Il dibattito riguardante la nuova traduzione del Padre Nostro solleva questioni profonde che spaziano dall'esegesi filologica alla teologia pastorale. La questione centrale non riguarda solo la correttezza formale, ma la fedeltà al messaggio originario di Gesù e l'impatto di tali cambiamenti sulla fede dei credenti.
La questione filologica: "Indurre" vs "Prova"
Il termine greco Eisenekes, tradotto in latino con Inducas, ha dato origine alla versione italiana «non ci indurre in tentazione». Dal punto di vista letterale, il termine significa condurre, far entrare o portare dentro. Tuttavia, è evidente che certe espressioni del Vangelo siano di difficile comprensione e si prestino a interpretazioni divergenti.
La Chiesa ha il compito di tradurre le parole di Gesù interpretandole nel loro senso originale, evitando manipolazioni divulgative. Molti critici sostengono che la traduzione debba rimanere legata al significato di «tentazione», distinguendo nettamente tra il sentire la tentazione - esperienza comune anche ai Santi - e l'acconsentire ad essa, che costituisce il peccato.

La prospettiva della "Prova" come pedagogia divina
Un'analisi approfondita suggerisce che il termine greco peirasmón possa essere inteso correttamente come «prova». La prova, in un contesto biblico, ha spesso una valenza positiva: è uno strumento attraverso cui Dio, nella sua saggezza, educa e santifica i figli.
- Dio come educatore: Come un professore sottopone gli studenti a prove, così il Padre Celeste può testare la fedeltà dei figli.
- La distinzione degli attori: Dio permette la prova per la santificazione, mentre il diavolo agisce come tentatore entro i limiti stabiliti dalla volontà divina.
- L'esempio di Gesù: Nel Getsemani, Gesù stesso affronta la prova suprema, insegnandoci che la preghiera serve a non soccombere davanti al dolore o alla crisi di fede.
Il perdono: una dimensione comunitaria e missionaria
Un altro aspetto critico riguarda la richiesta di perdono. Nella nuova traduzione, l'aggiunta della congiunzione «anche» - presente nell'originale - non è stata accompagnata da una modifica temporale del verbo. Il testo greco suggerisce un’azione già compiuta: «Abbiamo rimesso i nostri debiti», indicando che la nostra richiesta di perdono è legata alla carità già esercitata verso il pr
Il dibattito sulla nuova traduzione del Padre Nostro: analisi e spiegazione
La preghiera del “Padre Nostro”, giunta in due forme - quella di Matteo (6,9-13) e quella di Luca (11,2-4) - è stata a lungo oggetto di studio e discussione, specialmente riguardo alle sue traduzioni. La prima redazione, quella di Matteo, è più ampia e strutturata, mentre la seconda, più breve. Gesù ha insegnato ai suoi discepoli a pregare non con parole precise, ma nella sostanza, rivolgendosi a Dio con sobrietà e umiltà. L'invito a dire il Padre Nostro nasce, come riportato in Luca 11,1, dalla richiesta dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare». La preghiera che sgorga dalla sua preghiera personale non è semplicemente una preghiera da recitare, ma è una preghiera altamente missionaria.
Una delle espressioni che ha generato il più acceso dibattito è la frase «Non ci indurre in tentazione». Di certo non è corretto affermare che questa nuova traduzione sia quella “giusta” mentre la traduzione classica sia quella errata. Credo infatti che la verità sia esattamente il contrario; pertanto la nuova traduzione è da considerarsi un falso dal punto di vista letterale e morale, in quanto non è “conforme al testo originale” e quindi non si può affermare che è “corrispondente, appropriata e in sintonia con il testo di Gesù”.
Analisi etimologica e teologica dell'espressione "Non ci indurre in tentazione"
Il Vangelo è stato scritto in lingua greca, traducendo fedelmente l’Aramaico parlato da Gesù e dai suoi discepoli. Dal termine greco “Eisenekes”, tradotto poi in Latino con “Inducas”, si arriva alla versione italiana di «Indurre», ovvero: condurre - far entrare dentro - portare - mettere in. Il non “indurre” in tentazione è dunque letteralmente corretto.
È anche vero che certe espressioni del Vangelo sono di difficile comprensione e si prestano facilmente ad errori di traduzione ed interpretazione. La Chiesa ha il compito, invece, di tradurre letteralmente e filologicamente le parole di Gesù, di interpretarle nel loro senso originale e in modo corretto per ciò che Egli intendeva dire, per poi spiegarle ai fedeli nel loro significato autentico, senza cambiarle, attraverso la catechesi e la predicazione, evitando qualsiasi forma di manipolazione a livello divulgativo e pastorale.
Il problema non è tanto filologico quanto teologico. Si parte, prima di tutto, dall’affermazione che Dio non può tentare, espressa con forza dalla lettera di Giacomo: «Nessuno mentre è tentato dica: “Vengo tentato da Dio!”. Infatti, Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (Giac 1,13). Le due tentazioni più famose non sono infatti opera di Dio, ma del diavolo: quella di Adamo ed Eva e quella di Gesù, quando andò nel deserto «per essere tentato dal diavolo» (Mt 4, 1).
Ma proprio quest’ultima tentazione fa suonare un campanello d’allarme. A mandare, letteralmente a “scaraventare” (Mc 1, 12), Gesù nel deserto fu addirittura lo Spirito Santo, secondo l’unanime testimonianza dei tre vangeli sinottici. Lo Spirito Santo, Dio, non tenta Gesù, di fatto lo mette nelle mani di Satana, proprio come fece Dio con Giobbe. Certamente non è un abbandono incondizionato, Dio segue quanto sta accadendo e pone delle restrizioni a Satana (cf. Gb 2, 6).
E qui l’attenzione si sposta sull’altro termine implicato nella richiesta «Non indurci in tentazione». Cosa significa tentazione, in greco peirasmón? Può essere tradotto con “prova”. Mettere alla prova è un’azione propria di Dio. Egli mette alla prova Abramo per saggiarne la fede, mette alla prova il popolo nella sua traversata del deserto per educarlo. Mosè dirà: «Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore sia sempre su di voi e non pecchiate» (Es 20, 20). Nel greco dei LXX il verbo mettere alla prova è peirasai, lo stesso termine che troviamo nel Padre nostro. Se la traduzione della CEI di Esodo 20, 20 è “mettere alla prova”, perché non tradurre anche il Padre nostro con “non metterci alla prova”?
In Italiano, come nelle lingue bibliche, il verbo Indurre ha una duplice serie di sinonimi: una serie negativa e una serie positiva. Queste considerazioni, unite al fatto che in Greco gli stessi vocaboli hanno più significati e più traduzioni in base al contesto in cui sono inseriti, ci fanno concludere che la traduzione giusta sia la parola «Prova».
Tutti questi testi parlano di «Prova» e la parola «Tentazione» indica una prova i cui attori sono Dio, con la sua volontà da considerarsi sempre buona e giusta, pedagogica e provvidenziale con finalità di santificazione e conversione, oppure il diavolo, con la sua attività libera e malvagia di tentatore, praticata sempre nei limiti e nei tempi stabiliti e permessi da Dio.

Pericoli della nuova espressione "Non abbandonarci alla tentazione"
Ma ciò che è più grave nell’espressione «Non abbandonarci alla Tentazione» è che si tratta “sotto-sotto” di una specie di bestemmia indiretta e di un’espressione di grave incredulità. Infatti, supponiamo che un figlio, in un momento di grave malattia o di grave crisi e fatica, dica al papà (o alla mamma): «Non mi abbandonare». Già questa parola ricorre sulla bocca di tante persone come bestemmia indiretta: “Dio mi ha abbandonato!”. La rinuncia di Gesù alla volontà propria fu dettata dall’amore per il Padre e per l’umanità.
Oggi questi fenomeni di negazione del peccato, di travisamento del Male in Bene sono una vera e propria emergenza morale, dottrinale e pastorale. Questo è il pericolo della nuova religione che non è più la religione di Dio, ma è la religione dell’uomo. In conclusione, il “Padre Nostro” nella redazione del Vangelo di Gesù è sempre da preferire alle altre traduzioni della Chiesa, perché questa è la regola della fede. Di questa regola, mi sembrano più rispettosi i fratelli ortodossi, e persino i Protestanti, che non hanno voluto cambiare il passo: «Non ci indurre in tentazione» nella loro preghiera.
Il Padre Nostro: una preghiera positiva e missionaria
Partiamo dalla constatazione che tutte le espressioni del “Padre Nostro” sono positive, cioè auspicano e chiedono a Dio Padre cose buone e giuste, rette e vere. E non potrebbe essere diversamente, sia per rispetto al Padre a cui è rivolta la preghiera, sia per rispetto al figlio suo Gesù, che ha insegnato a noi questa preghiera dopo aver Egli stesso dato esempio e detto di pregare (Lc 11,1-4).
Questo risvolto positivo della Preghiera ci porta a capire un aspetto della fede spesso trascurato e dimenticato. Infatti, se da una parte la Fede ci fa vedere e lodare Dio per le Grazie da Lui ricevute, come il dono del pane e della Provvidenza (Dacci oggi il nostro pane…), come il dono del Perdono e della Pace (Rimetti a noi…), dall’altra parte la Fede deve farci vedere anche le Grazie legate a quei mali che Dio ci evita e ci risparmia, a cui ci sottrae e ci condona con la sua Protezione, il suo Soccorso, il suo Aiuto, per la sua Misericordia, il suo Perdono, la sua Remissione, la sua Grazia, la sua Bontà.
Questa Fede in Dio Padre che “ci dona il bene e ci risparmia il male”, ci mantiene umili e miti, sereni e tranquilli, riconoscenti e gioiosi, religiosi e praticanti, devoti e fedeli; ci rende capaci di lodare e ringraziare il Signore per le prove della vita, e disponibili ad offrirle al Signore per le nostre e sue intenzioni. La prova è positiva: al di là della modalità della prova, ogni prova in sé stessa è giusta, opportuna e necessaria. Il Padre Celeste e lo Spirito Santo, che ha un cuore materno (Ruah in ebraico è un termine di genere femminile), possono avere l’intenzione buona e giusta di provare l’ubbidienza e la fedeltà dei figli.

1. Santificato sia il tuo Nome
La prima richiesta del Padre Nostro è “sia santificato il tuo Nome”. Dio è Santo. Santificare il nome di Dio significa mostrare, di fronte al mondo, la presenza di Dio. In Ezechiele (36,22-29) si manifesta il desiderio di Dio: «Io santificherò il mio grande nome, profanato fra le genti, in mezzo alle quali voi l’avete profanato; affinché le genti riconoscano che io sono il Signore, dice il Signore Dio, quando io mi manifesterò santo in mezzo agli israeliti. Perché vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per essere vostro Dio». In questo passo sono indicati tutti i tratti essenziali della santificazione, che sono cinque: 1) «Io santificherò il mio grande nome»; 2) «io sono il Signore che vi santifico»; 3) «vi condurrò nel deserto e là vi parlerò a cuore a cuore»; 4) «perché vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto per essere vostro Dio»; 5) trasparenza: «Perché io mi manifesti santo in mezzo agli israeliti».
Santificare il nome di Dio significa anche renderlo visibile attraverso la vita dell'uomo, che deve mostrare, visibilmente e pubblicamente, la sua azione. Esiste una reale possibilità di profanare il nome di Dio, rendendo la comunità «un luogo che “oscura” il volto di Dio, nascondendolo anziché svelandolo». Il Signore dice: «Non profanerete il mio nome, che avete profanato fra le genti dove andaste» (Ez 36,22-23).

2. Venga il tuo Regno
La preghiera per l'avvento del Regno è un tema centrale del Vangelo. Gesù ha annunciato che «il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo». La preghiera è certamente missionaria, il Vangelo e il Regno sembrano quasi sovrapporsi. Il Regno di Dio, così come Gesù lo ha annunciato, è carico di novità, caratterizzato dalla misericordia e dalla universalità. Nel Regno di Dio Gesù ha accolto, servito, perdonato. Il Regno di Gesù è poi racchiuso anche nel tratto della universalità, che supera ogni differenza fra gli uomini, travolge ogni barriera emarginante. Il Regno è per ogni uomo, non per catalogare gli uomini, dividendoli e separandoli. Riconoscere l’uomo diverso e distante per razza, cultura, costumi e religione è accoglienza, perdono e il coraggio di annunciargli il Regno. È con quest’uomo che il Signore Gesù si identifica.

3. Sia fatta la tua volontà
Questa richiesta accentua l’aspetto morale. Fare la volontà di Dio significa non solo compiere delle azioni buone, ma è un modo di esistere. La terza domanda del Padre Nostro fa riferimento a Gesù, come modello di obbedienza. Il suo cibo è fare la volontà del Padre. L'obbedienza di Gesù nel Getsemani è un esempio: «Padre mio, se è possibile passi da me questo calice. Tuttavia non come voglio io, ma come vuoi Tu» (Mt 26,39). La lacerazione non è fra obbedienza e disobbedienza, poiché Gesù è costantemente in un atteggiamento di fondamentale obbedienza a Dio. Si chiede che la volontà di Dio sia fatta in ogni angolo della terra, è una preghiera missionaria che rivela una passione missionaria. Questo è un pensiero ricco di prospettive: la speranza del cristiano non viene dal mondo stesso, ma dal Regno di Dio. Il cristiano guarda in alto, la sua regola di vita obbedisce a un’altra logica. Non è la pienezza del Regno, questo è vero, ma può esserne il riflesso. I lineamenti del mondo futuro si preparano qui, ora.
"Con Gesù nel Getsemani" Giovanni 17. Predicatore pastore Gennaro Chiocca
4. Dacci oggi il nostro pane quotidiano
Il "pane" in questa richiesta assume un significato profondo, non solo materiale ma anche spirituale, simbolo della provvidenza divina. Si tratta di una richiesta di sobrietà: «oggi, nulla di più. Nessun inutile affanno, nessuna passione per l’accumulo». Gesù ha invitato i suoi discepoli a non preoccuparsi per il domani, come dimostra l'episodio della manna: «Nessuno ne avanzi per domani. Essi però non ubbidirono a Mosè, e alcuni ne avanzarono per l’indomani: sorsero dei vermi e si corruppe» (Es 16,19-21).
Questa preghiera esprime anche un’importante dimensione di carità e missione. Se Dio è Padre di tutti e Gesù è morto per tutti, la carità cristiana non può tollerare che vi siano fratelli nell’indigenza. La carità cristiana, che è insieme interiore ed esteriore, coinvolge l’anima e la vita, la sua radice è nel cuore dell’uomo, nel “centro” della persona. La richiesta del pane quotidiano è anche una preghiera “espropriata” e “missionaria”, non per se stessi, ma per gli altri.

5. Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori
La frase «Rimetti a noi i nostri debiti» suppone che in noi sia vivo il senso della colpa. Il peccato è un errore che si commette “a proprio danno”, a propria sconfitta. Una persona può sentire una fortissima tentazione, ma senza fare peccato. I Santi hanno sentito e subìto le tentazioni più forti, ma non hanno acconsentito, non hanno ceduto al peccato. Inoltre, proprio vincendo queste tentazioni hanno acquisito meriti e premi. La metafora del debito qui è profonda: il peccato è un'offesa a Dio, che non tocca i beni del creditore, ma la persona. L'unica soluzione aperta all'uomo è la domanda del perdono, perché Dio lo perdona sempre.
La preghiera è al plurale: «rimetti a noi i nostri debiti». Questo indica una dimensione comunitaria: il Padre Nostro è una preghiera corale e le colpe sono anche comunitarie, non solo individuali. È una preghiera missionaria, neppure qui il cristiano si isola. Il perdono che noi concediamo ai fratelli e il perdono di Dio sono legati da un “come”. È un legame stretto e decisivo. Il perdono ai fratelli è di assoluta importanza.
Quali debiti? La parabola che si legge in Mt 18,21-35 è stata apposta per aiutarci. Il perdono di Dio è gratuito e senza misura. La parabola del servo spietato ci insegna che, avendo ricevuto un perdono così grande, non possiamo negare un piccolo debito al nostro prossimo. Il perdono fraterno va preso sul serio. Se non si perdona ai fratelli, significa che non si è compreso il perdono ricevuto.

6. E non ci indurre in tentazione / E non abbandonarci alla tentazione
Questa è la richiesta che più sorprende e persino infastidisce, poiché si è portati a pensare che la tentazione non possa venire da Dio. Tuttavia, come già analizzato, il termine greco peirasmón può essere tradotto sia con "tentazione" che con "prova". La prova purifica e affina lo spirito, fortifica la fede. Dio mette alla prova la nostra fede. Non si chiede a Dio di non essere provati, ma di non soccombere alla prova. Benedetto XVI ha ben parafrasato la preghiera: «So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se - come nel caso di Giobbe - dai un po’ di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali possa essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me» (Gesù di Nazaret, 2007, p. 195). Se la nuova traduzione ci aiuta a capire tutto questo, ben venga. Il tema di fondo, lo ripeto, non è tuttavia filologico, ma teologico, o meglio ancora quello pastorale: aiutarci a capire sempre meglio la Parola di Dio.
"Con Gesù nel Getsemani" Giovanni 17. Predicatore pastore Gennaro Chiocca
7. Ma liberaci dal male
L’ultima invocazione del Padre Nostro chiede la liberazione da quale male? Il Vangelo suggerisce di pensare al Maligno, al tentatore. Il male nel mondo, che non si spiega soltanto con la cattiveria dell’uomo, è una forza che spinge al male. Il Vangelo non ragiona sul male come limite o inevitabile, ma afferma che il male è nostro, non fuori, nelle cose, negli altri, ma in noi stessi. Malizia, impudicizia, occhio cattivo, bestemmia, superbia, stoltezza. Deviare è sempre possibile, si corre il pericolo di tornare indietro. Occorre la coscienza della propria debolezza: il male è forte, conserva sempre il fascino. Per questo si chiede a Dio: liberaci dal male. Nessuno vince il male da solo. Occorre l’aiuto di Dio.
Satana ha tentato anche Gesù nel deserto, suggerendogli di svolgere il suo compito messianico servendosi del prestigio e della potenza, devianco dal suo vero compito. Non dice direttamente di disobbedire a Dio, ma la tentazione è sottile: «Se sei Figlio di Dio...». La pericolosità della tentazione sta in questa furbizia del maligno che offre vie apparentemente giuste ma che allontanano dalla gloria di Dio. La richiesta «liberaci dal male» è un grido di fiducia che riconosce la necessità dell'intervento divino per superare la forza del maligno.

L'aspetto ecumenico della preghiera
Rimarrebbe un altro tema da affrontare, a proposito della nuova traduzione del Padre nostro, quello ecumenico. È l’unica preghiera che possiamo fare insieme, fedeli delle diverse Chiese e comunità cristiane. La ricerca di una comprensione più profonda e comune è quindi di fondamentale importanza per l'unità dei cristiani.