Il pontificato di Papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli (1939-1958), ha rappresentato un periodo cruciale nella storia della Chiesa e del mondo, segnato dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla tragedia della Shoah. La sua figura è stata oggetto di intenso dibattito storico, specialmente riguardo al suo atteggiamento nei confronti della persecuzione degli ebrei e alle informazioni di cui disponeva, anche quelle provenienti dagli Stati Uniti.

La Formazione e l'Ascesa di Eugenio Pacelli
Eugenio Pacelli nacque a Roma il 2 marzo 1876 da Filippo e Virginia Graziosi, in una famiglia di piccola nobiltà pontificia con una lunga tradizione di servizio alla Santa Sede. Il padre, avvocato rotale, assunse nel 1896 la carica di avvocato concistoriale. Suo cugino Ernesto e suo fratello maggiore Francesco, che svolse un ruolo chiave nei negoziati per i Patti Lateranensi, furono figure di rilievo nell'amministrazione vaticana e nella diplomazia. Dopo aver lasciato il collegio Capranica per motivi di salute nel 1895, seguì studi di filosofia, teologia e diritto all'Università Gregoriana e all'Apollinare (oggi Università Lateranense). Ordinato sacerdote il 2 aprile 1899, si laureò in teologia nel 1901 e in diritto nel 1902.
Carriera nella Curia e Attività Diplomatica in Germania
Entrato in Curia, dal 1905 fu minutante della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, divenendone segretario nel 1914 alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Le sue competenze giuridiche, evidenziate anche nello studio La personalità giuridica e la territorialità delle leggi, specialmente nel diritto canonico. Studio storico-giuridico (Roma 1912), gli valsero l'insegnamento del diritto presso la Pontificia Accademia dei Nobili Ecclesiastici. Nel maggio 1917, Benedetto XV lo nominò nunzio pontificio a Monaco di Baviera, e dal 1920 gli fu affidata anche la Nunziatura di Berlino. In Germania, Pacelli ebbe un ruolo protagonista nelle relazioni della Santa Sede con la Baviera e il Reich in anni cruciali per la Germania, assistendo alla tumultuosa fase rivoluzionaria del 1918-1919 e all'edificazione della Repubblica di Weimar. Sostenne la Repubblica di Weimar e i governi di coalizione del Centro cattolico con i socialisti, pur criticando le condizioni punitive del Trattato di Versailles. Il suo operato culminò con la firma del concordato con la Baviera nel 1924, e pose le basi per altri accordi con la Prussia (1929) e il Baden (1932).
Segretario di Stato e i Concordati con i Regimi Totalitari
Rientrato a Roma, fu creato cardinale nel 1929 e, inaspettatamente, il 9 febbraio 1930 fu chiamato a succedere a Gasparri alla Segreteria di Stato vaticana, alla vigilia di un decennio segnato dalla crisi economica mondiale e dall'emergere dei totalitarismi. In questa fase di radicali trasformazioni, la Segreteria di Stato, sotto la guida di Pacelli, assunse un ruolo crescente di intermediazione tra le Chiese locali e gli Stati, perseguendo l'obiettivo di assicurare autonomia alle Chiese nazionali. In questo quadro si inserisce lo sviluppo della linea concordataria, culminato nei concordati con l'Austria e con il Reich tedesco del 1933. Quest'ultimo, negoziato personalmente da Pacelli con von Papen e firmato il 20 luglio, intendeva salvaguardare le prerogative della Chiesa in Germania di fronte alla natura totalitaria del nuovo regime, sebbene il governo del Reich adottò quasi subito provvedimenti in conflitto con il testo concordatario. Ciò aprì un lungo contenzioso diplomatico, trasferitosi sul piano dottrinale con l'enciclica Mit brennender Sorge del 14 marzo 1937, che conteneva una condanna aperta di aspetti essenziali del nazionalsocialismo, come il razzismo, e precedette di pochi giorni la Divini Redemptoris contro il comunismo ateo.

L'Olocausto, Pio XII e le Informazioni dagli Stati Uniti
Il ruolo di Papa Pio XII durante la Shoah è stato al centro di un acceso dibattito storico, recentemente ravvivato dall'apertura degli Archivi Vaticani relativi al suo pontificato il 2 marzo 2020. Questa iniziativa, voluta da Papa Francesco e caldeggiata in passato dal cardinal Achille Silvestrini, mira a far luce sulla verità storica.
I Rapporti Americani e la Reazione Vaticana
Da proprie fonti, Papa Pio XII era a conoscenza dell'uccisione di massa degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Nel marzo 1942, due mesi dopo la conferenza di Wannsee, Papa Pacelli inviò un messaggio al presidente americano Franklin Roosevelt, avvertendolo che "qualcosa stava accadendo in Europa nelle zone di guerra". Tuttavia, questi messaggi non furono considerati credibili dagli americani. Da quanto emerso dagli Archivi Vaticani, i documenti esaminati da un gruppo di storici tedeschi guidati da Hubert Wolf, hanno rivelato che il 27 settembre 1942, una lettera dagli Stati Uniti, contenente un resoconto dettagliato dell'uccisione su larga scala di ebrei in tutta la Polonia occupata dai nazisti, fu recapitata in Vaticano. Il rapporto era stato inviato un mese prima dall'ufficio di Ginevra dell'Agenzia ebraica per la Palestina al proprio ufficio negli Stati Uniti e portato in Vaticano da Myron Charles Taylor, inviato personale del Presidente Roosevelt presso il Papa. Gli storici hanno trovato la prova che Pio XII aveva letto il rapporto il giorno stesso in cui era pervenuto. Il documento indicava l'uccisione di circa 50.000 ebrei a Leopoli e 100.000 a Varsavia, e che ebrei da Germania, Belgio, Paesi Bassi e Slovacchia erano stati trasportati nell'Europa orientale per essere massacrati. Taylor chiese al Vaticano di chiarire se disponesse di informazioni a conferma del rapporto.

La reazione vaticana, tuttavia, fu cauta. Il Segretario di Stato vaticano Luigi Maglione scrisse: "Non credo che abbiamo informazioni che confermano questa grave notizia nel dettaglio. Corretto?". Già il 18 settembre, nove giorni prima, un uomo d'affari italiano aveva riferito a Giovanni Battista Montini (futuro Papa Paolo VI), assistente di Pio XII, del massacro di proporzioni "sconvolgenti" e della liquidazione dei ghetti in Polonia. Il 1° ottobre 1942, di fronte a un'altra richiesta americana, Montini scrisse che agli americani doveva essere detto che la Santa Sede "aveva sentito parlare del duro trattamento degli ebrei", ma non aveva modo di valutare l'accuratezza delle informazioni. Un memorandum interno di Angelo Dell'Acqua, membro della Segreteria di Stato, metteva in dubbio l'autenticità delle informazioni fornite dall'Agenzia ebraica, affermando che "anche gli ebrei tendono a esagerare facilmente" e avvertendo che un passo deciso avrebbe potuto mettere in pericolo sia il Vaticano che la vita degli ebrei stessi. Solo nel dicembre del 1942, gli Stati Uniti ricevettero informazioni credibili sulle uccisioni di massa dal governo polacco in esilio a Londra, portando il 17 dicembre a una dichiarazione congiunta di Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna che condannava lo sterminio degli ebrei.
Papa Pio XII e gli sforzi del Vaticano per aiutare gli ebrei perseguitati
Le Accuse, le Difese e le Azioni della Santa Sede
Pio XII, il cui nome era Eugenio Pacelli, negli anni che seguirono la sua elezione nel 1939, scelse di tacere sui crimini di guerra nazisti. Per questo fu definito da alcuni osservatori "il Papa di Hitler" e accusato di essersi occupato più degli interessi della Chiesa che del destino degli ebrei. La questione dei "silenzi" di Pio XII è stata per lungo tempo al centro di accuse, in particolare dal lavoro teatrale "Il Vicario" di Hochhuth e dal libro di John Cornwell "Il papa di Hitler".
Le Azioni di Assistenza e Protezione
Nonostante le accuse di silenzio, è ora riconosciuto che Papa Pacelli si occupava quasi quotidianamente della persecuzione degli ebrei, avendo creato un proprio ufficio all'interno della Seconda Sezione della Segreteria di Stato, dove personale come Monsignor Domenico Tardini e Monsignor Dell'Acqua si occupava esclusivamente di tali questioni. Lo storico tedesco Michael Feldkamp e il professor Hubert Wolf, sulla base dei nuovi reperti d'archivio, stimano che Pio XII salvò personalmente circa 15 mila ebrei, aprendo monasteri e chiostri e dando disposizioni per nasconderli. Durante l'occupazione tedesca di Roma (settembre 1943 - giugno 1944), più di 100 congregazioni femminili e cinquantacinque monasteri maschili ospitarono famiglie ebree. È del tutto inverosimile che questi salvataggi avvenissero in modo spontaneo e non piuttosto a partire da un ordine centrale, sebbene un documento scritto diretto non sia stato trovato per motivi di sicurezza.
L'impegno del Papa nell'assistenza agli ebrei fu concreto: la Guardia Palatina papale, per esempio, fu coinvolta in risse con le Waffen-SS e la Wehrmacht per nascondere ebrei nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Dopo il rastrellamento del 16 ottobre 1943 a Roma, il cardinale Segretario di Stato Luigi Maglione interpellò l'ambasciatore tedesco presso il Vaticano, Ernst von Weizsäcker, lamentandosi della sofferenza degli ebrei sotto gli occhi del Santo Padre. Alla domanda di Weizsäcker sulla reazione della Santa Sede in caso di continuazione dei rastrellamenti, Maglione rispose che: "La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione", una denuncia definita "involuta". L'impermeabilità tedesca agli interventi del Vaticano è testimoniata anche da un episodio del febbraio 1943, quando una protesta approvata da una plenaria di cardinali fu consegnata al sottosegretario agli Esteri tedesco Ernst von Weizsäcker, ma il Ministro Joachim von Ribbentrop non la aprì nemmeno e la riconsegnò come non pervenuta.

Nel 1944, Pio XII mandò un dispaccio al sovrano ungherese chiedendo di porre fine all'espulsione degli ebrei. L'inviato del Papa in Ungheria, Angelo Rota, è stato riconosciuto da Yad Vashem come un Giusto che salvò gli ebrei. Il silenzio del Papa è stato giustificato da alcuni storici come una scelta strategica per evitare ritorsioni che avrebbero peggiorato la persecuzione e coinvolto anche i cattolici, attraverso "operazioni segrete" e negoziati con le autorità tedesche e italiane, piuttosto che pubbliche proteste. Tuttavia, il suo silenzio dopo la guerra, quando si sarebbe dovuta denunciare la Shoah, rimane per molti "inaccettabile e inspiegabile", come sottolineò anche il modernista Ernesto Buonaiuti.
La Reazione Post-Bellica e il Dibattito Storiografico
Nel corso degli anni, il Vaticano ha difeso la condotta di Pio XII, sostenendo che avesse lavorato per migliorare la situazione degli ebrei. Nel 1999, fu nominato un gruppo di storici cattolici ed ebrei per esaminare la condotta di Pio XII, il quale in un primo rapporto del 2000 affermò che il Papa aveva ricevuto resoconti dettagliati sulla persecuzione degli ebrei. Tuttavia, il gruppo sospese le attività nel 2001 per una mancata disponibilità del Vaticano a fornire i documenti necessari, rendendo l'apertura degli archivi del 2020 un evento di grande portata per la ricerca storica.

Nuove ricerche, come quelle di Giovanni Coco nel suo libro Un mosaico di silenzi, delineano un quadro ricco di spunti, sottolineando i limiti degli strumenti di intervento diplomatico della Santa Sede in un contesto storico di cambiamenti inediti. Pacelli, da Pontefice, risentì dei limiti di una "procedura farraginosa e talvolta labirintica" che non facilitava il rapido svolgimento delle pratiche, non consentendo di comprendere la reale portata della tragedia. David Kertzer, nel suo libro Un papa in guerra, ha esplorato le relazioni di Pio XII e le posizioni della Chiesa durante il conflitto, rivelando, tra l'altro, un negoziato segreto tra Pacelli e Hitler per ricucire i rapporti. Kertzer sottolinea che il "silenzio" e la mancata presa di posizione contro il nazismo iniziarono prima di quanto si pensi, con l'invasione della Polonia, e furono motivati dal timore di uno scisma in Germania. Il suo rapporto con gli americani fu invece buono, anche per i notevoli finanziamenti ricevuti dai cattolici americani, ma il Papa era preoccupato che l'arrivo degli Alleati potesse distruggere Roma, spingendo i romani a non intervenire nella lotta partigiana, tanto che nemmeno il massacro delle Fosse Ardeatine fu menzionato sull'Osservatore Romano.
Il Contesto Culturale e Teologico: Antisemitismo e Antigiudaismo
L'antisemitismo che pervadeva i totalitarismi novecenteschi affondava le sue radici nell'antigiudaismo cristiano. La rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica, ad esempio, tra il XIX e l'inizio del XX secolo, pubblicò articoli fortemente antisemiti, distinguendo l'antigiudaismo (religioso, rivolto a coloro che rifiutano Gesù) dall'antisemitismo (razziale), ritenendo quest'ultimo riprovevole. Tuttavia, alcuni articoli facevano appello a un "sano antisemitismo" come difesa della società cristiana, contribuendo a demonizzare gli ebrei. Giovanni Coco ricostruisce nel suo libro come le diffidenze, paure e reticenze fossero espresse in un linguaggio ambiguo, con fatica nell'usare il termine "sterminio" e, al massimo, quello di "massacro", mai "genocidio".
Un cambiamento significativo è attestato negli ultimi anni di Pio XI, predecessore di Pacelli, che denunciò la persecuzione degli ebrei, affermando che "spiritualmente siamo tutti semiti, per la comune radice abramitica", ponendo le basi della fine dell'antigiudaismo. La notte del 10 febbraio 1939, giorno della sua morte, fu trovato il discorso che Pio XI avrebbe voluto pronunciare, una condanna senza mezzi termini al fascismo e al razzismo. Questo discorso, destinato a diventare l'enciclica Humani generis unitas, è noto come "enciclica nascosta" perché, secondo alcune fonti, il suo Segretario di Stato, Eugenio Pacelli, si affrettò a distruggerlo o a sopprimerlo. Il testo condannava il razzismo, l'antisemitismo e le legislazioni razziali, invitando a difendere l'unità del genere umano. La sua mancata pubblicazione è stata un ulteriore elemento di dibattito sul ruolo di Pacelli nella gestione delle informazioni e delle posizioni vaticane sull'antisemitismo.

Nuove Prospettive dagli Archivi Vaticani e Interrogativi Aperti
L'apertura delle carte del pontificato di Pio XII è stata accolta con grande attesa, sebbene molti storici ritenessero che la sostanza delle questioni fosse già contenuta nelle fonti pubblicate prima dell'apertura archivistica, come l'antologia curata da quattro gesuiti, Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale (1965-1982), espressamente voluta da Paolo VI. Tuttavia, la nuova documentazione offre "faglie" e "arricchimenti" che gettano nuova luce sul periodo. Lo storico tedesco Michael Feldkamp ha sottolineato che, sebbene sia difficile trasmettere questi nuovi risultati come credibili, specialmente data la difficoltà di molti colleghi non italofoni di accedere ai documenti originali, il lavoro di ricerca continua a correggere "vaghe supposizioni o addirittura accuse".
Domande Ancora Irrisolte
Nonostante l'apertura degli archivi, numerosi interrogativi rimangono aperti e sono al centro delle ricerche storiche. Il gruppo di studio cattolico-ebraico, sospeso nel 2001, aveva già posto domande cruciali che ora gli storici cercano di affrontare. Tra queste, si chiedeva: "Perché i silenzi?", "Cosa sapeva il Papa, o almeno cosa si discusse in Vaticano, sul piano nazista di sterminio degli ebrei?", "Qual era l'atteggiamento della Santa Sede nei confronti delle leggi razziali?", "Cosa si sapeva in Vaticano sulle comunicazioni tra il nunzio apostolico e i vescovi tedeschi?", "Il Papa fu consultato sulla legislazione antiebraica italiana del 1938?". Questi interrogativi, insieme alla difficoltà di comprendere appieno le dinamiche di un periodo così complesso, continuano ad alimentare il dibattito storiografico, cercando di bilanciare il ruolo diplomatico e quello profetico di Pio XII.