Il Cuore nell'Antico Egitto: Simbolismo, Scienza e Viaggio nell'Aldilà

Nell'antico Egitto, il cuore, in antico-egiziano “ib”, non era solo un organo vitale, ma il luogo in cui gli Egizi credevano fosse racchiuso l'intero carattere della persona. Vi risiedevano le emozioni da cui scaturivano i sentimenti, l’intelletto che generava le azioni e, soprattutto, conteneva la memoria. Per gli antichi egizi, il cuore era la sede del pensiero e della forza vitale.

Si usavano due termini per designarlo: “ib”, che lo connotava come sede dei sentimenti e della coscienza, e “haty”, utilizzato prevalentemente nei testi di medicina. Considerato il centro della vita fisica, emotiva e intellettuale, il cuore entrava in tutte le locuzioni della lingua che esprimevano stati d’animo, spiritualità e peculiarità caratteriali. La sua importanza era tale che, nella concezione filosofica, il cuore era considerato l'organo supremo. Nel Testo di teologia menfita si legge: “L’azione del braccio, il moto delle gambe, il movimento di ogni altro membro è fatto seguendo l’ordine che il cuore ha concepito”. Lo stesso testo subordinava al cuore i cinque sensi e la parola: “È lui che dai sensi trae ogni giudizio e la lingua annuncia ciò che il cuore ha pensato”.

Geroglifico del cuore

Le Conoscenze Anatomiche e Mediche del Cuore

Nonostante la profonda valenza simbolica, gli Egiziani possedevano anche notevoli conoscenze anatomiche sul muscolo cardiaco e intuizioni brillanti sul suo funzionamento. Nel Papiro Smith, il cuore viene descritto come una massa di carne che dà origine alla vita e come centro del sistema vascolare; pulsando, “parla” ai vasi e alle membra del corpo. Il Papiro Ebers (inizi della XVIII Dinastia), un vero e proprio trattato di anatomia relativo al sistema circolatorio, sebbene contenesse inevitabili imprecisioni, rappresenta un serio tentativo di comprensione razionale della realtà, classificabile come un trattato scientifico.

I medici egiziani conoscevano bene il valore della pulsazione come elemento di diagnosi. Il Papiro Ebers attestava che il polso poteva essere apprezzato in varie parti del corpo ed era sincrono al battito cardiaco. Il cuore era considerato un organo di importanza vitale: si sapeva avvertirne la “stanchezza”, l’indebolimento e il rallentamento del battito. Un medicamento era descritto con la frase: “benvenuto rimedio che scacci ciò che è in questo mio cuore”. In un’altra sezione del papiro si afferma: “se esaminate un ammalato che soffre di dolori al braccio e al petto, ciò significa che la morte si avvicina a lui”, intuendo forse i segni del sopraggiungere dell’infarto miocardico.

Le autopsie delle mummie, nonostante gli Egizi non abbiano dimostrato un interesse sistematico per l'anatomia attraverso la pratica dell'imbalsamazione, hanno fornito numerose informazioni sulle patologie dell’epoca. Oltre a malattie ossee, calcolosi, gotta e tubercolosi, sono state ritrovate calcificazioni dell’aorta e delle arterie temporali, segno che l’arteriosclerosi esisteva già al tempo dei faraoni. Persino un cancelliere del faraone Menefath e un giovane faraone della XX dinastia mostrarono segni di calcificazioni coronariche. Il Papiro Ebers menzionava anche l'indurimento dei vasi sanguigni. L’interesse degli Egizi per il cuore è testimoniato anche dalle pitture e dalle incisioni tombali.

Schema del sistema circolatorio come ipotizzato nel Papiro Ebers

Il Cuore nella Mummificazione

Tra gli organi interni, il cuore vantava il privilegio di rimanere (quasi sempre) all'interno del corpo del defunto durante il processo di mummificazione, a differenza di altri visceri che venivano rimossi e conservati nei vasi canopi. Considerato l'essenza stessa della persona, era l'unico organo a non essere rimosso, per consentire al defunto di affrontare il giudizio nell'aldilà.

Amuleti del Cuore e la Loro Simbologia

La rappresentazione geroglifica del cuore, e le fattezze scelte per i suoi amuleti, appartenevano in realtà a un cuore bovino o ovino. A prima vista, il simbolo poteva evocare un vaso con collo e anse. In realtà, è la riproduzione fedele di un cuore di ovino in sezione, dove "collo" e "anse" corrispondono all'innesto dei vasi arteriosi e venosi. Talvolta, la parte superiore è rappresentata di colore più chiaro, forse per indicare lo strato grasso che riveste l’organo.

Un amuleto di fondamentale importanza era lo scarabeo del cuore, un grande scarabeo posto sulla mummia all’altezza del cuore. Legato al simbolismo di Khepri (il sole nascente) e al significato di “rinascere”, “divenire”, “forma” o “apparizione”, questo amuleto cominciò a diffondersi all’inizio della XVIII Dinastia. Riportava, nella parte inferiore, la formula di “non permettere che il cuore dell’Osiride N (nome del defunto) sia tenuto lontano dalla Necropoli”, tratta dal Capitolo XXX del Libro dei Morti. Due versioni di questa formula avevano lo scopo di impedire che il cuore del defunto testimoniasse contro di lui durante il giudizio nell'aldilà.

  • Un amuleto del cuore associato all'uccello “benu” (fenice egizia) è stato rinvenuto nell’Annesso della tomba di Tutankhamon. Realizzato in legno ricoperto da foglia d’oro, un lato è inscritto con il prenome del re (Nebkheperura) fiancheggiato dagli scettri Heqa e dalla piuma di Maat. Attualmente si trova al Museo Egizio del Cairo.
  • Il sarcofago di Ashait (XI Dinastia) mostra il particolare del cuore di un animale sacrificato deposto tra le vivande funerarie.
  • Lo scarabeo del cuore di Sobekemsaf, proveniente dalla necropoli di Soleb (Sudan), è scolpito in diaspro verde e ornato da due bande d’oro. Risalente al Secondo Periodo Intermedio (XVII Dinastia, 1575-1560 a.C. circa), è il più antico scarabeo del cuore reale conosciuto. Presenta tratti umani vagamente accennati ed è incastonato in una tavoletta d’oro. I geroglifici incisi intorno al bordo e in cinque righe orizzontali nella parte inferiore riportano il nome del re seguito da frammenti del Capitolo 30B del “Libro dei morti” (la preghiera affinché il cuore non si levasse a testimonianza contro il suo proprietario). Nell’iscrizione, le figure a forma di uccello sono prive delle zampe, caratteristica definita “geroglifici mutilati”, impiegata in contesti funerari e magici per impedire che le figure prendessero vita e attaccassero il defunto.
Scarabeo del cuore egizio intagliato in diaspro verde

La Psicostasia: La Pesatura del Cuore nell'Aldilà

Il culmine del percorso "esistenziale" del cuore si concludeva con la sua pesatura nella Sala delle Due Maat, conosciuta tecnicamente come psicostasia (dal greco psykhè, anima, e stasis, pesatura). Questa cerimonia, illustrata in maniera dettagliata nel Capitolo CXXV di quello che oggi chiamiamo il Libro dei Morti (o “Le formule dell’uscire al giorno”), era il momento cruciale per il defunto per accedere ai Campi dei Giunchi, il paradiso egizio.

Il rituale si svolgeva nel tribunale dell’aldilà presieduto da Osiride, il giudice supremo. Il cuore del defunto veniva posto su uno dei piatti di una bilancia, mentre sull’altro piatto era posta la piuma della dea Maat, simbolo di giustizia, verità e ordine cosmico. Il dio Anubi, dalla testa di sciacallo, accompagnava il defunto e presiedeva le operazioni di pesatura, talvolta sostituito da Horus. Il dio Thot, scriba divino e inventore dei geroglifici, annotava l’esito del giudizio. Se il cuore del defunto, gravato da troppe colpe, risultava più pesante della piuma, veniva divorato dalla mostruosa Ammut (la Grande Divoratrice, metà leone e metà coccodrillo), condannando il defunto a una seconda morte e all'annullamento eterno. Se il cuore era leggero come la piuma, significava che il defunto aveva condotto una vita giusta ed era meritevole di vivere in eterno. In questo caso, il defunto veniva dichiarato “giustificato” (m3’ hrw) e ammesso nei Campi dei Giunchi, accompagnato da Horus al cospetto di Osiride.

Scena della pesatura del cuore dal Libro dei Morti dello scriba Hunefer

LA PESATURA DEL CUORE

La Confessione Negativa (Capitolo CXXV)

Durante la psicostasia, il defunto doveva recitare la cosiddetta “confessione negativa”, una serie di dichiarazioni in cui affermava di non aver commesso una serie di “peccati” contro Maat. Questa formula, suddivisa in due sezioni, era un concentrato del pensiero etico e morale egizio. La prima parte era rivolta direttamente a Osiride, mentre la seconda a ognuno dei quarantadue dèi che formavano il tribunale della sala delle Due Maat. Un esempio emblematico della preghiera è:

Oh cuore mio da parte di mia madre, cuore mio da parte di mia madre, mio muscolo cardiaco delle mie trasformazioni! Non levarti come testimonio contro di me, non accusarmi nel tribunale, non rivolgerti contro di me alla presenza dell’addetto alla bilancia. Tu sei il mio ka, che è nel mio corpo, lo Khnum che rende sane le mie membra. Possa tu rivolgerti al bene cui aspiro. Non fare che il mio nome puzzi davanti alla corte, che assegna il posto alla gente. Sarà bene per noi, sarà bene per il giudice. Sarà lieto il cuore di chi giudica.

Questa formula, trovata a Ermopoli ai piedi della maestà di Thot, risaliva al tempo del re Menkaure (Micerino). L'importanza di questa confessione evidenziava un aggiustamento significativo nella religione egizia: la sopravvivenza nell'aldilà non dipendeva più solo da un mero procedimento ritualistico o dalla semplice efficacia delle formule magiche, ma richiedeva l'aver condotto una vita terrena all’insegna di una morale indissolubilmente legata alla virtù e alla giustizia.

La seconda dichiarazione di innocenza, rivolta ai quarantadue dèi locali incaricati di denunciare e punire specifiche colpe, iniziava con frasi come: “Salute a voi, o dèi! Io vi conosco, conosco i vostri nomi. Non cadrò e voi non colpirete. Non riferite il mio peccato a questo dio di cui siete al seguito. Non avverrà la mia disgrazia a causa vostra. Direte che mi spetta Maat, alla presenza del Signore Universale, poiché io ho praticato Maat in Egitto. Non ho offeso dio, e non avverrà la mia disgrazia da parte del re che è nel suo giorno (di regnare) Salute a voi, o dèi che siete in questa sala della Due Maat, che non avete menzogna nel vostro corpo...

L'Evoluzione dei Testi Funerari e il Concetto di Aldilà

La concezione dell’aldilà egizio si evolse nel corso dei secoli, inizialmente situato nel cielo (Duat), poi nei “campi Iaru” (Campi di Giunchi). La credenza in una vita eterna era strettamente legata all'integrità del corpo per la rinascita, rendendo cruciale il rituale della pesatura del cuore.

Per affrontare le prove dell'aldilà, i defunti erano corredati da testi funerari che si evolsero nel tempo:

  • Testi delle Piramidi: Nati nell’Antico Regno (dalla V dinastia) e incisi nelle camere sepolcrali dei re menfiti, erano inizialmente riservati al sovrano e a un esiguo numero di alti funzionari e parenti.
  • Testi dei Sarcofagi: Nella successiva età feudale, la “democratizzazione dell’aldilà” (o “demotizzazione” secondo Jan Assmann) estese l'uso di iscrizioni religiose. Questi testi, che fornivano al defunto strumenti e formule magiche per superare le prove dell'aldilà, furono scritti sui sarcofagi a partire dal Primo Periodo Intermedio e fino alla fine del Medio Regno. L'interno del sarcofago di Gua (XII Dinastia) ne è un esempio significativo.
  • Libro dei Morti: A partire dalla XVIII Dinastia, queste formule furono raccolte su rotoli di papiro e deposte nella tomba o nel sarcofago. Piramide di Teti (VI Dinastia). Non si trattava di una raccolta di contenuto fisso, ma di vari manoscritti con formule e lunghezze diverse, sebbene a partire dalla XXVI Dinastia si noti una maggiore omogeneità. Un corpus fittizio di 190 capitoli fu stabilito da Lepsius, ma nessun manoscritto ne contiene tutti; la maggior parte deriva dai Testi dei Sarcofagi (a loro volta dai Testi delle Piramidi), con l'aggiunta di nuovo materiale.

Nel rito funebre egizio, ogni dettaglio era accuratamente pensato. Il sarcofago era chiamato “neb ankh”, ossia “il possessore di vita”, essenziale per proteggere le spoglie mortali per l’eternità. Il defunto giaceva con la testa rivolta a nord e il volto a est, verso il sorgere del sole rigenerato. Sui lati del sarcofago erano raffigurati gli “udjat”, due occhi che permettevano al defunto di guardare verso l’esterno, mantenendo il contatto con il mondo reale.

La convinzione che la morte non rappresentasse la fine dell’esistenza, ma che lo spirito vitale (il Ka) sopravvivesse, rendeva fondamentale la moralità del defunto nella vita terrena, che includeva il rispetto per gli anziani e l’aiuto ai bisognosi, oltre alla conoscenza delle formule sacre. Questa visione della dipartita ha lasciato in eredità non solo architetture e tesori, ma anche una profonda riflessione sulla possibilità di una vita immortale.

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