La Concattedrale Gran Madre di Dio a Taranto, dedicata anche a San Cataldo, è un'opera iconica di Gio Ponti (Milano, 1891 - 1979), considerata una delle più rappresentative architetture del Novecento. Commissionata durante il Concilio Vaticano II dal Vescovo di Taranto, Mons. Guglielmo Motolese, e consacrata il 6 dicembre 1970, questa cattedrale rappresenta la piena espressione della capacità progettuale di Ponti.

Contesto e Genesi del Progetto
La nuova cattedrale di Taranto (1964-1970) è nata dall’esigenza di creare un centro religioso vicino al nuovo asse di espansione della città. Il progetto doveva inizialmente comprendere anche una scuola, un auditorium e alcune abitazioni, che tuttavia non furono mai realizzate. L'area assegnata a Ponti per la nuova cattedrale spostava l’asse di interesse della città, cercando una nuova modernità e pianificando la "terza Taranto", allontanandosi dal suo antichissimo duomo e dal degrado della città vecchia.
Fin dall’inizio, le intenzioni di Ponti furono quelle di legare il progetto della cattedrale alla tradizione religiosa pugliese, integrandola con i canoni dell’architettura moderna dal carattere monumentale. Il forte rapporto che legò l'architetto al suo mecenate, Mons. Motolese, un rapporto onesto e libero, si tradusse in una sincera amicizia accomunata da un sogno e un ideale comune. Il ricco epistolario tra il designer e l'Arcivescovo rivela come Ponti abbia vissuto l'incarico quale un vero e proprio percorso di fede e riflessione religiosa, prima ancora che tecnico, con l'unica preoccupazione di offrire alla città un'architettura a servizio della fede e della liturgia.
Taranto. La Concattedrale racconta 50 anni di storia della città
L'Influenza del Concilio Vaticano II
Gli anni che portarono al disegno definitivo furono fortemente influenzati dal Concilio Vaticano II, durante il quale si stava approntando la riforma liturgica che avrebbe cambiato sensibilmente il modo di celebrare la Messa. Per Ponti, questa fu una vera e propria sfida: costruire una chiesa già pronta secondo le nuove disposizioni. La struttura, pur presentandosi come una lettura moderna dei canoni classici, si arricchì via via di novità strutturali e architettoniche che la portarono a definirsi come un vero e proprio unicum.
Architettura Esterna: La Vela e la Modernità
L'elemento più caratteristico e svettante della Concattedrale è la sua "vela", che si innalza per 40 metri. La vista frontale con questa vela è distintiva. La vela, sintesi del campanile e della cupola, è il nuovo simbolo della presenza della chiesa in città, illuminata dalla luce. La “vela” è visibile anche dalla facciata posteriore.
Il richiamo alla modernità è affidato alla facciata leggera e traforata, formata da setti di cemento armato bianco. La monumentalità deriva dalle sue dimensioni e dall'essere anticipata da una scalinata e da una vasca d’acqua nella quale l’immagine della struttura si riflette. Il legame con la tradizione locale è espresso dall'uso del colore bianco.

Il Concetto della "Nave in Movimento" e il "Parco della Pace"
Lo stretto rapporto tra la città di Taranto e il mare è facilmente evidenziato nell'idea alla base dell'opera: una nave che doveva potersi specchiare nelle placide acque di tre vasche poste di fronte a lei, con una vela al posto del campanile. Le forme morbide del parco vivono sinuosamente attraverso l’alternanza di battuto e pietra, in armonia con la vegetazione rigogliosa, creando un tessuto vibrante che vuole ricordare il movimento delle onde in continua successione alle spalle di una ‘nave in movimento’.
Rispettando le volontà dell'autore di vedere la sua ‘cattedrale’ immersa in un grande giardino chiamato da lui “Parco della Pace”, e seguendo la visione di una chiesa aggredita dalla natura selvaggia e incontaminata, è stato formulato un progetto di riqualificazione urbana dell'area circostante. Questa proposta mira a ridare dignità all’opera pontiana, richiamando l’idea originaria di parco e realizzando uno spazio per la comunità, con l’innesto di due padiglioni a servizio dei cittadini e di setti prospettici che possano rivelare la Vela.
Gli Interni: Luce, Simbolismo e Funzionalità
Per conferire un carattere imponente, Ponti articola la chiesa, in analogia con le antiche cattedrali italiane, in due parti: la navata contenuta in un corpo basso e il campanile svettante nel cielo. L’interno è caratterizzato dall’alternanza tra elementi intonacati di bianco e altri colorati di verde. La navata è alta 8 metri all’ingresso, ma la copertura si alza progressivamente fino a raggiungere l’altezza di 11 metri in corrispondenza del tiburio, che in questo modo è inondato dalla luce.
Gli spazi interni si articolano su più livelli, presentandosi come il risultato di un processo creativo strutturato e completo, che non mirava alla mera edificazione di un’aula liturgica, ma alla costruzione di un complesso funzionale e pronto ad accogliere le moderne esigenze della comunità cristiana. Il modulo a diamante informa la struttura stessa dell’edificio, e le pareti sono attraversate dalla figura del diamante, in un ritmico dispiegarsi su vari livelli. Risalta la coerenza tra disegno esterno e disegno interno.
La chiesa maggiore, in grado di ospitare diverse migliaia di persone, si caratterizza per la grande navata unica, ai margini della quale si trovano due stretti ambulacri che consentono l’accesso alle cappelle laterali del Santissimo Sacramento, della Madonna del Mantello, del Battistero e del Marinaio. La pedana dell’altare attraversa l’aula ecclesiale. Al centro della parete di fondo sta la cattedra. L’altare maggiore, in pietra rivestita sul fronte da una leggera lamina in metallo verde, è fiancheggiato da due alti pilastri che si allargano ad accogliere due grandi croci-ancore in metallo, simbolo del fortissimo legame tra la città di Taranto e il suo mare, e suggestione alla base del progetto.
La Cripta e gli Elementi non Realizzati
Al di sotto della chiesa principale è costruita una cripta, che nella quotidianità svolge il ruolo di parrocchia, e all'interno della quale riposano le spoglie dell'Arcivescovo Guglielmo Motolese, committente dell’opera. Il progetto di Ponti era organico e complesso, per il quale egli scelse ogni singolo particolare, disegnando arredi e suppellettili.
Problemi Conservativi e Interventi di Riqualificazione
La Concattedrale ha dato luogo a problemi conservativi non indifferenti, dovuti a carenze verificatesi al momento della realizzazione. Il cemento, essendo un materiale poroso, va protetto dalle filtrazioni di umidità che, ossidando i ferri dell’armatura, ne provoca la dilatazione. La conseguenza è il distacco del materiale della superficie che rende desolata la figura dell’edificio. Nel caso della “vela”, l’ammaloramento è stato particolarmente rapido perché la sua realizzazione è avvenuta poggiando l’armatura all’interno dei casseri appositamente costruiti a pie’ d’opera e quindi versandovi il cemento: lo spessore di copriferro è risultato minimo.
A restauro compiuto, l’opera risplende oggi nella perfezione delle sue linee. Attraverso un’interpretazione critica di alcuni elaborati progettuali che non si sono tradotti positivamente in fase esecutiva, si è tentato di risolvere problematiche tanto legate all’accessibilità alla chiesa superiore, quanto ad una sua valorizzazione mediante interventi di riqualificazione dell’area circostante. Il progetto di superamento delle barriere architettoniche si compone principalmente dalla riproposizione formale e geometrica di un ascensore esterno disegnato dall'architetto e posto sul fianco nord, in adiacenza alla scalinata laterale.

La Visione di Ponti: Luce e Purezza
Ponti stesso descriveva la sua visione: “Ho pensato: due facciate. Una, la minore, salendo la scalinata, con le porte per accedere alla chiesa. Il rilevato nel terreno dinnanzi alla cattedrale col percorso per la processione, con bacino che si trasforma in sagrato, in chiesa all’aperto, sarà bellissimo. La esigua facciata sarà bella al sole, e la coprirò di ceramiche. Poi, dentro, la navata, bassa bassa all’inizio si innalzerà verso l’altare, mentre il pavimento scenderà. Tutto sarà puro e candido. Più alto sarà il presbiterio, con i fedeli che assisteranno alla messa anche dietro l’altare perché il pavimento risalirà. Tutto sarà bianco dentro, con un bel pavimento verde o grigio scuro. L’altare avrà forma bellissima. E bella sarà la cripta e bello l’auditorio, e belli i muri fuori, semplici, puri.” La sua ricerca si estese fino all'ultimo, culminando nella vela che divenne sempre più leggera, ordita non da materia ma da luce. Il cielo blu che lo aveva subito colpito in Puglia, così come il candore delle architetture spontanee dei centri storici, concorsero nel disegno della facciata bassa e della vela slanciata. Ponti alla fine aveva rinunciato a costruire, sottraendo tutto ciò che era possibile senza che il "castello" perdesse il necessario sostegno. "Ora sto purificando togliendo qua e là dov’è superfluo, deve venire essenziale.” Il bianco è conquista e rivelazione, il presbiterio è irrorato di luce come il viso di Santa Teresa nell’estasi di Bernini. Ponti ha, infine, rinunciato alla materia utilizzando la luce come maglia strutturale. La facciata e la vela sono blu di giorno e nere di notte, come a disegnare una tela di Mondrian i cui riquadri sono ordinati in una simmetria antiritmica. La trama del costruito è ridotta ad “una filigrana così sottile da sfuggire al morso delle termiti”.
Immediatamente prima della conclusione del cantiere, Ponti era sfiancato da sei anni di immersione totale nel progetto per la Concattedrale, che era diventata quasi un’ossessione. Egli sentiva l'angoscia del risultato, dicendo: “Noi artisti portiamo la creazione agli estremi; la vela che è l’accento della cattedrale è nella sua misura (cioè dimensione) massima, e dopo mesi e mesi di disegnare e ridisegnar ogni volta tutto, avevo dato tutto quel che potevo dare. Ma allora, poiché l’opera non ha precedenti, nascono i dubbi, le angosce. Se un’opera fallisse, per noi è come una colpa, e non occultabile, e da scontare finché siam vivi; e per me da amareggiare gli anni che mi restano”.
Finalmente la chiesa venne inaugurata (6 dicembre 1970), consacrata (7 dicembre) ed utilizzata per la prima volta nella messa celebrata con tutti i parroci della città (8 dicembre). Mons. Motolese la descrisse come “Un vascello, echeggiante la biblica arca, la cui vela è un’architettonica preghiera che si alza verso il Cielo.” L’architettura di Ponti ha trovato solo nelle ultime fasi il suo carattere, la sua forza espressiva, segno che la ricerca è durata fino all’ultimo e, probabilmente non si è fermata neppure dopo l’inaugurazione.