La Preghiera Vocazionale di Don Tonino Bello: Un Trattato sulla Vita come Vocazione

Don Tonino Bello, figura di spicco e pastore amato, ricordava in un suo celebre testo: «Vocazione è la parola che dovresti amare di più perché è il segno di quanto tu sia importante agli occhi di Dio». Questa espressione, ripresa da una canzone molto nota ai suoi tempi e di facile impatto emotivo, disegna, in poche parole, un piccolo trattato sul significato e il valore della vita come vocazione. Esistono molti modi attraverso i quali Dio fa percepire la sua voce: esperienze, incontri, una parola che risuona e rimbalza nel profondo, la percezione autentica di qualcosa che risulta significativo e interpella.

Ritratto di Don Tonino Bello in meditazione

Il Significato Profondo della Vocazione secondo Don Tonino Bello

La vocazione è innanzitutto una evocazione, una creazione dal nulla, un atto d'amore creativo e personale. È un amore personale, un amore tenero che mostra effettivamente quanto «gli stai a cuore». È un amore concreto perché «in una turba sterminata di gente, risuona un nome: il tuo», provocando stupore generale, poiché a te non aveva pensato nessuno, ma Lui sì. Si tratta di un amore inti­mo, anche se gridato «davanti ai microfoni della storia a te sembra solo nel segreto del cuore»; un amore misterioso perché Dio «forse l'ha segnato di notte. Nella tua notte».

La vocazione prospetta una missione, apre una strada, indica un cammino, affida un compito non delegabile. Affidando una missione, Dio fa una "scommessa sulla tua povertà", sulla tua debolezza. Dio si fida di te, nonostante le tue fragilità, anzi, proprio per le tue debolezze. Allora apparirà in modo più chiaro che a sostenere e dirigere la tua vita è la sua potenza, la sua forza divina che si manifesta nella tua debolezza umana. La tua vocazione sarà l'impasto tra la cedevolezza della sabbia e la durezza della roccia: forte e fragile, insieme. La chiamata di Dio suscita la meraviglia, propone il valore del servizio, sostiene la capacità di sognare e di guardare in avanti, verso un futuro diverso da quel presente spesso grave e ingovernabile, che rattrista l'esistenza.

L'Accompagnatore Vocazionale: Guida e Ispiratore

L'accompagnatore vocazionale deve mettersi a servizio dell'iniziativa creatrice di Dio. Il suo compito sarà efficace se egli praticherà la "pedagogia della soglia".

La Pedagogia della Soglia

Don Tonino esorta fraternamente gli operatori in campo educativo e vocazionale con queste parole: sostate «sul portone della loro coscienza, senza invaderla. Mettetevi, perciò, accanto a loro, senza prevaricare. Aiutateli con discrezione a costruirsi sul progetto vangelo, ma con i materiali afferenti che la storia e la vita prepongono, un valido sistema di significati, una coerente scala di valori, un apprezzabile quadro di riferimento, attorno a cui giocarsi la libertà». È necessario, inoltre, attrezzarsi di un grande entusiasmo.

La pedagogia della soglia fa dell'animatore una persona estatica, uno che al mattino sogna ad occhi aperti. Ha la capacità di guardare la realtà come un fanciullo, in modo trasognato. Mai si adegua alla ripetizione di ciò che già si è fatto, né si rassicura con quanto è già stato visto.

L'atteggiamento estatico nasce dal primato dato alla contemplazione, dalla struggente nostalgia di scrutare il mistero di Dio, presenza ineffabile eppure vicina, mettendosi in ascolto di ogni suo sussurro, bruciando dal desiderio di fissare gli occhi su di Lui. La contemplazione non astrae dal mondo; al contrario, immette più profondamente nelle dinamiche della storia perché guarda gli avvenimenti con gli occhi purificati dalla luce divina. Non è una fuga nell'intimità, non innalza barriere e steccati con il mondo esterno, isolandosi dal contesto degli uomini, e instaura un rapporto più profondo con Dio, creando legami più veri con gli altri uomini. Contemplare è mettersi alla ricerca di Dio per comprendere in modo più pieno il valore di ogni persona e di ogni realtà creata. Allora chi contempla avrà «la forza di trascinare (l'altro) sui crinali della prassi, perché non sono mai sterili le provocazioni di chi ha fissato il roveto ardente». L'animatore è chiamato a educare allo stupore, senza il quale è difficile l'incontro con Dio. L'accompagnatore vocazionale che subirà il fascino di questa potente seduzione assaporerà fino in fondo l'ebbrezza dell'amore. Allora «l'urto del contatto esperienziale con Gesù provocherà prima o poi uno squarcio nella nostra vita, e la colata di grazia, fuoriuscendo con prepotenza da questa diga, allargherà necessariamente le fiancate della storia, anzi della cronaca, perfino della cronaca nera».

L'Etica del Volto e dei Nomi Propri

L'accompagnatore vocazionale non è un ipovedente o una persona strabica; egli è l'uomo dagli occhi penetranti. L'accompagnatore vocazionale deve guardare ogni cosa con gli "occhi della fede" ossia con gli occhi di Cristo. Essa non genera una visione distaccata e parziale, ma profonda e globale e proietta una luce sul mistero di Dio e dell'uomo. Quello che i nostri occhi vedono, viene depositato nel cuore. Gli occhi nuovi ricollocano la missione nell'orizzonte della gratuità e della speranza, nella consapevolezza di aver ricevuto una grazia dalla quale sgorga un rendimento di lode al Signore.

L'animatore vocazionale dovrebbe seguire l'etica del volto. La ricerca del volto sarà il fondamentale allenamento di pace. L'accompagnatore vocazionale chiama per nome l'essere umano, per origine, struttura e forma, un "essere con". Il volto designa l'individualità e la concretezza dell'altro che irrompe e che, lungi dal costituire un limite, dà consistenza alla persona. Il volto non è chiuso in se stesso, perché se «non è rivolto verso l'altro non è più volto».

L'accompagnatore vocazionale ha il compito di insegnare a scrutare i volti perché nei loro tratti irripetibili, inediti e originali si spalancano finestre aperte sul mistero infinito. Egli deve promuovere la contemplazione del volto dell'altro ed educare a rispettare la sua sacralità, la sua specificità, la sua trascendenza, non omologabile e non riducibile a numero di matricola e a codice fiscale. L'etica del volto si coniuga con l'etica dei nomi propri. All'animatore don Tonino ricorda che «nel vocabolario di Dio non esistono nomi collettivi, [...] le persone lui non le ama in serie... ». Per questo l'animatore vocazionale dovrebbe avere l'agendina zeppa di nomi. Gli scritti di don Tonino sono pieni di nomi propri, modulati secondo uno stile narrativo e biografico. Si caratterizzano non solo per le idee, ma soprattutto per il richiamo alle storie della gente comune, accattivanti. Fanno risaltare la grandezza di donne e uomini ritenuti insignificanti e cantano, in modo appassionato, le storie di tutti i giorni, le vicende di persone che, agli occhi della pubblica opinione, non erano ritenute degne di essere ricordate. Don Tonino amava ripetere un celebre aforisma: «Se vuoi essere universale, parlami del tuo villaggio». Lo stesso principio narrativo deve essere applicato anche quando si parla di lui. Se si intende rimanere fedeli allo spirito che ha animato la sua vita, bisogna evitare di proporre il suo messaggio in una forma discorsiva e lasciare intatta la freschezza della narrazione biografica.

Il Costruttore di Ponti e la Comunità

L'accompagnatore vocazionale è un costruttore di ponti. La vocazione nasce e matura dentro la comunità. Questa «è un transito obbligato, una tappa che non si può saltare. Non può essere considerata come un (optional) lasciato alla sensibilità degli interessati o come un accessorio teso a facilitare, con la sua forza emotiva ed esemplare, l'accoglimento dell'invito di Dio». Nella comunità si impara a vivere e a farsi annunciatori di pace.

La Gioia e il "Cantare e Danzare" della Vocazione

La vita vocazionale è pervasa dalla gioia, sia le gioie genuinamente umane che, per quanto limitate, fanno battere il cuore, sia le gioie che provengono dal cielo e portano con sé un brivido di eternità e di estasi. Queste includono la gioia di un incontro, la letizia di un abbraccio, il gaudio della contemplazione, il godimento per i brividi sovrumani dello spirito. E infine il giubilo, ossia il canto interiore, il gaudio senza parola, o meglio, il trasbordare del sentimento oltre le parole. Non riuscendo a contenere le emozioni, esse si trasformano in un canto liberatorio, senza che apparentemente vi sia una logica o un particolare contenuto, ma solo il vibrare dell'anima.

L'animatore vocazionale prende a modello la Vergine Maria e, come lei, canta e danza. La Vergine, infatti, canta il Magnificat e cammina danzando verso la casa della cugina Elisabetta. Canta le meraviglie che Dio compie nella storia e, nello stesso tempo, fa il primo passo per mettersi a servizio della cugina che è in procinto di partorire. Con il Magnificat, ella si fa interprete di tutti i poveri nello spirito che attendono l'avvento del Regno di Dio e scrutano i segni dei tempi per scorgere le novità che Dio compie nella storia. Con il loro sguardo limpido, essi sono capaci di intravedere le meraviglie che Dio realizza: un capovolgimento delle situazioni, un radicale cambiamento delle sorti, l'innalzamento dei poveri e degli umili e, finalmente, la soddisfazione della loro sete di giustizia e di pace. Il canto del Magnificat è il modo espressivo per dire l'insolito e l'inedito. Cantiamo per camminare senza scoraggiarci, protesi alla meta finale: la Pasqua di Cristo. Cantiamo per poter sognare meglio.

Seguendo l'esempio di Maria, l'accompagnatore vocazionale deve cantare e danzare. Egli deve intonare il canto di lode per le meraviglie che Dio opera nella storia e nella vita delle persone. Deve anche imparare la leggerezza del passo immergendosi dentro le "vene" della storia. Infatti, «la vita, se la si riempie diventa leggera; se la si lascia vuota, diventa pesante. Tutto l'opposto delle valigie; la valigia quando è piena è pesante».

"Fati Divina e Pati Humana": La Passione Vocazionale

Il vero accompagnatore vocazionale è una persona appassionata. Non misura le cose con il bilancino. Non avvicina gli altri con freddezza e calcolo matematico. Non cerca il proprio interesse e il proprio tornaconto. Ma arde di passione, ha sete di Dio e degli uomini.

«Fati divina» e «pati humana» è uno dei grandi aforismi lanciati da Don Tonino e, insieme, il filo conduttore della sua esistenza, una sorta di sintesi spirituale di tutta la sua esperienza umana, cristiana e ministeriale. "Pati" è parola che sta per sofferenza, ma anche per passione, desiderio, tormento: un roveto ardente, un fuoco che divampa e che brucia. Vivere vuol dire patire le cose divine e, insieme, com-patire con Dio e come Dio. È appassionarsi e soffrire le cose di Dio e, con lo stesso ardore, commuoversi, prendere parte alle vicende dell'uomo. Essere di parte non vuol dire escludere, ma essere-per qualcuno, appassionatamente. Don Tonino richiamerà più volte il significato del compatire, del sentirsi attratti dall'amore per Dio che, insieme e senza possibilità di separazione, è amore per gli ultimi, per i poveri, per tutti coloro che rivivono nella loro carne la passione del Signore.

La "Ginnastica del Desiderio" e l'Essere "Esperti in Umanità"

L'animatore appassionato è una persona che arde dal desiderio di dare slancio alla vita, intimamente convinto che la vita cristiana consiste in una "ginnastica del desiderio". Ciò che si desidera non lo si vede già realizzato, ma è una meta a cui ardentemente si aspira. Si tratta di dilatare lo spazio del cuore, come quando si deve riempire un recipiente: più ampia è la sua capienza, più abbondante sarà la possibilità di accogliere il contenuto. Facendoci attendere, Dio «intensifica il nostro desiderio, col desiderio dilata l'animo e, dilatandolo, lo rende più capace».

Per essere suscitatori di grandi desideri bisogna essere «esperti in umanità» [...] Uomini fino in fondo. Anzi, fino in cima. Essere uomini fino in cima, senza fermarsi a mezza costa, significa non solo essere santi, ma capire che il Calvario è l'ultima tappa di ogni scalata. Si comprende il motivo per il quale Don Tonino volle che sul suo stemma episcopale fosse impressa una croce con le ali. Una croce con le ali è una croce senza peso.

Simbolo di una croce con le ali

In questa prospettiva, si può ammirare la preghiera "Dammi, Signore, un'ala di riserva", uno dei testi più noti del suo ampio repertorio, scritta per la settima giornata della vita. In essa, Don Tonino innalza al Signore un canto riconoscente per il dono della vita. Vissuta insieme con Cristo, la vita assomiglia al volo di un gabbiano, a un itinerario di luce e di speranza che dilata e infiamma il cuore. Vivere, allora, non è trascinare la vita, strapparla, rosicchiarla, ma è abbandonarsi all'ebbrezza del vento, per assaporare l'avventura della libertà, tenendosi abbracciati al proprio fratello, soprattutto a colui che è più in difficoltà, per aiutarlo a volare e compiere insieme a lui l'avventura della propria esistenza.

La vita è fonte di ispirazione vocazionale. Essa pone domande, suscita interrogativi, invita a cercare senza sosta il senso delle cose. Il reale, il quotidiano, il feriale, la circostanza sono le opportunità che la vita mette dinanzi per sperimentare il mistero che si rende presente e per trasformare la vita in una festa. Don Tonino non si stanca di esortare a "giocare bene la vita". Occorre vivere la vita senza bruciarla. Ciò sarà possibile se ci si metterà al servizio degli altri. Forse questo richiederà che si perda il sonno, il denaro, la quiete, la salute. Ma tutte queste cose non sono la vita né la riempiono di gioia. Forse il cuore sanguinerà, ma è certo che la passione condurrà verso la gioia che non appassisce e non inganna.

LA BIOGRAFIA DI DON TONINO BELLO

L'Innamoramento: Un Fuoco che Brucia

L'accompagnatore vocazionale è sempre un innamorato. L'innamoramento è uno stato nascente, una nuova condizione, che si può verificare a tutte le età, in tutte le persone, in tutti i tempi. Si può essere innamorati sempre. L'innamoramento è un processo paragonabile alla conversione religiosa, dispone al cambiamento e alla trasformazione. L'innamoramento è un fuoco che brucia senza consumarsi, un roveto ardente, secondo la bella immagine del libro dell'Esodo. L'infatuazione invece consuma, si disperde, si dissolve. Chi non è innamorato cade in uno stato morente: non coglie nulla, si adagia, si adegua.

Amare vuol dire disporsi a ricevere una nuova rivelazione. Per questo innamorarsi significa lasciarsi afferrare da una realtà inaudita che appare all'orizzonte e attira irresistibilmente. Per essa si è disponibili anche ad accettare il rischio e a sottoporsi alla prova per vagliare la sincerità e il desiderio di appartenere all'altro. L'innamoramento diventa così una forma di attrazione trasfigurativa, da cui ci si lascia attrarre e sedurre. La persona innamorata non è un pezzo di marmo, insensibile e apatica. Al contrario, essa è una persona fluida, penetrabile, abbordabile. Attorno a lei raccorda le scelte della sua vita, rettifica i progetti, coltiva gli interessi, adatta i gusti, corregge i difetti, modifica il suo carattere, sempre in funzione della sintonia con lei. Per innamorarsi non basta vedere l'amato, bisogna anche toccare.

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