Nel Vangelo di Marco 8:34, Gesù rivolge una chiamata diretta e senza compromessi al discepolato: "Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua". Questa affermazione, apparentemente dura, sintetizza le condizioni del vero discepolato. Tuttavia, il significato profondo di "rinunciare a se stesso" e "prendere la propria croce" è spesso frainteso, rischiando interpretazioni parziali o distorte.

Il senso di "rinunciare a se stessi"
Comprendiamo vagamente che rinunciare a se stessi significa che il discepolato è probabilmente difficile e che il "sé" è in qualche modo un problema. A volte, si associa il rinunciare a se stessi al rinnegare i propri desideri, o si arriva persino a ignorare il sé, considerandolo sospetto o sbagliato a causa della sua intrinseca peccaminosità. Ma Gesù non sta chiedendo una violenza su ciò che siamo, bensì un esercizio della nostra libertà nei confronti della cosa più difficile al mondo: noi stessi.
Significato etimologico e biblico
Il verbo greco tradotto con "rinunciare" è aparneomai. Questa parola, pur potendo significare semplicemente negare la verità di un'affermazione, ha quasi sempre sfumature di associazione o connessione con una persona. Nel Nuovo Testamento, "rinunciare" è la dissociazione intenzionale dalla relazione con una persona in particolare. Un'altra traduzione, quindi, potrebbe essere "disconoscere" o "rinnegare". Ad esempio, è il verbo usato quando Pietro "rinnega" Gesù. Il rinunciare a se stessi, quindi, è rinnegare intenzionalmente se stessi, o allontanarsi dal rapporto con il sé come primario. Gesù non sta facendo una dichiarazione sulla natura cattiva del sé, ma su con chi siamo più strettamente associati.
Rinnegare "ciò che siamo diventati"
Gesù non chiede di rinnegare "ciò che siamo", poiché siamo immagine di Dio, e quindi "molto buono". Quello che dobbiamo rinnegare non è quello che ha fatto Dio, ma quello che abbiamo fatto noi, usando male della nostra libertà. Si tratta delle tendenze cattive, del peccato, tutte cose che sono come incrostazioni posteriori sovrapposte all'originale. "Rinnegare" significa, in realtà, "ritrovare", come spiega Gesù stesso: "Chi perderà la propria vita, la troverà".

Esempi di "rinnegamento" per la vita e la bellezza
Il rinnegare se stessi non è un'operazione per la morte, ma per la vita, per la bellezza e per la gioia. Possiamo comprendere meglio questo concetto attraverso esempi:
- Architettura: Chiese romaniche deturpate in epoca barocca con stucchi e decorazioni. Per riportarle alla bellezza primitiva, è necessario abbattere impietosamente queste sovrastrutture.
- Pittura: Quadri ossidati e anneriti dal tempo che necessitano di essere ripuliti e restaurati per far emergere la forma originaria, come gli affreschi della Cappella Sistina.
- Scultura: Statue antiche ritrovate nel fondo del mare, ricoperte di incrostazioni marine, che vengono pazientemente ripulite per rivelare la loro bellezza originale.
Nello spirito, assomigliamo a quelle statue prima del restauro. La bella immagine di Dio che dovremmo essere è stata ricoperta dai sette vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia. Rinnegare se stessi significa liberarsi da queste incrostazioni per ritrovare la nostra vera essenza.
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Rinnegare se stessi come "dire di no"
"Rinnegare" significa molto semplicemente "dire di no". Si tratta di imparare a dire dei no a quelle pulsioni e tentazioni che ci allontanano dalla via di Cristo:
- Dire di no a spettacoli violenti o licenziosi.
- Dire di no a droghe o sostanze nocive.
- Dire di no alla gola a tavola.
- Dire di no all'ira e dominarla per parlare con calma.
Imparare a dire qualche no a se stessi è fondamentale per vivere in pace in famiglia e nella società, ed è il linguaggio del vero amore.
Imparare il linguaggio di Dio e dell'altro
Secondo Kierkegaard, rinnegarsi è imparare la lingua di Dio per poter comunicare con lui. Noi parliamo il linguaggio della carne, lui quello dello spirito; noi quello dell'egoismo, lui quello dell'amore. Ma è anche imparare la lingua - cioè la sensibilità, i gusti, le attese - dell'altro che ci vive accanto. Molti problemi e fallimenti nelle relazioni dipendono dal fatto che non ci si preoccupa di imparare il modo di esprimere l'amore dell'altro. Quante rinunce e rinnegamenti di sé si compiono ogni giorno, con gioia, per far contenti quelli che si amano!
Il senso di "prendere la propria croce"
Il prendere la propria croce è forse ancora più frainteso. I credenti possono avere la tendenza a rendere sotto forma di allegoria qualsiasi spiacevolezza come una "croce" e poi spiritualizzarla come parte del discepolato. Queste letture sono pericolose perché si basano su verità parziali.
La crocifissione nel contesto storico
Gesù fece questa dichiarazione riguardo al prendere la propria croce prima di essere crocifisso. La crocifissione era riservata in modo specifico ai trasgressori che si erano ribellati all’autorità. Per "prendere la propria croce" si intendeva la pratica di costringere un condannato a portare la croce sul luogo dell'esecuzione. Questo dimostrava che, sebbene il condannato si fosse ribellato all’autorità, era ora così completamente vinto che il suo ultimo atto in vita sarebbe stato quello di portare lo strumento della sua morte nel luogo della sua morte. Era uno spettacolo di sottomissione completa e totale. Pertanto, quando Gesù invita a rinunciare a se stessi e a prendere la propria croce, sta rivendicando la sua autorità.
Non la sofferenza per se stessa, ma la fedeltà e la sottomissione
Gesù non sta parlando della morte in croce, ma della via verso il supplizio, una via in solitudine, una via del disonore. La croce era la pena di morte riservata ai "rifiuti della società". Seguire Cristo significa rinnegare se stessi e dare invece fedeltà a Lui. Non si tratta di elogiare la sofferenza, ma di indicare un cammino che porta da qualche parte, evitando di girare a vuoto e sprecare energie. "Prendere la propria croce" significa accettare e affrontare ciò che c'è nella nostra vita, seguendo la maniera di Gesù, proprio come una persona che sta affogando deve aggrapparsi alla mano che le viene offerta.

La radicalità del discepolato
Il linguaggio apparentemente aspro della chiamata di Gesù ha lo scopo di renderlo chiaro: non ci sono mezze misure nel seguire Cristo. È tutto o niente. Cristo ci chiama alla fedeltà esclusiva e alla completa sottomissione a Lui. Sebbene estremi e onnicomprensivi, rinunciare a se stessi e prendere la propria croce non sradicano né reprimono il sé, ma lo trasformano.
Le condizioni del vero discepolato
Il discepolato è sinonimo di rinunciare a se stessi e prendere la propria croce. Ma quali sono le condizioni per essere autenticamente dei discepoli di Gesù?
Uno stile di vita, non una pratica periodica
Il rinunciare a se stessi non è semplicemente una pratica periodica. Non siamo chiamati occasionalmente a prendere un certo tipo di croce; siamo chiamati a un intero stile di vita. Il vero problema non è il costo del seguire Gesù, ma la nostra disponibilità a seguirlo a prescindere dal costo.
Una corretta comprensione di sé
Per essere discepolo è necessaria una corretta comprensione di sé. Se rinunciare a se stessi e prendere la propria croce sono in realtà chiamate all’arrendersi, allora il sé non solo deve essere presente, ma anche ben noto e ben esaminato. Come possiamo sottomettere ciò che non riconosciamo? Come possiamo rinunciare a ciò di cui non siamo consapevoli?
Fedeltà esclusiva e sottomissione completa
Ogni discepolato è estremo. Non ci sono mezze misure nel seguire Cristo. È tutto o niente. Cristo ci chiama alla fedeltà esclusiva e alla completa sottomissione a Lui. Non si tratta di rinunciare a vivere, ma di accogliere una novità e una pienezza di vita che solo Lui può dare. L'uomo ha radicata nel profondo del suo essere la tendenza a "pensare a se stesso", a mettere la propria persona al centro degli interessi e a porsi come misura di tutto. Chi va dietro a Cristo rifiuta, invece, questo ripiegamento su di sé e non valuta le cose in base al proprio tornaconto. Considera la vita vissuta in termini di dono e gratuità, non di conquista e di possesso.
Pietro e la tentazione di "pensare secondo gli uomini"
Nel Vangelo di Matteo (16,21ss), dopo la confessione di fede di Pietro ("Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!"), Gesù comincia a spiegare ai suoi discepoli che deve andare a Gerusalemme, soffrire molto, essere ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro, prendendolo in disparte, si mette a rimproverarlo, dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai».

Gesù, voltandosi, risponde a Pietro con durezza: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Le stesse parole che Gesù usò nel deserto per rifiutare le seduzioni del tentatore. Pietro, che poco prima era stato definito una "pietra" adatta per la costruzione della Chiesa, diventa ora una "pietra d'inciampo" perché pensa secondo le categorie del potere e del dominio, non dell'amore e del servizio.
Questo episodio mostra come anche i discepoli più vicini a Gesù possono essere tentati di deviare dalla vera via del discepolato, che implica rinnegamento di sé e accettazione della sofferenza, in contrasto con la logica del successo e del trionfo umano.
Il Vangelo come guida per la vita autentica
Rinnegare se stessi significa imparare a diffidare dai mille pensieri e sensazioni che molte volte ci risuonano dentro e che ci destabilizzano. A questi pensieri e a queste sensazioni possiamo opporre qualcosa di concreto: la parola che ci dà Gesù. È come se la nostra vita fosse l'attraversamento di un campo minato, e Gesù è l'unico che sa dove si possono mettere i piedi senza saltare in aria. Seguirlo significa prendere sul serio ogni Sua indicazione che troviamo nel Vangelo.
Il Vangelo ci sta dicendo che senza Vangelo rischiamo di perderci e proprio per questo dobbiamo rimetterlo al centro della nostra vita. Gesù si faceva capire da tutti e continua a farsi capire. Bisogna solo imparare ad ascoltarlo un po' alla volta e aprirsi alla novità di Cristo per trovare la pienezza della vita e rinnovare il nostro modo di vedere le cose, abbandonando il paradigma dell'uomo forte, sempre vittorioso, e abbracciando pienamente la volontà di Dio nella nostra umanità.