Confessioni di un malandrino: analisi tra poesia e musica

Il titolo Confessioni di un malandrino, che richiama uno dei primi e più iconici successi di Angelo Branduardi, funge da chiave di lettura per comprendere l’attitudine artistica del cantautore. Tratto dall'adattamento della celebre poesia di Sergèj Aleksándrovič Esénin, il brano rappresenta un punto di incontro tra la letteratura russa del Novecento e la sensibilità del menestrello italiano, capace di trasfigurare il testo originale attraverso una t

Vladimir Majakovskij: Vita, Opera e l'Eredità del Futurista Rivoluzionario

Introduzione al Poeta del Grido

Vladimir Majakovskij (Bagdadi, Georgia 1893 - Mosca 1930) è il poeta che non ti aspetti, fuori da ogni condizionamento, innovativo ed estroso. Vissuto in un’epoca cruciale della storia del suo paese, fu considerato il cantore della rivoluzione bolscevica del 1917. Le sue opere sono sempre tese alla rappresentazione provocatoria di un’epoca definita meschina.

I versi del poeta futurista Majakovskij inneggiano grida di ovazione al mondo e a chi lo abita. La sua è una poesia aggressiva, satirica più che cinica, che da futurista celebra realtà dolorose a pieni polmoni, come a voler gridare che questo non è ciò che realmente vediamo. La sua voce risuona con grande eco dall'alto di un eremo ormai troppo noto, ma che omaggia con grida e brividi di esistenza insoddisfatta. Eterna è la lotta contro il reale che non risponde alle sue domande, e allora si rivolge al lettore con cinismo, portandolo a vivere i suoi dubbi senza timore. Non c’è paura, non c’è assenza di tono né ombra, se non quella che nemmeno lui conosce. Figlio del suo tempo si batteva per la libertà dell’individuo e l’esigenza di autonomia di ogni essere umano.

Ritratto di Vladimir Majakovskij, futurista russo

Il Futurismo Russo e l'Ascesa di Majakovskij

Il futurismo ebbe un impatto enorme in Russia, dove il suo sviluppo più interessante si manifestò in ambito letterario. Uno dei partecipanti a questo movimento fu Vladimir Majakovskij, che all’epoca dell’incontro con Lili e Osip Brik aveva solo ventidue anni ma, nonostante la giovane età, era già una delle figure principali del futurismo. Secondo la sagace definizione di Pasternak, egli «fin dall’infanzia fu la creatura viziata di un futuro che gli si arrese piuttosto presto e apparentemente senza grande sforzo». Quando, due anni più tardi, quel futuro si presentò, si chiamava rivoluzione russa.

Fin dalle prime pagine della biografia di Bengt Jangfeldt emerge la figura di un uomo gigantesco, fragile, smisurato, potente, tetro, brusco, inquieto, ipocondriaco, incapace di contenere l’eccesso di vita che lo domina, vittima di compulsioni ossessive, giocatore d’azzardo, boxeur, attore: un uomo a piena voce, re del suo destino, il primo di quei «giganteschi pagliacci del mondo solare», così come Chlebnikov definisce i cubofuturisti. Attraverso le parole di Jangfeldt vediamo Majakovskij - adolescente, innamorato, potente, provocatorio - dominare il suo tempo con impetuosa, irrefrenabile giovinezza: «Non c’è mai nel mio animo un solo capello canuto, / e nemmeno senile tenerezza! / Intronando l’universo con la possanza della mia voce, / cammino - bello, / ventiduenne».

Angelo Maria Ripellino lo descrive così, nelle sue prime apparizioni pubbliche: «Majakovskij indossò per molti anni una blusa di fustagno giallo-arancione dalle larghe strisce nere, simile insieme a una giubba da fantino e al camiciotto degli operai parigini nel periodo del naturalismo. Il suo colore ricordava le gialle azalee che splendevano al sole sui monti di Bagdadi e le tende, le stoffe, gli abiti georgiani».

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Poesia Urbana, Linguaggio Nuovo e il "Bardo della Rivoluzione"

Majakovskij non sopporta le rime «laccate, da salotto» per uomini e donne incipriati di ipocrisia. Alla cantilena delle vecchie poesie contrappone un «grido»; alla ninnananna rilancia un rullo di tamburo. Parla ai minatori, agli operai e agli studenti: un pubblico vasto che lo ascolta con attenzione. Il suo palco è nelle piazze. Il tono confidenziale rende il linguaggio specifico e originale.

Il poeta domandava: «Sareste capaci di suonare un flauto con le grondaie poste sui tetti della città?». Lui, il poeta, ci riesce, ha preso il quotidiano e lo ha trasformato. La sua poesia è una poesia fatta di pezzi di strada, insegne, case, piazze, fabbriche, ciminiere. Una poesia urbana che si nutre di un linguaggio nuovo ed è pensata soprattutto per il pubblico. I versi del poeta sono brevi, come spezzati, non grondanti di eccessi letterali, originali nella purezza di un’espressione linguistica che s’insinua velocemente nelle coscienze. Nei versi l’intonazione e le pause si susseguono con ritmo pacato e vibrante.

In pochi anni, poema dopo poema, lettura dopo lettura, lo osserviamo trasformarsi da eroe felice e acclamato della rivoluzione a creatura aliena e nuda, estranea alla nuova società in cui è costretto a rispecchiarsi. Scrisse anche pièce teatrali, come La cimice e Il bagno, beffarde, grottesche, inconciliate. L'opera più celebre del poeta, La nuvola in calzoni, ci ricorda l’identità sfuggente e beffarda di una nuvola che il poeta calza con i suoi stivali dalle sette leghe, vivendosi personaggio fiabesco e immortale. In A piena voce scrive: «Il mio verso giungerà / superando i crinali dei secoli / e superando le teste / di poeti e governi».

Manifesto futurista russo con citazioni di Majakovskij

L'Uomo e il Poeta: Un Animodi Adolescente nel Corpo di un Gigante

«Per Majakovskij il futurismo non era una scuola di poesia ma un modo di rapportarsi alla vita e all’arte. I futuristi si erano sempre opposti al conservatorismo e alla rigidità. La lotta per il nuovo contro il vecchio era parte integrante della vita e dell’opera di Majakovskij. Nikolai Punin scrisse che era la rivoluzione a essere cara ai cuori dei futuristi, “la rivoluzione in sé” sottolineò “e non l’attuale società”». Vladimir è l’interprete massimo di questa spinta al nuovo: oratore dei suoi poemi, artista acclamato dalle folle, percorre turbinosamente il teatro della scena rivoluzionaria.

Il giovane ostinato che irride le convenzioni comuni («lo schiaffo al gusto del pubblico»), il potente attore-poeta che non si piega ai compromessi della meschina «esistenza», del deprecabile byt, e percorre la Russia da sfrontato eroe di un nuovo linguaggio, è l’uomo-poeta Vladimir, così come, nei lampi della sua prosa ellittica, lo intravide il coetaneo Viktor Sklovskij: «Non vedeva la luna come una splendente via adagiata sul mare, vedeva l’aringa lunare e pensava che sarebbe stato bello accompagnarla con un pezzo di pane. Vedeva la lettera O e la S francese che saltellavano sui tetti e annusavano le ore: vedeva le insegne, leggeva quei libri su ferro e ammirava le teiere di porcellana e i panini, che balenavano nelle vetrine chiuse delle trattorie».

Per Majakovskij il poeta è una creatura che vive solo in attesa del suo «stato poetico»: «Una rima che stai per afferrare, ma non hai ancora afferrato, per la coda ti avvelena l’esistenza: parli senza sapere quello che dici, mangi senza sapere quello che mangi e non dormi perché la rima sembra volteggiarti dinanzi agli occhi». Come scrive Lili Brik: «È risaputo che Majakovskij lavorava senza interruzioni. Persino in presenza di estranei, per la strada, al ristorante, quando giocava a carte o al biliardo, continuava a lavorare. Eppure amava molto il silenzio. A Levasovo, per esempio, e in seguito a Puskino, dove per ore e ore vagava nel bosco. In quei luoghi lavorava meglio, si stancava meno che in mezzo ai “rumori e rumoroni” della città».

Vladimir era un rivoluzionario complesso e inquieto, innamorato della magia di una vita trionfante e dal potere incommensurabile delle parole. Non sorprende, quindi, il suo incredibile amore per l’arte di Čechov, così testimoniato: «... ma io parlo di un altro Čechov. L’Anton Pavlovič Čechov di cui parlo è uno scrittore! […] Čechov, per primo ha compreso che lo scrittore si limita a plasmare con maestria il vaso, ma poco gli interessa se dentro versino vino o risciacquatura. Non ci sono idee, soggetti. Ogni fatto anonimo può essere avviluppato nella rete meravigliosa delle parole. Dopo Čechov lo scrittore ha il diritto di affermare: non ci sono temi. Non l’idea genera la parola, ma la parola l’idea. […] Tutte le opere di Čechov sono la soluzione di problemi puramente verbali. Le sue affermazioni non sono verità desunte dalla vita, ma conclusioni imposte dalla logica della parola. La vita traspare di necessità solo dai vetri colorati delle parole […] È strano, ma lo scrittore, in apparenza più legato alla vita, è stato di fatto uno di quelli che più si sono battuti per emancipare la parola, per rimuoverla dal punto morto del descrittivismo. […] Queste nuove forme di espressione del pensiero, questa giusta posizione verso i problemi reali dell’arte danno il diritto di parlare di Čechov come di un maestro della parola…».

Jangfeldt accenna, nelle pagine conclusive del suo libro, al rapporto del poeta con Puškin. «Majakovskij ama Puškin “da vivo, non da mummia”, in quanto poeta che, come lui, ha vissuto una vita tempestosa prima che gli mettessero addosso il “lucido delle crestomazie”». Il tempo dei monumenti, delle «mummie» puskiniane, è davvero estraneo alla vitalità che trascina la sua poesia dall’inizio alla fine («Odio / ogni tipo di carne morta! / Adoro / ogni tipo di vita!»).

La «maschera» di Majakovskij, fatta di alterigia, sprezzo, distacco e modi imperiosi, nascondeva, in quel corpo da gigante, «grosso e inutile, partorito da chissà quali Golia in una fredda notte di delirio», l’anima di un adolescente: un ragazzo difficile, affamato di carezze e di lodi, vulnerabile come una mimosa pudica.

Foto d'epoca di Majakovskij con Lili Brik

Il Suicidio e l'Enigma Finale

Le vite di certi individui devono bruciare in un tempo veloce perché non possono tollerare un tempo diverso dalla propria avventura eroica e breve. I trentasette, tumultuosi anni della vita di Majakovskij lo testimoniano. La potente e appassionata biografia di Bengt Jangfeldt, Majakovskij. Una vita in gioco, lo evidenzia, scaraventandoci nel cuore di questo parossismo frenetico.

Nel suo ultimo periodo di vita, il poeta non pubblicava più versi, veniva contestato e fischiato alle prime delle sue pièce. La critica ufficiale del governo lo accusava di essere incomprensibile, oscuro, dunque inutile. Quel finale Majakovskij non lo accettò mai e, piuttosto che adeguarsi, preferì giocare l’ultima carta, quella dell’azzardo assoluto, e con un suicidio clamoroso, all’apice della sua fama, decretò la sconfitta del binomio «vita-rivoluzione» che per lui aveva smesso da tempo di esistere.

La tendenza al suicidio è l’oscura tensione che si sottende alla vita di Majakovskij e il leitmotiv dei suoi scritti, dal primo all’ultimo verso. Ne sono testimonianza la tragedia Vladimir Majakovskij, la poesia La svendita («tra molti, molti anni, / in breve, quando più non sarò, / morto di fame o di un colpo di pistola, / il me di oggi fulvo, / i professori studieranno fino all’ultimo iota, / il mio dove, il quando, il come», da Il flauto di vertebre) e versi come: «Sempre più spesso penso / se non sarebbe meglio mettere / il punto di un proiettile alla mia fine». L’analogia fra proiettile come fine della vita terrena e come punto conclusivo di una frase scritta, alla fine di un discorso in cui sentiva di avere già detto tutto, pubblicamente e intimamente, con la sua maschera di poeta, non sorprende.

Majakovskij morì suicida nel 1930, sparandosi al cuore con una Mauser. Le cause potrebbero essere molteplici, tra cui l’innamoramento per l’attrice Veronika Vitol’dovna Polonskaja (detta Nora), che rifiutò di separarsi dal marito per sposare il poeta. Lasciò un biglietto dove chiedeva di non fare troppi pettegolezzi sulla sua morte. Il suo suicidio, al contrario di quello decadente-romantico di Esenin, fu fin dall’inizio un enigma che nessuno avrebbe potuto esaurire con una risposta risolutiva.

«Quello che andò più a fondo della questione fu Roman Jacobson, talmente scosso dal suicidio di Majakovskij da chiudersi nella sua stanza a Praga per mettere ordine nei pensieri sull’amico morto. Il risultato fu il lungo saggio Una generazione che ha dissipato i suoi poeti, scritto tra maggio e giugno 1930. La generazione in questione era la sua e quella di Majakovskij, la generazione di quelli che in quel momento, nel 1930, avevano fra i trenta e i quarantacinque anni, e che “sono entrati negli anni della rivoluzione già fatti, non più come argilla informe, ma ancora non cristallizzati, ancora capaci di sentire e trasformarsi, ancora capaci di capire la realtà circostante non nella sua statica, ma nel divenire”. Era una generazione che, come quella dei romantici del XIX secolo, si era bruciata - o era stata bruciata - anzitempo».

La sua lettera d'addio è un testamento della sua disillusione: «A tutti. Non incolpate nessuno della mia morte e, per piacere, non fate pettegolezzi. Il defunto li odiava. Mamma, sorelle e compagni, perdonatemi - non è questo il modo (non lo consiglio ad altri) ma non ho vie d’uscita. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è composta da Lilja Brik, mia madre, le mie sorelle, e Veronika Vitol’dovna Polonskaja. Se per loro organizzerai una vita tollerabile - grazie. Le poesie già iniziate datele ai Brik, ci penseranno loro. Come si dice - l’incidente è chiuso, / la barca dell’amore si è sfasciata / contro l’esistenza quotidiana. / Io e la vita siamo pari / e a nulla serve l’elenco / dei reciproci dolori, / disastri / offese. / Buona permanenza al mondo». A noi che lo studiamo e lo leggiamo ancora, resta il compito, quasi un secolo dopo, di ritrovare le sue parole, in prosa e in versi, vive e taglienti come erano e come saranno. La sua stessa voce ci soccorre, oltre il tempo e le generazioni: «Smettetela, dunque, con la venerazione per i centenari, con il culto per le edizioni postume. Articoli per i vivi! Pane per i vivi! Carta per i vivi!».

Foto della stanza d'albergo di Majakovskij dopo il suicidio

Il Titolo "Confessioni di un Malandrino": Una Chiarificazione

Nonostante lo spirito "hooligan" che spesso animava la poesia e la vita di Vladimir Majakovskij, il titolo Confessioni di un malandrino non è associato a nessuna delle sue opere. Tale titolo, nella cultura italiana contemporanea, è principalmente noto grazie al brano musicale di Angelo Branduardi.

Sergéj Esénin e "Confessioni di un Teppista"

Il vero riferimento letterario è la poesia «Исповедь хулигана», ovvero Confessioni di un teppista, scritta nel 1920 dal poeta russo Sergéj Aleksándrovič Esénin (1895 - 1925). Esénin è uno dei più grandi poeti russi, amato in tutto il mondo. Nella sua biografia si legge: dotato di una personalità romantica, s’innamorava frequentemente, ebbe tre mogli e molte amanti. Dopo la rivoluzione comunista dell’ottobre 1917, credendo che essa avrebbe comportato una vita migliore, la sostenne, ma subito si disilluse e talvolta criticò il governo bolscevico, in poesie come L’ottobre severo mi ha ingannato. Ma alla polizia segreta del regime sovietico (la famigerata GPU) non piacquero le critiche del poeta al regime.

L’alcolismo cronico di cui il poeta soffriva lo portò nel 1925 ad un ricovero in ospedale psichiatrico, che alcuni sostengono avvenne per tenere Esénin al riparo dalla GPU. Il 28 dicembre del 1925 Esénin morì impiccato nella sua stanza d’albergo, all’età di 30 anni. Certamente non fu il poeta della rivoluzione. Come ha scritto Lev Trotskij in un saggio dopo la sua morte, «lui e la rivoluzione non erano fatti della stessa pasta. Esénin era intimo, tenero, lirico - la rivoluzione è pubblica, epica, catastrofica». E nel suo intimo Esénin era rimasto legato alle origini contadine, cristiane, popolari. «Dal passato - si legge ancora nel saggio di Trotsky - lo hanno strappato con le radici, radici che nel presente non hanno attecchito. La città non lo ha rafforzato, ma lo ha fatto traballare, lo ha estraniato».

Ogni verso del poeta russo Esénin è intessuto di memoria, di metafore, di malinconia e di serenità. Così iniziano le Confessioni di un teppista: «Non a tutti è dato cantare, / non a tutti è dato cadere / come una mela ai piedi degli altri. / È questa la confessione più grande / che possa mai farvi un teppista. / Io vado a bella posta, spettinato / col capo sulle spalle come un lume a petrolio. / Mi piace rischiarare nelle tenebre / l’autunno senza foglie delle vostre anime. / Mi piace quando i sassi dell’ingiuria / mi volano addosso come la grandine d’una ruttante bufera. / Stringo allora più forte con le mani / la bolla tremula dei miei capelli».

Ritratto di Sergej Esénin, poeta russo

Le Interpretazioni di "Confessioni di un Teppista"

Il poemetto di Esénin ha avuto diverse traduzioni e adattamenti in Italia, creando una complessa rete di interdiscorsività:

  • Traduzioni Letterarie: Esistevano versioni come quella di Bruno Carnevali e Renato Poggioli. In particolare, la traduzione di Poggioli, pubblicata in Il fiore del verso russo (Einaudi, 1949), optava per una resa in metrica e in rima, conferendo un'impronta più "occidentale" al testo. La versione di Angelo Maria Ripellino, invece, comparsa in Poesia russa del Novecento (Guanda, 1954), era più attenta a mantenere le caratteristiche grafiche del testo originale, eliminando la metrica rigida e le rime definite.
  • Carmelo Bene: Diede voce al testo con un adattamento e una modesta riscrittura della traduzione di Ripellino. Le sue modifiche, minimali e spesso nell'ordine dell'anastrofe o dell'iperbato, erano volte a una resa ritmica differente, adatta alla sua pronuncia beniana, accompagnate da musiche in quelle che Jacobson definirebbe "traduzioni intersemiotiche".
  • Angelo Branduardi: Pubblicò il brano Confessioni di un malandrino nell'album La luna (1975), ripubblicato poi in Gulliver, la luna e altri disegni (1980). Branduardi si ispirò alla versione di Renato Poggioli, apportando tagli, cuciture di strofe, modifiche nell'ordine o nel numero delle parole, trasformando il testo in una personale interpretazione. Il menestrello Branduardi, a differenza del poeta-pellegrino di Esénin che «piscia contro una luna ottusa e assente», «grida alla luna» rendendola partecipe del suo canto.
  • Caparezza: Nel suo primo album ?! (2000), inserisce un campionamento del brano di Branduardi nel singolo La fitta sassaiola dell’ingiuria. Caparezza tratta il testo di Esénin come un "genere", avvicinandolo alla pratica rap contemporanea, trasformando il poeta maledetto in un rapper che si difende dai detrattori con una "riscrittura pretestuosa".

Le differenze tra Esénin e Majakovskij sono evidenti, nonostante siano stati poeti della stessa epoca rivoluzionaria. Esénin era «intimo, tenero, lirico», legato alle origini contadine e disilluso dalla città. La sua narrazione è non lineare, scapestrata, un «sproloquio autoarcheologico». Il suo suicidio è descritto come «decadente-romantico». Majakovskij, invece, era «pubblico, epico, catastrofico», un gigante irruente che si batteva per il nuovo, la cui fine fu un atto di sfida e un enigma. Due personaggi diversi, l'uno poeta "maledetto" in conflitto con società e natura, l'altro bardo che rielabora e dialoga con il mondo, ma con fini profondamente distinti.

MAJAKOVSKIJ: SONO POETA E PER QUESTO SONO INTERESSANTE - Film Completo in Italiano (HD)

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