Il Tragico Evento a Terno d'Isola
Il 30 luglio 2024, Sharon Verzeni, una 34enne (poi corretta a 33enne) residente a Terno d'Isola, è stata accoltellata in strada. La ragazza è morta all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo la notte stessa a causa di tre coltellate alla schiena e una, meno profonda, al petto. Con un’incredibile prontezza, è lei stessa a chiamare i soccorsi, sussurrando «Mi ha accoltellata» prima di accasciarsi, un dettaglio che ha scatenato ragionamenti sull'uso del singolare, come se avesse riconosciuto il suo assassino.
Sharon, con un diploma da estetista, da oltre un anno aveva trovato lavoro al bar della pasticceria Vanilla di Brembate. Da tre anni, aveva lasciato la casa dei genitori a Bottanuco per convivere con Sergio Ruocco, idraulico di 38 anni, in un bell’appartamento acquistato con il mutuo a Terno d’Isola. La coppia aveva appena finito il corso per fidanzati in parrocchia, aveva festeggiato il compleanno di lei con la famiglia il 6 luglio e la domenica prima dell’omicidio aveva fatto tappa all’Ikea. La sera del 30 luglio, dopo una giornata normale, trascorsa insieme sul divano, Sharon decide di uscire per una passeggiata intorno alle 22, forse spinta dall’afa e dalla volontà di rimettersi in forma. Incrocia il suo assassino verso le 00:45, dopo aver passeggiato con le cuffiette nelle orecchie per quasi tre quarti d’ora. Aveva appena superato la piazza centrale ed era in via Castegnate, a pochi minuti da casa, dove è crollata in una pozza di sangue davanti a due giovani del paese giunti in auto poco dopo.

Le Prime Indagini e il Ruolo di Sergio Ruocco
Dopo l'attivazione della macchina dei soccorsi e la constatazione del decesso di Sharon, i carabinieri hanno immediatamente raggiunto l'abitazione di Terno d'Isola, svegliando il fidanzato Sergio Ruocco. Inevitabilmente, la prima fase delle indagini si è concentrata su di lui. Tuttavia, una dopo l’altra, le verifiche si sono scontrate con un’innocenza che è apparsa granitica: Ruocco non aveva ferite, non era stato ripreso dalle telecamere, le sue chat non davano spunti e le testimonianze di amici, familiari e vicini erano univoche nell'affermare che non c'erano mai state liti o tensioni nella coppia. Non si è tradito in nessun modo durante la notte passata in caserma, venendo rilasciato alle 16 del giorno dopo, quando è stato messo al corrente dell'omicidio.
Nonostante l'evidente innocenza, Ruocco non è uscito del tutto dalle indagini nelle settimane successive, venendo riconvocato in caserma e portato a Terno per sopralluoghi "a favore di telecamere". Il padre di Sharon, Bruno Verzeni, fin dal primo momento lo ha accolto in casa come un figlio e lo ha difeso senza esitazione, definendolo un «ragazzo stupendo».
Un Giallo senza Pista: Le Difficoltà Investigativa
I carabinieri e il pm Emanuele Marchisio si sono piuttosto in fretta convinti di dover cercare altrove, concentrandosi sull'ipotesi di un killer sconosciuto. Dalla vita regolarissima della vittima non emergeva nulla di anomalo, neanche dall’unica virgola che poteva sembrare fuori posto, la vicinanza a Scientology, inizialmente ventilata come possibile pista. Nonostante le convocazioni della sorella maggiore Melody, con il marito, del fratello minore Christopher, dei genitori, dei futuri suoceri e dei colleghi, non è emerso alcun elemento utile alle indagini.
Anche sul fronte delle indagini attorno al luogo del delitto, le difficoltà erano molteplici: i filmati lungo il tragitto indicavano che Sharon non era stata pedinata né aveva fatto incontri strani; in un paese cosparso di telecamere, proprio nel punto dell’agguato mancavano; e lungo la strada stretta fra i palazzi, dove è stata colpita, nessuno si è affacciato al momento giusto, nessuno ha udito urla se non dopo le pugnalate. Inoltre, un paio di potenziali testimoni oculari non avevano visto nulla, neanche quella bicicletta ripresa a sfrecciare via negli istanti cruciali.
La Svolta: Il "Fantasma in Bicicletta" e l'Identificazione di Moussa Sangare
Sembrava che la sfortuna si accanisse sull’indagine, e l’unico appiglio, superata la metà di agosto, era il "fantasma in bicicletta". Sebbene le prime telecamere analizzate non ne catturassero un volto chiaro, per gli inquirenti era evidente che quell'individuo potesse avere un ruolo, anche solo come testimone chiave: era in via Castegnate quando Sharon la imboccava, ci si reinfilava dopo il passaggio della ragazza e la abbandonava come un razzo negli attimi in cui partiva la chiamata al 118.
L'identificazione di Moussa Sangare è avvenuta grazie a due giovani che la sera del delitto si stavano allenando vicino al cimitero di Chignolo d’Isola. Si sono presentati spontaneamente per segnalare un’auto sospetta che non c'entrava, ma, approfondendo, hanno accennato a un ragazzo in bici con pelle scura, treccine, occhiali, che ascoltava musica dalle casse e aveva una particolare postura. Con questo identikit, gli investigatori hanno allargato il raggio delle telecamere da verificare e delle strade da battere, fino a perlustrare la zona la sera del 28 agosto, loro stessi in bici, e dare finalmente una svolta all'indagine.

Le Confessioni di Moussa Sangare: "Sono stato io"
Moussa Sangare, trentenne di Suisio, di famiglia originaria del Mali, è inizialmente entrato in caserma come potenziale testimone. In prima battuta, ha negato perfino di essere stato a Terno nel periodo precedente. Non ha convinto i carabinieri e, quando, nella sala d’attesa insieme ai due giovani che lo avevano incrociato, si è tradito con una frase di troppo, i militari si sono convinti che nascondesse qualcosa.
Messo di fronte ai filmati che riprendevano la sua bicicletta a Terno la notte dell’omicidio, ha fatto la prima ammissione: era lì, ha assistito alle coltellate, ma ha sostenuto che a uccidere Sharon fosse stato un uomo con cui stava litigando in strada. Tuttavia, le sue contraddizioni hanno spinto i carabinieri a continuare con le domande. Finché lui non ha chiesto una sigaretta, è scivolato sulla sedia e con le mani ha puntato verso se stesso: «Sono stato io».
È stato l’inizio di una confessione scioccante, che ha ripetuto assistito da un avvocato, all’alba davanti al pm, e poi al gip della convalida del fermo. Ha dichiarato di avere ucciso per un «feeling», «spinto da un’onda emotiva», di aver incontrato altre persone, tutti uomini, ma alla fine di essersi sentito attratto da quella ragazza che passeggiava ascoltando musica e guardando il cielo. «Scusa per quello che sta succedendo», le avrebbe sussurrato alle spalle appena prima di pugnalarla al petto. Secondo la sua ricostruzione, dopo un primo colpo allo sterno o al petto, Sharon si sarebbe liberata dalla morsa, ma sarebbe stata colpita da altre tre pugnalate alla schiena. Le sue ultime parole sarebbero state: «Perché? Perché? Perché?».
Dopo la fuga, l’uomo ha cercato di nascondere le sue tracce, tagliandosi i capelli, modificando componenti del mezzo e nascondendo i coltelli, i vestiti e le scarpe indossate quella notte. Nel decreto di fermo gli è stato contestato il pericolo di reiterazione del reato e anche quello di fuga. Dalle sue dichiarazioni è emerso che era uscito di casa con l’intenzione di colpire una persona qualsiasi, portando con sé quattro coltelli, e che prima di incontrare Sharon aveva minacciato due ragazzini.
Delitto Sharon Verzeni, Moussa Sangare condannato all'ergastolo
Il Profilo dell'Assassino: La Vita di Moussa Sangare
Moussa Sangare, nato a Milano da una famiglia originaria del Mali, risiedeva a Suisio e viveva in un appartamento disabitato che aveva occupato abusivamente. Viveva in condizioni di degrado estremo, senza luce né gas, dormendo di giorno e uscendo di notte. La madre Kadiatou Diallo e la sorella Awa, una studentessa di Ingegneria, che vivevano nella stessa palazzina, lo avevano denunciato per maltrattamenti il mese precedente, dopo che aveva minacciato la ragazza con un coltello. Si trattava dell'ennesimo gesto violento di una quotidianità fatta, secondo le vittime, di insulti, percosse e richieste di denaro per droga e alcol. A causa di due precedenti querele archiviate e dell’escalation di quel periodo, la pm Laura Cocucci aveva disposto l'obbligo di allontanamento.
Tutti in paese hanno raccontato della sua deriva dopo un viaggio in America nel 2019 e il sogno infranto di una carriera come rapper. Durante quel soggiorno all’estero avrebbe iniziato ad assumere LSD. Una vicina, Clotilda Bejtaj, ha raccontato di averlo incrociato mentre dormiva sulle scale, "strafatto", e di averlo sentito urlare alla madre e alla sorella, temendo per suo figlio. Aveva segnalato la situazione al Comune e ai carabinieri, ma nessuno aveva agito. Presso la sua abitazione è stata trovata e sequestrata una sagoma di cartone con sembianze umane, utilizzata come "tiro al bersaglio" per coltelli.

La Retromarcia in Aula: La Nuova Versione di Sangare
Dal comando provinciale di Bergamo, Sangare non ha più fatto ritorno a Suisio, trovandosi ora in carcere a San Vittore, a Milano. Tuttavia, nonostante le precedenti confessioni, il ragazzo ha ritrattato in aula il 18 marzo, dichiarando a sorpresa: «Non ci sono prove che mi fanno colpevole». È tornato alla versione in cui si definisce un semplice testimone spaventato.
«Sono scappato, ma continuavano a spingermi, spingermi, spingermi», ha spiegato, forse riferendosi ai carabinieri e alle ore precedenti al fermo, aggiungendo: «Sono stato lì (in caserma, ndr) tre giorni senza dormire, senza sapere cosa stesse succedendo». Riguardo al coltello fatto ritrovare sul greto dell'Adda, ha affermato: «Lo usavo per i barbecue con gli amici». E sui capelli tagliati ha detto di aver avuto paura che il killer lo riconoscesse: «Mi ha visto». Affermazioni che, come precisato dal suo difensore Giacomo Maj, non sarebbero state concordate con lui e che, per l'avvocato Luigi Scudieri (legale di Ruocco e dei Verzeni), potrebbero trasformarsi in un boomerang.
Le Prove a Carico e il Processo
Nonostante la retromarcia di Sangare, l'accusa rimane solida, basata anche su altri indizi cruciali. Il DNA di Sharon Verzeni è stato isolato dal Ris in alcune tracce trovate sulla canna della bicicletta di Sangare. Inoltre, il presunto assassino stesso ha indicato l'arma del delitto, seppellita a Medolago, vicino al fiume Adda, e che è stata inviata al Ris per accertarne l'utilizzo. Gli altri tre coltelli e i suoi vestiti sporchi di sangue sono stati recuperati dai sommozzatori nel fiume, dove li aveva gettati in un sacchetto.
Per l'omicidio e i maltrattamenti, i giudici hanno deciso di affidarsi a un perito per stabilire un possibile vizio di mente e valutare la capacità di Sangare di stare in giudizio. La psichiatra Giuseppina Paulillo di Parma riferirà alla Corte d’Assise. L'accusa per Sangare è di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, dal momento che era uscito di casa con quattro coltelli con l'evidente intenzione di colpire qualcuno. La procuratrice aggiunta Maria Cristina Rota ha chiarito che non c'è nessun movente religioso, né terroristico, e che Sangare non appartiene ad alcun movimento religioso, avendo come unico precedente i maltrattamenti in famiglia. L'avvocato difensore Giacomo Maj ha sottolineato che "è molto verosimile che ci sia una problematica psichiatrica", aspetto "rilevantissimo" da approfondire, e che il suo gesto "non dovrebbe essere dovuto a queste cose", ma è stata "una cosa senza senso, di cui anche lui non sa la motivazione".

Il Dolore e la Richiesta di Giustizia della Famiglia Verzeni
Oltre al dolore atroce per la perdita terribile di una figlia, sorella e compagna di vita, i familiari e il fidanzato di Sharon Verzeni hanno dovuto subire, mentre le indagini procedevano, una serie di illazioni sulle abitudini e frequentazioni della barista. Lo stesso Sergio Ruocco è stato spesso additato come sospettato, senza che dall'inchiesta emergessero elementi. Tuttavia, il padre e la madre di Sharon, Bruno e Maria Teresa, fin dal primo giorno lo hanno accolto in casa e difeso.
Bruno Verzeni ha espresso il sollievo della famiglia per il fermo, dichiarando che la notizia «spazza via anche tutte le speculazioni che sono state fatte sulla vita di Sharon e di Sergio». Ha ringraziato la Procura di Bergamo e i propri avvocati per la loro competenza e vicinanza, e ha auspicato che «l'assurda e violenta morte di Sharon non sia vana e provochi in tutti maggiore sensibilità al tema della sicurezza del nostro vivere». Anche Sergio Ruocco ha condiviso il suo sollievo, affermando: «Nessuno mi ridarà Sharon, ma manterrò sempre vivo il suo ricordo e so che mi aiuterà a proseguire la mia vita».
tags: #confessione #assassino #sharon