Sacerdoti Messicani: Voci Contro i Narcos e l'Impunita

Messico: Un Contesto di Estrema Pericolosità per Fede e Informazione

Il Messico si conferma uno dei Paesi più pericolosi al mondo per chi opera nel campo dell'informazione, con quattordici giornalisti uccisi dalla criminalità organizzata l'anno scorso. Parallelamente, i religiosi rappresentano un'altra categoria che finisce regolarmente nel mirino dei narcos. In questo scenario di violenza e impunità, è necessario avere un coraggio straordinario per intraprendere la missione di sacerdoti come padre Omar Sotelo Aguilar e padre Alejandro Solalinde, figure emblematiche della lotta contro il crimine organizzato e la corruzione.

Foto di un sacerdote messicano che parla in pubblico, con elementi che richiamano la cultura messicana o il giornalismo

Padre Omar Sotelo Aguilar: Il Giornalista della Verità

Padre Omar Sotelo Aguilar, sacerdote paolino, dirige un Centro di informazione multimediale a Città del Messico. Questo Centro è diventato un punto di riferimento per le sue inchieste in un contesto dove religiosi e giornalisti sono costantemente minacciati dalla criminalità organizzata. Essere un sacerdote giornalista, dove annunciare il Vangelo e denunciare le contraddizioni della società, rappresenta una delle missioni più pericolose in assoluto.

La Doppia Vocazione e l'Impegno del Centro Cattolico Multimediale

Padre Omar Sotelo Aguilar, un energico prete messicano della Società di San Paolo, è da anni in prima linea nel raccontare il sistema criminale che intrappola il suo Paese. Fin da ragazzino, sentì quella che definisce una "doppia vocazione": quella al sacerdozio e quella per "l'arte del giornalismo", in particolare investigativo. È convinto che «l’informazione può aiutare a cambiare le cose».

Oggi, il Centro di cui padre Sotelo Aguilar è direttore rappresenta un punto di riferimento a livello nazionale - e non solo - sull'informazione di denuncia, in particolare delle violenze ai danni degli operatori ecclesiali. «In questi anni abbiamo realizzato vari progetti giornalistici, anche attraverso video o cortometraggi, per denunciare ciò che non va in Messico». Un esempio è la serie di tredici documentari intitolata “Hermano narco” (“Fratello narco”), realizzata con l'obiettivo di dare voce a testimoni caduti nella trappola del crimine organizzato. L'intento è dimostrare che rispondere alla violenza con altra violenza non fa che moltiplicare le sofferenze e che «l’unica via per cambiare le cose è attingere a una delle qualità più proprie dell’essere umano, cioè la capacità di perdonare: il perdono non è solo un concetto religioso, ma è l’unico sentimento umano che può rompere le barriere dell’odio».

L'impegno del Centro si concentra anche sulla denuncia degli attacchi alla Chiesa, dato che nell’ultimo decennio il Messico si è confermato uno dei Paesi più pericolosi per i religiosi. Padre Sotelo Aguilar sottolinea come la Chiesa in Messico sia stata spesso attaccata, fin dai tempi della guerra “cristera” del 1929. Oggi, pur non trattandosi di una vera e propria persecuzione, la situazione è quasi più pericolosa di cent’anni fa, poiché i religiosi vengono presi di mira per seminare nella società la cultura della morte, del terrore e della corruzione. «In Messico quando si assassina un sacerdote non si colpisce solo una persona ma un’intera comunità, in mezzo alla quale egli funge da stabilizzatore sociale». I religiosi, infatti, non prestano solo un servizio pastorale e spirituale, ma portano avanti anche un'opera educativa, di tutela della salute e di protezione dei diritti umani, come il lavoro a fianco delle masse di disperati che dal Centroamerica raggiungono il Messico con il miraggio degli Stati Uniti, spesso finendo nelle maglie della criminalità organizzata.

Messico: i desaparecidos del narcotraffico | ARTE.tv Documentari

La Cultura Criminale e l'Infiltrazione Istituzionale

Padre Sotelo Aguilar evidenzia come in molte parti del Paese si siano ormai instaurati una narcocultura, una narcoeconomia e persino un narcogoverno. Il crimine organizzato è riuscito a infiltrare organizzazioni come l’esercito, la marina e persino il governo federale e quelli statali. Per comprendere la gravità della situazione, basta considerare che l’ex segretario messicano della Pubblica sicurezza, Genaro Garcia Luna, è attualmente detenuto negli Stati Uniti per associazione a delinquere e traffico di droga, accusato di aver ricevuto milioni di dollari in tangenti dal cartello di Sinaloa del “Chapo” Guzmán. Governatori, deputati e ministri sono legati alla criminalità, e chi denuncia queste anomalie, che impattano direttamente sul progresso del Paese, finisce nel mirino.

Le cause di questa violenza sono molteplici. Da una parte, l'elevato numero di vittime (più di 100 mila desaparecidos e 350 mila vittime a causa della criminalità organizzata) rende le istituzioni di sicurezza pubblica incapaci di tenere il passo. Dall'altra, vi è un aspetto politico cruciale, simboleggiato dal caso del cardinale Juan Jesús Posadas Ocampo, arcivescovo di Guadalajara, assassinato nel 1993 per volontà del cartello di Tijuana a causa della sua inesausta lotta contro il narcotraffico. «Un cardinale ucciso in un aeroporto internazionale, e trent’anni dopo non abbiamo un solo colpevole detenuto per questo delitto! Un monumento all’impunità». Di conseguenza, nell'80% dei casi, le inchieste sugli omicidi di sacerdoti non hanno portato a nulla.

Nonostante i rischi evidenti, padre Sotelo Aguilar è fermo nel suo impegno: «Certo, siamo a rischio, ma purtroppo in questo Paese - in particolare in alcune aree - chiunque è esposto in qualche modo alla violenza: ogni messicano ha paura. Noi tuttavia che siamo impegnati nella comunicazione e nell’evangelizzazione abbiamo l’obbligo e il privilegio di continuare ad annunciare e denunciare. È vero, ci esponiamo, ma qualcuno deve pur farlo, no? E io amo quello che faccio. Il crimine organizzato cerca di farci stare zitti e di intrappolarci nella cultura del silenzio: noi dobbiamo essere la voce - come dice il profeta - che grida nel deserto, incidendo nell’opinione pubblica per cambiare le cose».

Padre Alejandro Solalinde: Il Protettore dei Migranti

La vita di padre Alejandro Solalinde, sacerdote messicano e candidato al premio Nobel per la Pace 2017, è radicalmente cambiata nel 2005, quando, camminando per le strade di Espinal, a sud del Paese, nello stato di Oaxaca, incontrò la sua missione: la difesa dei migranti dal business disumano del narcotraffico. Si definisce un "padrecito burgués" che ha dedicato la sua vita alla difesa dei migranti.

"Hermanos en el Camino" e il Business della Migrazione

Il libro “I narcos mi vogliono morto” (edito da EMI), scritto con la giornalista Lucia Capuzzi, racconta minuziosamente questa realtà. “Hermanos en el camino” è il nome del centro d’accoglienza che padre Solalinde ha fondato nel 2007 a Ixtepec, nel sud del Paese. Costruito a ridosso dei binari su cui transita il treno-merci “La Bestia”, trasportando da anni migliaia di indocumentados - migranti del Centro America in fuga dalla povertà e dalla violenza - il centro offre rifugio. Questi migranti salgono sui vagoni con l’imperativo di non addormentarsi, pena la vita, desiderosi di raggiungere gli Stati Uniti. Padre Alejandro ha acquistato il terreno celando la sua identità, perché l’idea di un “albergue” per migranti a Ixtepec non era ben vista dalla cittadinanza.

In una terra come il Messico, dove i tassi di impunità e corruzione sono alle stelle, dove 20 mila migranti ogni anno spariscono nel nulla, dove un rene o un fegato può essere venduto fino a 150.000 dollari, e dove avvengono ufficialmente 54 sequestri al giorno, padre Solalinde è un uomo scomodo. È scomodo sia per i criminali conclamati, costretti a spostare il centro dei propri affari altrove, sia per quelli travestiti da uomini delle istituzioni. I migranti, infatti, sono considerati "prede facili, a basso costo, ma molto redditizi" dai narcotrafficanti, che li rapiscono per ridurli alla prostituzione, allo sfruttamento, al traffico di organi, o per chiedere riscatti alle famiglie. Padre Solalinde ricorda che sono stati i Los Zetas, un’organizzazione criminale tra le più sanguinarie al mondo, a introdurre la pratica del sequestro e del traffico di migranti in Messico, motivati dal desiderio di arricchimento.

Cartina del Messico con le rotte migratorie e le aree di maggiore attività dei cartelli

Le Radici Strutturali della Violenza e la Speranza di Cambiamento

Oggi, pur vivendo con quattro uomini della scorta e con una taglia da 1 milione di dollari sulla testa, padre Solalinde continua a denunciare. Definisce il suo Paese una "narcocleptocrazia" e, paradossalmente, considera l'ex presidente Trump un’“opportunità”, un “acceleratore di un sistema in agonia”, mentre i migranti sono per lui “pionieri del futuro” che, con il coraggio di rischiare, anticipano una nuova società. «I migranti sono gli attori più importanti del cambiamento in atto nel mondo occidentale. Sono poveri ma ricchi di valori e vanno a salvare i ricchi del nord dall’impoverimento causato dal materialismo imperante».

Il sacerdote messicano ha idee chiare sulla causa strutturale della tremenda situazione in Messico: punta il dito contro il neoliberismo selvaggio ed estremo, che ha portato a un preoccupante cambio di valori, ponendo al centro il «Dio denaro». Le persone non contano più in quanto persone, bensì come strumenti al servizio del denaro. Questo sistema ha corrotto profondamente la società e la politica, che non è più al servizio delle persone, bensì del sistema capitalista. L’orientamento al profitto è talmente forte da rompere quei codici etici che in passato erano rispettati persino dai narcotrafficanti, portando all'uccisione regolare di giornalisti, donne, minori e difensori dei diritti umani.

Padre Solalinde è anche critico nei confronti della gestione governativa della crisi. Quando Felipe Calderon avviò la guerra al narcotraffico nel 2006, lo fece solo dal punto di vista militare, senza adeguati strumenti legislativi e con un sistema giudiziario ben lontano dall’essere efficace e funzionante. A tal punto che i familiari dei desaparecidos si improvvisano investigatori. In Messico le leggi sono buone, ma non sono rispettate, e manca una riforma della giustizia che renda indipendenti giudici e procuratori dal potere del Presidente, spesso legati alla corruzione. La società messicana, inoltre, ha reagito molto lentamente, vittima di diseducazione, poiché le istituzioni statali e la Chiesa cattolica hanno rinunciato alla priorità educativa. La Chiesa messicana, pur avendo un forte prestigio sociale, si concentra unicamente sui sacramenti, faticando ad assumere un ruolo di guida educativa e spesso preferendo tacere, rendendo la popolazione "molto timorosa e infantile".

Messico: i desaparecidos del narcotraffico | ARTE.tv Documentari

La Resistenza e la Speranza in un Paese Conteso

Nel corso di un lungo tour italiano in occasione della presentazione del libro "I narcos mi vogliono morto - Messico, un prete contro i trafficanti di uomini", e in altri incontri, padre Solalinde ha continuato a denunciare la realtà agghiacciante del Messico. «Non demordo, non ho paura di morire perché la mia vita è nelle mani di Dio. Non sono un supereroe. Non posso tacere, anzi continuerò a gridare ancora più forte, per far ascoltare il grido di quanti non hanno più voce».

La sua teoria sul perché è ancora vivo nonostante la cospicua taglia sul suo capo è chiara: «Il crimine organizzato non agisce solo: non potrebbe altrimenti arrivare fin dove arriva. Gode di complicità politiche». Questo si riflette anche in eventi recenti, come la revoca di un codice rosso nello Stato di Jalisco all'indomani di violenze scoppiate dopo l'uccisione del capo del Cartel Jalisco Nueva Generación, Nemesio Oseguera Cervantes, "El Mencho", dimostrando che la normalità è ancora lontana.

Don Sergio Omar Sotelo Aguilar, direttore del Centro cattolico multimediale, spiega come il Cártel de Jalisco Nueva Generación, guidato da “El Mencho”, abbia esteso il suo potere in 21 Stati del Paese e in 70 nazioni del mondo. Sebbene il governo federale abbia lottato per contenere l'avanzata, il potere corruttivo delle organizzazioni criminali è riuscito a infiltrarsi in amministrazioni politiche e enti pubblici. Tuttavia, negli ultimi anni, la pressione esercitata dall’opinione pubblica e dal governo degli Stati Uniti ha rinvigorito la spinta al contrasto delle illegalità, portando ad operazioni diffuse come quella che ha permesso l’eliminazione di “El Mencho”. Ma ancora non basta: «Il crimine organizzato si è rafforzato in modo inaudito, il suo potere è tale che esistono Stati che sono praticamente governati dai cartelli».

Il Ruolo della Chiesa e della Società Civile

La narcoeconomia, la narcopolitica e la narcocultura hanno permeato ampi settori della vita sociale, non risparmiando nemmeno la Chiesa locale, come dimostra l’aumento degli attacchi contro persone vicine alla Chiesa, alle sue parrocchie e alle sue strutture. Tuttavia, oggi più che mai, l'azione pastorale è più forte e coerente con l’annuncio del Vangelo. «Certamente, c'è il timore della violenza ma c'è anche una fede incrollabile che spinge e fa avanzare i processi pastorali».

Un esempio concreto di questo impegno diffuso è “Dialoghi per la pace”, un movimento nato grazie alle istituzioni ecclesiastiche e la società civile, con l'obiettivo di sollecitare l’opinione pubblica a trovare vie di coesione e pacificazione. La Conferenza episcopale messicana, attraverso comunicati e messaggi, ha iniziato a denunciare, in modo molto diretto, i terribili danni che il narcotraffico e la criminalità organizzata stanno causando. Per don Sotelo Aguillar, come sacerdote e giornalista, la grande sfida è «parlare e portare a tutti la carità della verità, quella verità che libera e dà dignità».

Padre Solalinde ritiene che «un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale e più attenzione della stampa estera forse potrebbe produrre dei cambiamenti. Al governo messicano non interessa cosa pensano i messicani, ma c’è molta più attenzione agli investimenti esteri». La società civile ripone grandi speranze nelle prossime elezioni, sperando in un cambio di governo con il "partito Morena" guidato da Andres Manuel Obrador. Se la situazione non dovesse cambiare, l’esasperazione diffusa potrebbe portare a proteste e addirittura a rivolte sociali. Padre Solalinde, al collo, porta una croce concava, simbolo di un Gesù che si protende per abbracciare tutta l’umanità, ricordando che «non si può amare Dio in teoria. Si ama Dio cooperando con Lui alla costruzione del Regno». Un Regno che passa anche dalla difesa dei migranti, i quali, spiega padre Alejandro, «rappresentano oggi l’irruzione di Dio nella storia, perché diventano strumento di salvezza».

Foto di un gruppo di persone che partecipano a una manifestazione o preghiera per la pace in Messico

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