La macchina processionale è una struttura mobile monumentale progettata per essere trasportata durante le processioni religiose. Non è possibile tracciare una classificazione tipologica univoca di queste opere, poiché le loro forme e decorazioni sono profondamente legate a specifiche esigenze di culto e di devozione locale, presentando una vasta gamma di configurazioni e ornamenti.
Generalmente, tali strutture sono caratterizzate da una base robusta, spesso di forma rettangolare, su cui si innestano i bracci per il trasporto. Elementi decorativi comuni possono includere colonne, talvolta dipinte con scanalature dorate, e coronamenti formati da cornici spezzate. Non di rado, su questi coronamenti, sono inginocchiati angioletti in legno dorato, rappresentati nell'atto di sostenere una ricca corona. La fastosa architettura di queste macchine è sempre concepita per esaltare l'oggetto sacro che contengono, sia esso una statua, un busto o dei dipinti.

La Macchina Processionale di S. Maria Maggiore a Supino (FR)
Contesto Storico e Architettura
L’intera opera analizzata proviene dalla Chiesa di S. Maria Maggiore in Supino (FR). La macchina processionale è realizzata in legno, presumibilmente di epoca barocca e di autore ignoto. Il complesso di elementi che la costituiscono si rifà allo stile geometrico tipico degli altari in marmi policromi e delle facciate delle chiese.
L’impianto architettonico, visibile su ambo i lati della macchina, è realizzato in legno e misura circa 1,30 x 2,30 metri. È composto da un basamento a forma rettangolare, nel quale sono presenti due fori passanti che servono per inserire le stanghe necessarie al trasporto in processione. Il basamento è sormontato da due piedistalli quadrangolari e due colonnine con capitelli, poste alle due estremità in maniera simmetrica. La composizione della macchina termina con un’architrave e un timpano. L'intera superficie della macchina è infine arricchita con modanature ed elementi ornamentali in legno intagliato, decorati con finti marmi policromi.
Il Simbolismo del Timpano
All’interno del timpano è rappresentato un sole con un triangolo al centro e la punta dello stesso rivolta verso l’alto. L’emblema è leggibile su entrambi i lati della macchina e si possono attribuire diversi significati:
- Il sole è un segno rappresentativo di Cristo e simboleggia il “nuovo sole” della giustizia e della verità.
- La presenza di dodici raggi del sole corrisponde ai dodici apostoli.
- Il triangolo è il corrispondente geometrico del numero 3 e quindi della perfezione, rappresentando la divinità, l’armonia e la proporzione.
- La presenza di ulteriori quattro raggi più corti può significare i quattro elementi (fuoco, acqua, aria e terra), oppure il maschile e la divina natura di Cristo.
I Dipinti su Tela: Iconografia e Attribuzione
Provenienza e Collocazione
All’interno dello spazio tra le due colonnine della macchina di Supino, sono collocati due dipinti a olio su tela, ciascuno della misura di circa 0,69 x 0,97 cm, disposti uno contro l’altro. Uno raffigura il “Cristo Pantocratore” e l’altro la “Madonna Incoronata Assunta in Cielo”. Le due opere, di autore ignoto ma presumibilmente del XVII secolo, potrebbero essere attribuite al pittore Francesco da Castello, nome italianizzato di Franz Van De Casteele o Kasteele (Bruxelles, circa 1544 - Roma, 1621). I dipinti sono posti in maniera contrapposta affinché possano essere ammirati simultaneamente da chi osserva la macchina durante il trasporto in processione.

Il "Cristo Pantocratore"
Il dipinto raffigurante il Cristo Pantocratore presenta una figura ieratica, circondata dagli angeli in firmamento, come nella frase del Vangelo in cui Gesù afferma di essere venuto a rendere testimonianza alla verità. L'immagine suggerisce un discendere divino dal cielo sulla terra, la “dimora di Dio tra gli uomini”, con Cristo che funge da mediatore tra terra e cielo, Dio e gli uomini. La figura è descritta con un calcolo che ne occupa i tre quarti dello spazio, su uno sfondo di luce sfavillante. Il suo messaggio è racchiuso nella frase: "Fatto uomo, io che ho creato l’uomo e divento Redentore di chi ho creato; incarnato, giudico la carne; Dio, giudico i cuori".
Le mani del Cristo sono significative: la sinistra regge il Vangelo aperto, mostrando quattro dita, a simboleggiare che tutta la terra ascolta e si confronta con la Parola fattasi carne umana. Essa indica il verso del capitolo 8 del Vangelo di Giovanni: "ego sum lux mundi, veritas, via et vita", tradotto come "Io sono la luce del mondo. Chi segue me non cammina nelle tenebre ma avrà la luce della verità e della vita". La mano destra, sollevata, indica simultaneamente il mistero della Trinità (tre dita che si toccano) e l’umanità e divinità di Gesù, sottolineate dall’anulare e dal mignolo uniti. La croce gemmata dell’aureola richiama la divinità di Gesù.
La veste di colore rosso simboleggia la correlazione con le vesti dei Re, poiché Gesù è visto come Re dell’intero creato in quanto Figlio di Dio. Il manto blu, emblema dell’immortalità, e l’abito pontificale rivelano che Gesù è sommo sacerdote e profeta. Il volto, con un’espressione penetrante e uno sguardo non immobile e fisso ma quasi alla ricerca dell’intimo dello spettatore, i capelli fluenti come fiumi che scendono dall’alto e la barba compatta, completano l'iconografia.

La "Madonna Incoronata Assunta in Cielo"
Il dipinto raffigurante la Vergine incoronata dagli Angeli la presenta con le braccia aperte, come la dolcissima madre degli uomini, profondamente partecipe della loro storia e che mostra loro il Figlio, la Parola che salva. La Vergine incoronata conferisce concretezza quasi materiale alla sua certezza di fede. Lei rappresenta la felix coeli attraverso cui gli uomini, finalmente pacificati, entrano nella casa del Signore. È la Gloriosa Domina, sublimis Inter sidera, che siede accanto al Figlio, segno tangibile dell’umanità definitivamente redenta, ma con un compito ancora importante: mostrare a noi suo figlio perché sia ancora nostra via e nostra pace.
La Madonna, perciò, è Regina; il titolo di "incoronata" significa soprattutto questo. La Vergine Santissima, che ha servito Dio come Madre del Redentore, assunta in cielo, partecipa alla regalità del Figlio e continua ad esprimere il suo potente patrocinio a favore dei fratelli di suo Figlio Gesù. È, citando il Rituale di Ripabottoni, la "porta del cielo, salute degli infermi, consolazione degli afflitti, l’aiuto dei cristiani, madre di misericordia, madre di Gesù Cristo, vergine fedele, vaso spirituale, rosa mistica, regina dei patriarchi, degli angeli, dei profeti, degli apostoli, dei martiri, dei confessori, delle vergini e di tutti i santi". Il titolo di incoronata rievoca anche la sua difficile vita su questa terra, evidenziando il profilo evangelico della vita della Madonna, il suo essere attenta alla sequela di Cristo suo Figlio, in un cammino di fede fatto di ricerca, di silenzio e meditazione, di travaglio della sua adesione a Dio come Madre di Gesù, di dolore, di continuo affidarsi al mistero. La coronazione rappresenta la fine del pellegrinaggio terreno di Maria, la sua esaltazione.
Stato di Conservazione e Interventi di Restauro
Il manufatto di arte sacra è pervenuto in cattivo stato di conservazione. Le vicende del passato hanno lasciato i segni di un grave deterioramento e sollevamento delle finiture originali, fino alla perdita parziale delle stesse. Una successiva decorazione a finto marmo, frutto di un vecchio intervento di restauro, sormontava quella realizzata in principio. Gli elementi di legno assemblati avevano perduto l’adesione e il materiale costituente aveva subito un attacco da insetti xilofagi, causando un indebolimento dell’intera struttura architettonica.
Anche i dipinti a olio su tela sono pervenuti in cattivo stato di conservazione. I supporti tessili in fibra vegetale di lino, con armatura a tela (rapporto trama-ordito 1:1), mostravano gravi piegature a causa dell’allentamento dovuto al mancato telaio di sostegno che avrebbe dovuto mantenerli in tensione con un sistema di espansione a biette. Tali piegature, con il passare del tempo, hanno causato lesioni e la caduta di preparazione e pellicola pittorica in diverse parti della superficie dipinta.
A seguito dello smontaggio dei dipinti dalla macchina processionale, un’analisi visiva ha rivelato la presenza di fori da chiodi sui bordi o perimetro delle tele, facendo presumere che le opere fossero precedentemente posizionate su un telaio di legno. Inoltre, le due tele risultavano circa dieci centimetri più corte rispetto all’area riservata della macchina. Infine, si è notata la presenza di un’aggiunta nelle parti inferiori dei dipinti, realizzata con una tavola di legno interposta fra le due tele e fissata con chiodi, che fungeva da supporto nelle parti mancanti. Un vecchio ritocco a tono uniformava le parti assenti, suggerendo che le tele fossero già esistenti e furono adattate in un secondo tempo alla macchina processionale.
La pellicola pittorica, con l’aspetto di un olio molto corposo, è stesa con pennellate meticolose, quasi come una miniatura, in particolar modo nelle zone dei bianchi, dove risultano decise e nette. Tutta la superficie cromatica appariva indebolita da una diffusa crettatura. Era presente un deposito superficiale di polvere esteso su tutta la superficie. A carico della pellicola pittorica si osservano anche delle lacune di diversa estensione, alcune ad andamento reticolare, delle quali erano state ritoccate nell’intervento di restauro precedente.
La macchina vivente. Documentario.
Altri Esempi e Varianti Tipologiche
Oltre all'esempio di Supino, diverse macchine processionali storiche testimoniano la ricchezza di questa tradizione. La datazione al XIX secolo è confermata per una nuova macchina processionale con la statua lignea di S. Vittore, che fu sostituita in quel periodo all'urnetta votiva con la testa argentata del santo, oggi visibile nel nicchione dell'abside.
Un altro significativo esempio è documentato nell'Archivio della Chiesa, dove un libro manoscritto del 1843 registra l'acquisto della "Macchina per portare in processione la Statua di Maria SS. e il busto del nostro Protettore S. Flavio". Questo pezzo, eseguito da un buon artigiano, curò gli aspetti scenografici e l'aderenza al gusto provinciale, ma efficace, dell'epoca.
Tra le più celebri opere di questo genere si annovera il Fercolo di Sant'Agata a Catania. Questa raffinata opera d'argenteria, secondo alcuni documenti, esisteva già nel 1519 (forse impostata nel 1514 in sostituzione di una precedente in legno). La sua costruzione venne iniziata nel 1522 dall'argentiere Vincenzo Archifel, con il figlio Antonio, e fu completata da Paolo Aversa nel 1638. Più volte rimaneggiata nel corso dei secoli, l'attuale vara è il risultato di un completo rifacimento compiuto nell'immediato secondo dopoguerra, grazie all'intervento di esperti artigiani catanesi.