Pietro Lorenzetti e il Maestro di Tressa: Opere a Siena

La Crocifissione cuspidata, originariamente concepita come altarolo per la devozione privata, potrebbe essere stata lo sportello di un dittico, accompagnata da un'altra tavola oggi perduta. Nonostante le dimensioni ridotte, la pittura di Pietro Lorenzetti, il fratello maggiore, rivela le sue caratteristiche distintive. Pietro, così come Ambrogio, era interessato alla ricerca di effetti naturalistici e fu maggiormente influenzato dagli esperimenti di Giotto rispetto al fratello. Questa influenza si manifesta non solo nella definizione dello spazio, ma soprattutto nella rappresentazione della forza plastica delle figure. I dolenti che circondano il Cristo crocifisso sono solidamente collocati nello spazio, con una presenza corporea imponente, accentuata dalle ampie campiture di colore delle loro vesti.

Il Cristo crocifisso con i dolenti, dettagli delle vesti e della composizione spaziale

Il Paliotto del Salvatore

Il Paliotto del Salvatore (Redentore benedicente tra i simboli degli evangelisti e storie della Vera Croce) è un dipinto a tempera e oro su tavola di 98x198 cm, attribuito al Maestro di Tressa e datato 1215. L'opera è conservata presso la Pinacoteca nazionale di Siena e si trovava originariamente nella Badia Berardegna, chiesa dei Santi Salvatore e Alessandro a Castelnuovo Berardenga.

Al centro della tavola è raffigurato il Redentore benedicente all'interno di una mandorla, affiancato da due angeli. Alcuni dettagli sono realizzati in rilievo con la tecnica della pastiglia in gesso. Si ipotizza che questa tecnica sia diventata popolare in Italia dopo il 1204, a seguito del saccheggio di Costantinopoli e dell'arrivo a Venezia di icone metalliche.

Il Redentore benedicente al centro del Paliotto del Salvatore, con dettagli in pastiglia

Gli occhi del Cristo, che presentano cadute di colore, dovevano in origine ricordare quelli della Madonna dagli occhi grossi, precedentemente sull'altare maggiore del Duomo di Siena. Nei quattro angoli della tavola sono raffigurati i simboli degli evangelisti. L'opera è stata accostata alla Madonna degli occhi grossi e alla Madonna di Tressa, rientrando nel corpus di opere attribuite al Maestro di Tressa, con cui condivide la solidità romanica arricchita da influssi bizantini.

Le pitture murali dall'ex convento francescano di Siena

All'interno della Basilica di San Francesco a Siena, in due cappelle laterali del transetto sinistro, si trovano tre grandi affreschi murali. Insieme ad alcuni frammenti attualmente conservati in museo, queste opere costituiscono le preziose testimonianze del ciclo pittorico realizzato da Pietro e Ambrogio Lorenzetti nella sala capitolare dell'adiacente convento francescano.

Questi affreschi furono scoperti fortuitamente sotto uno strato di drappeggio poco dopo la metà del XIX secolo, in un locale all'epoca utilizzato come officina di fabbro. Furono immediatamente riconosciuti per il loro grande valore e interesse storico-artistico.

Affresco della Crocifissione, parte del ciclo murale di Pietro e Ambrogio Lorenzetti

Poiché l'ex convento francescano stava per essere convertito nel nuovo seminario vescovile, con la sala capitolare destinata a diventare il nuovo refettorio, si decise di staccare le pitture murali e trasferirle nella chiesa. La tecnica impiegata per le tre grandi raffigurazioni fu quella del distacco a massello, che prevedeva la rimozione di una porzione del muro retrostante insieme alla superficie dipinta.

Considerata la notevole dimensione delle figure da rimuovere, l'intervento fu ritenuto così significativo da essere citato come esempio nel "Manuale del Pittore Restauratore" di Ulysses Forni nel 1866. Grazie a questa operazione, furono staccati la Crocifissione, successivamente collocata sulla parete sinistra della cappella Piccolomini d’Aragona Todeschini, il Martirio dei Francescani e la Professione pubblica di San Luigi di Tolosa, poste invece nella cappella Bandini, una di fronte all'altra.

Il Cristo risorto di Pietro Lorenzetti

Il Cristo risorto è un affresco staccato di Pietro Lorenzetti, databile al 1336-1337, e si conserva nel Museo Diocesano, presso l'oratorio di San Bernardino in piazza San Francesco, a Siena. L'opera proviene originariamente dalla Sala Capitolare dell'ex-convento di San Francesco, dove faceva parte di un ciclo quasi interamente perduto, ad eccezione di questa scena e della Crocifissione, ora esposta in una cappella della basilica.

Tradizionalmente attribuita ai primi anni Venti del XIV secolo, la datazione più precisa è stata possibile grazie al ritrovamento, sul portale d'accesso tra il chiostro e la cappella Petroni-Martinozzi, di due stemmi dipinti e della data 1336. Questi elementi appartengono allo stesso ciclo lorenzettiano, come dimostra l'identità della fascia ornamentale.

Il Cristo risorto di Pietro Lorenzetti, con il sarcofago vuoto e l'asta del vessillo

Una novità iconografica è la rappresentazione del Salvatore mentre spalanca la porta del sarcofago, ergendosi davanti ad esso vuoto, con l'asta del vessillo crociato appoggiata sulla spalla (il gonfalone è perduto). La figura stante di Gesù, con il possente dorso nudo avvolto nel sudario panneggiato come una toga, evoca chiaramente la statuaria classica.

Influenze e caratteristiche stilistiche in Ambrogio Lorenzetti

Ambrogio Lorenzetti, nel suo approccio artistico, non rappresenta il momento del turbamento di Maria alla vista dell'angelo, ma l'istante successivo, in cui Maria accetta serenamente il suo destino. Le figure sono caratterizzate da una solida presenza nello spazio, ottenuta grazie alla robustezza delle forme costruite attraverso il colore e gli ampi panneggi delle vesti.

La Madonna è perfettamente integrata nell'incavo del trono marmoreo, e sulle sue gambe piegate si crea una superficie su cui è appoggiato un libro aperto. L'angelo, con un profondo inchino, poggia il piede sul terreno, e la sua figura è così imponente da rendere difficile immaginarla in volo.

Dettaglio di Ambrogio Lorenzetti: la Madonna, l'angelo e la prospettiva del pavimento

Lo spazio in cui si svolge la scena è definito dalle linee convergenti delle piastrelle del pavimento, seguendo una prospettiva ancora empirica ma che appare estremamente avanzata per l'epoca. L'interesse principale di Ambrogio è focalizzato sulla descrizione dei volumi e delle forme dei corpi, per i quali lo spazio funge principalmente da contenitore.

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