La figura di Rainaldo tra Como e Bisignano: storia e connessioni ecclesiastiche

La figura di Rainaldo è complessa e si snoda attraverso eventi significativi della storia ecclesiastica medievale, legando le vicende della diocesi di Como a quelle del sud Italia, in particolare di Bisignano e Malvito. Sebbene le fonti primarie non forniscano dettagli precisi sulle sue origini, le attestazioni documentali ne delineano una carriera ecclesiastica di rilievo e un ruolo attivo nei rapporti tra Chiesa e Impero.

Rainaldo, Vescovo di Como: Dalle origini al suo episcopato

Nulla si conosce con certezza intorno alla sua origine, benché alcuni lo abbiano ritenuto comasco della famiglia Peri, opinione rifiutata dalla storiografia successiva. Pari oscurità avvolge le prime tappe della sua carriera ecclesiastica, giacché resta indimostrata la notizia che sia stato arcidiacono della cattedrale lariana.

Elezione e primi atti episcopali

Divenne vescovo di Como dopo la fine violenta di Benno, attestato fino al 1055, ma la cui morte occorse probabilmente nel settembre del 1061. Appena insediato, a fine 1061 o nei primi mesi del 1062, Rainaldo ottenne da re Enrico IV la restituzione alla Chiesa comasca dell’abbazia di Breme, già concessa da Corrado II e tolta da Enrico III.

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Rapporti con Alessandro II e l'Impero

In questi primi anni di episcopato Rainaldo certamente riconobbe come legittimo pontefice Alessandro II, avversario di Cadalo/Onorio II. È plausibile collocare attorno al 1063 due lettere inviategli dal papa: una in risposta a una domanda sul comportamento da tenere verso un diacono colpevole di fornicazione, l’altra nella quale Alessandro II ordinò di verificare le accuse, senza però ricorrere a giudizi di Dio, e di restituire a prete Guillandus/Gissandus officio e benefici se innocente.

Probabilmente nello stesso anno, il vescovo promosse la vita comune dei canonici della chiesa cittadina di S. Fedele. Il documento non datato è tuttavia tradizionalmente attribuito al 1063, anno nel quale - nel mese di ottobre - il vescovo dette in usufrutto un terreno ai monaci di S. Abbondio «pro animae suae remedium».

A fine maggio del 1064 Rainaldo partecipò al Concilio di Mantova, durante il quale Alessandro II lo ammonì a non richiedere denaro per fornire il crisma alle chiese della diocesi, e poiché il presule comense non obbedì, sul finire dello stesso anno il pontefice gli scrisse imponendogli di abbandonare tale «heresis venalitatis».

I rapporti con l’imperatrice Agnese restarono vivi. Grazie a lei Rainaldo ottenne da Enrico IV la restituzione alla sua Chiesa del comitato di Chiavenna con il ponte e il teloneo (20 maggio 1065). Frequenti menzioni di Rainaldo nell’epistolario di Pier Damiani in scritti databili fra il 1063/65 e il 1069/72, lasciano percepire quale importante riferimento egli rappresentasse per la vita spirituale dell’imperatrice. La consonanza di visione ecclesiologica con Pier Damiani bene emerse al sinodo quaresimale romano del 1067 quando, insieme a lui e davanti ad Alessandro II, Rainaldo difese il vescovo fiorentino Pietro Mezzabarba, accusato dai monaci vallombrosani, e si oppose alla tesi dell’invalidità dei sacramenti amministrati da sacerdoti indegni.

Ruolo durante il pontificato di Gregorio VII

Il papa appena eletto (Gregorio VII) incaricò l’abate di portare i suoi saluti al vescovo di Como e all’imperatrice Agnese e di pregarli che gli dimostrassero quanto affetto avevano per lui. Da altre lettere del 1° settembre 1073 inviate al duca Rodolfo di Svevia e a Rainaldo stesso si apprende che il nuovo pontefice apprezzava molto il vescovo di Como e faceva conto su di lui per intessere rapporti con l’ambiente della corte germanica al fine di raggiungere una concordia tra sacerdotium et imperium con il contributo anche di Agnese: nessuno meglio di loro due - dichiarò in una lettera Gregorio VII - sapeva che cosa lui pensava e si aspettava da re Enrico.

In particolare Rainaldo avrebbe dovuto convincere il duca Rodolfo a recarsi a Roma per discutere (presenti anche Agnese, Beatrice di Toscana e altri) dei rapporti tra la Chiesa e il Regno e poi, con il medesimo duca, avrebbe dovuto recare a Enrico IV le proposte scaturite. Nel 1704, concluso il sinodo quaresimale, Gregorio VII inviò in Germania una legazione che incontrò il re a Norimberga dopo Pasqua (20 aprile) e lo convinse ad allontanare dalla corte cinque suoi collaboratori scomunicati, ma trovò difficoltà a riunire un sinodo del regno tedesco: del gruppo fece parte pure Rainaldo, assieme ai cardinali romani Gerardo d’Ostia e Umberto di Preneste e ad altri vescovi accompagnati dall’imperatrice Agnese.

Nella fase più aspra dello scontro tra il papa ed Enrico, dopo il 1075, Rainaldo si mantenne fedele alla Chiesa romana: infatti Gregorio in una lettera ricorda che egli assistette insieme ad Agnese (quindi prima che ella morisse il 14 dicembre 1077) alla promessa fatta da Guelfo IV di giurare fedeltà a s. Pietro in cambio della concessione del beneficio detenuto dal padre Alberto Azzo II.

E sempre a causa del sostegno a Gregorio VII, Rainaldo fu catturato a Roma nei primi mesi del 1077 dal romano Cencio e verso aprile venne portato prigioniero a Pavia dove si trovava Enrico IV. Il 30 gennaio 1079 a Como Rainaldo effettuò un’investitura di terre a favore della chiesa plebana di S. Stefano di Lenno e il 30 aprile 1083 pose fine alla lite tra le pievi di Isola e di Lenno ottenendo che rinunciassero ai diritti accampati su una vallata in favore di tre uomini che avevano iniziato un’esperienza monastica presso la chiesa di S. Benedetto in Val Perlana.

Va segnalato che durante il suo episcopato, nel marzo del 1078, due coniugi donarono a Cluny terreni e una chiesa in costruzione in Valtellina dove poi si sviluppò il priorato di S. Pietro di Vallate. Gregorio VII si servì ancora di Rainaldo e il 21 giugno 1079 lo incaricò di approfondire la veridicità di accuse contro il vescovo Arnolfo di Bergamo. Nel novembre del 1083, invece, Enrico IV impedì a lui e ad altri presuli filogregoriani di intervenire al sinodo radunato a Roma.

Dopo aver lasciato beni a Blevio ai canonici della cattedrale per celebrare l’anniversario della sua scomparsa, Rainaldo - «scientia et religione clarissimus» oltre che «adiutor studiosissimus» di Gregorio VII secondo Bernoldo di Costanza - morì.

Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano e la Diocesi di Malvito

Mappa storica delle diocesi calabresi nel X-XI secolo

L'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano è una sede metropolitana della Chiesa cattolica appartenente alla regione ecclesiastica Calabria, con sede arcivescovile a Cosenza e concattedrale a Bisignano. Nel 2023 contava 374.100 battezzati su 376.200 abitanti.

Origini e sviluppi delle diocesi meridionali

La tradizione tramanda i nomi di due vescovi che sarebbero vissuti nel corso del I secolo: Suera o Sueda e san Pancrazio. Nel V secolo la tradizione riporta altri due vescovi. Nel 416 una decretale fu inviata da papa Innocenzo I a due "episcopos per Bruttios": Massimo e Severo, di cui uno (secondo la tradizione sarebbe Severo) potrebbe essere stato un vescovo cosentino. Nel 496 un'altra decretale, di papa Gelasio I nomina tre vescovi "Bruttiorum", secondo la tradizione Sereno, di cui non viene mai menzionata la sede, sarebbe stato vescovo di Cosenza. Nel VI secolo sono riportati da uno storico locale i nomi di due vescovi Teodoro Savelli e Vitaliano, ma non viene fornito alcun riscontro documentale.

Bisogna attendere il 598 per avere il nome del primo vescovo certo. In quell'anno san Gregorio Magno menzionò in una lettera il vescovo Palumbo. Lo stesso Palumbo è nominato in un'altra lettera dell'anno successivo, ma era già deceduto nel 602. Fino al VII secolo le diocesi calabresi erano immediatamente soggette alla Santa Sede. Anche nei secoli successivi i nomi dei pochi vescovi di cui si può accertare storicamente l'esistenza sono accompagnati a nomi leggendari.

Nell'XI secolo sedeva sulla cattedra cosentina Pietro, con il titolo di arcivescovo. In questo periodo i vescovi di Cosenza e di Rossano si autoproclamarono arcivescovi per sottrarsi al potere metropolitico delle sedi di Reggio Calabria e di Salerno. Negli anni dell'episcopato di Pietro le fonti costantinopolitane considerano Cosenza suffraganea di Reggio Calabria e le fonti romane suffraganea di Salerno.

Al successore di Pietro, Arnolfo, è invece pacificamente concesso il titolo di arcivescovo in due differenti documenti del 1059. Nel 1098 papa Urbano II confermò i diritti metropolitici di Salerno sulle sedi di Acerenza e Conza, ma non su Cosenza che si può supporre fosse già esente dalla giurisdizione metropolitica. Il primo riscontro certo della metropolia cosentina è del 1179, quando la Diocesi di Martirano è indicata come suffraganea di Cosenza, mentre nel 1058 era suffraganea di Salerno. Dopo circa mille anni di continuità territoriale entro i medesimi confini, il 16 dicembre 1963 l'arcidiocesi si ampliò includendo diversi comuni e parrocchie.

La Diocesi di Bisignano

La Diocesi di Bisignano fu eretta probabilmente tra il VII e l'VIII secolo. Nel X secolo apparteneva alla provincia ecclesiastica dell'Arcidiocesi di Reggio Calabria e adottava il rito bizantino. Nel XIII secolo la diocesi, ben definita nei suoi confini, vantava una numerosa presenza di chiese e conventi. Con la bolla De utiliori del 27 giugno 1818, papa Pio VII unì aeque principaliter la diocesi di Bisignano a quella di Cosenza, dopo otto anni di vacanza della sede.

Il Contesto di Malvito e San Marco Argentano

La parrocchia di Cetraro era originariamente parte della diocesi di Malvito, al momento della sua conquista da parte di Roberto il Guiscardo. Dal colle su cui si poggia il suo centro storico, Malvito si affaccia sull’alta valle dell’Esaro, sul versante interno della Catena Costiera dell’Appennino calabro. Le prime attestazioni epigrafiche che riguardano la diocesi risalgono all’X secolo d.C. Proprio in quell’anno la Chiesa di Malvito era stata elevata a diocesi da Benedetto VII. Malvito appare anche in una bolla di papa Giovanni XV, datata al 994. Il feudo di Malvito, intanto, venne istituito in contea e in un diploma datato 1083 viene menzionato il primo conte: Roberto Conte di Scalea e Malvito.

Le Chiese meridionali erano oggetto di contesa fra i patriarchi di Costantinopoli e i papi di Roma. Già nel 901-902 erano state istituite dalla Chiesa d’Oriente le metropolie di Reggio, con suffraganee Cosenza, Bisignano, Malvito, e di Santa Severina. Nel 968, il patriarca Polìeutto conferì al vescovo di Otranto, nuovo metropolita, la facoltà di consacrare vescovi ad Acerenza, Gravina, Matera, Tricarico, Tursi. Dio contro, nel 983, Benedetto VII sottomise al vescovo di Salerno, da lui investito delle prerogative arcivescovili, le diocesi di Paestum, Conza, Nola, Cosenza, Bisignano, Malvito, Acerenza con un disposto che fu poi confermato nel 1012 da Sergio IV, nel 1016, 1019 e 1021 da Benedetto VIII, nel 1047 da Clemente II e, nel 1051, da Leone IX.

Nel XII secolo le diocesi di Cosenza, Malvito, Bisignano e Acerenza si renderanno autonome da Salerno. Divenuta sede episcopale Malvito, in seguito all’arrivo dei Normanni, anche per motivazioni di ordine militare, subì un processo di destrutturazione della propria circoscrizione ecclesiastica che portò, sul finire del XII secolo, alla soppressione della sede episcopale e al suo trasferimento a San Marco Argentano.

Un documento datato 1515 fa riferimento ad un episodio controverso della storia di Malvito, narrando la leggenda che i malvitesi abbiano rinchiuso in un barile e gettato in mare il vescovo Abbondanzio, reo di sacrilegio. La sconfitta nella battaglia di Civitate del 18 giugno 1053 aprì la strada al riconoscimento delle conquiste normanne nel meridione avvenuto nel 1059. A quell'epoca, San Marco non era ancora sede vescovile, presieduta dal vescovo di Malvito, Lorenzo, e dal vescovo di Rapolla, Ottone. Il 1157 è l'anno in cui troviamo Guglielmo come «episcopus Sancti Marci», e successivamente Ruben e Umfredo. Il nome del vescovo Nicola, successore di Umfredo, appare in un documento del 1205 relativo alla donazione della tenuta Sprandelli all’abbazia della Sambucina. Nel 1216 il nuovo vescovo di San Marco, Andrea, è presente alla consacrazione del duomo di Cosenza. Papa Onorio II diede poi mandato al vescovo Andrea e all'arcivescovo di Cosenza, Luca, di stendere una relazione sulla possibilità di trasferire i religiosi nel monastero della Matina a seguito del terremoto del 1221.

Rainaldo di Dassel: Un arcicancelliere tra politica e religione

Ritratto di Rainaldo di Dassel, XI secolo

Un'altra figura storica di rilievo con il nome Rainaldo è Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia e arcicancelliere dell'Impero, le cui vicende si intersecano con quelle di Federico Barbarossa e del papato nel XII secolo.

Formazione e ascesa politica

Figlio minore di un ricco conte sassone, Reinoldo I di Dassel, e destinato come tale ad essere un ecclesiastico, venne mandato alla scuola cattedrale di Hildesheim nel 1146, dove iniziò a lavorare come suddiacono. Successivamente si recò probabilmente a Parigi. Già dal 1130 si diceva avesse un'alta reputazione per gli studi classici, e che fosse un membro del capitolo della cattedrale di Hildesheim. Secondo prove documentali, fu prevosto nel 1148 e nel 1154 ricevette il prevostato di Petersberg a Goslar e di St. Moritz a Hildesheim. Come membro dell'ambasciata inviata a Roma nel 1153 da Federico Barbarossa a papa Eugenio III, rivelò per la prima volta la sua abilità politica, e nel 1156 l'imperatore lo nominò arcicancelliere dell'impero.

Conflitti con il Papato e sostegno imperiale

La Dieta di Besançon (ottobre 1157) non lasciò dubbi sulla sua destrezza politica. Egli inaugurò una politica tedesca che insisteva sui diritti e i poteri dei re tedeschi, sul rafforzamento della chiesa cattolica nell'impero tedesco, la signoria dell'Italia e l'umiliazione del papato. Anche se non desiderava separare completamente la Germania da Roma e manteneva ancora il rispetto medievale per la Chiesa, il suo temperamento spinse Federico Barbarossa molto più in là di quanto quest'ultimo desiderasse o di quanto fosse vantaggioso nelle circostanze. Quando Federico alla fine cedette, fu Rainaldo che gli impedì di fare concessioni che si sarebbero potute rivelare vantaggiose.

La lotta con la curia cominciò alla Dieta di Besançon, dove Rainaldo respinse vigorosamente l'uso della parola beneficium, che poteva significare feudo ma anche beneficio. Nel 1158 Rainaldo intraprese un viaggio diplomatico in Italia per preparare la strada all'imperatore. Nel 1159 venne nominato arcivescovo di Colonia "in assenza", e durante lo scisma tra papa Alessandro III e l'antipapa Vittore IV, sostenne il papa imperiale. Nel gennaio 1159 l'inviato imperiale Rainaldo entrò nella città di Milano, che era stata conquistata pacificamente nel 1158, e venne espulso e quasi ucciso dagli abitanti. Allora l'imperatore Barbarossa iniziò il secondo assedio di Milano, che sarebbe finito con la distruzione della città nel 1162. Nel 1163 Alessandro III scomunicò Rainaldo, che aveva sonoramente proclamato in questi negoziati il diritto dell'imperatore di disporre della sede papale.

Basando le sue azioni sui decreti Roncaliani emessi alla Dieta di Roncaglia, nei pressi di Piacenza nel 1158, Rainaldo venne ancora una volta impiegato con successo in Italia per gli affari dell'imperatore. Quando Vittore IV morì, Rainaldo, di sua iniziativa e senza aspettare il consenso dell'imperatore, elesse a Lucca un nuovo antipapa, Pasquale III. Federico difficilmente avrebbe proseguito lo scisma. Nel 1164 tornò di nuovo in Germania, e portò con sé a Colonia le reliquie dei Re Magi, prese come bottino di Milano e portate in dono all'imperatore Federico Barbarossa (sono ancor oggi conservate nel duomo di Colonia). Nel frattempo il numero di seguaci del papa legittimo in Germania aumentarono.

Rainaldo conquistò il consenso del Re d'Inghilterra a una comune azione politico-ecclesiastica per conto di Pasquale e ancora una volta prese le armi in difesa della propria ambizione, che sperava avrebbe potuto essere avanzata con la proposta canonizzazione di Carlo Magno ad Aquisgrana nel 1165. Nel 1167 Rainaldo tornò di nuovo in Italia, attivamente impegnato a preparare la strada per l'imperatore. Assieme a Cristiano di Buch, arcivescovo di Magonza, e sotto la guida di Rainaldo, un esercito tedesco ottenne una vittoria contro una più grande forza di truppe romane nella battaglia di Monte Porzio il 29 maggio 1167.

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