Camorra e Cinema: Il Caso di Rosario Russo e la Rappresentazione della Criminalità Organizzata

Il nome Rosario Russo emerge in contesti legati alla camorra e alla sua rappresentazione, sia attraverso la figura di un camorrista omonimo menzionato in un episodio di cronaca, sia per l'assonanza con il noto pugile Clemente Russo, protagonista del film "Tatanka" che esplora le dinamiche della criminalità organizzata campana. Questo articolo analizza come il cinema italiano ha raccontato la camorra, le sue figure e il suo impatto sociale, con un focus sul film "Tatanka" e il ruolo di Clemente Russo, non tralasciando il tema della religiosità dei mafiosi e le vittime innocenti della criminalità.

"Tatanka": Boxe, Camorra e Riscatto

Il film "Tatanka", ispirato a racconti di Roberto Saviano, presenta la storia di Michele, un giovane con il sogno olimpico nella boxe. Cresciuto a Marcianise, in provincia di Caserta, un ambiente dove la camorra recluta i giovani, Michele finisce in prigione per aver partecipato a un saccheggio. Dopo otto anni, cerca di riprendere la sua vita, ma l'ombra della malavita lo avvolge di nuovo, costringendolo a combattere in incontri truccati per arricchire un camorrista. Umiliato e sfruttato, Michele decide di ribellarsi al sistema.

Al centro della narrazione c'è Clemente Russo, campione di Marcianise, che interpreta se stesso. La sua biografia risuona con la retorica del "boxe-film", dove il giovane talento rischia di essere strappato dalla malavita. Il film, pur non avendo il linguaggio radicale di "Gomorra", ne assimila la lezione metodologica, esplorando il paesaggio disperato e l'oscurità della criminalità senza la pretesa di spiegarne ogni meccanismo.

Critiche e Scelte Narrative di "Tatanka"

Una scelta coraggiosa del film è stata quella di mantenere la scena della tortura di un giovane "guappo" in questura, che ha suscitato polemiche e quasi è costata a Russo la sospensione dalla sua carriera sportiva. Nonostante alcuni difetti nella sceneggiatura, "Tatanka" è apprezzato per il grande lavoro di squadra e per scene d'effetto come gli incontri clandestini e lo "Stammring". Alcuni passaggi risultano bruschi, come il cambiamento degli attori principali dopo otto anni, ma la somiglianza tra Michele e Rosario è comunque buona.

La Camorra nel Cinema Italiano: Un Percorso Storico

Il connubio tra camorra e cinema ha una lunga storia in Italia, con diversi approcci narrativi. Un punto di svolta fondamentale è rappresentato da "Il Padrino" di Francis Ford Coppola (1972), che ha cambiato il modo di raccontare le mafie, spostando la macchina da presa all'interno delle dinamiche familiari e criminali. Questo film ha influenzato non solo la percezione pubblica, ma anche il comportamento della mafia stessa, che ha mutuato i suoi atteggiamenti dai personaggi cinematografici.

Prima e Dopo "Il Padrino"

Prima del 1972, i film sulla criminalità organizzata in Italia erano spesso superficiali, concentrandosi sulla denuncia e sfiorando il fenomeno. Esempi includono "L'oro di Napoli" (1954) di Vittorio De Sica, "La sfida" (1958) di Francesco Rosi e "Lo sgarro" (1962) di Silvio Siano, che si focalizzavano sulla camorra rurale e la figura del "guappo".

La svolta del "Padrino" ha portato a un nuovo modo di narrare la camorra. Nello stesso anno, Pasquale Squitieri ha diretto "Camorra", ispirandosi ai testi di Ferdinando Russo ed Ernesto Serao. Due anni dopo, Squitieri ha realizzato "I guappi", un'analisi approfondita sulla criminalità napoletana e le differenze tra guappi e camorristi.

Film e Sceneggiate negli Anni '70

Gli anni '70 hanno visto anche un ricco filone di "sceneggiate" cinematografiche, con storie lacrimevoli di camorristi o contrabbandieri costretti dalla miseria alla vita criminale, spesso legati alla famiglia e destinati a una tragica fine. Mario Merola è stato un protagonista di questo genere, con film come "Sgarro alla camorra" (1973), "Napoli violenta" (1976) e la serie di Alfonso Brescia, inclusi "L'ultimo guappo" (1978) e "I contrabbandieri di Santa Lucia". La concentrazione di queste pellicole negli anni '70 non fu casuale, ma diretta conseguenza del successo de "Il Padrino".

Da Tornatore a Garrone: L'Evoluzione della Narrazione

Quattordici anni dopo "Il Padrino", Giuseppe Tornatore ha diretto "Il camorrista" (1986), ispirato al libro di Joe Marrazzo sulla biografia di Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata. Il film, pur rimanendo fedele al testo, introduceva la figura positiva di un commissario che contrastava il boss, mantenendo l'influenza del capolavoro di Coppola.

Roberto Saviano con il suo libro "Gomorra" (2006) e il successivo film omonimo di Matteo Garrone (2008) hanno segnato un'ulteriore evoluzione. "Gomorra" ha portato la narrazione della mafia italo-americana alla camorra delle periferie napoletane e casertane, con un taglio realistico e spietato, concentrato sui capiclan e le loro dinamiche, senza offuscamento da parte delle forze dell'ordine. Il successo ha portato anche a una fortunata serie televisiva.

Grafico sull'evoluzione della rappresentazione della criminalità nel cinema italiano

La Religiosità dei Mafiosi e il Silenzio della Chiesa

Un aspetto controverso e spesso dibattuto della criminalità organizzata è la sua relazione con la religione cattolica. La maggior parte degli italiani considera incompatibile l'essere mafioso con l'essere cristiano, ma i mafiosi stessi si sentono profondamente religiosi e credenti, convinti di avere un rapporto speciale con Dio. La storia mostra un lungo silenzio della Chiesa italiana riguardo alle mafie, durato per oltre un secolo e mezzo, fino agli anni '70 del Novecento.

Il Cambiamento e le Contradizioni

Le cose hanno iniziato a cambiare nella seconda metà degli anni '70, con prese di posizione da parte di figure come il cardinale Pappalardo (1982), don Riboldi e Papa Giovanni Paolo II (1993). Gli omicidi di Padre Pino Puglisi e Padre Giuseppe Diana, insieme agli attentati a basiliche, hanno spinto la Chiesa a un più coraggioso distanziamento, culminato nel documento della Conferenza Episcopale Italiana nel 2010.

Tuttavia, persistono contraddizioni: le mafie non sono state formalmente scomunicate e matrimoni, cresime e funerali di mafiosi continuano a essere celebrati. Alcuni preti hanno persino celebrato messe nei covi di latitanti. Questa acquiescenza della Chiesa ha permesso alle mafie di radicarsi profondamente, offrendo loro "buona coscienza" per i loro crimini e un senso di legittimazione sociale. L'ossessione della Chiesa per i peccati sessuali, secondo alcuni, l'ha privata del ruolo di guida nella lotta alla criminalità organizzata.

Casi di Acquiescenza e Esempi Noti

La storia è ricca di esempi di preti e religiosi in famiglie mafiose, specialmente in Sicilia, dove la presenza di un ecclesiastico conferiva prestigio. Il caso di Calogero Vizzini, capo della mafia siciliana, con zii e fratelli preti che non obiettarono mai alle sue attività criminali, è emblematico. Similmente, diversi capi mafia americani avevano stretti legami familiari con il clero.

Ancora oggi si registrano episodi di acquiescenza. A San Paolo Belsito, in Campania, un prete ha ricordato in una predica domenicale "i giovani che non hanno potuto riavere la libertà", includendo il camorrista locale Michele Russo. Lo stesso prete aveva designato un altro camorrista per portare un "giglio" durante la festa di Nola. Le feste dei gigli in provincia di Napoli sono spesso influenzate da camorristi, con la complicità dei parroci locali, come dimostrato da numerose inchieste.

Immagine di una festa religiosa in un quartiere napoletano con elementi legati alla camorra

Vittime Innocenti della Camorra: Il Caso di Alberto Vallefuoco, Salvatore De Falco e Rosario Flaminio

Il 20 luglio 1998, a Pomigliano d'Arco (NA), Alberto Vallefuoco, Salvatore De Falco e Rosario Flaminio, tutti di 24 anni, furono uccisi in un agguato di camorra. I tre giovani, colleghi di lavoro presso il pastificio Russo, furono scambiati per appartenenti a un clan rivale. Un clamoroso errore giudiziario costò la vita a questi innocenti, senza alcun precedente criminale.

Per questo triplice omicidio, sono stati condannati all'ergastolo Modestino Cirella, Giovanni Musone, Pasquale Cirillo, Pasquale Pelliccia e Cuono Piccolo come mandanti ed esecutori, mentre al collaboratore di giustizia Carmine Franzese sono stati inflitti 22 anni di reclusione.

La Memoria e l'Impegno Civile

La famiglia di Alberto Vallefuoco è attivamente impegnata nel Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità, portando la propria testimonianza ai giovani per risvegliare le coscienze. Il padre di Alberto, Bruno, ha sottolineato come i ragazzi "non si trovavano al posto sbagliato al momento sbagliato", ma che "loro", gli assassini, erano al posto sbagliato.

Numerose iniziative sono state dedicate alla memoria di Alberto, Salvatore e Rosario: la sezione anagrafe del Comune di Casalnuovo, un convegno e un memorial calcistico a Pomigliano d'Arco, e l'intitolazione dello stadio di Mugnano ad Alberto. Nel 2012 è stata inaugurata la cooperativa A.R.S., dedicata ai tre ragazzi, che nel 2015 ha ottenuto un terreno confiscato a Casalnuovo. Tre strade a Pomigliano d'Arco e una targa nel luogo del delitto sono state inaugurate in loro onore. Il presidio di Libera Castellammare è dedicato ai tre giovani.

Eventi commemorativi continuano a tenere viva la loro memoria, come una giornata organizzata dalla Lions Club Pomigliano d'Arco nel 2017 e l'intitolazione della biblioteca dell'infanzia del II Circolo Didattico "Giancarlo Siani" di Mugnano ad Alberto Vallefuoco nel 2018. Nel 2020, una gara di ciclocross si è tenuta presso i terreni confiscati gestiti dalla Cooperativa ARS, rafforzando il messaggio di legalità e speranza.

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