La riflessione sulla morte di Gesù è un tema centrale della fede cristiana, che attraversa i secoli e continua a interrogare l'uomo contemporaneo. Essa si configura non solo come un evento storico, ma come un mistero di libertà, amore e compimento divino, che offre una prospettiva unica sulla sofferenza e sulla speranza oltre la morte stessa.
La Libertà di Gesù Di Fronte alla Morte
Gesù Uomo Libero: Una Prospettiva dalla Lettera agli Ebrei
La Lettera agli Ebrei afferma che "Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per paura della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb 2,14-15). Questa verità rivela che Gesù ha vissuto in prima persona la morte per liberare gli uomini dalla sua paura.
Le testimonianze scritte sulla fine della vita terrena di Gesù concordano nel dichiarare che egli è stato condannato e messo a morte mediante crocifissione a Gerusalemme, la vigilia del sabato di Pasqua, il 7 aprile dell’anno 30. Questa fine era considerata la morte del maledetto da Dio (Dt 21,23; Gal 3,13) e per gli autori pagani, il supplizio più crudele e orribile, proprio degli schiavi. Nonostante ciò, per l'autentica fede cristiana, proprio il crocifisso è colui che "ha raccontato Dio" (Gv 1,18), "ha reso testimonianza alla verità" (Gv 18,37), trasformando uno strumento di esecuzione capitale nel luogo della massima gloria.
Per comprendere come un uomo appeso a una croce sia stato adorato come Salvatore e Signore, è necessario leggere la croce a partire da colui che vi è stato issato senza opporre resistenza: Gesù. I vangeli chiariscono che Gesù è andato verso la morte non per caso né per necessità, ma con lucidità, consapevole della fine toccata a tutti i profeti e a Giovanni Battista, esito dell'opposizione del potere religioso. Non si trattava di un destino ineluttabile, poiché Gesù avrebbe potuto fuggire o terminare il suo annuncio del Regno altrove.

La Scelta Libera e l'Amore "Fino alla Fine"
Gesù è andato verso la morte nella libertà e per amore, "avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine" (Gv 13,1). I vangeli sottolineano la sua sovrana libertà nel deporre la propria vita (Gv 10,18) e nell'accogliere il calice da bere (Mc 10,38) nelle ore che precedono la passione. Egli agisce in continuità con la sua esistenza, spendendo la vita fino a consegnarla totalmente per la giustizia di Dio e il servizio ai fratelli e alle sorelle.
Per mostrare concretamente questo ai discepoli, Gesù chiede loro di preparare un ultimo pasto, una cena predisposta in cui annuncia la sua consegna da parte di uno dei dodici. La rivelazione della morte imminente non è accompagnata da tentativi di fuga o ribellione. Anzi, l'annuncio del tradimento di Giuda accompagna l'atto significativo di Gesù sul pane e sul calice, spiegato da parole che illuminano e danno senso al gesto: la sua morte sarà l'atto estremo di una vita consegnata e spezzata come il pane, sangue versato come il vino, conclusione di una vita contraddistinta dall'amore per Dio e per gli umani, fino all'estremo.
La "Necessità" della Morte di Gesù
Gesù ha ripetutamente annunciato che la sua passione "era necessaria" (Mc 8,31 e par.; Lc 13,33; 17,25; 24,7). Questa necessità era innanzitutto umana: in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere osteggiato, perseguitato e ucciso. Chi vive e predica la giustizia incontra ostilità e rifiuto. Gesù, rimanendo liberamente fedele alla volontà di Dio e continuando a fare il bene, preparava il suo rigetto da parte del potere romano, che lo vedeva come una minaccia, e del potere religioso giudaico, che non sopportava il volto di Dio da lui narrato.
Così, la necessità umana diventa anche necessità divina, non perché Dio Padre volesse la sua crocifissione, ma perché la libera obbedienza di Gesù alla volontà di Dio, che chiede di vivere l'amore fino alla fine, esige una vita di giustizia e di amore anche a costo della morte violenta. La necessità della condanna di Gesù è dunque intrinseca alla libera scelta di vita che egli ha fatto, quella di dire la verità di Dio a qualunque costo.
Il Padre ha risposto all'amore vissuto liberamente da Gesù richiamandolo dai morti alla vita senza fine. Anche tra i morti, Gesù è rimasto libero, come suggerisce il Salmo 87 (88) nella versione della Vulgata: "libero tra i morti" (v. 6), applicato dai padri al soggiorno di Gesù tra i morti e alla sua resurrezione. La sua libertà è stata più forte della morte, permettendo a Pietro di proclamare: "Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere" (At 2,24). Questo insegnamento invita a guardare con occhi nuovi il passaggio della morte, temibile soprattutto perché ci consegna all'ignoto.
La Morte di Cristo come Vita del Cristiano
Padre Pio medita la Passione di Cristo
Unirsi alla Passione per la Risurrezione
La Settimana Santa offre l'occasione di rivivere i momenti conclusivi della vita di Gesù. La Risurrezione è il fondamento della nostra fede (1 Cor 15,14), ma non si può parteciparvi senza unirsi alla Passione e alla Morte di Cristo (Rm 8,17). Per essere con Cristo nella sua gloria, è necessario aderire al suo olocausto, sentendosi una sola cosa con Lui, morto sul Calvario.
La generosa dedizione di Cristo si scontra con il peccato, il "mysterium iniquitatis". L'abisso di malizia del peccato è stato colmato da una carità infinita. Per riparare alle nostre mancanze, era necessario il sacrificio di un Uomo che fosse anche Dio. La Trinità ha deciso che il Figlio Unigenito assumesse la condizione umana, caricandosi delle nostre miserie e dolori, per finire inchiodato a un legno. Questo desiderio ardente di compiere il decreto salvifico del Padre ha informato tutta la vita di Cristo, culminando nel pomeriggio del primo Venerdì Santo con la sua immolazione: "Chinato il capo, spirò" (Gv 19,30).
Giovanni descrive la morte di Cristo: Gesù, sotto il peso della croce, addossandosi tutte le colpe degli uomini, muore per la violenza e l'abiezione dei nostri peccati. Il suo corpo martoriato e inerte deposto dalla croce appare come il ritratto di una disfatta, ma non è una sconfitta, bensì una vittoria: Egli è più che mai vicino al momento della Risurrezione, della manifestazione della gloria conquistata con la sua obbedienza.
La tragedia della Passione culmina nella nostra vita e in tutta la storia umana. La Settimana Santa non è una mera commemorazione, ma la meditazione del mistero di Gesù Cristo che continua nelle nostre anime. Il cristiano è chiamato ad essere alter Christus, ipse Christus, sacerdote della propria esistenza per offrire "vittime spirituali, ben accette a Dio per mezzo di Gesù Cristo" (1 Pt 2,5), compiendo ogni azione in spirito di obbedienza alla volontà di Dio, perpetuando così la missione dell'Uomo-Dio.
La Morte di Gesù: Una Morte per Noi
La domanda "perché la morte di Gesù fu una morte per me? Per noi? Per tutti?" trova risposta nella Sacra Scrittura: Cristo è morto per noi. L'uccisione di Gesù, riconosciuta come la morte di un innocente anche dai non seguaci, si distingue da altre morti ingiuste. Isaia profetizza: "Egli ha preso su di sé le nostre malattie, si è caricato delle nostre sofferenze… è stato ferito per le nostre colpe, è stato schiacciato per i nostri peccati. Egli è stato punito, e noi siamo stati salvati. Egli è stato percosso, e noi siamo guariti..." La sua morte, quindi, è una morte che risana e salva, diversa da ogni altra.
Il dolore, l'isolamento, la domanda sul "perché soffro?" sono esperienze umane universali. Il corpo malato diventa una barriera, ci isola e ci fa sentire soli. Le reazioni comuni sono l'urlo, la preghiera e il silenzio. Gesù sulla croce mostra un corpo martoriato, solo, abbandonato dai suoi discepoli. Eppure, proprio in questa solitudine e apparente assenza di Dio, egli vive la morte con fiducia, sapendo che Dio era con lui. Il modo in cui Gesù ha vissuto la morte diventa un modello da imitare e la fede ci assicura che nel momento della nostra morte, Gesù sarà accanto a noi, infondendoci i suoi stessi sentimenti e la sua fiducia.
L'Analisi del Verbo "Consegnare" nella Morte di Gesù
Il Ruolo di Giuda e la Catena delle Consegne
Il verbo greco "paradìdomi", che significa "consegnare", assume una costellazione di significati negli scritti del Nuovo Testamento in relazione a Gesù. L'azione del "consegnare" Gesù parte da Giuda, che lo mette nelle mani di coloro che lo vogliono morto. La frequenza e l'intensità con cui questo verbo è associato a Giuda nei vangeli lo rendono quasi una sua definizione: egli è "il consegnatore". Il suo gesto, sebbene linguisticamente sia una "consegna", assume la connotazione di "tradimento" a causa delle circostanze: il complotto, la rottura dell'amicizia e l'uso strumentale del bacio. Gesù stesso, nel Vangelo di Luca, sottolinea la profondità del gesto: "Giuda, con un bacio consegni il Figlio dell'uomo?" (Lc 22,48).
Gesù viene consegnato in diverse mani: degli uomini o dei peccatori, ai sommi sacerdoti, che a loro volta lo consegnano ai pagani o a Pilato, e questi ai soldati. L'esito di questa successione di consegne, necessaria per ragioni politico-giuridiche, è la morte di Gesù per crocifissione. Il punto fondamentale non è tanto individuare il colpevole principale, quanto l'itinerario forzato di Gesù verso la croce. Questo carattere passivo della sua morte domina anche nelle formule della predicazione primitiva: "voi lo avete ucciso, Dio lo ha risuscitato" (At 2,23s.). In questa prospettiva, la risurrezione riscatta Gesù dalla morte, ma la sua morte permane nella negatività di una sconfitta senza riserve, come un incidente di percorso.
Dal Passivo all'Attivo: La Libertà nell'Auto-Consegna
Tuttavia, nella maggior parte dei testi del Nuovo Testamento, in particolare nei vangeli e nelle lettere apostoliche, la croce riceve un'attenzione non inferiore alla risurrezione. Qui spicca il peso decisivo della soggettività di Gesù. Testi come Gal 1,4 ("si è consegnato per i nostri peccati"), 1 Tm 2,6 ("si è consegnato in riscatto per tutti") e Tito 2,14 ("si è consegnato per noi") rivelano un capovolgimento: Gesù, da vittima inerte, viene presentato come soggetto di una decisione in cui la morte è assunta e diventa un atto di libertà. Questo passaggio dal passivo all'attivo-riflessivo dello stesso verbo "consegnare" introduce un significato ulteriore: la libertà che non cancella l'orrore della necessità, ma vi immette un senso divino.
La libertà con cui Gesù assume la morte non è quella di un eroe, ma è presentata con un significato assoluto, lo stesso di Dio. In Paolo, il "consegnò se stesso" è motivato dall'amore divino: "Mi ha amato e si è consegnato per me" (Gal 2,20). L'agape, l'amore di Dio, si incarna nell'atto umano della morte di Gesù. La seconda dimensione è la necessità della volontà del Padre. In Luca, "È necessario (dèi) che il Figlio dell'uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risusciti il terzo giorno" (Lc 24,7). Questa necessità non è una fatalità, ma la volontà del Padre percepita e consentita da Gesù, come il significato ultimo della sua libertà. La libertà di Gesù sta tra due necessità: il negativo del suo essere consegnato alla morte dai nemici e il positivo del suo essere alla presenza del Padre, che dà senso alla sua assunzione della morte.
Paolo afferma: "Dio «che non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?»" (Rm 8,32). Questa affermazione rimanda al sacrificio di Isacco (Gen 22), ma con una profonda discontinuità: il Padre divino offre il Figlio in dono agli uomini. L'identità del verbo "consegnare" indica che la morte di Gesù come gesto del Padre si coestende internamente a quella perpetrata dagli uomini. Tutta la violenza, lo scherno, l'ingiustizia, e l'esperienza dell'abbandono divino, senza un iota in meno, costituiscono la consegna che il Padre fa del Figlio. La Chiesa canta: "Admirabilis dilectio caritatis: ut servum redimeres, Filium tradidisti": hai consegnato il Figlio per riscattare lo schiavo.

La Consegna dello Spirito e il Compimento
Giovanni usa la formula "E chinato il capo, consegnò lo spirito" (Gv 19,30), suggerendo un'identità tra la morte di Gesù e il dono dello Spirito Santo. Il momento in cui Gesù "esala lo spirito" è anche quello in cui "consegna lo Spirito". La morte di Gesù è il principio del dono-consegna dello Spirito perché è l'autoconsegna di Gesù e la consegna che il Padre ha fatto di Gesù. La morte di Gesù, da evento di isolamento, diventa evento di vita e "pentecoste" che trasmette il principio della vita spirituale al cristiano.
Il Vangelo di Giovanni narra la morte di Gesù come un compimento della sua missione, della sua libertà, del suo amore e del suo desiderio. Gesù "sa", è pienamente cosciente della morte e del disegno divino che si compie. Egli inclina il capo in un atto di obbedienza che ha retto tutta la sua vita. La croce è il sigillo di una vita donata "fino all'estremo", anche ai nemici, dimostrando che "Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). La sua sete sulla croce non è solo fisica, ma desiderio di compiere la volontà del Padre. In Giovanni, la morte di Gesù non è una sconfitta, ma una vittoria: con la sua morte in croce ha "vinto il mondo" (Gv 16,33). La morte, la croce, è gloria, un cammino di intronizzazione regale, un innalzamento e un giudizio sul mondo, un esodo verso il Padre.
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