Il libro del profeta Isaia, vissuto 700 anni prima di Gesù, racchiude al suo interno profezie di straordinaria rilevanza, tra cui quattro celebri poesie sul Servo di Dio. Tra i passaggi più famosi e potenti dell'Antico Testamento, il versetto Isaia 52:7 spicca per il suo messaggio di speranza e salvezza, presentandosi come un inno di gioia e di esultanza.
Contesto Storico e Messaggio di Speranza
Il capitolo 52 di Isaia si apre con un vibrante invito rivolto a Gerusalemme affinché si risvegli, si scuota dalla polvere e dalle catene e indossi le sue vesti più belle, poiché il Signore è venuto a liberare il suo popolo (vv. 1-3). Questo messaggio è inserito in un momento storico cruciale: la fine dell'esilio babilonese, che offre a Israele la possibilità di ritrovare Dio e, nella fede, se stesso. Il Signore si fa vicino, e il “piccolo resto” - quel frammento di popolo che ha resistito nella fede durante l'esilio, attraversando la crisi e continuando a credere e sperare anche nell'oscurità - potrà finalmente assistere alle meraviglie di Dio. Questa promessa di liberazione fu anche una profezia di pace. Per gli israeliti, essere ristabiliti nel paese che Geova Dio aveva loro dato sarebbe stata la prova della sua misericordia e del loro pentimento, indicando che erano in pace con Dio.
Al tempo in cui Isaia scrisse queste parole, gli abitanti del regno settentrionale d’Israele erano probabilmente già stati portati in esilio dagli Assiri, e gli abitanti del regno meridionale di Giuda sarebbero stati deportati a Babilonia. Furono giorni di angoscia e agitazione, poiché il popolo non aveva ubbidito a Geova Dio e, di conseguenza, non era in pace con Lui. La loro condotta peccaminosa aveva creato una divisione tra loro e il loro Dio (Isaia 42:24; 59:2-4). Tuttavia, mediante Isaia, Geova predisse che a tempo debito le porte di Babilonia si sarebbero spalancate. Il popolo di Dio sarebbe stato libero di tornare in patria per ricostruirvi il tempio di Geova. Sion sarebbe stata restaurata e l’adorazione del vero Dio sarebbe di nuovo stata praticata a Gerusalemme.

Il Messaggio del Profeta: "Eccomi!" e la Regalità di Dio
Il versetto 6 di Isaia 52 contiene la solenne auto-presentazione divina che culmina in un «Eccomi!»: «In quel giorno il mio popolo saprà chi sono io. Io sono colui che dice: Eccomi!» (Is 52,6). A questo “eccomi” pronunciato da Dio, che riassume tutta la sua volontà di salvezza e di vicinanza all'umanità, risponde il canto di gioia di Gerusalemme, secondo l'invito del profeta.
In tutte le situazioni difficili della sua storia, Israele ha sperimentato la vicinanza del suo Dio. In Egitto, durante l’esodo, nell’ingresso in Canaan, ogni volta che lo ha invocato, il Signore ha sempre e subito risposto: «Eccomi!». È commovente sentirsi dire: «Eccomi!», quando, in un momento di difficoltà e sofferenza, ci rivolgiamo a un amico. Amico vero è chi c’è sempre quando si bussa alla porta del suo cuore perché si ha bisogno. Così risponde Abramo quando ode la voce del Signore (Gen 22,1); lo stesso fa Maria dopo le parole dell’angelo Gabriele (Lc 1,38). A Dio che gli confida di avere bisogno di qualcuno cui affidare una missione difficile, Isaia, senza esitare, risponde: «Eccomi, manda me!» (Is 6,8).
È significativo notare che non si dice che Dio “è re”, quasi per attribuire un titolo onorifico, ma si dice che “regna”. Il Dio di Israele non ama ricevere titoli, ma vuole che sia riconosciuta la sua azione positiva nella storia. Quando Geova compì la liberazione del suo popolo nel 537 a.E.V., si poté appropriatamente annunciare a Sion: “Il tuo Dio è divenuto re!”. È vero che Geova è il “Re d’eternità” (Rivelazione [Apocalisse] 15:3), ma con questa liberazione del suo popolo aveva manifestato ulteriormente la sua sovranità, dimostrando in maniera sorprendente la superiorità della sua potenza su quella del più potente impero creato dall’uomo fino a quel tempo (Geremia 51:56, 57). Grazie all’operato dello spirito di Geova, altre cospirazioni contro il suo popolo furono sventate (Ester 9:24, 25). Geova intervenne ripetutamente e in vari modi per indurre i re della Media-Persia a collaborare per l’adempimento della Sua sovrana volontà (Zaccaria 4:6).

I Piedi del Messaggero e la Buona Notizia
A questo punto il profeta inserisce un canto di esultanza che è il cuore del nostro studio: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio» (Is 52,7).
Queste parole di Isaia fanno riferimento al miracolo della pace in un modo molto particolare, ponendo lo sguardo non tanto sul messaggero in sé, quanto sui suoi piedi che corrono veloci. Lo sguardo del profeta è attratto dai piedi di questo araldo, piedi che sembrano non sentire le asperità del terreno, e commosso esclama la sua meraviglia. L'immagine evoca lo sposo del Cantico dei Cantici che corre dalla sua amata: «Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline» (Ct 2,8). Così anche il messaggero di pace corre, portando il lieto annuncio di liberazione, di salvezza, e proclamando che Dio regna.
Il contenuto dell'annuncio è chiaro: la regalità di Dio non viene solo affermata, ma diventa oggetto di una professione di fede. C'è dunque un messaggero che porta buone notizie e annuncia la salvezza. Per molti che udirono la buona notizia dagli apostoli e da altri discepoli di Gesù Cristo del I secolo, quei primi cristiani erano davvero belli a vedersi, poiché i “piedi” che si muovono per predicare rappresentano la persona stessa che porta il messaggio.

Il Compimento Messianico: Gesù Cristo come Servo Sofferente e Messaggero
Ciò che ebbe luogo nel 537 a.E.V. e successivamente fu solo l’inizio, poiché subito dopo la profezia sulla restaurazione del capitolo 52, Isaia scrisse in merito alla venuta del Messia. Per i cristiani, il Servo di Dio descritto da Isaia è chiaramente Gesù Cristo. È particolarmente facile leggere questi versetti dopo la venuta di Gesù, dopo aver visto come egli calza a pennello la descrizione fatta da Isaia. Isaia utilizza tempi verbali al passato per descrivere eventi futuri, come se fossero già compiuti, sottolineando la certezza della loro realizzazione nel piano divino.
Gesù fu l’uomo venuto su come una pianticella, una radice in un arido suolo. Agli occhi degli uomini, era insignificante, destinato a morire come una pianticella nel deserto. Eppure, davanti a Dio, Gesù cresceva e cresceva, compiacendo il Padre, come testimonia Luca 3:22: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».
Gesù Cristo è il più grande messaggero di pace che Geova abbia inviato. Egli è la Parola di Dio, il Portavoce personale di Geova (Giovanni 1:14). Dio lo aveva mandato non solo a proclamare un messaggio di pace, ma anche a provvedere la base per una pace duratura. Al tempo della nascita di Gesù, degli angeli apparvero ai pastori vicino a Betlemme, lodando Dio e dicendo: “Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e sulla terra pace fra gli uomini di buona volontà” (Luca 2:8, 13, 14).
Ci sarebbe stata pace per quelli a cui Dio avrebbe mostrato buona volontà, esercitando fede nel provvedimento che stava prendendo mediante suo Figlio. Ciò significava che gli esseri umani, pur essendo nati nel peccato, potevano ottenere una posizione pura dinanzi a Dio, una relazione approvata con Lui (Romani 5:1). Al tempo fissato da Dio, ci sarebbe stata la liberazione da tutti gli effetti del peccato ereditato da Adamo, comprese le malattie e la morte. L’ultima parte della lettura (vv.4-6) insiste sulla superiorità incomparabile della rivelazione ottenuta attraverso Gesù, immensamente superiore agli angeli, come l'autore della lettera agli Ebrei ribadisce.

Il Servo Sofferente di Isaia 53: Sostituzione e Guarigione
Isaia riporta le parole del Servo di Dio che soffre: «Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato?» (Is 53:1). Il profeta continua descrivendo la sofferenza vicaria del Servo:
- «Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti» (Is 53:5).
- «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca» (Is 53:7).
Il Servo di Dio è l’uomo caratterizzato da malattie e dolori. Gli acciacchi, le malattie e i dolori che Gesù ha portato erano i nostri dolori, le nostre malattie. La particella ebraica אכן (aken), tradotta con “tuttavia”, è una forte affermazione che assegna una ragione a ciò che potrebbe sembrare strano: è un fatto straordinario che colui al quale Dio ha dato la suprema autorità debba essere così calpestato e disprezzato. Il problema di Israele non erano i popoli stranieri o una causa esterna, ma le proprie malattie e dolori, sia fisici che, soprattutto, spirituali.
A questo punto iniziamo a comprendere che Gesù Cristo, il Servo di Dio, ha compiuto qualcosa di unico e speciale perché ha preso il nostro posto, si è sostituito a noi. Nel popolo di Israele, le persone guarivano dall’impurità per mezzo di un animale sacrificale che prendeva su di sé le malattie dell’uomo. Isaia mostra quanto grande fosse l’ingratitudine e la malvagità del popolo, che non sapeva perché Cristo fosse così gravemente afflitto, ma immaginava che Dio lo colpisse a causa dei suoi stessi peccati, pur sapendo che era perfettamente innocente e che la sua innocenza era attestata anche dal suo giudice.
Gesù è stato colui che è morto al posto nostro. Il suo corpo è stato perforato affinché ne uscisse il sangue della vittima sacrificale, il sangue attraverso il quale siamo lavati. A causa delle nostre iniquità, a causa degli sbagli che compiamo e che compiremo, lui è stato ucciso. La Bibbia ci dice che il nostro peccato meritava la morte. La conseguenza di questo stupendo scambio è che, mentre Lui ha versato il sangue, è stato stroncato, ha subito il castigo ed è stato marchiato da lividi mortali, noi abbiamo ricevuto la guarigione, noi che eravamo appestati dal peccato. Noi meritavamo di morire quale punizione per il peccato, meritavamo di subire l’ira di Dio contro il peccato; Cristo l’ha subita per noi. Eravamo separati da Dio e ridotti in schiavitù a causa dei nostri peccati. Senza la morte di Gesù sulla croce, le nostre ferite non sarebbero mai state guarite, e non avremmo mai sperimentato la pace. Egli è colui che ci ha dato un senso, una direzione, una speranza, liberandoci dalla confusione e dal peccato.

Il sacrificio di Cristo, la sua morte sulla croce, i suoi patimenti, il fatto che sia stato giudicato e abbandonato da Dio sul legno della croce, fanno sì che Gesù Cristo è sufficiente per purificarci dall’iniquità di tutti noi. Egli è stato l’uomo senza peccato che ha ubbidito perfettamente alla volontà del Padre:
- Giovanni 1:29: «Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!».
- Matteo 26:62-63: Il sommo sacerdote gli disse: «Non rispondi nulla? Non senti quello che testimoniano costoro contro di te?» Ma Gesù taceva.
- Matteo 27:11-12: Gesù comparve davanti al governatore. E, accusato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, non rispose nulla.
- 1 Pietro 2:21-24: «Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio perché seguiate le sue orme. Egli non commise peccato e nella sua bocca non si è trovato inganno. Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente; egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati guariti».
Gesù ha ubbidito perfettamente alla volontà del Padre, alla sua legge, al suo piano, ai suoi precetti. Gesù è riuscito dove Adamo ha fallito. Il Verbo si è fatto carne e ha fissato la sua tenda in mezzo a noi. “Carne”, nel linguaggio biblico, indica l'uomo nel suo aspetto di essere debole, fragile e perituro. Quando Giovanni dice che la “Parola” divenne carne, non afferma semplicemente che prese un corpo mortale, ma che divenne uno di noi, che si fece in tutto simile a noi, includendo sentimenti, passioni, emozioni, condizionamenti culturali, stanchezza, fatica e persino ignoranza, tentazioni e conflitti interiori.
Isaia 53, il capitolo soppresso dal giudaismo - Roger Liebi
La Risposta dell'Umanità e il Ruolo del Credente Oggi
Siamo sollecitati a svegliarci, come Gerusalemme, e a diventare uomini e donne di speranza, collaborando alla venuta di questo Regno fatto di luce e destinato a tutti. Oggi tocca a noi diventare messaggeri di pace e gioia, annunciando al mondo che è possibile distribuire i beni sulla terra in modo diverso, che è possibile una forma nuova di umanità, che è possibile eliminare la povertà estrema e procedere sulla via della giustizia, cominciando dai piccoli gesti di ogni giorno.
Il messaggio della Buona Notizia che ci è affidato è urgente; dobbiamo correre come il messaggero sui monti, perché il mondo non può aspettare, l'umanità ha fame e sete di giustizia, di verità, di pace. Gesù insegnò ai suoi discepoli a predicare il divino messaggio di pace. Come Gesù era “il testimone fedele e verace” di Geova, così anch’essi riconoscevano di avere la responsabilità di dare testimonianza.
L’apostolo Paolo si riferì al bisogno di predicatori quando chiese: “Come invocheranno colui nel quale non hanno riposto fede? Come, a loro volta, riporranno fede in colui del quale non hanno udito parlare? Come, a loro volta, udranno senza qualcuno che predichi? Come, a loro volta, predicheranno se non sono stati mandati?” (Romani 10:14, 15). La storia del cristianesimo primitivo testimonia che uomini e donne, giovani e vecchi, seguirono l’esempio di Cristo e degli apostoli, divenendo zelanti proclamatori della buona notizia. Imitando Gesù, predicarono ovunque trovassero persone, svolgendo il loro ministero sia nei luoghi pubblici che di casa in casa.
I seguaci di Gesù avevano un messaggio di pace e lo trasmisero in modo pacifico. I testimoni di Geova svolgono il ministero nello stesso modo. La buona notizia che portano non appartiene a loro; appartiene a Colui che li ha mandati. Il loro compito è quello di annunciarla. Se le persone l’accettano, hanno la prospettiva di ricevere meravigliose benedizioni. Se la rigettano, rigettano la pace con Geova Dio e suo Figlio Gesù Cristo. I testimoni di Geova sono noti in tutta la terra come persone che non partecipano in nessun modo alle lotte del mondo, non immischiandosi nei conflitti razziali, religiosi o politici (Giovanni 17:14).
Comunque reagiscano le persone, è importante che i servitori di Geova tengano presente che sono messaggeri della pace divina. L'amore per Geova spinge a perseverare anche di fronte a opposizione e indifferenza, a malattie, difficoltà familiari o problemi economici, perché le persone hanno bisogno di udire il messaggio di pace affidato da Dio. Come servitori di Geova, ci rallegriamo per ciò che è stato compiuto, ma l’opera non è ancora terminata; è un tempo di grande mietitura che richiede uno sforzo sostenuto e intenso.

La Giustizia di Dio e la Pace Duratura
La giustizia di Dio non è la giustizia forense o retributiva, amministrata dai giudici nei tribunali con castighi proporzionati alle colpe. «Egli è Dio e non un uomo» (Os 11,9). Nel Natale, Dio manifesta l’immensità del suo amore incondizionato, e questa è la sua giustizia. Dio non ha abbandonato il suo popolo e non si è lasciato sconfiggere dal male, perché Egli è fedele, e la sua grazia è più grande del peccato. Questo significa che “Dio regna”; sono queste le parole della fede in un Signore la cui potenza si china sull’umanità, si abbassa, per offrire misericordia e liberare l’uomo da ciò che sfigura in lui l’immagine bella di Dio, poiché quando siamo nel peccato, l’immagine di Dio è deturpata.
Il compimento di tanto amore sarà proprio il Regno instaurato da Gesù, quel Regno di perdono e di pace che si celebra con il Natale e che si realizza definitivamente nella Pasqua. La gioia più bella del Natale è questa gioia interiore di pace: il Signore ha cancellato i miei peccati, il Signore mi ha perdonato, il Signore ha avuto misericordia di me, è venuto a salvarmi. Il male non trionferà per sempre, c’è una fine al dolore. La disperazione è vinta perché Dio è tra noi.
San Paolo, scrivendo a Tito, afferma: «È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini», centrando il contenuto del Natale, perché «ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere.... nell'attesa... della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo». Paolo ricorda che Dio esige l'eliminazione di certe strutture nella nostra condotta, non un tocco religioso o un pizzico di bontà, ma di essere disponibili al dono, lasciando quello che è nostalgia.
Il Paradosso della Salvezza nella Debolezza
L'inizio del brano in Isaia, infatti, presenta il giubilo che si visse a Gerusalemme quando si realizzò ciò che il profeta aveva annunciato in mezzo al discredito generale. Questo solleva un interrogativo: “Noi che abbiamo annunciato quelle cose, ci abbiamo creduto, ci siamo esposti alla derisione e alle vessazioni, ne siamo rimasti esclusi, invece quelli che ci hanno deriso, perseguitato, rifiutandosi di credere alla profezia, sono tornati in patria? Che senso ha questo? È giusto che Dio abbia permesso questo trattamento a noi, che abbiamo obbedito al suo disegno?” Queste domande si pongono anche di fronte a Gesù crocifisso: quella croce, quella passione, quella morte del Giusto sono un interrogativo enorme. Decifrare quel mistero rimane sempre una difficoltà immensa. Non senza ironia, Jahvè dichiara che tutti coloro che con iniquità hanno disprezzato, condannato, schiacciato il Servo, da Lui riceveranno salvezza, intercessione, pace e purificazione; e l’orizzonte si allarga alla moltitudine, al mondo intero.
La nostra salvezza ci viene nella apparente impotenza di un umile neonato. Un bimbo appena nato, bisognoso di tutto, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, racchiude tutta la potenza del Dio che salva. Questo neonato povero, debole, impotente, è la rivelazione di un “Dio potente”, un mistero di gloria e di salvezza per noi.
La dedizione fedele al piano di Dio, alla volontà di Dio, è spesso chiamata a misurarsi con la fatica della fede e del ministero, con l’impegno duro, la lotta, la stanchezza, il peso, la sofferenza anche fisica; con la evidente percezione della propria pochezza e debolezza, del proprio limite e della propria fragilità; con il riconoscimento doloroso dell’insuccesso, dell’apparente inutilità del proprio lavoro, dell’esito a volte scoraggiante di un ministero generoso; con l’incomprensione, l’opposizione ingiusta, la maldicenza, l’offesa personale, la contestazione della propria autorità, la persecuzione. Non bisogna lasciarsi prendere dalla persuasione devastante della inutilità della propria opera, del fallimento e del non senso. Bisogna invece continuare a contare su Dio, sulla sua fedeltà e credere che non mancherà la sua consolazione. È importante sentire che non siamo soli nella battaglia del ministero, nella prova della tribolazione. La preghiera e la vicinanza tra condiscepoli, ma anche la preghiera e la vicinanza di fratelli e sorelle nella fede sono di grande conforto in certi momenti difficili.
La lettura tratta da Isaia descrive l'intervento di Dio come luce e letizia: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse». Questa luce proviene da Dio ed è il Bambino nato da Maria nella grotta di Betlemme. Di fronte a questa luce, la nostra luce è tenebra, e siamo ciechi se non ci accorgiamo che solo Lui può guarirci. Solo se ci lasciamo guarire potremo gustare la gioia e la letizia che da essa provengono.

Un esempio concreto del significato di queste parole ci viene dagli Atti degli Apostoli, quando un angelo del Signore parla a Filippo, dicendogli di andare verso mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza, che è deserta (At 8,26). Filippo si alzò e si mise in cammino. Lungo la strada, incontrò un Etiope, eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori, che stava tornando da Gerusalemme dove era stato per il culto e leggeva il profeta Isaia sul suo carro. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e accòstati a quel carro» (At 8,29). Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?» (At 8,30). L'eunuco rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?» Rivolgendosi a Filippo, l'eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?» (At 8,34). Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù (At 8,35). Questo episodio dimostra come la profezia di Isaia sul Servo sofferente si sia realizzata pienamente in Gesù e come la Buona Notizia della salvezza debba essere portata e spiegata al mondo.
tags: #profeta #isaia #52 #7 #spiegazione