Le domande sulla nascita di Gesù, da chi la racconta a quando è avvenuta, sono sempre state oggetto di profonda riflessione. Un noto biblista, padre Frédéric Manns, ha affrontato queste questioni sia storiche sia esegetiche in un suo volume pubblicato in Francia, intitolato Que sait-on de Marie et de la Nativité («Cosa sappiamo di Maria e della Natività», Bayard Presse, Parigi 2006). L'opera riassume in trenta domande i principali quesiti e le curiosità sull’evento che ha cambiato il corso della storia, fornendo risposte chiare e approfondite.

Perché solo Matteo e Luca raccontano l'infanzia di Gesù?
I Vangeli, per loro natura, non sono biografie nel senso moderno del termine, ma sono innanzitutto l'annuncio della «buona novella della salvezza», manifestatasi nella morte e risurrezione di Gesù.
- Matteo, che scrive per i giudei-cristiani, conosceva i racconti dell’infanzia di Mosè meditati dalla Sinagoga e vi si ispira.
- Luca, o la sua fonte giudeo-cristiana, preferisce seguire il modello dell’infanzia di Samuele, più vicino alla sua sensibilità.
- Il Vangelo di Marco suggerisce una fase precedente della tradizione in cui le parole e le azioni di Gesù erano trasmesse senza una presentazione organica.
- Il Vangelo di Giovanni, con la sua alta teologia e il suo linguaggio simbolico, lascia poco spazio a una riflessione sull’infanzia di Gesù.
Solo Matteo e Luca hanno quindi incluso un’introduzione conosciuta come «racconti dell’infanzia». Questi narrano lo scandalo di un Dio che avrebbe sofferto fin dalla sua infanzia, evocando il rigetto del bambino-Dio da parte delle autorità e la sua accettazione da parte dei poveri. Non a caso, i pittori delle icone rappresentano spesso la culla di Gesù e la sua tomba in maniera simile, a sottolineare l'inclusione di questi eventi nella storia della salvezza. Matteo e Luca, con questi racconti, hanno inteso risolvere la questione della nascita del Messia, che non era figlio biologico di Giuseppe, discendente di Davide, vedendo nella sua origine una nuova creazione e l'inaugurazione dei tempi escatologici annunciati dai profeti.
Differenze tra le versioni di Matteo e Luca
I due evangelisti si rivolgono a uditori diversi e tengono conto della loro mentalità, annunciando al contempo i grandi temi che verranno sviluppati nel prosieguo dei loro Vangeli. Non è sorprendente, quindi, che i loro racconti dell'infanzia presentino distinzioni significative.
La prospettiva di Matteo
Il Vangelo di Matteo è strutturato in cinque parti, scandite da un ritornello («Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi»). Similmente, il suo racconto dell’infanzia è diviso in cinque scene che iniziano con un genitivo assoluto:
- La genealogia.
- La concezione miracolosa di Gesù.
- L’arrivo dei Magi.
- La fuga in Egitto e la strage degli innocenti.
- Il ritorno dall’Egitto e l'abitazione in Galilea.
In queste scene sono inserite cinque citazioni dell’Antico Testamento, ognuna contenente la parola «figlio», come richiesto dall’esegesi giudaica. Il numero cinque richiama i cinque libri della Torah. L'intero itinerario del Vangelo di Matteo è prefigurato in questi racconti: Gesù, rigettato dai capi del popolo, si reca nella Galilea delle genti.
Sette temi ricorrenti formano un’inclusione nel Vangelo di Matteo: l’Emmanuele annunciato nell’infanzia è lo stesso Risorto che rimane con i suoi fino alla fine dei secoli; Gesù è il re dei Giudei, il Salvatore e il Nazareno; l’angelo del Signore e lo Spirito Santo, principio del mondo nuovo, intervengono in momenti chiave.
Matteo sfrutta anche il simbolismo dei numeri. La sua genealogia è divisa in tre gruppi di quattordici generazioni, richiamando il valore numerico (ghematria) della parola Davide, che equivale a quattordici.
La prospettiva di Luca
Luca, pur non facendo dichiarazioni esplicite sui numeri, presenta una genealogia di Gesù che risale fino ad Adamo e conta 77 concatenamenti, poiché nel mondo giudaico il numero sette è simbolo di perfezione. La profetessa Anna, ad esempio, raggiunge questa perfezione avendo 84 anni (12x7).
Inoltre, Luca sottolinea la cronologia dell’infanzia in 70 settimane, con riferimento al libro di Daniele 9,24, che prevede in questo contesto la consacrazione del Messia a Gerusalemme.
Il genere letterario dei Vangeli dell'infanzia: Midrashim Cristiani
I racconti dell’infanzia non sono storici nel senso moderno, né favole o miti, ma sono da considerarsi dei midrashim cristiani. Il midrash giudaico spiega la Scrittura con la Scrittura; il midrash cristiano, invece, pone la Scrittura a servizio della vita di Cristo, che ne è la chiave di lettura. Il Nuovo Testamento, sebbene scritto in greco, riflette la mentalità giudaica.
- Matteo presenta l’origine del Figlio di Dio come una nuova creazione.
- Luca la presenta come una nuova forma della presenza escatologica di Dio in mezzo al popolo.
La demitizzazione di questi racconti è un falso problema, poiché essi non utilizzano un linguaggio mitico, ma riprendono il linguaggio biblico, talvolta quello della Bibbia greca dei Settanta.
Betlemme e Nazaret: la profezia e la realtà
La nascita di Gesù a Betlemme, come realizzazione della profezia di Michea, è un fatto affermato da tutta la tradizione. I Vangeli si adoperano per superare il problema posto dalle origini nazaretane di Gesù, un luogo non menzionato nell'Antico Testamento, e per questo insistono su tale provenienza.
Riguardo a Isaia 7, i cristiani hanno letto la versione greca che parla di una «vergine» (parthenos), preferendola alla versione ebraica che usa il termine almah (giovane donna). È attestato che già verso la fine del secondo secolo circolavano accuse che mettevano in discussione la verginità di Maria, suggerendo che Gesù fosse nato da un'adultera.
Il fidanzamento giudaico e la figura di Maria
Per i giudei, il fidanzamento era un accordo vincolante tra due famiglie, regolato dal pagamento di un regalo (mohar) dal futuro marito alla famiglia della fidanzata. Sebbene non ancora sposa, la fidanzata vedeva il suo statuto modificato, e ogni infedeltà era punita. In questo contesto si inserisce il fidanzamento di Giuseppe e Maria, i quali non abitavano ancora insieme quando lei si accorse di essere incinta.

La mangiatoia: un segno di umiltà
Luca spiega che Maria depose suo figlio in una mangiatoia «Perché non c’era posto per lei nella sala comune». Questo può essere interpretato non solo come mancanza di spazio, ma anche come una scelta dettata dalle norme del tempo: una partoriente era considerata impura per 40 giorni se aveva partorito un maschio, e per 80 giorni per una femmina, e trasmetteva la sua impurità. Le donne osservanti della Legge spesso si ritiravano in un luogo discreto per non complicare la vita altrui.
La presenza simbolica dell'asino e del bue alla mangiatoia è spesso ricondotta al versetto di Isaia 1,3: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone. Israele non sa, il mio popolo non intende», sottolineando l'incapacità dell'uomo di riconoscere il proprio Signore.
La data della Natività e i Magi
La celebrazione della nascita di Gesù il 25 dicembre risale al IV secolo, con l'intento di cristianizzare la festa popolare del Sole invitto, celebrata nel solstizio d’inverno. Gesù è nato probabilmente nell’anno 6 prima della nostra era. La data del Natale nel solstizio d'inverno è in parallelo con l’Annunciazione di Maria, celebrata nel giorno del solstizio di primavera, il 25 marzo.
La venuta dei Magi è annunciata dalla Scrittura attraverso l'apparizione di una stella (Numeri 24) e l'annuncio nei Salmi che i re di Saba e di Seba avrebbero portato offerte. Non è da escludere che Nabatei provenienti dall’Oriente si siano recati a Gerusalemme, data la loro documentata interazione con la città, come attesta lo storico Giuseppe Flavio.
Ecco il Vero Significato del Natale e quello che Invece Oggi Rappresenta
Maria: Madre di Dio (Theotokos)
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (paragrafo 466) chiarisce il significato dell'espressione «Maria, Madre di Dio». Il Verbo, unendo a sé ipostaticamente una carne animata da un’anima razionale, si fece uomo. L'umanità di Cristo non ha altro soggetto che la Persona divina del Figlio di Dio, assunta al momento del concepimento. Per questo, il Concilio di Efeso nel 431 proclamò che Maria è veramente Madre di Dio, non perché la natura del Verbo o la sua divinità abbiano avuto origine da lei, ma perché da lei nacque il corpo santo, dotato di anima razionale, a cui il Verbo è unito sostanzialmente. Colui che Maria ha concepito come uomo per azione dello Spirito e che è divenuto suo Figlio secondo la carne, è il Figlio eterno del Padre, la seconda persona della Trinità. La Chiesa confessa, quindi, che Maria è la Theotokos (Madre di Dio).
Il Profondo Mistero dell'Incarnazione: Un Dio "Scomodo"
La "poesia" del Natale è stata spesso fraintesa e strumentalizzata dalla società dei consumi, svuotando il suo significato più profondo. Il primo invito del Natale è ascoltare il pianto del bambino: una creatura fragile e indifesa, dipendente da tutti. Le circostanze della sua nascita sfidano le logiche di potere, possesso e conflitto del mondo.
Dio si serve di una donna "esclusa", Maria, vergine e incinta, promessa in sposa a Giuseppe. Una situazione che, per la legge del tempo, prevedeva la lapidazione. Giuseppe, però, decide di non consegnare Maria alla giustizia, assumendosi l’onere di una paternità non sua. La possibilità che Maria e Giuseppe non siano riusciti a registrarsi al censimento li rende quasi una "famiglia clandestina" con un figlio "invisibile", senza cittadinanza.
Gesù viene adagiato in una mangiatoia, un luogo "impurificante" per la Legge, in mezzo ad animali. I primi ad essere informati della sua nascita dagli angeli sono i pastori, considerati tra gli ultimi della società. Successivamente, giungono i Magi, "personaggi mitici stravaganti" che da lontano seguono una stella. Tutto ciò rivela un "Dio scomodo" che rovescia le logiche umane.
Dio si fa carne per abitare in mezzo a noi
Il cuore del Natale è il mistero dell'Incarnazione: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». È uno scandalo, una rottura con l'antica legge, dove Dio rimaneva nascosto. La sconvolgente notizia è che il Signore, il cui volto non si poteva vedere senza morire, e il cui nome gli ebrei non osavano pronunciare, si è fatto carne nel grembo di una donna, diventando un uomo.
La parola Avvento significa «venire verso di noi»: è Dio che irrompe nella storia, diventando uno di noi, condividendo la nostra esperienza umana. Questa carne e umanità sono state scelte da Dio fin dall'eternità come luogo della sua rivelazione. L'Incarnazione rende l'uomo partecipe del progetto di salvezza di Dio per l'umanità, trasformando l'umanità stessa nelle mani di Dio che proseguono e portano a compimento l'opera della creazione. Questo mistero è celebrato nel prologo del Vangelo di Giovanni, letto il giorno di Natale, e approfondito anche da pensatori come Edith Stein nel suo "Mistero del Natale".
Accogliere il Regno di Dio come un Bambino
In un mondo che rincorre il consumo, è fondamentale recuperare il significato del dono, fatto non solo di cose, ma di persone e relazioni. Spesso, in nome di una legge mal interpretata, molte persone buone venivano escluse. Invece di accogliere gli emarginati, la legge era usata per legittimare l’esclusione. Nei Vangeli, l’espressione "piccoli" si riferisce a volte ai bambini, altre volte ai settori esclusi della società.
Papa Francesco afferma che "Dio comunica la sua tenerezza ai piccoli e ai deboli". Accogliere il Regno di Dio come un bambino significa abbracciare la semplicità evangelica. Quando i discepoli rimproveravano le madri che portavano i bambini a Gesù per la sua benedizione - in un'epoca in cui madri e bambini piccoli erano spesso considerati impuri - Gesù si indignò e disse: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Marco 10,14-15).
Gesù esorta i discepoli a diventare come bambini, indicando che i bambini sono i "professori" degli adulti nel Regno dei Cieli. «Chi pertanto si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli» (Matteo 18,4). Coloro che accolgono gli esclusi sono chiamati "giusti", poiché la giustizia del Regno si raggiunge accogliendo i bisognosi, non solo osservando norme e prescrizioni. La Natività, in questa prospettiva, è un invito a riscoprire la purezza del dono, l'umiltà e la capacità di accoglienza, tipiche di un bambino, per entrare nel Regno di Dio.