Pio XII: Silenzio o Carità? Un Dibattito Complesso

Il pontificato di Pio XII, Eugenio Pacelli, coincise con alcuni degli eventi storici più gravi e significativi del XX secolo. Salito al soglio pontificio nel 1939, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, egli si trovò in una posizione particolare riguardo all'Olocausto perpetrato dalla Germania nazista. A guerra finita, fu uno dei protagonisti - sia a livello mondiale, sia relativamente alla politica italiana - della forte contrapposizione ideologica sviluppatasi nell'ambito della Guerra Fredda.

Da decenni, ciclicamente, riemerge nel dibattito pubblico il tema dei presunti "silenzi" di Pio XII davanti alla Shoah. Un'accusa pesante, che attraversa polemiche, libri, opere teatrali e inchieste mediatiche, polarizzando gli storici tra detrattori e apologeti della figura di papa Pacelli.

Ritratto di Papa Pio XII

L'Apertura degli Archivi Vaticani e il Rinnovato Dibattito

Nel marzo 2019, Papa Francesco annunciava l'apertura ai ricercatori degli archivi del pontificato di Pio XII (1939-1958). L'apertura, lungamente attesa, veniva effettivamente resa operativa il 2 marzo 2020, riportando al centro della riflessione degli storici la figura controversa di papa Pacelli e riaccendendo vecchi dibattiti su un periodo storico di passaggio per la storia della Chiesa cattolica e preludio delle successive grandi trasformazioni prodotte dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Le sue parole coraggiose, "Non abbiamo paura della storia", risuonano ancora oggi, mentre cominciano ad emergere le conclusioni ampiamente opposte e contraddittorie degli studiosi.

Un altro punto forte nel dibattito è l'attenzione alle fonti oggi disponibili grazie all'apertura degli archivi vaticani. La ricerca storica - suggerisce un recente volume, "Pio XII e la Shoah. Quali 'silenzi'?", pubblicato da EDUCatt - non può fermarsi alle narrazioni consolidate, ma deve confrontarsi con i documenti, anche quando complicano il quadro. La ricerca sui documenti inediti, unita alla consultazione dei documenti originali e non solo degli estratti contenuti negli Atti, unita alla possibilità di seguire il percorso di un documento (bozze, correzioni, appunti, riflessioni, lettere, ecc.) di cui finora si conosceva solamente l'ultima versione resa pubblica, sta permettendo di ricostruire i pregiudizi, i percorsi alla base di una decisione (non) presa, gli schemi di pensiero e il retroterra culturale degli uomini e delle donne della macchina amministrativa della Chiesa.

Come è stato segnalato, l'approccio sensazionalistico ai nuovi documenti disponibili, da una parte e dall'altra, non facilita la comprensione della Chiesa cattolica come organismo complesso, in cui l'ambiguità, l'ambivalenza e anche le contraddizioni di fronte alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale hanno fatto tutte parte della stessa organizzazione.

Le Origini della Controversia: "Il Vicario" e le "Due Leggende"

L'inizio della querelle può essere fatto risalire all'apparizione dell'opera teatrale Il vicario (Rolf Hochhuth, 1963) - pubblicata in Italia nel 1965 da Feltrinelli e allestita da Gian Maria Volonté, prima di venire censurata - in cui Pio XII veniva esplicitamente accusato di complicità con lo sterminio nazista. Le polemiche costrinsero il Vaticano a reagire con forza: da una parte Paolo VI diede il via alla pubblicazione degli undici volumi degli Atti e documenti della Santa Sede relativi al periodo della II Guerra Mondiale (1965-1981), a cura di una commissione di storici gesuiti; dall'altra intraprese il processo di beatificazione e canonizzazione di Pio XII. Grazie allo scandalo prodotto dall'opera di Hochhuth l'attenzione della ricerca e dell'opinione pubblica veniva riportata sull'assenza di una ferma, ufficiale e precisa condanna del nazismo e dei suoi crimini da parte di Pio XII, in particolare dello sterminio degli ebrei. Questo perché il Papa favorì sempre soltanto l'espressione di una generica condanna della guerra e delle sue violenze, come riscontrabile negli interventi pubblici dell'epoca e nelle relative bozze preparatorie.

Da allora, e per quasi cinquant'anni, il dibattito storiografico su Pacelli si è polarizzato tra i detrattori, da una parte, e gli estimatori, dall'altra. I primi lo hanno identificato a più riprese come «the Hitler’s Pope», mentre i secondi, al contrario, lo hanno definito «il papa degli ebrei». Si tratta delle due narrazioni contrapposte che Anna Foa ha distinto rispettivamente nella «leggenda nera» e nella «leggenda rossa» su Pio XII.

  • La "leggenda nera", paradossalmente nata nel mondo cattolico, metteva in evidenza l'assenza di una chiara presa di posizione del Papa in merito allo sterminio degli ebrei proprio nel momento in cui al magistero universale di Roma sarebbe dovuto spettare il compito di far sentire con forza la propria voce. Questa narrazione interpretava la non opposizione del Vaticano durante la Seconda Guerra Mondiale alle politiche naziste di sterminio come complicità o addirittura come appoggio.
  • La "leggenda rossa", nata nel mondo ebraico, considerava maggiormente dirimenti gli atti concreti di aiuto che erano stati messi in campo dalla Chiesa, a Roma come nel resto d'Europa in guerra. Questa narrazione, invece, sottolineava i risultati dell'aiuto concesso agli ebrei durante il conflitto, in grado di salvare, in vari modi, numerose vite.

Entrambe le narrazioni partivano però da un dato di fatto incontrovertibile, la cui comprensione lasciava spazio alle diverse interpretazioni. In ogni caso, il Vaticano ha sempre considerato come prioritaria la neutralità diplomatica e inoltre le prime relazioni sul massacro in corso vennero accolte con un certo scetticismo, al quale può aver concorso la persistenza di sentimenti antigiudaici nella Curia. Nel 1999 un'apposita commissione mista di storici cattolici ed ebrei non riusciva a raggiungere un accordo definitivo sul giudizio da dare su Pio XII e ne rimandava la possibilità al momento in cui si sarebbero aperti gli archivi. Le questioni poste erano di due tipi: una di natura politica, e cioè quali sarebbero potuti essere per gli ebrei e per la Chiesa gli svantaggi/vantaggi di una chiara presa di posizione pubblica, e una di natura morale, e cioè se, quali che fossero le conseguenze materiali, fosse giustificato il silenzio da parte del Papa.

Pio XII e gli Ebrei

Gli Anni Tedeschi di Eugenio Pacelli e i Rapporti con il Nazismo

Il volume "Pio XII e la Shoah. Quali 'silenzi'?" ricostruisce anzitutto gli anni tedeschi di Eugenio Pacelli, quando ancora non era pontefice ma nunzio apostolico a Monaco (maggio 1917-estate 1925) e poi a Berlino (1925-1929). In tutto visse in Germania 12 anni, riportando una conoscenza diretta dei problemi di quella nazione. Fu l'artefice dei Concordati stipulati dalla Santa Sede con la Baviera (1925) e con la Prussia (1929).

Qui emerge un dato che contrasta con una certa narrazione diffusa: il futuro Papa aveva individuato con anticipo la pericolosità del nazionalsocialismo, denunciandone il neopaganesimo e l'ideologia razzista. La sua elezione al soglio pontificio suscitò da parte tedesca commenti ostili e accuse al conclave di scarsa acutezza politica, come dimostrano le affermazioni che «L'elezione del cardinale Pacelli non è accettata con favore dalla Germania perché egli si è sempre opposto al nazismo» e «In una maniera mai conosciuta prima il Papa ha ripudiato il Nuovo Ordine Europeo Nazionalsocialista. È vero che il Papa non ha mai fatto riferimento al Nazionalsocialismo germanico per nome, ma il suo discorso è un lungo attacco a ogni cosa che noi sosteniamo e in cui crediamo […] Inoltre egli ha parlato chiaramente in favore degli ebrei».

Nel 1929, quando Pio XI lo nominò cardinale e segretario di stato, Pacelli condusse personalmente i negoziati decisivi per i concordati con il Baden (1932) e con il Reich di Hitler (1933) (Reichskonkordat). Come diplomatico, Pacelli riuscì spesso a smussare le difficoltà tra Pio XI e il regime nazionalsocialista. Fu proprio Pacelli a convincere Pio XI a non presentare ulteriori proteste ufficiali per le violazioni concordatarie da parte del Reich. Infatti, segretamente insieme ad eminenti vescovi tedeschi, era in preparazione la nuova enciclica Mit brennender Sorge di Pio XI, scritta nel 1937, in cui si condannavano la prassi e la filosofia del nazismo; l'apporto del futuro Pio XII fu determinante. La Mit brennender Sorge (14 marzo 1937) fu stampata in Germania clandestinamente, distribuita ai vescovi ed ai parroci per essere letta da tutti i pulpiti delle 11.500 chiese cattoliche della Germania il 21 seguente, domenica delle Palme. Per la Chiesa tedesca l'enciclica ebbe come conseguenza un notevole inasprimento dell'oppressione.

Questi risultati fecero ricordare a Pacelli, una volta eletto Papa, con quale gente doveva trattare. Diverse fonti confermano che il cardinale Pacelli dal 1937 cadde in uno sconfinato pessimismo in quanto notava vani tutti i tentativi di frenare il Reich dall'attuazione dei suoi folli progetti.

La Continuità con il Pontificato di Pio XI

In realtà, ben prima dell'annuncio da parte di Papa Francesco, Eugenio Pacelli era stato oggetto di studio grazie all'apertura dei documenti relativi al pontificato di Pio XI (1922-1939), avvenuta tra il 2003 e il 2006. Questo è un periodo fondamentale per comprendere il futuro papa Pio XII, poiché Pacelli, divenuto uomo di fiducia di Ratti, venne nominato prima nunzio apostolico in Germania e poi Segretario di Stato vaticano (1930-1939). Gli anni della guerra sono stati i più studiati dagli storici, ma in realtà non è possibile comprendere pienamente la figura e il pensiero di Pio XII se non li si analizza nella loro continuità e/o discontinuità con i papati precedenti e successivi.

Nel giugno del 1938 Papa Pio XI aveva affidato a un gesuita statunitense, padre John LaFarge S.J., il compito di redigere i documenti preparatori per un'enciclica che denunciasse il razzismo e l'antisemitismo, intitolata Humani generis unitas. Tuttavia, Pio XI morì nel febbraio del 1939 e nel marzo gli succedette il cardinale Pacelli, con il nome di Pio XII, e la Seconda Guerra Mondiale scoppiò in settembre con l'invasione della Polonia, senza che l'enciclica in questione avesse visto la luce.

Un indizio rivelatore del fatto che Pio XII non avrebbe seguito la linea di aperta opposizione al razzismo del suo predecessore si ebbe nel 1938 in Ungheria, in occasione del Congresso Eucaristico Internazionale che si tenne in primavera a Budapest. In tale occasione, il segretario di Stato Vaticano Eugenio Pacelli pronunciò un discorso in cui si riferiva agli ebrei come al popolo "che ancora oggi maledice Cristo con le labbra e lo rifiuta con il cuore". Papa Ratti aveva preparato nel febbraio 1939, pochi giorni prima di morire, un importante discorso di rottura con il nazismo. La sua morte gli impedirà di pronunciarlo. Una lettera emersa dall'Archivio Vaticano dimostrerebbe che a distruggere il discorso fu Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII, segretario di stato di Pio XI.

Il "Silenzio" Durante la Guerra e le Diverse Interpretazioni

Il cuore del volume "Pio XII e la Shoah. Quali 'silenzi'?", però, è dedicato agli anni della guerra e allo snodo più controverso: il silenzio pubblico. L'autore invita a distinguere tra dichiarazioni ufficiali e azioni riservate. In un'Europa dominata dal Terzo Reich, ogni parola poteva trasformarsi in rappresaglia immediata contro cattolici, ebrei, religiosi e strutture ecclesiali.

Il suo silenzio, il suo astenersi dall'intervenire per protestare durante gli anni peggiori del genocidio nazista degli ebrei d'Europa non è mai stato menzionato e tanto meno spiegato da Pacelli stesso, e nessuna parola di rimorso è mai stata espressa al riguardo. La sua politica continuerà ad essere interpretata - o positivamente, come una strategia saggia e difficile che gli ha permesso di lavorare dietro le quinte e di salvare il più possibile, continuando al contempo a proteggere la Chiesa cattolica e i suoi fedeli - oppure negativamente, come un grave difetto e una debolezza, una mancanza di volontà di rischiare di prendere una posizione pubblica nei confronti dei massacri nazisti, privilegiando la Realpolitik all'etica.

Altri ancora continueranno a considerarlo una figura amletica, un leader religioso mondiale con una responsabilità e un peso sovrumani sulle spalle per cui non sempre sapeva scegliere la strada giusta da imboccare. David Kertzer ricorda che il suo prolungato silenzio non si è limitato né è iniziato con l'Olocausto. Iniziò con l'invasione tedesca della Polonia nel 1939, quando un'angosciata e disperata gerarchia cattolica polacca non riuscì a convincere Pio XII a denunciare gli orrori commessi dai nazisti di Hitler. Alcuni storici ritengono che si trattasse di una scelta strategica indicativa sia del suo carattere riflessivo che del condizionamento della sua educazione religiosa.

Mappa dell'Europa in guerra con indicazione delle rotte di deportazione

Fattori che Influenzarono le Decisioni di Pio XII

  • Paura del Comunismo: David Kertzer sottolinea la grande paura esistenziale di Pacelli per la vittoria del comunismo sovietico e la concomitante minaccia di distruzione della cristianità europea. Questa era la forza trainante di Pio XII, che metteva in ombra tutte le altre considerazioni. Padre Pierre Blet, uno degli storici gesuiti incaricati da Paolo VI di curare gli Atti e Documenti della Santa Sede relativi alla Seconda Guerra Mondiale, affermò che "all'epoca, l'obiettivo principale della Chiesa era vincere la guerra. Tutto il resto era secondario". Questo spiegherebbe anche il doppio registro di papa Pio XII, che da una parte sostenne l'alleanza di Mussolini con la Germania nazista (consigliando ai cattolici di votare per il fascismo) e allo stesso tempo aiutò la Resistenza cattolica tedesca nel tentativo, tragicamente fallito, di uccidere Hitler. Come scelta strategica basata sulla convinzione che Hitler avrebbe sconfitto Stalin, Pio XII mantenne un allineamento non ufficiale con la Germania nazista per la maggior parte della guerra.
  • Antisemitismo nella Curia e Questioni Teologiche: L'antisemitismo all'epoca di Pacelli non era per la Chiesa una questione dirimente. Il contesto politico e morale in cui la Chiesa cattolica ha agito per secoli prima delle riforme del Concilio Vaticano II, in particolare per quanto riguarda i rapporti tra cristiani ed ebrei, era drasticamente diverso da quello odierno. Un'ampia dimostrazione del contrasto tra "allora" e "oggi" si può avere dando anche uno sguardo superficiale alle pagine pubblicate durante il periodo bellico e precedente al Concilio Vaticano II di "Civiltà Cattolica", il periodico i cui contenuti sono per tradizione esaminati e approvati dalla Segreteria di Stato della Santa Sede. Senza ombra di dubbio, l'influenza dello stesso antisemitismo cristiano quasi bimillenario, che ha contribuito ai pogrom e ai massacri, ha spianato la strada all'Olocausto. Kertzer nota che la maggior parte degli interventi vaticani riguardava gli ebrei convertiti, e questa preferenza è testimoniata dalle statistiche ufficiali per tutta la durata della guerra. Ma Pio XII stava semplicemente seguendo l'esempio di Pio XI, la cui unica protesta contro le "Leggi razziali" antisemite di Mussolini del 1938 fu quella di chiedere un'esenzione solo per le famiglie di "cristiani non ariani". Mentre il Vaticano rifiutava di accettare il concetto nazista di antisemitismo razziale, il condizionamento teologico antisemita superstite era un fattore spesso determinante nelle decisioni riguardanti la vita o la morte degli ebrei. In parole semplici, per tutta la durata della guerra fu tacitamente ritenuto moralmente e tatticamente corretto salvare le vite degli ebrei che si erano convertiti al cristianesimo, mentre si accettava passivamente il sacrificio di quelli rimasti fedeli all'ebraismo.
  • Neutralità Diplomatica e Timore di Rappresaglie: L'indagine storica invita a distinguere tra dichiarazioni ufficiali e azioni riservate. In un'Europa dominata dal Terzo Reich, ogni parola poteva trasformarsi in rappresaglia immediata contro cattolici, ebrei, religiosi e strutture ecclesiali. Inoltre, Pio XII temeva che una condanna dell'Olocausto potesse provocare una rappresaglia nei confronti dei cattolici d'Europa e rendere ancora più terrificante la persecuzione degli ebrei. Per poter svolgere il ruolo di mediatore nelle eventuali trattative di pace e per prestare soccorso alle popolazioni vittime del conflitto, la Santa Sede era convinta della necessità di rimanere sopra le parti ed evitare quindi denunce dirette che avrebbero potuto essere utilizzate da una delle parti in lotta a scopi di propaganda.
  • Informazioni Alleate: Già dal 1942 le potenze alleate erano informate dello sterminio in corso, ma la priorità restava la vittoria militare. L'indagine storica sottolinea le responsabilità e le esitazioni dei governi occidentali.

Azioni Concrete e Interventi Umanitari

La grande rete umanitaria delle istituzioni cattoliche in Italia, tra cui conventi, monasteri, sacerdoti, suore e lo stesso Vaticano, aveva generosamente aperto le porte e dato rifugio a ogni categoria di perseguitati, fossero essi obiettori politici, disertori o ebrei. Nella sola Roma, più di 4000 ebrei trovarono rifugio in conventi e monasteri, e oltre 400 all'interno delle enclavi del Vaticano. Il tacito consenso di Papa Pio XII deve essere considerato un dato di fatto, anche se nessun documento che riporti ordini specifici di salvare gli ebrei è stato ritrovato, né probabilmente lo sarà mai. La politica adottata fu semplicemente quella di applicare la carità cristiana per salvare le vite, tutte le vite, a prescindere da chi fossero, incluse - dopo la sconfitta della Germania e durante i processi di Norimberga - quelle degli ex criminali di guerra.

Nel marzo 1944, l'ambasciatore Von Weizsàcker inviò una nota a Berlino in cui affermava che "il Papa lavora 6 giorni alla settimana per la Germania; il settimo prega per gli Alleati". Un'altra dimostrazione di un approccio non sempre univoco è data dai tentativi di raggiungere un accordo tra Hitler e la Chiesa cattolica, in cui Pio XII accettò incontri top secret con l'inviato di Hitler, il principe Philipp von Hessen. In tali incontri si cercava di negoziare la fine della crescente persecuzione ai danni dei fedeli cattolici, mentre Hitler chiedeva la fine delle "interferenze" della Chiesa nelle politiche interne naziste.

Nel 1943 i nazisti fecero irruzione nel ghetto ebraico di Roma. 1.259 persone furono arrestate e imprigionate per 2 giorni. Di questi, 236 "cristiani di origine ebraica" furono rilasciati su pressione del Vaticano. I restanti 1023 prigionieri furono identificati come ebrei e ammassati, senza opposizione, su un treno diretto ad Auschwitz. Solo 15 uomini e 1 donna sopravvissero. Pio XII fece dei tentativi diplomatici - per quanto deboli e inefficaci - di fermare le deportazioni. Il cardinale Luigi Maglione, l'allora Segretario di Stato vaticano, registrò in una nota ufficiale di aver inoltrato all'ambasciatore tedesco Ernst von Weizsàcker le suppliche di Papa Pacelli per la clemenza nei confronti dei prigionieri ebrei. Ma quando Weizsàcker chiese a Maglione come avrebbe reagito il Vaticano se le deportazioni fossero state effettuate, Maglione rispose: "La Santa Sede non vuole essere messa nella posizione di pronunciare parole di disapprovazione". E aggiunse che "se la Santa Sede fosse costretta a farlo, si affiderebbe alla Divina Provvidenza per le conseguenze". Non fu detto altro, e di conseguenza i nazisti procedettero indisturbati.

Altri importanti documenti resi liberamente disponibili su Internet riguardano i fascicoli speciali della Seconda Guerra Mondiale raccolti in un incartamento intitolato "Ebrei". Si tratta di quasi 40.000 volumi - il 70% del totale - che ora possono essere consultati online, contenenti 170 pratiche con 2.700 richieste a Pio XII, da parte di singoli o gruppi di ebrei, di aiuto per evitare la deportazione o per la liberazione dai campi di concentramento nazisti, o per assistenza nella ricerca di familiari. Si scopre che la Segreteria di Stato e il Papa stesso sono intervenuti in casi specifici ogni volta che è stato possibile, ma spesso senza ottenere risultati positivi. Molti esiti rimangono ancora sconosciuti. Papa Pacelli cercò personalmente di salvare alcuni stimati conoscenti. Michael Feldkamp, lo storico tedesco e archivista capo del Bundestag, ha calcolato che Pio XII salvò 15.000 ebrei. Comunque sia, il numero totale di vite salvate fu, purtroppo, una goccia nell'oceano dei 6 milioni di morti.

Il Dopo Guerra e il Mancato Riconoscimento di Israele

Secondo Andrea Riccardi, "il silenzio che meno si spiega è nel dopoguerra, quando il Papa non ha mai parlato della Shoah, nemmeno per un'espressione di dolore e non ha mai approfondito il tema dell'antisemitismo. Ne ha accennato appena una volta, quando nel mondo cattolico si era diffusa l'idea che gli ebrei avessero “vinto”, per così dire, nei Paesi dell'Est."

Quando si pose il problema dell'emigrazione degli ebrei sopravvissuti, la Santa Sede continuò a osteggiare la nascita dello Stato d'Israele, con la motivazione, almeno per alcuni esponenti, che toccava ai cristiani controllare i luoghi della cosiddetta Terra Santa, e appoggiando, semmai, una loro sistemazione negli Stati Uniti. A un rabbino che gli fece presente che il desiderio dei sopravvissuti era vivere in Palestina, Pio XII replicò: «Sì, riconosco che questo è il loro desiderio». Pio XII non mancò di esprimere la propria disapprovazione anche dopo la nascita di Israele, in quanto diffidava della promessa fatta dagli ebrei di rispettare i diritti religiosi delle altre religioni e soprattutto delle confessioni cristiane, e la Santa Sede rifiutò il riconoscimento diplomatico del nuovo Stato, riconoscimento che sarebbe giunto solo nel 1993.

Le Conclusioni del Dibattito Storiografico

La controversia sui “silenzi” di Pacelli è spesso sconfinata dalla polemica storica a quella politica, causando la mancanza di un sereno dibattito e quindi di una corretta analisi per la ricostruzione di quel periodo. L'analisi storica richiede molta attenzione nel valutare i diversi livelli di dialogo diplomatico, anche nei confronti della Santa Sede. La fretta di emettere una sentenza, a giudizio di Alberto Melloni, rischia di creare resoconti troppo semplificati e finisce per assolvere le grandi masse dei cristiani dalle loro responsabilità nell'antisemitismo.

Papa Pacelli continuerà ad essere considerato un santo da alcuni e un fallimento morale da altri. Tuttavia, un'ampia dimostrazione del contrasto tra "allora" e "oggi" si può avere dando anche uno sguardo superficiale alle pagine pubblicate durante il periodo bellico e precedente al Concilio Vaticano II di "Civiltà Cattolica", il periodico i cui contenuti sono per tradizione esaminati e approvati dalla Segreteria di Stato della Santa Sede. Ma dopo la Seconda Guerra Mondiale, un incontro epocale ebbe luogo nel 1960 tra San Giovanni XXIII e il famoso storico ebreo e sopravvissuto all'Olocausto, Jules Isaac, che presentò al Pontefice la sua ricerca su quello che egli definì "L'insegnamento del disprezzo" del Cristianesimo nei confronti degli ebrei e dell'ebraismo. Il riconoscimento da parte di Papa Roncalli delle spaventose conseguenze di un'educazione religiosa sbagliata, distorta e piena di odio lo portò a invocare un "documento sugli ebrei", che si trasformò nella "Nostra Aetate" del Concilio Ecumenico nel 1965. Oggi viviamo in un'epoca diversa. Con la riscoperta delle nostre comuni radici religiose, culturali e morali, oggi prosperano nuove relazioni fraterne. Cattolici ed ebrei sono diventati alleati; il passato è diventato storia. Tuttavia, la nostra memoria del passato deve sopravvivere, come promemoria perenne del fatto che non possiamo smettere di impegnarci nella lotta contro tutti i segnali del risorgere dell'antisemitismo, per evitare che la sua violenza virulenta si scateni di nuovo fuori ogni controllo. Ciò che è stato, può essere di nuovo.

Il Papa stesso era consapevole del fatto che, un domani, qualcuno avrebbe potuto strumentalizzare il suo stesso silenzio contro di lui, ma fu comunque la strada che lui stesso scelse per evitare drammi ulteriori e per salvare la vita di migliaia di ebrei.

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