La Pentecoste e gli Evangelisti: Chi ne narra l'evento

La narrazione dell'evento della Pentecoste, con la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli e i discepoli, è un momento fondante per la Chiesa cristiana. Sebbene diversi testi biblici facciano riferimento all'azione dello Spirito, l'evangelista che ne fornisce il racconto più dettagliato e iconico è Luca, in particolare negli Atti degli Apostoli. Il Vangelo di Giovanni presenta un'effusione dello Spirito in un contesto temporale differente, mentre gli altri Vangeli si limitano a preannunciarne la venuta.

illustrazione biblica della Pentecoste con discepoli e lingue di fuoco

Luca: Il narratore principale della Pentecoste negli Atti degli Apostoli

È quanto sostiene l’evangelista Luca, che parla della forza spirituale circa 70 volte nei suoi Atti degli Apostoli. Se si aggiunge il primo volume della sua duplice opera, il Vangelo di Luca, le menzioni di questa parola sono addirittura più di 100. Il significato speciale degli eventi della Pentecoste per Luca diventa chiaro già alla fine del suo Vangelo, dove c’è una grande e allo stesso tempo misteriosa promessa ai discepoli e alle discepole. La forza promessa dal Risorto è la forza dello Spirito Santo. Luca colloca la discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste.

Narrano gli Atti degli Apostoli che "mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi."

La manifestazione e l'universalità del messaggio

Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

mappa delle regioni menzionate nella narrazione della Pentecoste

La lunga e dettagliata elencazione di popoli fatta dall’autore degli Atti sta a significare la presenza del mondo intero davanti a quella porta: sono ebrei da Roma; assieme ci sono anche dei proseliti, ossia pagani avvicinatisi alla Legge di Mosè. Questo fenomeno, dove i discepoli proclamano "le grandi opere di Dio" nelle lingue native degli astanti, è considerato il secondo miracolo della Pentecoste. Da quel giorno lo Spirito del Signore ha iniziato a superare limiti che sembravano invalicabili, ponendo termine al "dominio incontrastato di Babele sulla vita degli uomini" e dando inizio a un tempo nuovo di comunione e fraternità.

L’evento è descritto come una teofania, con elementi caratteristici delle manifestazioni divine dell'Antico Testamento: voce, cielo, vento, fuoco, tuono. Il racconto fa continuamente riferimento all’evento del Sinai, ricalcando la teofania del Sinai (Es 19,16-22): l’antica alleanza è sostituita dalla nuova alleanza. Tuoni, lampi, rumore di tromba, fumo indicavano la presenza del Signore nel Sinai e la «discesa» dello Spirito sugli apostoli. L'antica legge diventa «nuova» per la presenza dello Spirito, che non solo istruisce ma anche dà la forza di compiere quello che la legge richiede. Il "fuoco" che purifica e illumina (cf. Is 6,6), indica una trasformazione interiore nei discepoli di Gesù.

Il significato teologico secondo Luca

Pietro, citando il profeta Gioele (c. 3,5), fa vedere che la Pentecoste realizza le promesse di Dio: negli ultimi tempi lo Spirito sarebbe stato dato a tutti. Secondo la catechesi primitiva, Cristo morto, risorto e esaltato alla destra del Padre, porta a termine la sua opera effondendo lo Spirito sulla comunità apostolica (At 2). Lo Spirito è quindi dato in vista di una testimonianza che dev'essere portata fino alle estremità della terra (At 1,8); il miracolo dell'ascolto in lingue sottolinea che la prima comunità messianica si estenderà a tutti i popoli (At 2). Lo Spirito Santo dona ai discepoli una parola salvifica che crea comunione ed è capace di superare le barriere linguistiche (At 2,1-11), e ogni altro ostacolo, oltre la frammentarietà di Babele. È l’opera di Dio che crea unità, la sua Parola, l’annuncio del Regno.

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Giovanni: L'effusione dello Spirito il giorno di Pasqua

Il Vangelo di Giovanni, a differenza di Luca, presenta il dono dello Spirito Santo nello stesso giorno di Pasqua (Gv 20,21-23). In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Il Vangelo di oggi, festa di Pentecoste, presenta la discesa dello Spirito Santo sui discepoli, secondo l’evangelista Giovanni. Il racconto è semplice ma possiede la profondità tipica del quarto Vangelo e fornisce una lettura teologica dell’evento. I discepoli sono chiusi in un luogo, hanno timore dei Giudei e di fare la stessa fine del Maestro. È in questo clima che Gesù viene: non nella serenità spirituale né nella piena comprensione della sua parola. Egli raggiunge i discepoli nel momento di buio e di incredulità massimo, illuminato debolmente dalla vista della tomba vuota e dalle parole di Maria di Magdala. Il Signore mostra ai discepoli le ferite delle mani e del costato, che il suo corpo glorioso e risorto non cancella. Improvvisamente sorge nei discepoli la gioia.

Giovanni ha posto l’effusione dello Spirito nel giorno di Pasqua per mostrare che lo Spirito è dono del Risorto. Quando Giovanni, nella pagina evangelica, parla dello Spirito come del Paraclito (Gv 14,26), specifica che si tratta dell’“altro Paraclito” (14,16). Come “altro Paraclito”, lo Spirito interviene nel cuore dei credenti e rimane con loro per sempre (cf. Gv 14,16). E l’azione dello Spirito è totalmente tesa a plasmare l’essere e l’agire dei credenti sull’esempio di Gesù Cristo. Lo Spirito è una guida «a tutta la verità» (16.13): Gesù è la verità, ma è anche la «via», che conduce alla verità. Lo Spirito, dopo la risurrezione, sarà il maestro interiore che li accompagnerà alla comprensione sempre più profonda di Gesù.

Differenze e complementarità tra Luca e Giovanni

Luca e Giovanni offrono due prospettive complementari sull'effusione dello Spirito Santo. Luca, con la sua narrazione in Atti, enfatizza l'aspetto pubblico, universale e missionario della Pentecoste, con fenomeni esterni evidenti e la nascita della Chiesa come comunità globale. Giovanni, d'altra parte, focalizza l'attenzione sull'aspetto interiore, sulla presenza dello Spirito come consolatore, guida alla verità e continuatore dell'opera di Gesù nella vita dei credenti, con un'effusione che avviene nell'intimità del Cenacolo il giorno stesso della Risurrezione.

Diciamo subito con chiarezza: il mistero pasquale è unico. Morte, Risurrezione, Ascensione e dono dello Spirito sono avvenuti nel medesimo istante, nel momento della morte di Gesù. La Pentecoste è compimento della Pasqua del Signore e inizio della vita della chiesa. L’effusione dello Spirito opera il passaggio da Gesù ai discepoli nella storia. Lo Spirito è a servizio della parola del Signore nel credente.

Lo Spirito Santo negli altri Vangeli e negli scritti Paolini

Nel Vangelo di Luca, alla fine, c'è una promessa che Gesù aveva detto loro nel giorno dell’Ascensione: «voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto» (Lc 24,49); e comprese le altre parole che Gesù aveva detto loro: «È bene per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito» (Gv 16, 7).

Negli altri Vangeli, la Pentecoste come evento specifico non è narrata. Tuttavia, vi sono anticipazioni e promesse della venuta dello Spirito. Il precursore aveva annunziato che era presente colui che doveva battezzare nello Spirito Santo (Mc 1,8; Mt 3,11). Il Vangelo di Luca stesso, prima degli Atti, anticipa questa "forza dall'alto".

Le lettere di Paolo, pur non narrando l'evento della Pentecoste, ne sviluppano ampiamente la teologia. Nella Lettera ai Galati, Paolo esorta i credenti a camminare «secondo lo Spirito per non essere portati a soddisfare il desiderio della carne». E aggiunge: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22). Paolo fa riferimento anche a fenomeni simili al parlare in lingue menzionati negli Atti: "Nella sua prima lettera ai cristiani di Corinto, in un lungo elenco di apparizioni pasquali, Paolo parla di un gruppo di 500 credenti in Cristo che hanno vissuto esperienze straordinarie dopo la morte di Gesù (1 Lettera ai Corinzi 15,3-7). Paolo stesso e molti altri membri della chiesa hanno vissuto l’esperienza di essere portati in estasi dalla potenza dello Spirito, tanto da parlare in «lingue», probabilmente anche in altre lingue, per lo più incomprensibili."

In Romani 8, Paolo distingue tra la carne e lo Spirito. "Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene." Egli sottolinea che la legge smaschera i trasgressori, la grazia li libera dalla colpa; la legge minaccia, la grazia attira; la legge tende a punire, la grazia assicura il perdono. Il «dito di Dio» è lo Spirito Santo, e tramite l'azione dello Spirito Santo gli apostoli ricevettero la diversità dei doni (1Cor 12,4-11).

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