Quando il Parroco va via: Comprendere i Cambiamenti nella Vita Parrocchiale

Il trasferimento di un parroco è un evento che tocca profondamente il cuore di una comunità. Spesso, il sacerdote non è quello che i fedeli avrebbero scelto, ma con il tempo diventa un punto di riferimento, una guida spirituale e, in molti casi, un amico. La sua partenza può generare dolore, smarrimento e ansia, non solo per i parrocchiani ma anche per il prete stesso, chiamato ad affrontare un nuovo inizio.

L'Addio del Parroco: Una Ferita Aperta per la Comunità

La partenza di un sacerdote che si è imparato ad amare è un momento molto difficile. La reazione iniziale dei fedeli di fronte a un nuovo parroco può essere di diffidenza e resistenza al cambiamento. Ricordo di aver pensato, quando si presentò un nuovo uomo, che il Diritto canonico proibiva i sacerdoti con i baffi. Mia moglie ed io amavamo molto il nostro parroco precedente, padre Mike, e ci chiedevamo chi fosse questo tizio nuovo, cosa fosse e cosa avrebbe cambiato di quello che ci piaceva. Avevamo ragione: padre Rich Jones non era padre Mike. Predicava dalla navata e le sue omelie tendevano a divagare, non era interessato all’insegnamento come padre Mike. Cantavamo sempre meno inni antichi degli Inni di San Michele, e alla fine il libro degli inni è scomparso dai banchi. Cantavamo più canzoni che mi facevano venire in mente pensieri oscuri sugli anni Settanta. Non era il sacerdote che avremmo scelto se qualcuno ce lo avesse chiesto. Sospettavo che stessimo reagendo in quel modo perché non si adattava all’episcopalianesimo residuo in noi come aveva fatto padre Mike. Comunque ci sentissimo, sapevamo che St. Joseph’s era la nostra chiesa e lui era il nostro parroco.

Foto di una chiesa con persone che salutano un sacerdote

Dieci anni dopo, l’annuncio che padre Rich ci avrebbe lasciato entro un mese mi ha provocato un dolore proprio al centro del petto. La Messa a St. Joseph mi aveva sempre reso felice, non solo perché la Messa è la Messa, ma perché era la Messa di padre Rich. Mi sono chiesto cosa fosse cambiato nei dieci anni in cui lo avevamo avuto come parroco. È cambiato lui, come fa chiunque prenda sul serio quello che sta facendo, soprattutto se lo ama, come fa chiaramente padre Rich. Ha iniziato a predicare dal pulpito con un foglio, cosa che ho subito approvato. Ci siamo avvalsi dei suoi consigli nella Confessione. Ho apprezzato il modo in cui confortava e allo stesso tempo esortava, e a volte esortava confortando al contempo. Abbiamo avuto anche il suo esempio di preghiera. Ricordo di essermi seduto in chiesa tra la fine della Confessione serale del mercoledì e l’inizio della Messa e di averlo visto in ginocchio qualche banco avanti a me a pregare davanti al Santissimo Sacramento. Sembrava rapito. Una volta sono arrivato proprio alla fine del tempo dedicato alle Confessioni e lui stava uscendo dal confessionale. È ritornato dentro con uno sguardo addolorato - non infastidito. La Messa serale del mercoledì era mariana. Abbiamo trovato toccante la sua devozione per la Beata Vergine, ma ancor più affascinante quanto fosse naturale. Parlava di Lei e con Lei come di una persona reale che fosse lì con noi.

Potrebbe non sembrare una gran cosa, ma siamo giunti nella Chiesa da una traduzione cristiana la cui pietà era in parte performativa, come dicono gli accademici. Se si parlava a Maria, cosa che erano in pochi a fare, le si parlava come se si stesse prendendo parte a un rituale, non come se si parlasse alla propria madre. Non mi aspettavo nulla di tutto questo quando abbiamo conosciuto padre Rich quella prima domenica e per molti mesi a seguire. Non mi aspettavo che ci saremmo sentiti come ci sentiamo ora una volta ricevuto un altro incarico. Ecco cosa penso sia accaduto: abbiamo avuto per dieci anni un sacerdote che amava Gesù, il suo ministero e il suo gregge. Si impara facilmente ad amare un uomo del genere.

Queste esperienze personali rispecchiano i sentimenti di molti fedeli. Come emerge da una lettera inviata a don Antonio, i parrocchiani si affezionano ai "nostri" sacerdoti, punti di riferimento spirituali e persone a cui si vuole bene. Noi abbiamo bisogno di loro, ma anche loro hanno bisogno del nostro affetto, della nostra amicizia di pecore, della nostra fedeltà perché la Chiesa, per chi la frequenta con amore, è davvero una famiglia. Alla luce di tutto questo, ci si chiede come sia possibile che padri che hanno una certa età, benché perfettamente lucidi e in forze, vengano spostati dalla loro casa, a cui sono ormai legati e affezionati. Esiste una logica dietro a tutto questo, e conoscerla aiuterebbe, forse, ad accettare più facilmente i cambiamenti.

La Prospettiva dei Sacerdoti: Un Lutto, una Rinascita

Il trasferimento non è meno impegnativo per i sacerdoti. In pochi, forse i collaboratori più stretti e gli amici più vicini, pensano alla persona del parroco: come sta l’uomo, prima ancora del ministro ordinato? Come attraversa questo passaggio delicato il prete che vede il suo ministero in un momento cruciale?

«Cambiare significa cambiare davvero, fino in fondo - sorride don Umberto Sordo, passato a inizio ottobre dalla Cattedrale a Madonna Pellegrina - Orari diversi, stili diversi, modalità di impostare le relazioni completamente diverse… Non c’è nulla da fare, sei costretto a metterti in gioco del tutto». Ma i fattori positivi non mancano, anzi. «Rimettersi in gioco permette di non assolutizzare un singolo modello di comunità». Non solo, potrebbe rivelarsi una scoperta: «sembra incredibile, ma nel fare un bilancio personale dell’esperienza che si chiude, solo andando via si scopre una parte del bene che si è compiuto: attraverso un saluto, un “grazie” inatteso, ricevuto magari sul marciapiede, senza formalismi». In ogni caso, lasciare una comunità, conclude don Umberto, «è toccar con mano il fatto che il nostro è un puro servizio, reso alla diocesi e, per un tempo particolare, a una parrocchia». Un nobile precariato, potremmo dire, che richiede massima disponibilità.

FARSI PRETE IN UNA CHIESA CHE CAMBIA - Intervista ai nuovi sacerdoti della diocesi di Milano

Don Francesco Mascotto, dopo 15 anni a Crespano del Grappa, farà il suo ingresso a Dolo il 9 dicembre. «Lasciare - racconta - è come vivere un lutto. E come ogni lutto va elaborato». Non è sempre facile verbalizzare ciò che si vive così in profondità. Don Francesco conia una metafora che tornerà ancora: «Cambiare comunità è come il parto». Attraverso il dolore, la nuova vita. Nel frattempo però il lutto c’è e va accompagnato. «Il prete certo il cambio lo mette in conto - continua don Mascotto - e dopo un certo numero di anni nella stessa parrocchia comincia anche ad aspettarselo. Eppure, viene meno il rapporto con la comunità più stretta, con coloro con cui ti sei giocato, hai dato il massimo, dentro le cui vicende sei entrato, conoscendo tanto. Ecco perché c’è bisogno di elaborare, e lo si fa sul piano della fede: dal punto di vista puramente umano rimane solo un grande “perché?”». Per un sacerdote tuttavia «cambiare è anche ritornare alle origini, riprendere con slancio le motivazioni degli inizi».

Don Romano Cavalletto ha lasciato la parrocchia di Valsanzibio e domenica scorsa ha vissuto il suo secondo ingresso, a Santa Maria Assunta, dopo Bojon: «Intanto penso che ogni spostamento da una parrocchia all’altra sia diverso in base al luogo di destinazione, alla dimensione della comunità e alle problematiche che si possono incontrare - spiega - Per quanto riguarda questo mio specifico cambiamento vi dico che lo sto vivendo con grande gioia: incontro persone davvero buone e accoglienti, di animo nobile e gentile, ma sento anche un po’ di stress per quanto riguarda il “controllo” della situazione. A 53 anni, nel lungo e profondo cammino di conoscenza di me e della Vita, ho acquisito, se si può dire, un discreto controllo della situazione (di me, del ministero, delle cose…). Oggi penso di essere sceso ahimè di qualche punto. Non trovo il bottone per accendere una luce, le chiavi per accedere ai luoghi, la carta per le fotocopie, sbaglio porta (solo nel piano di sopra ce ne sono dodici) non ricordo i molti nomi nuovi che rimbalzano nella mente. Di certo un cambiamento così significa rimettersi in gioco, anche perché ho lasciato una comunità in cui mi sono sentito un padre per tutti, era la mia famiglia “allargata”. Ho fatto tutto con passione, con il cuore, gli ho voluto bene e ancora ne voglio, mi commuove un po’ solo scriverlo… spero di continuare così, di aiutare il prossimo e condividere l’umanità, nello stile sempre attuale del Vangelo, che è il grande senso della vita, e non solo di un sacerdote!».

«Quando arriva la richiesta di cambiamento, rispondi che ci penserai su, in realtà sai già che lo farai». A sorridere, questa volta è don Federico Camporese, da circa un mese parroco di Cristo Risorto dopo aver lasciato Ospedaletto Euganeo. Se dal punto di vista razionale il cambio permette di fare sintesi e di ripuntualizzarsi sulla pastorale, «cambiare crea un problema affettivo e relazionale. Lasci amici e relazioni che ti hanno accolto e valorizzato in molti modi». Non solo, scatta una serie di esigenze concrete: capita di non avere i mobili, i piatti, di non sapere dove lavare i panni… «Per fortuna, anche la famiglia d’origine si stringe in questi momenti!». C’è però qualcosa di più profondo: «Ho riflettuto a lungo sul perché il cambio fa problema e mi sono rivisto nel Federico bambino, giovane e adolescente: ogni cambiamento di scuola o anche di squadra di calcio è stato una difficoltà. Durante il campo con i giovani, quest’estate, mi sono dato una risposta: paura e dolore ce li abbiamo scritti dentro dal più grande cambiamento della nostra vita: il parto, attraverso il quale siamo venuto al mondo. Ma nonostante lo spettro del fallimento o la paura dell’isolamento, come Abramo e gli apostoli mi affido a Dio: qui nascono momenti di incontro che poi, nel corso del tempo si finisce anche per rimpiangere».

Le Norme della Chiesa: Stabilità e Necessità Pastorali

Il tema del trasferimento dei parroci è molto spinoso, tanto che il cardinale Elia Dalla Costa, ora venerabile, arcivescovo di Firenze dal 1931 al 1961, ebbe a dire: «Il trasferimento dei parroci è il più grande tormento del vescovo».

Stabilità e Nomina a Tempo Determinato

Riguardo ai parroci, il Codice di diritto canonico (can. 522) afferma: «È opportuno che il parroco goda di stabilità, perciò venga nominato a tempo indeterminato». Il vescovo diocesano, però, può nominarlo a tempo determinato «se ciò fu ammesso per decreto dalla conferenza dei vescovi». Ed è proprio quello che ha fatto la Conferenza episcopale italiana nei primi anni ʼ80, stabilendo che «le nomine dei parroci ad certum tempus hanno la durata di nove anni». Si tratta comunque di una possibilità, a discrezione del vescovo.

Nel caso di parrocchie rette da religiosi, entra in gioco un altro elemento, il voto di obbedienza, in base al quale i superiori trasferiscono i confratelli da una comunità all’altra, a seconda dei bisogni. Questo è stato il caso di padre Ampelio, che ha accettato un incarico temporaneo che è poi diventato definitivo per la mancanza di disponibilità di altri confratelli.

Infografica sulla struttura della diocesi e la gerarchia ecclesiastica

Il Parroco a Tempo Determinato: Un Dibattito Aperto

Personalmente, un tempo determinato per un parroco può essere quasi sempre positivo. Gli permette di dare il meglio di sé negli anni che ha a disposizione, di non “sedersi sugli allori”, di essere veramente a servizio di Cristo e dei fedeli e di non mettere al centro sé stesso. Potrà poi mettere i suoi talenti a disposizione di altre comunità parrocchiali che, magari, non hanno avuto il dono di un pastore altrettanto valido. Tutto questo, però, non deve apparire ai fedeli come una pratica burocratica, che passa sopra le loro teste. Ci deve essere chiarezza e dialogo sia prima (spiegando che il nuovo parroco non sarà necessariamente lì per sempre), sia dopo, al momento del commiato. Non sempre tutto questo avviene. Molto dipende dalla sensibilità del vescovo e dei superiori. Ci sono situazioni che consigliano di non spostare un parroco o un religioso, considerando il bene della persona e quello degli stessi fedeli.

Di tanto in tanto, la Chiesa cattolica ridiscute la scadenza di mandato dei parroci. Ad esempio, la Conferenza Episcopale Polacca ha affrontato la questione dieci anni fa. Da un lato è stato sottolineato che potrebbe salvare i sacerdoti dalla routine e dal burnout, favorire i vescovi nella risoluzione di possibili problemi e conflitti personali, disciplinare il clero, ecc. Dall'altro, si è detto che il parroco potrebbe essere ridotto al ruolo di un funzionario, o perfino un mercenario, che si concentra sul fatto di sopravvivere con il minor sforzo possibile fino alla fine del suo mandato anziché essere un pastore che cura i fedeli a lui affidati. I vescovi polacchi alla fine hanno respinto la proposta di termini più rigidi per l'incarico dei parroci, ma l'idea non è stata del tutto accantonata.

Il Sacerdote: Un Nomade per il Regno

I cambiamenti nel luogo di ministero del clero cattolico non sono determinati solo da ragioni pratiche. Qualcuno ha detto che il sacerdote è un nomade, un eterno pellegrino, un missionario che, come Gesù, non ha una casa. «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo hanno dei nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo», ha detto Nostro Signore (Mt 8, 20). In molti seminari, i seminaristi cambiano stanza molto spesso durante la loro formazione, ad esempio ogni sei mesi. Questi cambiamenti apparentemente superflui mirano a ricordare loro che sia il vicario che il pastore, come anche il vescovo, vengono continuamente inviati. È per questo che dovrebbero essere pronti ogni volta ad andare ovunque la Chiesa, in cui lo Spirito Santo è all'opera, abbia bisogno di loro. L'accettazione dei cambiamenti da parte del clero è un'espressione di obbedienza al vescovo, come hanno promesso al momento dell'ordinazione, e di fiducia in Dio. «È anche la possibilità di un nuovo inizio, rompendo modelli, abitudini e routine, che non sono sempre positivi nella vita sacerdotale o religiosa».

Gestire il Cambiamento: Il Ruolo della Parrocchia e dei Laici

Quando un parroco se ne va in modo improvviso, si evidenziano subito i cento problemi della quotidianità: chi risponde al telefono e accoglie le richieste delle persone, avviare il riscaldamento per tempo, le chiavi, le bollette, malati e funerali… La canonica vuota aiuta a riflettere sull’importanza della presenza feriale del prete nella comunità, anche per tanti aspetti, pur piccoli e banali, della vita comunitaria.

«Speriamo che la cosa si risolva presto, iniziamo a essere stanchi di questa situazione, vogliamo tornare alla normalità». Questa è la reazione più comune che si sente nelle parrocchie, persino in giro per il paese, dopo un po’ che si è senza parroco. Dice la necessità, la convenienza, il gusto anche, di vivere una vita cristiana e parrocchiale “normale”, senza scossoni o sorprese antipatiche: per questo bisogna costruire comunità “normali”, fondate sulla fede e sulla preghiera, sul rispetto di chi c’era prima e di chi verrà dopo, solide nella collaborazione tra le persone.

La Parrocchia Oltre il Parroco

Anzitutto ricordiamoci che la Chiesa non inizia e non finisce nelle nostre parrocchie, troppo spesso vissute e concepite come realtà a sé stanti; le parrocchie non sono altro che articolazioni territoriali di una Chiesa che non è solo diocesana, ma addirittura universale. Se una comunità parrocchiale esplode di iniziative e attività e un’altra invece vive un momento di difficoltà per i più svariati motivi, non possiamo pensare di abbandonare la seconda a se stessa; anzi, vuol dire che proprio la comunità in difficoltà avrà bisogno di un parroco capace, anche se questo significa toglierlo da una parte per metterlo in un’altra. Se una madre capisce che uno dei suoi figli vive un momento difficile, non vi si dedicherà forse con maggiore attenzione? Questo non significa che voglia meno bene agli altri, ma semplicemente che ha capito che uno in particolare in quel momento ha più bisogno.

Una parrocchia non inizia e non finisce col proprio parroco, per quanto la figura e la funzione di guida del presbitero sia essenziale; una parrocchia, se è riuscita a crescere nella fede e nell’amore, al di là di una normale fase di assestamento dovuta al cambio di parroco, resterà in piedi. I parroci sono temporanei, la parrocchia con le sue componenti invece resta e continua nel suo cammino e guai se così non fosse. In questo noi laici abbiamo un ruolo importante che spesso dimentichiamo e non esercitiamo anche perché farlo richiede tempo, pazienza, studio, buona volontà.

Il Valore dell'Obbedienza e la Radice in Cristo

L’obbedienza non è un valore desueto, anzi andrebbe riscoperto sia dal clero che dai laici: da bambini o da giovani spesso non capiamo gli insegnamenti dei genitori, anzi ci ribelliamo, ma poi crescendo, col tempo e guardandoci indietro, magari comprendiamo le ragioni di un divieto o di una raccomandazione proprio grazie all’esperienza e a una prospettiva più ampia. Ricordiamoci che, per quanto ci possiamo affezionare ai nostri parroci o ai nostri vescovi (ed è bello che sia così), la nostra radice è in Cristo: non andiamo a Messa per il parroco, ma per Gesù; non svolgiamo un servizio per il parroco, ma perché ci sentiamo chiamati dal Padre a un atto d’amore. Ecco perché non dobbiamo sentirci attirati o respinti dal presbitero di turno: il parroco è un uomo come noi, anche lui in cammino con i suoi limiti, la sua crescita, i suoi errori, le sue cadute e come noi ha bisogno di sostegno e accompagnamento spirituale.

La vita non è mai uguale, è un’esperienza che muta continuamente: si cresce, si cambia città, si cambiano gli amici, si cambia lavoro. A volte si tratta di cambiamenti piacevoli (per esempio un matrimonio), altre volte di cambiamenti decisamente meno belli (una malattia, un lutto). Il punto però è che la vita ci spinge a non rimanere fermi e la Scrittura ce lo conferma: Abramo è chiamato a lasciare tutto e partire, Mosé deve addirittura andare contro i faraoni che lo avevano salvato, i profeti dicono il loro “eccomi” anche a costo della vita, Maria pronuncia il suo “fiat” affidandosi pienamente a Dio, gli apostoli seguono Gesù senza capire pienamente chi sia. Cambiare è facile? No, cambiare è difficile, difficilissimo: significa ricominciare da capo, essere pronti anche ad abbandonare le rendite di posizione, dover continuare a faticare. Però Dio ci chiama a questo perché anzitutto lo ha fatto lui: poteva rimanere “beato” nel suo essere “totalmente altro” e guardarci dal paradiso, senza intromettersi nelle nostre umane esistenze, e invece si è addirittura incarnato salvandoci con l’amore.

La Rimozione dall'Ufficio: Procedure e Cause Canoniche

A livello generale la rimozione dall’ufficio è disciplinata dai canoni 192-195 ed è un provvedimento di carattere disciplinare che può essere preso solo se vi siano adeguate “cause”, nel rispetto di precisi termini ed in modo rituale. Tale normativa generale è sussidiaria a quella specifica: quest’ultima, cioè, prevale su quella. Oggetto di protezione giuridica tutelato dalla procedura di rimozione (e di trasferimento) è lo status di parroco. Secondo il can. 1740 il Vescovo diocesano può rimuovere il parroco se il suo ministero sia divenuto “nocivo o almeno inefficace”.

Istruttoria e Consultazione

Il Vescovo, o un suo delegato, tramite un’istruttoria dovrà accertarsi dell’esistenza della “nocività o almeno inefficacia” del ministero pastorale del parroco al fine di avere a disposizione tutti gli elementi per giungere alla rimozione. L’istruttoria non è regolata da norme ma deve essere condotta con estrema prudenza e discrezione, analogamente a quanto prevede il can. 1717 §2 per l’indagine previa nel processo penale canonico: in modo, cioè, da non mettere in pericolo la buona fama della persona né, in questo specifico caso, il suo ministero, qualora si decidesse poi di non rimuovere il parroco.

I risultati dell’istruttoria sono discussi dal Vescovo con i due parroci assessori designati dal consiglio presbiteriale e che lo aiutano a valutare quanto è risultato dall’istruttoria. Il consiglio presbiteriale costituisce un gruppo di parroci elencati dal Vescovo all’interno del quale gruppo, in tutta libertà, il Vescovo sceglierà i due parroci assessori con cui collaborare. I due parroci, che non possono essere ricusati, lo assisteranno nella valutazione circa l’effettiva gravità della situazione pastorale emersa dall’istruttoria per determinare la necessità o l’utilità della rimozione.

L'Invito alla Rinuncia e le Cause Specifiche

A questo punto il Vescovo, se giudicherà necessaria la rimozione, rivolgerà in forma scritta al parroco l’invito paterno affinchè egli rinunci spontaneamente all’ufficio entro 15 giorni: è il primo atto formale con il quale viene informato che una procedura di rimozione è iniziata. A pena di invalidità della procedura, l’invito dovrà tassativamente indicare “le cause e gli argomenti” a sostegno della rimozione. La causa non può essere quella generica di cui al can. 1740, ma specifica come quelle esemplificate nel can. 1741. Il parroco può:

  1. Accettare l'invito.
  2. Non rispondere: il Vescovo con un nuovo decreto deve invitarlo nuovamente alla rinuncia.
  3. Opporsi alla decisione del Vescovo: dopo aver esaminato gli atti può contestare per iscritto entro 10 giorni il decreto di rimozione. La proposizione di questa remonstratio sospende l’esecuzione del provvedimento.

Il can. 1741 indica 5 diverse cause che devono essere durature e provate e che esemplificano quale danno o inefficacia ministeriale può portare alla rimozione. La rimozione presuppone nocività o inefficacia del ministero pastorale del parroco, anche senza sua grave colpa.

Sfide e Speranze: Verso una Chiesa più Consapevole

Il cambio del parroco, nella maggior parte dei casi, è un evento traumatico per una comunità e lo dimostrano le reazioni che puntualmente si scatenano: raccolte di firme, lettere di protesta, sfoghi sui social contro l’arcivescovo di turno considerato “colpevole” di voler distruggere il buon lavoro fatto. Tuttavia, la disponibilità di tanti confratelli appare scarsa, sebbene dietro ci siano magari dei motivi validi, come problemi di salute. In questi casi, i superiori si trovano in grandi difficoltà perché devono far fronte a tante necessità e il numero di religiosi capaci e disponibili è sempre più ridotto. A volte, davvero, non sanno che pesci pigliare.

È sempre bene, però, soprattutto quando ci sono rapporti con i fedeli di una parrocchia, che ci sia un dialogo previo, magari favorito dallo stesso confratello che è chiamato a un nuovo servizio. Bisogna anche evitare di considerare i confratelli delle semplici pedine da spostare a piacimento sullo scacchiere delle necessità. Si deve invece cercare sempre il bene più grande. Dietro a tutto questo c’è anche il grande problema della crisi delle vocazioni. Tutti noi possiamo fare la nostra parte con la preghiera e favorendo la risposta positiva di chi sente in cuor suo la chiamata di Dio. Non dobbiamo, comunque, perdere la fiducia, nonostante le difficoltà, anche quando a un parroco molto amato è chiesto un altro servizio. Ringraziamo il Signore che ce l’ha donato e per il bene che abbiamo ricevuto.

Per recuperare serenità ed energia autentica, diventa inevitabile puntare su quello che qualifica la vita cristiana: la liturgia, la Parola, la formazione delle persone, l’attenzione alla carità. Un ruolo particolare spetta alla paternità del vescovo, che dà garanzia alla comunità ferita e a tutte le realtà ecclesiali.

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