Le Confessioni di Sant'Agostino: Analisi del Libro XI e Temi Correlati

Introduzione all'Opera "Le Confessioni"

Le Confessioni di Sant'Agostino rappresentano una delle opere più significative della letteratura cristiana e della filosofia occidentale. Agostino si dedica a scrivere quest'opera quando da poco è vescovo di Ippona, tra il 397 e il 401 d.C., dopo aver interrotto la stesura del De doctrina Christiana.

L'opera si presenta come un lungo dialogo fra l’autore e Dio, ma anche fra l’autore e i fratelli nella fede, in cui si mescolano originalmente autobiografia ed esegesi biblica. Il termine confessio ha un valore ben più ampio rispetto a quello passato all’italiano di "confessare" i propri errori: per i cristiani il verbo confiteor ha il significato particolare di "professare" la fede e quello parallelo di "riconoscere" la gloria del nome di Dio e delle sue opere. Nella compresenza di questi tre significati nel titolo va quindi ravvisata la densità di contenuto e di finalità dell’opera.

La tendenza al racconto confidenziale della propria vita si intreccia con la continua affermazione della necessità del perdono e del sostegno divino e con la determinata testimonianza dell’efficacia di questo rapporto personale con Dio mediato dai testi sacri. L'obiettivo ultimo di Agostino è conoscere Dio attraverso il racconto della sua vita, dei suoi trascorsi e dei suoi peccati, e di conseguenza aprirsi pubblicamente a Dio, seppur lui lo conosca a pieno, per rendere ancora più effettiva la sua conversione ed essere da esempio a tutti gli uomini.

Inquadrare l’opera nella topica di un genere letterario è piuttosto difficile, perché partecipa dei caratteri di generi diversi. Agostino ha alle spalle qualche precedente letterario (come le Lettere a Lucilio di Seneca), ma nessuno in particolare rappresenta un organico ed esauriente modello. Quello che gli importa non è tanto comporre una canonica biografia o il racconto edificante di una conversione, quanto descrivere la storia di un’anima, svolta nel rapporto costante e confidenziale con Dio che si sviluppa con una profondità e un’intimità degne dei più moderni scritti di psicologia del divino.

È proprio Dio infatti a costituire il punto di riferimento per la narrazione e il criterio della stessa: a partire dalla scoperta di Dio, Agostino ricostruisce la propria autobiografia. L’altro elemento sempre presente nella narrazione agostiniana è l’uomo, visto costantemente nella limitatezza connaturata alla sua partecipazione al mondo terreno e alla sua incapacità di elevarsi con i propri mezzi fino alla luce. Quando lo scrittore si sofferma a trattare le facoltà umane, sottolinea immancabilmente la persistenza nell’errore, la chiusura della mente e la tendenza a restare "fuori" per contentarsi delle apparenze.

Proprio da questa percezione e dalla continua ricerca di realizzazione nasce l’angoscia e l’insoddisfazione che caratterizzano l’autocoscienza agostiniana. Il dialogo di Agostino con Dio si svolge in modo intimo ma non esclusivo, dal momento che è sempre presupposta la presenza degli altri uomini. L’esperienza dell’autore si attua così una triangolazione in virtù della quale la vicenda dell’anima di uno giova alla riflessione e all’autocoscienza degli altri, che dalla ricerca interiore di Agostino possono trarre elementi di redenzione. Particolarmente acute sono le analisi psicologiche attraverso le quali vengono illuminati i moti più segreti di un’anima in bilico tra il fascino del peccato e la tensione verso Dio.

Sant'Agostino che scrive le Confessioni, illustrazione antica

Struttura Generale dell'Opera

Le Confessioni sono articolate in tredici libri, la cui struttura riflette un percorso sia autobiografico che teologico:

  • I libri I-IX illustrano la vita passata di Agostino, dalla sua infanzia fino alla conversione e al battesimo.
  • Il libro X è dedicato al momento presente, una profonda riflessione sull'anima, sulla memoria e sulle tentazioni.
  • I libri XI-XIII, infine, con un passaggio un po’ brusco per la sensibilità moderna, sono dedicati all’esegesi della Genesi, come punto di partenza per lodare Dio nella sua creazione.

Il Libro XI: Transizione e Temi Centrali

Il libro XI delle Confessioni funge da cerniera tra la prima parte autobiografica e la seconda parte esegetica dell'opera. Esso comporta la transizione dalla narrazione della storia personale di Agostino alla meditazione sui testi sacri e sulla natura di Dio. L'opera inizia con una Invocatio Dei (Invocazione di Dio), e negli ultimi capitoli l’autore rivolge la sua attenzione ad una serie di considerazioni e riflessioni filosofiche.

Lo spunto per la riflessione sul tempo, tema centrale del libro XI, è suggerito dall’interrogativo che sgorga dall’inizio del libro della Genesi: "In principio Dio creò il cielo e la terra". La Bibbia comincia raccontando la creazione dell’universo, e Agostino si interroga su "come creasti il cielo e la terra?". In polemica con il Manicheismo, che sosteneva l’eternità della materia, Agostino risponde: "Non avevi fra le mani un elemento da cui trarre il cielo e la terra: perché da dove lo avresti preso, se non fosse stato creato da te per creare altro? Esiste qualcosa, se non perché tu esisti?".

È a questo punto che Agostino chiama in causa la categoria del tempo, per rispondere a una domanda spontanea che gli nasce con la riflessione: "Che cosa faceva Dio prima di creare cielo e terra?". Questa domanda metteva in discussione un punto nevralgico della dottrina cristiana: il dogma dell’immutabilità di Dio; ammesso infatti un "prima" e un "dopo" rispetto alla creazione, si presume un cambiamento anche in Dio. Lo sbaglio cui vanno incontro i sostenitori di questa tendenza è da ricercarsi, secondo Agostino, nell’interpretazione stessa del concetto di creazione, ossia di non aver ben compreso "come nasce ciò che nasce da Dio e in Dio".

Rappresentazione simbolica del concetto di tempo e creazione secondo Agostino

Agostino sulla Natura del Tempo

Per Agostino d’Ippona, il tempo non è una categoria assoluta, ma esiste solo in rapporto ai singoli soggetti che di questa categoria si servono: il passato, in quanto tale, non è più; il futuro non è ancora; il presente, attimo dopo attimo, diventa passato. Il tempo in sé non esiste; esistono solo le realtà finite, che sono "in fieri".

Nel capitolo 14, Agostino riflette: "Nulla che passi non esisterebbe un tempo passato, senza nulla che divenga non esisterebbe un tempo futuro, senza nulla che esiste, non esisterebbe un presente. Due, dunque di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più e il secondo non è ancora? E quanto al presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per esistere deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di lui che esiste? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere."

Eppure, noi percepiamo blocchi di tempo, ne parliamo, li misuriamo, li confrontiamo tra loro; non solo, prevediamo il futuro e ricostruiamo il passato. "Chi predisse il futuro, dove lo vide, se il futuro non è ancora? Così chi narra il passato, non narrerebbe certamente il vero, se non lo vedesse con l’immaginazione. Ma se il passato non fosse affatto, non potrebbe in nessun modo esser visto."

Dalla contraddizione si esce chiedendosi dove eventualmente sono passato, presente e futuro. Certo non in sé; essi esistono, solo e sempre come presente, nell’animo umano. Nei capitoli 18-20, Agostino chiarisce: "Se il passato e il futuro sono, desidero sapere dove sono. La mia puerizia, la quale non è più, è in un tempo passato che parimenti più non è, ma l’immagine di lei, quando io la ricordo e la racconto, la scorgo nel tempo presente, perché essa è tuttora nella mia memoria. Io scorgo l’aurora e preannunzio che si leverà il sole. Ora, ciò che scorgo è presente, ma quello preannuncio è futuro: non già che sia futuro il sole, il quale è di già, sibbene la sua nascita, la quale ancora non è. Tuttavia, se la sua levata io non l’immaginassi con la mente, così come faccio adesso parlandone, non potrei davvero predirla. Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro, né passato esistono."

Agostino conclude che è inesatto dire che i tempi sono tre: presente, passato e futuro. Forse sarebbe meglio dire che i tempi sono tre: il presente del passato, il presente del futuro e il presente del presente. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non altrove, il presente circa il passato costituendo la memoria, il presente circa il presente l’intuizione, e il presente circa il futuro l’attesa (capitoli 26-27). Agostino percepisce che "il tempo non sia se non un’estensione. Di che? Lo ignoro." Il tempo, con la sua totale inconsistenza, è il contrassegno della caducità e della morte che regnano nell’universo. La salvezza cristiana, come si può cogliere dagli scritti di Sant'Agostino, consiste nel rendere il tempo uno strumento prezioso per conquistarsi l’eternità. L’"uomo" nuovo rimane sì viator, esule pellegrino in terra, ma dopo la conversione dell’anima, il suo vagare senza meta acquista finalmente un significato: la beatitudo che solo Dio può donare all’anima.

Il pensiero di Agostino d'Ippona in 4 minuti

La Parola tra Eternità e Tempo nel Libro XI

La parola fra eternità e tempo è un tema suggestivo ed evocativo che si offre al lettore come chiave ermeneutica per il libro XI e al contempo per l’intera opera. Si contrappongono la parola transeunte dell’uomo e la Parola eterna di Dio. La parola è il tema che innerva dal principio alla fine il testo delle Confessioni: nei libri di contenuto autobiografico la parola è al servizio della narrazione di una storia che si distende nel tempo; ma questa storia di conversione trova senso compiuto nel ministero di un’altra parola che è quella di Dio, spiegata nei libri di contenuto esegetico.

L’una e l’altra parola vengono a contatto nel libro XI, che comporta la transizione dalla prima alla seconda parte delle Confessioni: dalla parola che risuona nel tempo per mezzo di una voce transeunte si deve passare alla parola eterna che si fa sentire nell’animo senza il suono della voce ed è il Verbo eternamente proferito da Dio. L’interpretazione del primo versetto di Genesi pone appunto il tema dell’eternità e del tempo e il tema della parola. Il creatore è immutabile ed eterno; invece le creature, che sono state fatte, sono mutabili e soggette al tempo. Dio ha fatto le creature per mezzo della sua parola che è il Verbo eterno (Jo 1, 1: «il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio») e non una voce transeunte (Lc 9, 35: «dalla nube uscì una voce che disse: ‘Questi è il Figlio mio diletto’»).

Con queste premesse è introdotta una lunga digressione sul tempo, conclusa con la descrizione di una voce transeunte, che alterna sillabe brevi e sillabe lunghe nel canto dell’inno ambrosiano Deus creator omnium, e con una riflessione sull’animo, che nel canto indirizza il corso del tempo dal futuro attraverso il presente nel passato. L’intera trattazione sul tempo è dunque racchiusa entro la cornice dell’opposizione tra la voce e il Verbo: alla voce transeunte dell’uomo, che canta un inno al creatore dell’universo, si oppone il Verbo eterno, con il quale Dio ha creato l’universo stesso. L’anima dell’uomo, in quanto è unita al corpo, è soggetta al trascorrere del tempo; invece in se stessa, in quanto pura anima, è in grado di protendersi al di là del tempo verso l’eternità. È questo il significato delle parole di Phil 3, 12-14 secondo l’interpretazione proposta nell’epilogo del libro XI: «[…] e dopo i giorni antichi sia raccolto seguendo l’uno, dimentico delle cose passate, non verso le cose future che passeranno, ma verso le cose che sono dinanzi non disteso ma proteso, non con la distensione ma con l’intenzione inseguo la palma della chiamata celeste […]».

La Memoria e la Ricerca di Dio: Riflessioni Agostiniane

Nel contesto più ampio delle Confessioni, e in particolare nel Libro X che precede direttamente l'XI, Agostino dedica un'ampia riflessione alla natura della memoria, considerandola come un vasto palazzo dove l'anima conserva ogni tipo di conoscenza. Nella memoria risiedono le sensazioni avute, i ricordi provenienti dai sensi (come luci, odori, suoni), che sono immagini delle cose percepite. Vi sono anche le esperienze e le nozioni apprese dall’insegnamento, che non provengono dai sensi e non sono sotto-forma di immagini, bensì di cose stesse. Agostino si interroga su come possano entrare nella memoria se non entrano mai in contatto con i sensi, ipotizzando che fossero preesistenti e siano riaffiorate alla mente grazie all’insegnamento.

La memoria avviene per immagini? Nominando una determinata cosa, Agostino ha ben impresso nella mente il concetto, l’immagine in sé, e riconosciamo ciò che nominiamo. Ma se nominassimo l’oblio? La presenza dell’oblio, che è privazione di memoria, rende impossibile ricordare. Ma senza la presenza dell’oblio non potremmo assolutamente riconoscere la cosa nominata, quindi la memoria conserva l’oblio. Con l’oblio abbiamo presente una cosa ma esso ce la fa dimenticare, di conseguenza nella nostra memoria non abbiamo l’oblio in sé ma la sua immagine (poiché altrimenti non ci verrebbe nemmeno in mente che non ci ricordiamo di una determinata cosa).

La felicità della vita è ciò che tutti vogliono, ma per averla bisogna congiungersi con Dio. Agostino si chiede: "Ma perché questa verità genera odio? Ma dove si trova Dio nella memoria?". Egli non è immagine corporea né sentimento né spirito stesso. Egli lo ha liberato da piaceri sensoriali quali il gusto, l'odorato e l'udito, sebbene ammette che succede sovente di esser sedotto dai suoni. Gli oggetti che vede può ammirarli per il solo motivo di essere creazione divina, ma si impone di non lasciarsi avvincere l'anima da questi oggetti.

Agostino, che riesce a rendersi conto se è soggiogato dalla concupiscenza carnale soltanto provando a privarsene e constatando se ne senta la mancanza o meno, non riesce a fare altrettanto con la lode (dato che per farlo dovrebbe isolarsi dal mondo). Cerca una giustificazione in una legge di Dio: "ama il tuo prossimo", ovvero, se egli si rallegra per i progressi altrui, non è sbagliato rallegrarsi anche per i propri. Ma si rende ben presto conto di godere di più delle lodi a lui fatte rispetto a quelle fatte da lui, e a soffrire più per un’offesa a lui recata rispetto ad un’offesa fatta ad altrui.

Raffigurazione della mente umana come un palazzo della memoria

Breve Profilo di Sant'Agostino d'Ippona

Sant'Agostino, Padre della Chiesa di lingua latina, nacque a Tagaste (attuale Algeria) da padre pagano, Patricius, battezzato poco prima della morte, e da madre cristiana, Monica, che ebbe un influsso decisivo sull’evoluzione spirituale del figlio. Agostino, dopo le dissipazioni giovanili, appagò la sua ansia di certezze con la filosofia (attraverso l’Hortensius di Cicerone) e poi, nel 374, con l’adesione al Manicheismo.

Maestro di retorica a Cartagine (375-383), si trasferì a Roma, poi a Milano dove, per interessamento del praefectus urbi Simmaco, ebbe una cattedra di retorica (384). A Milano subì l’influsso di Ambrogio e, anche tramite suo, si rivolse al Neoplatonismo (Plotino e Porfirio), che gli permise di conoscere e apprezzare una lettura spirituale della Scrittura e favorì un primo distacco dalla setta dei manichei. Le sue intense riflessioni sulla vita lo rendevano infelice e insoddisfatto, portandolo infine alla conversione al Cristianesimo, anche grazie alle conversioni di cui sentiva parlare (clamorosa quella del retore Mario Vittorino). Dopo la sua conversione, si ritirò a Cassiciaco con un gruppo di amici per meditare e scrivere, prima di tornare a Milano e poi decidere di rientrare in Africa.

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