esigenze, proponendo spazi di incontro, servizi e iniziative per una reciproca conoscenza e valorizzazione. La collaborazione delle suore contribuiva a rafforzare l’opera di apostolato tra gli emigranti. I rapporti con le istituzioni locali furono generalmente positivi, portando a una dinamica sociale di progressivo inserimento, fatto di condivisione.
Don Pietro ha ricordato e rivissuto la tristezza delle case dove si consumavano esistenze dedicate al sacrificio e alla fatica dei minatori, le cui conseguenze furono drammatiche. Ha messo in luce i caratteri distintivi del fenomeno migratorio, sottolineando gli aspetti più evidenti e dando un senso alle dinamiche individuali e sociali.
L'Esperienza Svizzera e il Rientro in Italia
Successivamente, Don Pietro si è trovato ad affrontare un'altra situazione in Svizzera, offrendo agli emigranti un punto di riferimento chiaro e certo. Fu promotore nel 1991 del Circolo di Neuchâtel e dell’Ente Bergamaschi nel Mondo. Dopo sedici anni a Neuchâtel, il rientro in Italia fu più difficile del previsto. Don Pietro ha ricordato una maggiore coerenza e attività costruite quotidianamente sulla base delle concrete esigenze delle persone, notando una diversa percezione del ruolo del sacerdote in Italia.
Ha organizzato diversi incontri sul tema delle migrazioni anche a Tagliuno, la parrocchia dove attualmente è parroco, collaborando con l’Ufficio Missionario Diocesano, una risorsa per ulteriori informazioni sul fenomeno migratorio e le sue espressioni nella terra bergamasca.
Siamo Noi - L’intervista: “Io, prete e disabile, vi racconto il miracolo della mia vita”
Don Rito Alvarez: Un Prete di Frontiera tra Colombia e Ventimiglia
Don Rito Alvarez, 47 anni, settimo di 11 figli, ha trascorso la sua infanzia nel cuore della regione del Catatumbo, al nord-est della Colombia, dove i suoi genitori coltivavano caffè. Cresciuto in una famiglia molto religiosa, dove l’accoglienza era la parola d’ordine, Don Rito a 21 anni ha deciso di dedicare la sua vita agli altri e alla chiamata del Vangelo.
Formazione e Ministero in Italia
Il suo percorso sacerdotale lo ha portato in Italia, nelle terre di confine intorno a Ventimiglia. Ha frequentato il Seminario di Albenga e, dal 1996, quello della Diocesi di Ventimiglia-Sanremo in Bordighera. Ordinato sacerdote nel 2000 nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena a Bordighera Alta, è diventato un
La Missione in Colombia: "Angeli di pace Sanremo"
Mentre era viceparroco a Sanremo, nella sua terra natale si scatenò una guerra spietata tra paramilitari e guerriglieri per il controllo dei territori di produzione della cocaina, causando più di 13.000 morti, inclusi alcuni suoi parenti. A quel punto, Don Rito ha deciso di reagire realizzando un’opera per offrire un’alternativa concreta ai bambini sfruttati nelle piantagioni di coca o arruolati nella guerra.
Inaugurata nel gennaio 2007 dal vescovo di Ventimiglia-Sanremo, Mons. Alberto Maria Carreggio, la nuova missione ha accolto inizialmente 10 ragazzi. Da quel momento, centinaia di giovani sono stati accolti grazie all’impegno di Don Rito. La sua organizzazione, "Angeli di pace Sanremo", è un’Organizzazione di Volontariato di Cooperazione Internazionale che sviluppa campagne d’informazione contro le droghe. Nel luglio 2019, Don Rito è stato protagonista di una puntata di “Narcotica” su Rai 3, raccontando i campi di coca e i laboratori nascosti nella selva.

Accoglienza dei Migranti a Ventimiglia
Fino allo scorso anno, Don Rito è stato parroco a Ventimiglia, in una zona periferica della città di confine, dove ha accolto i migranti nella chiesa di Sant’Antonio. Insieme con la Caritas e numerosi volontari, ha avviato il "Confine Solidale", un centro per accogliere persone in transito che cercano in Europa un futuro lontano da guerre, carestie, ingiustizie e povertà. Molti di loro sono in Italia solo di passaggio, in attesa di ricongiungersi all’estero con i loro parenti. Ha ospitato i profughi respinti al confine all’interno di due chiese di Roverino, offrendo vitto e alloggio necessari.
La sua disponibilità all’accoglienza gli ha procurato minacce di morte sia in Italia che in Colombia. Tra il 2017 e il 2018, tre lettere minatorie sono state recapitate a Don Rito, probabilmente dalla stessa mano, tutte riferite all’ospitalità di circa 10.000 persone, specialmente donne e bambini, in due anni. La sua testimonianza di fede è un faro per tanti, come si legge nelle motivazioni del premio Agesci Liguria consegnato per aver "testimoniato con le sue opere il valore dell’accoglienza senza se e senza ma."
Siamo Noi - L’intervista: “Io, prete e disabile, vi racconto il miracolo della mia vita”
Padre Livio Martini: Missionario Comboniano in Sudan ed Ecuador
Livio Martini, quartogenito di Antonio e Luigina Faraldi, nacque in una famiglia di Taggia dedita all'olivicoltura. Suo padre si recava periodicamente in Tunisia come "maestro di frantoio" per sostenere la famiglia. Già un fratello maggiore, Rosolino, divenne sacerdote e operò a Genova, Lucca e Cattolica.
La Vocazione Missionaria e l'Africa
Livio espresse il desiderio di diventare sacerdote. Un giorno, un missionario comboniano, Padre Giovan Battista Cervetto, parlò ai seminaristi di Africa e di missioni, ispirando il giovane Martini, che era assiduo lettore di "Nigrizia". In un articolo per "Nigrizia" nel 1979, Padre Martini raccontò: «Leggendo, invece, la vita dei missionari, dissi: ‘La vita di questi sacerdoti, sì che mi piace! Quella sarà la mia vita.’»
La notizia della vocazione missionaria di Livio fu un duro colpo per il padre, che temeva di "averlo perso", sapendo che una volta in missione difficilmente sarebbe tornato in famiglia. Padre Martini emise la professione il 7 ottobre 1929 e, dopo aver studiato liceo e teologia a Verona, fu inviato come insegnante nel seminario comboniano di Carraia.
Nel 1937 fu inviato in Sudan meridionale, dove operò nella stazione di Yoinyang tra la tribù dei Nuer. Successivamente, per ragioni politiche, i Comboniani si trasferirono nella provincia dell’Equatoria, tra i Bari, i Lokoja e poi tra i Nyangwar e i Mundari. Padre Martini fu nelle missioni di Rejaf, Juba e Kadulè. Nel 1954 fondò la missione di Tali, della quale divenne superiore. Fu in Sudan che Padre Martini iniziò a scrivere servizi per "Nigrizia", descrivendo usi e costumi delle popolazioni africane e affrontando la persecuzione contro i cristiani, senza tacere di fronte alle ingiustizie.

La Missione in Ecuador: Tra Fiumi e Sfide
Nel 1960, Mons. Angelo Barbisotti, che era stato missionario con lui in Sudan e ora prefetto apostolico di Esmeraldas, lo invitò in Ecuador. Padre Martini partì immediatamente e trovò una realtà simile a quella africana: «Mi parve di essere piovuto in una provincia africana - scrisse. - La stessa gente, la stessa pelle, lo stesso carattere aperto e schietto... popolazioni strappate dall’Africa in modo simile al mio.»
Dopo aver appreso la lingua, fu per tre anni nella missione di Limones. Il 6 novembre 1961 fondò la missione di Santa Maria de los Cayapas, sulle rive del Rio Santiago, una delle missioni più remote e difficili del mondo comboniano. Qui costruì una chiesetta con pareti in legno e tetto di foglie, poggiante su palafitte per resistere all'umidità e alle acque torrenziali. Nonostante le condizioni estreme (temperatura tra i 28 e i 35 gradi, umidità al 90%, zanzare, scarafaggi e cibo precario), Padre Martini, con la sua anima contadina, coltivava un orto e allevava galline. Con la sua incrollabile dedizione, riuscì a comunicare con la gente locale grazie a un traduttore e, soprattutto, attraverso il "linguaggio dell’amore".
Nel 1973 il Padre passò alla missione di Viche e vi rimase fino al 1977. La sua missione a Honorato Vasquez, insieme a Padre Ferri, è stata descritta come "una meraviglia" per la capacità di coinvolgere un gran numero di laici in differenti ministeri. Padre Martini, un
Gli Ultimi Anni e l'Eredità
Nel 1991, Padre Martini lasciò Honorato Vasquez per il seminario di Esmeraldas e, successivamente, fece ritorno definitivo in Italia, destinato al Centro Ammalati di Verona. Qui, in preghiera, ricordava le missioni del Sudan, Santa Maria, Viche e Vasquez, e i confratelli che vi avevano lavorato. Morì nel 1991.
Il suo amico Padre Ferri testimoniò: «Davvero p. Martini è stato un grande missionario che ha lavorato sodo nel silenzio, nel nascondimento, stimando e amando intensamente la gente, e donandosi ad essa totalmente.» La sua personalità semplice, forte e generosa, unita a una grandissima capacità di amare e all'attaccamento alla missione, lo resero un vero imitatore di Comboni. Il nipote, Livio Martini, ricordò la grande cordialità e simpatia dello zio missionario, molto amato dai suoi ex compagni di scuola e dai sacerdoti della diocesi.
