La preghiera del "Padre nostro", insegnata da Gesù stesso, rappresenta un momento di profonda intimità e connessione con il divino. Per molti, recitare questa preghiera è un'esperienza che porta a sentirsi "a casa", un'occasione per dimorare lungamente in essa, permettendo all'anima di trovare quiete. Questo libretto è il frutto di anni di riflessione e guida su questa preghiera, che, pur essendo stata commentata nei secoli dai più grandi tra i Padri, i teologi e i santi, continua a rivelare significati sempre nuovi.
L'esperienza personale di questa preghiera è spesso raccontata con un linguaggio semplice, unendo emozioni e dati conoscitivi, tenendo sempre d'occhio il mondo d'oggi e la vita quotidiana. Il "Padre nostro" porta felicità ed esaltazione perché raccoglie in sette domande la somma dei desideri più profondi. Esso autorizza a parlare a Dio chiamandolo "Padre" e, con ciò, chiama a diventare figli e fratelli di ognuno. Le parole di Gesù sono efficaci e operano ciò che significano, come affermano i teologi, infondendo fiducia che ogni attraversamento di questa grande preghiera operi un mutamento interiore.
L'Audacia dell'Invocazione: "Padre Nostro"
La liturgia romana introduce la recita comunitaria del "Padre nostro" con la monizione: "Il Signore ci ha donato il suo Spirito. Con la fiducia e la libertà dei figli, osiamo dire: Padre nostro". L'uso del termine "osiamo" non è casuale, ma sottolinea l'audacia di questa invocazione.
Audacia verso il Padre
È un'invocazione audace rivolta al Padre, poiché non abbiamo timore di chiamarlo "papà", nonostante Egli stia in cielo e noi sulla terra. Chiamare il Creatore del cielo e della terra "papà" e chiedergli il Regno e il pane è già di per sé un atto di grande audacia. Eppure, a questa audacia originaria, i cristiani di oggi sono chiamati ad aggiungerne un'altra: quella di voler quasi "costringere" il Signore a mostrarsi realmente padre di tutti: vivi e morti, oranti e atei. Come dice una massima chassidica, "L'uomo deve gridare a Dio e chiamarlo padre fino a che diventi suo padre". I tempi esigenti in cui viviamo richiedono un ampliamento dell'invocazione, gridando a Dio fino a che diventi padre di tutte le creature che da Lui sono venute e che di Lui si sono dimenticate, inclusi i non credenti.

Audacia verso Noi Stessi e il Prossimo
Chiamare Dio con il nome di Padre implica considerare noi stessi come figli e, di conseguenza, come fratelli e sorelle di tutti. Questa assunzione di responsabilità è sconfinata, pari alla paternità divina e alla fratellanza umana. Anche a nome di coloro che non pregano, o che si dichiarano atei, noi diciamo "Padre nostro". Questo è un atto di enorme audacia.
Un esempio calzante è quello di sette figli, dove uno non riconosce i genitori. Gli altri sei, pur non avendo il dovere, avranno il desiderio istintivo di amare e chiamare per nome i genitori, anche per conto di chi non vuole farlo. Da questa parabola della vita quotidiana si può apprendere il mistero grande dell'incredulità del nostro secolo e il suo significato davanti al Signore, anche nella nostra preghiera.
Audacia verso i Morti
La preghiera del "Padre nostro" non contiene un'invocazione esplicita per i morti, ma l'autore insiste sulle due parole iniziali, dicendo "Padre" anche a nome di coloro che sono defunti. Questa invocazione si estende all'intera umanità: quella che vive, quella che è vissuta e quella che vivrà, inclusi i figli mai nati. È come sentirsi vicini ai morti, quelli che ci sono vissuti accanto e tutti gli sconosciuti, quando si pronuncia "Padre nostro". Verità di tale invocazione si manifesta in luoghi come i cimiteri, dove messe e preghiere collettive uniscono vivi e morti, come accaduto a Bagnolo di Recanati o nelle chiese di montagna, dove il popolo entra passando tra le tombe e prega insieme ai suoi cari defunti. Questa pratica si ricollega alle antiche comunità che pregavano nelle catacombe o alle lavre ortodosse dove i credenti pregano con i padri dell'Ortodossia, così come Francesco riposa sotto le sue basiliche ad Assisi o Escrivà de Balaguer nella casa madre dell'Opus. L'invito "non pregare per lei, ma prega con lei", ricevuto in un momento di lutto, rafforza l'idea che l'invocazione al Padre a nome dei morti moltiplica la responsabilità dei "fratelli superstiti".
La Solitudine non Deve Turbare
Non deve inquietare il fatto che siamo in pochi a pregare. La vera invocazione avviene nel segreto del cuore, e l'invadenza del mercato non ha fatto scomparire la fede, ma l'ha fatta rifugiare nell'intimo. Anche se fossero pochi gli uomini capaci di inginocchiarsi, questa solitudine non dovrebbe turbare. Anche se fossimo solo dieci, o due, potremmo sempre dire a nome di tutti "Padre nostro", sentendo che è lecito invocare il Padre per conto di chi non lo fa mai. Quando si dice la verità, si parla a nome di tutti, e un padre è contento che uno dei suoi figli indovini il suo animo.
Il Cuore della Fede Cristiana: "Abbà, Padre"
La paternità di Dio e la familiarità con Lui, autorizzata da Gesù, che ci ha insegnato a chiamarlo "Abbà" (caro padre, babbo caro, papà), è il cuore della fede cristiana e il messaggio centrale del Nuovo Testamento. Tutto è così semplice: il "Padre nostro" può riempire le giornate, anche nei momenti di solitudine o quando le cose vanno di traverso, perché il cristiano non perde mai tempo e non dispera mai. L'esperienza della paternità e quella della morte danno intensità all'invocazione "Padre nostro", rivelando che in quelle due prime parole della preghiera di Gesù c'è tutta la Sua e la nostra preghiera.
Sebbene in Matteo la preghiera di Gesù inizi con "Padre nostro", in Luca inizia con la sola parola "Padre", che potrebbe essere tradotta "Padre mio". "Padre nostro che sei nei cieli" sarebbe l'ampliamento liturgico e corale della formula iniziale e individuale pronunciata da Gesù: l'"abbà" aramaico, la voce familiare con cui i bambini si rivolgevano ai papà. L'esegeta protestante Joachim Jeremias sottolinea che è essenziale intendere esattamente l'invocazione al "Padre" posta all'inizio, poiché essa racchiude in sé tutta la preghiera. Soltanto chi ha compreso l'appellativo iniziale può realmente pregare il "Padre nostro".
Per i discepoli, fu sconvolgente che Gesù desse loro l'autorizzazione di dire "Abbà" come faceva Lui. Questa è l'invocazione decisiva del "Padre nostro", che rende i discepoli partecipi dei suoi privilegi di figlio e garantisce loro l'appartenenza al nuovo popolo di Dio. Questo spiega perché, secondo la Chiesa primitiva, la recita del "Padre nostro" non fosse permessa a tutti. L'ascolto di un testo un po' diverso, come la redazione breve di Luca con la variante "Padre mio", può aiutare a riudire le parole, liberate dall'abitudine della formula mandata a memoria, rendendola nuovamente viva.
L'esperienza della paternità umana, l'essere figli, aiuta a sentire per intero il senso dell'invocazione "Padre nostro". L'essere padri e madri permette di intuire il suono che queste parole hanno nel cuore del Signore. L'essere chiamato "papà", "padre" o "pater" (anche in latino, scherzando) è una felicità quotidiana che si sperimenta da quasi trent'anni, con varianti infantili e gergali che fioriscono in ogni famiglia (papi, papo, papone, pa', daddy, babbo).
Le Sette Petizioni del "Padre Nostro": Una Guida alla Vita
Gesù, dopo aver pregato, insegnò ai suoi discepoli a rivolgersi a Dio non come a un "essere superiore" o "onnipotente", ma semplicemente come "Padre". Questo approccio definisce il rapporto con Lui: un Padre che perdona perché è Padre e noi siamo figli, un Padre che non può non volerci bene anche quando non capiamo il suo agire. Le sette domande del "Padre nostro" sono interpretate dal cristiano come sintesi e specchio delle parole che sugli stessi argomenti sono dette da Gesù nei Vangeli, rivivendo la Sua avventura sulla terra, il Suo dialogo con il Padre e il Suo progetto di salvezza per tutti i figli.
1. "Sia santificato il tuo nome"
Questa è la prima e più importante invocazione. Significa che il Padre manifesti Se stesso agli uomini e alle donne della nostra epoca e che essi accettino la Sua manifestazione. Il nome di Dio deve essere rispettato; dobbiamo essere riconoscenti quando le persone parlano bene di Lui, attenti quando parliamo con Lui e ascoltare ciò che ci dice. Le persone che intrattengono una relazione viva con Dio sono sante, e anche noi lo siamo, poiché Dio ha reso tutti suoi figli e ci ha donato lo Spirito Santo nel battesimo.
2. "Venga il tuo Regno"
Subito dopo, il "Padre nostro" spinge a chiedere la venuta del Regno, cioè il compimento dei tempi e il ritorno di Cristo. Questa invocazione affretta l'arrivo di Dio stesso in mezzo a noi, in tutti gli uomini, come un desiderio universale.
3. "Sia fatta la tua volontà"
Questa petizione propone di fare proprio il progetto del Padre, che vuole salvi tutti i suoi figli. La volontà di Dio, che è sempre amore, misericordia, ma anche verità e giustizia, deve essere fatta sulla terra come in cielo. Il cielo non è solo quello visibile (luna, stelle), ma un "altro cielo" di Dio, molto più lontano, profondo e bello. Dio è ovunque, soprattutto nel cuore delle persone, e può farsi talmente piccolo da abitarvi. Ascoltando attentamente il Suo cuore, possiamo percepire ciò che vuole dirci e fare la Sua volontà.
4. "Dacci oggi il nostro pane quotidiano"
Questa richiesta per il nutrimento e gli altri beni necessari ogni giorno non dice "dammi il *mio* pane", ma "dacci il *nostro* pane", sottolineando che il pane appartiene a tutti gli uomini. In un mondo dove molti soffrono la fame, soprattutto bambini, chiediamo che ognuno possa sfamarsi e avere il necessario per vivere. Un grande santo ha detto che dobbiamo chiedere il pane quotidiano per ricordare quanto siamo bisognosi di Dio.
5. "Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori"
Questa invocazione chiede il perdono di cui abbiamo bisogno e ci impegna a perdonare chi ci avesse offeso. Dio ci perdona perché ci ama, e noi riusciamo ad essere perdonati da Lui solo nella misura in cui perdoniamo i nostri fratelli. Un aneddoto di San Giovanni Bosco e sua madre Margherita, che interruppe la preghiera per chiedere ai figli di perdonarsi a vicenda, illustra chiaramente questo principio. Dio vuole che siamo riconoscenti e allegri, liberi dal peso dei nostri peccati. Le contese, le ingiustizie e le guerre nascono spesso dal non accontentarsi, dal volere sempre di più. Pregando sinceramente il "Padre nostro", possiamo cambiare qualcosa, a piccoli passi.

6. "Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Male"
Questa richiesta implora che sia tenuta lontana da noi e da tutti la tentazione di non credere e il Satana che la propone. Tuttavia, questa formulazione è stata oggetto di profonda riflessione e dibattito.
La Correzione di un'Interpretazione Controversa
Per secoli, nella Chiesa si è pregato così: "non ci indurre in tentazione". Tuttavia, le parole "indurre" insieme a "tentazione" possono dare un'immagine poco piacevole di Dio, suggerendo che Egli possa tentarci e che noi subiamo la Sua decisione. Dato che la tentazione non è mai una cosa bella, chiedere "non ci indurre in tentazione" è come chiedere: non farci cadere nella tentazione, non farci cadere nel male. Il rischio è di pensare che sia Dio l'autore delle nostre tentazioni. La Parola di Dio, invece, afferma chiaramente: "Nessuno, quando è tentato, dica: «sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno" (San Giacomo).
Pertanto, sono stati suggeriti modi più giusti e veri per rivolgersi a Dio: "Non consentire a che noi siamo indotti in tentazione", "Non permettere che noi entriamo o soccombiamo alla tentazione", "Non ci lasciar cadere in tentazione" o "Non abbandonarci alla tentazione". Papa Francesco stesso, commentando il "Padre nostro", ha affermato: "Così com'è non va. Occorre una nuova traduzione più aderente alla lettera e allo spirito dell'insegnamento di Gesù". Il Pontefice ha precisato che a farci cadere in tentazione non è Dio, ma Satana. Un padre non getta il figlio nella tentazione per vedere come se la cava, ma lo aiuta a rialzarsi.

La Natura della Tentazione
Dicendo a Dio di non abbandonarci, in realtà, gli mettiamo davanti tutte le nostre fragilità e ciò che ci inquieta e ci trascina verso cose discutibili o cattive. Per questo gli chiediamo aiuto, perché siamo noi che facilmente ci lasciamo ingannare e illudere dalla tentazione. Il termine "tentazione" è ampio, e ognuno la intende a modo suo, dalle più buffe alle più drammatiche. I vizi capitali, il dio denaro, il dio sesso e il dio potere sono tentazioni che ci visitano spesso, rivelando quanto siamo fragili, deboli e confusi, e quanto bisogno abbiamo dell'aiuto di Dio per non farci e fare del male. La tentazione che va direttamente contro Dio è quella che mira a indebolire la fede e a far crescere l'incredulità, facendoci dubitare di Dio o illudendoci di poter fare a meno di Lui, proprio come il peccato di Adamo ed Eva. Il Tentatore mira sempre e solo a staccarci da Dio, come dimostrato nel deserto con Gesù, che rispose alle seduzioni affermando la sua piena fedeltà al Padre: "Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".
Quando le tentazioni ci circondano, dobbiamo pregare il Signore perché ci aiuti a non lasciarci vincere, sia che si tratti di tradire il coniuge, di voler farla pagare a chi ci ha trattato male, o di voler prevaricare un collega. La tentazione di dire "ma sì, che male c'è se per una volta mi lascio andare?" apre la porta a situazioni e comportamenti di cui poi ci si pente amaramente. Anche situazioni di malattia, sofferenza e morte possono tentarci contro Dio, facendoci sentire abbandonati o indurci a credere che Dio non sia buono. La preghiera del "Padre nostro" è la preghiera della persona onesta che riconosce la sua debolezza e fragilità, la sua fede e speranza che vacillano. È l'invocazione insistente di un figlio che si sa piccolo, fragile e bisognoso di aiuto. Per non cadere nella tentazione, Gesù ci esorta a vigilare e pregare con insistenza. Superare le tentazioni rafforza la fede e la speranza nel Signore. Dobbiamo pregare con insistenza il Padre dei Cieli, soprattutto quando, per debolezza, la tentazione ha la meglio. Non dobbiamo chiuderci sfiduciati, ma rialzarci e ritornare a Dio, che è sempre Padre con le braccia aperte. Quando ci sentiamo sedotti, dobbiamo invocare il Signore Gesù, che è sempre vicino, lotta con noi e non ci abbandona mai.
"Padre nostro che sei nei cieli, possiamo incontrarti sulla terra?"
Questa domanda può essere il punto di partenza della riflessione sulla prima parola della preghiera che Gesù ha insegnato. Che ci sia un Padre nei cieli è una rivelazione importante, ma che questo Padre sia raggiungibile fin da questo momento significa poter colmare la nostra esistenza di una presenza amorosa, di cui il cuore sente ardentemente l'esigenza. Eppure, il mondo attorno a noi registra una dolorosa assenza, con l'enfasi sulla "morte del padre" che accompagna la retorica della nostra epoca, come evidenziato da Freud, Lacan e Mitscherlich.
Quando ci rivolgiamo a Dio col titolo di "Padre", diciamo qualcosa di preciso. La rivelazione cristiana, parlandoci di un Padre, non solo indica come intendere correttamente Dio, ma offre anche un punto di vista nuovo sul reale. Se Dio fosse solo un principio ordinatore, lo si potrebbe raggiungere con il ragionamento. La rivelazione cristiana, invece, ci dice che Egli è Padre, e questa affermazione porta con sé la conseguenza che anche il reale è visto sotto un'altra prospettiva, specialmente per quanto riguarda la creatura dotata di libertà e intelligenza. È la rivelazione di Gesù che provoca questa "conversione paterna" della nostra immagine di Dio. Gesù ha avuto una scuola di paternità nella testimonianza di san Giuseppe, la famiglia di Nazareth è stata il luogo di esperienza concreta e quotidiana della sollecitudine amorosa di un padre, dove Gesù "cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" (Lc 2,52).

Come ricordava Papa Francesco, san Giuseppe è il custode di Maria, di Gesù e della Chiesa, e svolge questo compito con attenzione a Dio, con bontà e tenerezza, virtù che denotano fortezza d'animo, capacità di attenzione, compassione e vera apertura all'altro. Ma Gesù, richiamandosi continuamente al Padre, ci permette di rovesciare un'altra prospettiva diffusa oggi. Se il XX secolo è stato quello della scoperta del bambino reale, il XXI si apre nel segno della sacralizzazione del bambino immaginario, proiettando i figli come oggetti del desiderio o prolungamento narcisistico. Al contrario, occorre recuperare il senso di un debito simbolico, riconoscere che siamo anzitutto figli. Solo partendo dall'assunzione consapevole dell'essere figli possiamo diventare adulti e generare, a nostra volta, dei figli, evitando di essere in competizione con essi o di pretendere che siano sempre felici e di successo.
Recalcati si richiama a Telemaco come esempio del figlio che ha bisogno del padre e lo cerca, che vuole ereditare qualcosa. Chi non accetta questo debito simbolico rigetta "la filiazione simbolica nel nome di un fantasma di autogenerazione", come i vignaioli omicidi della parabola evangelica o l'inganno del serpente che suggerisce ad Adamo ed Eva di essere come Dio. Dobbiamo ricordarci che siamo tutti generati dal Padre.
Gesù ha incontrato in Giuseppe la testimonianza di un amore paterno. Ma se Gesù parla di Dio come Padre, è perché ha una testimonianza ancora più profonda e radicale. Egli ha vissuto realmente l'esperienza di Dio Padre, sperimentandola continuamente nel proprio cuore. Gesù chiama il Padre "Abbà", babbo, svelando un'intimità che scombina il modo in cui gli uomini hanno guardato a Dio. Per Gesù, Dio è "Abbà" perché Lui, Gesù, è il Figlio. Egli ci dice che Dio non è solo il Creatore, l'Onnipotente, l'Altissimo, ma è Babbo, la persona di cui ogni figlio ha bisogno per sentirsi sicuro e aprirsi al mondo con fiducia. L'intimità che Gesù ha con il Padre apre a un affetto nutrito di tenerezza.
Va notato che Gesù distingue il suo rapporto con il Padre da quello che abbiamo noi. Nel giorno della Risurrezione, Egli dice a Maria di Magdala: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17). E quando insegna il "Padre nostro" non dice: «quando preghiamo, dobbiamo dire: Padre nostro», ma dice: «Voi dunque pregate così: Padre nostro...» (Mt 6,9). Papa Francesco sottolinea che "se lo spazio della preghiera è dire “Padre”, l’atmosfera della preghiera è dire “nostro”: siamo fratelli, siamo famiglia". Chiamare Dio "Padre" è un'audacia filiale, ed Egli vuole che siamo audaci, perché il figlio non ha misure: chiede, implora, piange, grida e scalcia, ma non desiste. Siamo autorizzati da Gesù ad avere quel coraggio, perché non ci stiamo relazionando con un Dio astratto o distante. "Sia santificato il tuo nome" significa "Sia santificata la tua paternità".
La Preghiera come Comunicazione Sincera e Sentita
La preghiera è una comunicazione sincera e sentita con il Padre Celeste, una delle più grandi benedizioni che Dio dà ai Suoi figli per cercare ogni giorno la Sua guida. Gesù Cristo ha insegnato ai Suoi seguaci a pregare Dio Padre (Matteo 6:5-13; 3 Nefi 17:11-20). Il Padre Celeste ci comanda di "pregare sempre" (Dottrina e Alleanze 19:38), perché ci ama e desidera benedirci. Egli vuole che stabiliamo un modello per volgerci a Lui quotidianamente in preghiera e che continuiamo a pregare nel nostro cuore durante il giorno (Mosia 24:11-12; 3 Nefi 20:1).
Quando preghiamo il Padre Celeste nel nome di Gesù Cristo (3 Nefi 18:19; 19:6), mostriamo la nostra fede nel nostro Salvatore e la nostra disponibilità a seguirLo. È per questo che pronunciamo con riverenza il nome del Signore quando chiudiamo una preghiera. Poiché la preghiera è il modo in cui ci avviciniamo a Dio Padre, cerchiamo di usare parole che dimostrino sincerità e riverenza. Il profeta Joseph Smith disse: "Chiedere qualcosa a Dio, o essere ammessi alla Sua presenza, è una cosa grande. […] Lo speciale linguaggio della preghiera ci ricorda l’importanza di questo privilegio".
Il Salvatore disse a Joseph Smith: "Prega sempre, per potere uscire vittorioso, sì, per poter vincere Satana, e per poter sfuggire alle mani dei servitori di Satana che sostengono la sua opera" (Dottrina e Alleanze 10:5). "Pregare sempre" significa non cessare mai di pregare e in ogni cosa rendere grazie (1 Tessalonicesi 5:17-18). Dio vuole che le nostre preghiere siano sincere, come il profeta Enos che riversò tutta la sua anima a Dio in preghiera in cerca di benedizioni (Enos 1:9). Come forma di adorazione, la preghiera ha il potere di avvicinarci al Padre Celeste (Dottrina e Alleanze 88:62-64).
Il Padre Celeste ascolta e risponde a ogni preghiera sincera, sia essa silenziosa o ad alta voce. "Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto" (Matteo 7:7). La preghiera è l’atto mediante il quale la volontà del Padre e la volontà del figlio si mettono in accordo l’una con l’altra. Il Padre Celeste spesso risponde alle nostre preghiere tramite lo Spirito Santo, le Scritture, o attraverso altre persone. L'ascolto di Dio e la volontà di obbedire ci permettono di diventare uno con il Padre e con il Figlio.
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