Il Cristo Portacroce di Michelangelo: Dalla Prima Versione al Capolavoro della Minerva

Il Cristo Portacroce di Michelangelo Buonarroti è una delle opere più enigmatiche e affascinanti della sua produzione. Quest'opera, commissionata nel 1514, esiste in due versioni, entrambe testimoni di un complesso processo creativo e di significative vicende storiche e artistiche. La sua storia si snoda attraverso secoli di vicissitudini, riflettendo le sfide che Michelangelo affrontava e i cambiamenti culturali dell'epoca.

Foto ravvicinata del volto del Cristo Portacroce della Minerva, mostrando dettagli anatomici e l'espressione

La Committenza e il Progetto Originale (1514)

La statua fu commissionata a Michelangelo nel 1514 da un gruppo di nobili romani, tra cui Bernando Cencio, canonico di San Pietro, Mario Scappucci, Pietro Paolo Castellano e Metello Vari, per la basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma. In questo periodo, Michelangelo era ancora vincolato da un contratto di esclusiva con gli eredi Della Rovere per lavorare alla Tomba di Giulio II. Nonostante ciò, l'artista fiorentino accettava remunerative commissioni private, per le quali doveva però chiedere una dispensa papale. Michelangelo, noto per lavorare spesso da solo, sia per ottimizzare i guadagni sia per una certa diffidenza, avviò il progetto con la sua consueta intensità.

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L'Abbandono e l'Acquisizione di Metello Vari

La produzione della prima versione del Cristo risorto per la Basilica di Santa Maria sopra Minerva procedette in fretta. Tuttavia, in fase di ultimazione, apparve nel marmo una sgradevole venatura nera sul viso del Cristo, che deturpava e invalidava l'intera opera. Questo difetto del marmo, riscontrabile sulla guancia sinistra del volto, convinse l'artista ad abbandonare il blocco e a ricominciare. È stato ipotizzato che Michelangelo potesse aver sbozzato un blocco disponibile nel suo studio, scartato per la Tomba di Giulio II.

Il committente Metello Vari, pur di possedere un'opera dell'artista, ottenne in dono la prima versione "corrotta", scartata a causa della vena scura che attraversava il volto di Cristo. La sistemò nel giardino della propria residenza romana, conservandola «come suo grandissimo onore, come fosse d’oro», contraccambiando lo scultore con un puledro di razza.

Le Testimonianze Storiche e la Riscoperta

Nel cortile della residenza romana di Metello Vari, l'erudito Ulisse Aldrovandi vide la scultura nel 1556, descrivendola laconicamente come «un Christo ignudo con la Croce al lato destro no[n] fornito per rispetto di una vena che si scoperse nel marmo della faccia, opera di Michel Angelo, e lo donò a M. Metello, e l’altro simile à questo, che hora è nella Minerva lo fece fare à suo spese il M. Metello al detto Michel Angelo». Le sue parole precise fornirono una prova lampante per l'identificazione della scultura con quella oggi conservata a Bassano Romano, sottolineando la presenza della vena nella faccia e la sostanziale coincidenza stilistica e dimensionale con il Cristo oggi in Santa Maria sopra Minerva.

Successivamente, la statua fu acquistata nel 1607 dal Marchese Vincenzo Giustiniani, patrono e raffinato conoscitore d'arte. Grazie alle ricerche di Silvia Danesi Squarzina sugli inventari della famiglia Giustiniani, è possibile seguire la presenza della scultura nelle collezioni della residenza romana a partire dal 1638. Un indizio dell'apprezzamento di Giustiniani è nel suo Discorso sopra la scultura (1620-1630), dove paragonava il Cristo della Minerva a capolavori classici.

Le Modifiche e la Nuova Collocazione

Durante la Controriforma, il Marchese Giustiniani fece apportare modifiche alla nudità del Cristo per adattarla ai nuovi canoni religiosi. Secondo alcune fonti, fu Gian Lorenzo Bernini a intervenire nella finitura della prima versione del Cristo della Minerva. Il Cristo Portacroce Giustiniani oggi presenta un panno che gli copre la nudità, e la devozione dei fedeli era tale che il suo piede destro si logorò a causa degli sfregamenti, rendendo necessaria una scarpetta di metallo a protezione.

Per lungo tempo ritenuta opera di un anonimo scultore del XVII secolo, la statua del Cristo risorto portacroce nel Santuario del Volto Santo della Congregazione Benedettina Silvestrina a Bassano Romano (già intitolata a San Vincenzo Martire) è stata recuperata agli studi grazie all'intuizione di Irene Baldriga. Basandosi sul controllo incrociato di elementi stilistici, materiali e documentari, ella la collegò a una lettera di Metello Vari a Michelangelo del 13 dicembre 1521, nella quale è ricordata la decisione dello scultore di abbandonare il marmo a causa della venatura. A seguito della riscoperta dell’autografia michelangiolesca, la Soprintendenza per il Patrimonio Storico e Artistico di Roma e Lazio, dopo le esposizioni dell'opera a Roma e Berlino (2001), ha individuato come sede definitiva la Cappella del Cristo Portacroce, la prima cappella destra del Santuario del Volto Santo di Bassano Romano.

Il Cristo Portacroce Giustiniani sarà in mostra negli Appartamenti Reali del Palazzo Reale di Palermo a partire dal 13 novembre 2025, un'iniziativa della Fondazione Federico II.

Foto del Cristo Portacroce di Bassano Romano, mostrando il panneggio e la scarpetta metallica sul piede

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La Realizzazione e l'Insoddisfazione dell'Artista

Trascorsi i quattro anni stabiliti dal contratto per l'esecuzione e la messa in opera della scultura, il committente tornò a chiederne l'esecuzione. Nonostante Michelangelo avesse lasciato Roma, ne eseguì una nuova versione, assai diversa nella postura, sbozzandola a Firenze. La seconda versione, completata nel 1518, giunse da Firenze e fu collocata nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva il 27 dicembre del 1521, dietro la supervisione dell’amico fidato Sebastiano del Piombo. Michelangelo la fece rifinire ad alcuni suoi discepoli, Pietro Urbano e Federico Frizzi. L'artista rimase deluso dal loro lavoro, a causa del pessimo lavoro di finitura, mentre la committenza ammirò il risultato. Tutti questi cambi di assistenti non permisero a Michelangelo di raggiungere il grado di perfezione da lui cercato e lo lasciarono insoddisatto, al punto da offrire la propria disponibilità per la realizzazione di una terza versione della statua. Il committente però non volle aspettare ulteriormente e si accontentò dell’opera finita.

Descrizione Artistica e Iconografica

Questa scultura di Michelangelo Buonarroti, rappresentante Gesù Cristo risorto, è realizzata in un blocco unico di marmo bianco ed è alta 205 cm. L'artista ha voluto rappresentare tutta la forza di Gesù Cristo risorto attraverso una forte resa anatomica. La croce non è un elemento decorativo ma è ciò che sorregge l'intera figura, simbolo della forza di coloro che credono in Dio. L'opera raffigura il momento della resurrezione di Gesù Cristo dai morti, la morte non essendo stata la fine della sua vita. Il Cristo volge il suo sguardo di lato, a un pubblico ideale, per mostrare il suo volto che esprime amore.

La statua del Cristo Portacroce è in un certo senso collegata a quella del Mosè a San Pietro in Vincoli, entrambe opere del periodo in cui Michelangelo era impegnato con il progetto della Tomba di Giulio II ma accettava commissioni private.

Foto del Cristo Redentore di Michelangelo nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, mettendo in risalto la croce

La Controriforma e le Modifiche Estetiche

Nel contesto delle nuove idee della Controriforma, il panneggio dorato venne aggiunto alla statua della Minerva, come ennesima “braghetta” alle opere di Michelangelo, delle quali il più “corretto" fu il Giudizio Universale. Questo intervento mirava ad adattare la nudità delle sculture ai nuovi canoni di pudore religioso. Le osservazioni di critici come Passignano e Ludovico Cardi detto il Cigoli, pur riconoscendo l'autografia michelangiolesca del Cristo di Bassano Romano, sollevarono dubbi sulla sua nudità "terribilmente umana". In fondo, a Firenze non si era ancora spento il fragore dell’autodafé (1582) di Bartolomeo Ammannati agli Accademici del Disegno, dove l’anziano scultore rinnegò buona parte della sua produzione con figure nude.

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