L’eremo dei Camaldoli rappresenta un complesso architettonico affascinante, solitamente composto dall’ex convento, dall’orto conventuale, dalla Chiesa e da una molteplicità di terreni e di pertinenze. L’architettura tipica dell’eremo riflette lo stilema dell’ordine monastico che ne ha guidato la costruzione: una profonda separazione dal mondo civile e dalle città.
Le strutture monastiche erano solitamente costituite da celle, accompagnate da una piccola chiesa a servizio dell’ordine, il tutto immerso in ampi spazi di territorio incontaminato. Spesso erano protette dal mondo esterno da una doppia cinta muraria, su cui spiccavano due torrette che cingevano l’eremo e lo nascondevano al suo interno. L’idea principale alla base di questi progetti era la regola della autosufficienza degli spazi da parte dell’ordine religioso. In linea con questa filosofia, venivano realizzate opere come cisterne per l’acqua e vasti spazi verdi coltivati.
L'Eremo di Camaldoli: Origini e Contesto

L’Eremo di Camaldoli, casa madre della Congregazione benedettina dei camaldolesi, si trova nei pressi dell’omonima località, in provincia di Arezzo, all'interno della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Situato a circa 1100 metri s.l.m., è immerso nel suggestivo Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. La sua posizione è strategicamente vicina al confine amministrativo tra la provincia toscana di Arezzo e quella romagnola di Forlì-Cesena.
Fu fondato da San Romualdo nei primi anni dell’XI secolo. San Romualdo, noto per aver fondato numerose comunità eremitiche, giunse verso il 1023 fra il Pratomagno e il Monte Falterona, in mezzo alle fitte foreste casentinesi. Decise di fondare un eremo in una radura che era conosciuta come Campo di Maldolo (Campus Maldoli). Incoraggiato dal vescovo di Arezzo Teodaldo, sotto la cui giurisdizione si trovava quella località, San Romualdo vi eresse 5 celle e un piccolo oratorio dedicato a San Salvatore Trasfigurato, che costituirono il primo nucleo dell’eremo. La dedicazione fu celebrata nel 1027 dal vescovo Teodaldo. Successivamente, furono aggiunte altre 15 celle al nucleo originario della struttura.
Oggi l’Eremo di Camaldoli è uno dei due "polmoni" con cui respira la comunità monastica ivi presente: a poca distanza l’uno dall’altro sorgono infatti il monastero e l’eremo. I monaci, pur appartenendo alla stessa comunità e seguendo la medesima regola, adottano stili di vita in parte diversi, dando maggior spazio alla vita comunitaria presso il monastero e privilegiando il raccoglimento personale presso l’eremo. Attualmente, i monaci che vivono all’eremo sono nove.
Architettura e Struttura dell'Eremo di Camaldoli

L’eremo, interamente cinto da un muro di sasso, si affaccia sulla strada con un imponente portone, attraverso il quale si accede al cortile interno. Una delle parti più significative del complesso è l’antica cella di San Romualdo, oggi inglobata nell’edificio della biblioteca. Essa conserva al suo interno la struttura tipica della cella eremitica: un corridoio che si snoda su tre lati, custodendo gli spazi di vita del monaco, la stanza da letto, lo studio e la cappella. La visita a questi luoghi offre un’occasione unica per cogliere l’essenza di un sito che non solo parla di storia e arte, ma è, soprattutto, un luogo dell’anima.
Nel corso della sua storia, l’eremo ha subito due soppressioni: nel 1807, durante il periodo napoleonico, e nel 1866 per opera dei Savoia.
La Chiesa dell'Eremo e le Sue Opere d'Arte

La chiesa dell'Eremo presenta una navata e sei cappelle laterali, tre per ogni lato. L’altare maggiore, con intarsi di marmi policromi, fu probabilmente realizzato su progetto di Cosimo Fanzago. All'interno della chiesa sono conservate opere di alcuni importanti rappresentanti della pittura napoletana di circa due secoli.
Tra le opere più pregevoli si annoverano: una tela di Massimo Stanzione che rappresenta l’“Ultima Cena”, affreschi di Angelo Mozzillo e dipinti attribuiti ad Antiveduto Gramatica. La pala sulla parete di fondo, raffigurante “la Trasfigurazione di Cristo”, è cinquecentesca, ma la sua attribuzione rimane incerta.
Da un ingresso posto alla sinistra dell’altare maggiore si accede alla sala capitolare; a destra, una porta sormontata da un dipinto ovale di Cesare Fracanzano immette nel vestibolo della sacrestia.
Un Altro Esempio Camaldolese: L'Eremo di Vico Equense

Oltre all'Eremo di Camaldoli in Toscana, un'altra significativa fondazione dell'ordine camaldolese si trova a Vico Equense. A scegliere il luogo, con ogni probabilità già abitato dagli antichi romani, furono i monaci dell’ordine camaldolese che nel 1607 costruirono un eremo lontano dalla civiltà, in un sito in cui si poteva ammirare un panorama di rara bellezza. L’Eremo di Vico Equense fu il quinto che la Congregazione dei Camaldolesi di Monte Corona fondò nel Regno di Napoli, dopo quello di Napoli, di Torre del Greco, di Nola e di Maiori (Eremo dell’Avvocata).
Dopo molte vicende storiche, che attraversano gli anni della rivoluzione napoletana del 1799 e il regno borbonico fino al decreto del re Giuseppe Bonaparte che il 13 febbraio 1807 abolì tutte le comunità religiose, il complesso divenne di proprietà della famiglia Giusso, che lo acquistò direttamente dalla Corona di Napoli. Con nota di trascrizione prot. 1139 del 5.07.1989, l’allora Ministero per i beni culturali e ambientali (oggi MIC) ha esercitato il diritto di prelazione, ai sensi degli articoli pertinenti, per la tutela di tale patrimonio.
L’intera struttura originaria dell’Eremo di Vico Equense è ancora oggi integralmente conservata, ad eccezione di alcune delle 12 celle monastiche - le celle superstiti oggi sono circa dieci - e della grande Chiesa antistante l’Eremo, intitolata a S. Maria di Gerusalemme, che sono andate distrutte.
Oggi la tenuta è costituita da numerosi corpi di fabbrica ed è circondata da 14 ettari piantati ad uliveto e vigneto. Il complesso include un locale foresteria a servizio del monastero, un’antica dimora con i suoi locali storici, un cellaio, una cisterna per l’acqua e la cappella di famiglia. Completa la grande costruzione centrale un pozzo, risalente all’anno 1586 e posto davanti alla villa, oltre a un vasto giardino caratterizzato da alberi secolari, comprese piante come i carrubi posti lungo il sentiero delle Grottelle, ricco di patrimonio boschivo.
Affidato per secoli ai monaci camaldolesi, dal 1998, dopo essere stato ristrutturato e rinnovato, l’Eremo di Vico Equense è abitato dalle suore Brigidine dell’ordine del Santissimo Salvatore.
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