Piero della Francesca: Vita, Opere e L'Eredità di un Maestro del Rinascimento

Piero della Francesca, figura eminente del Rinascimento italiano, nasce a Sansepolcro, in provincia di Arezzo, tra il 1406 e il 1416, da Benedetto de' Franceschi, un ricco mercante di tessuti, e Romana di Pierino da Monterchi, nobildonna di famiglia umbra. La data esatta di nascita è sconosciuta, poiché un incendio negli archivi comunali distrusse gli atti dell'antica anagrafe. Sebbene Giorgio Vasari indichi il 1406 come anno di nascita, questa informazione è inattendibile, dato che i suoi genitori si sposarono solo nel 1413.

Formazione e Prime Opere

La formazione di Piero avvenne probabilmente nel paese natale, un centro dinamico e vitale, crogiolo di influenze fiorentine, senesi e umbre. Qui era attiva una scuola di grammatica e operavano numerosi maestri di teologia presso il convento dei Servi di Maria.

  • Nel 1430, il primo artista con cui collaborò fu Antonio d'Anghiari, come attestato da un pagamento del 27 maggio per la pittura di stendardi e bandiere.
  • Sul finire del 1437, Piero lavora nella principale chiesa del paese, l'abbazia camaldolese di San Giovanni Evangelista.
  • Nel 1439 è documentato per la prima volta a Firenze come aiuto di Domenico Veneziano, nella cappella di Sant’Egidio dell'ospedale di Santa Maria Nuova, dove affrescò le perdute "Storie della Vergine". La pittura luminosa di Veneziano, assieme a quella moderna e vigorosa di Masaccio, fu determinante per il suo percorso artistico. Nello stesso anno si svolse il Concilio di Firenze, con l'incontro tra Papa Eugenio IV e l'Imperatore d'Oriente Giovanni VIII Paleologo, un evento che rimarrà impresso nella mente dell'artista.

La sua prima opera conosciuta e conservata è la "Madonna con il Bambino", datata al 1435-1438, già nella Collezione Contini Bonacossi e oggi in una collezione privata. Nel verso di quest'opera è dipinto un vaso, forse come esercitazione prospettica. Piuttosto controversa è la datazione del "Battesimo di Cristo" (Londra, National Gallery); elementi iconografici, come la presenza di dignitari bizantini sullo sfondo, collocano la composizione intorno al 1439, anno del Concilio di Firenze, sebbene altri la posticipino al 1460.

Piero della Francesca - Battesimo di Cristo

Nel 1442, il pittore tornò a Sansepolcro, dove aprì la sua bottega. L'11 gennaio 1445, ricevette dalla Confraternita della Misericordia la commissione del "Polittico della Misericordia" per la Chiesa della Confraternita di Sansepolcro, oggi nel Museo Civico locale. Il contratto prevedeva il compimento dell'opera in tre anni e la sua completa autografia, oltre all'obbligo di controllare ed eventualmente restaurare il dipinto nei dieci anni successivi. La realizzazione si protrasse, con l'intervento di un allievo, per più di 15 anni, concludendosi solo nel 1462.

Il polittico, smembrato nel XVII secolo e privato della cornice originale, si compone di 15 tavole: il registro principale include San Sebastiano, San Giovanni Battista, la Madonna della Misericordia, San Giovanni Evangelista e San Bernardino da Siena, quest'ultimo raffigurato con l'aureola, ponendo un termine post quem significativo, poiché venne proclamato santo solo nel 1450. Nel secondo registro, al centro, si trova la Crocifissione, affiancata da San Romualdo, l'Angelo annunciante, l'Annunciata e San Francesco. Sopravvivono anche le fasce dipinte dei pilastri laterali, con le raffigurazioni di sei santi e di due stemmi della Confraternita.

Viaggi, Influenze e Opere della Prima Maturità

Negli anni Quaranta e Cinquanta del Quattrocento, Piero della Francesca compì numerosi viaggi che arricchirono la sua esperienza artistica. Soggiornò probabilmente a Bologna, Urbino e Ferrara, dove ebbe un primo contatto con l'arte fiamminga, incontrando Rogier van der Weyden direttamente o tramite le sue opere. Questo contatto influenzò il suo precoce uso della pittura a olio, l'interesse per il paesaggio e per la precisa resa dei dettagli, le variazioni di materiale e il "lustro", ovvero i riflessi di luce.

  • Il 18 marzo 1450, Piero è documentato ad Ancona come testimone al testamento della vedova del conte Giovanni di messer Francesco Ferretti, per cui dipinse forse la tavoletta del "San Girolamo penitente" (Berlino, Gemäldegalerie), firmata Petri de Burgo Opus MCCCCL.
  • Agli stessi anni risale anche la tavola con "San Girolamo e il donatore Girolamo Amadi" (Venezia, Galleria dell’Accademia), anch'essa firmata.
  • Nel 1451, Sigismondo Pandolfo Malatesta gli commissionò l'affresco votivo monumentale con "San Sigismondo e Sigismondo Pandolfo Malatesta" nel Tempio Malatestiano di Rimini. Qui Piero poté incontrare Leon Battista Alberti, un incontro cruciale per la sua maturazione artistica. Nell'affresco, Piero riflette il contatto con l'umanesimo architettonico di Alberti, coniugando per la prima volta la presenza di figure umane con edifici all'antica, un nesso sintattico che da questo momento diventerà inscindibile nella sua pittura.
Piero della Francesca - San Girolamo penitente

La Flagellazione di Cristo: Un Capolavoro di Luce e Prospettiva

Un'opera emblematica di questo periodo è l'enigmatica "Flagellazione" (Urbino, Galleria Nazionale delle Marche). La critica propone la data 1452 per questa tavola proveniente dalla sacrestia del Duomo di Urbino, basandosi sull'evidenza stilistica. Si tratta di un dipinto che appartiene alla più fulgida e ammaliante fase della pittura di luce del borghigiano, in cui la luce è ancora soprattutto il "lume" solare e diffuso, assorbito dai corpi a mezzogiorno, piuttosto che il "lustro" dato dai bagliori riflettenti.

Ispirandosi al metodo rigoroso ed empirico di Ernst Gombrich, gli studiosi Charles Hope e Paul Taylor hanno evidenziato come difficilmente in un dipinto della metà del Quattrocento il tema sacro alludesse o adombrasse eventi contemporanei. Hanno dimostrato che i tre personaggi raffigurati a destra in primo piano non costituiscono un'aggiunta estranea all'iconografia della Flagellazione, ma completano in modo organico il tema evangelico. Secondo questa lettura, si tratta di un soldato, o un'autorità politica romana alle dipendenze di Pilato, che consegna Barabba ad un ebreo, proprio nel momento in cui per Cristo ha inizio la flagellazione, come narra il Vangelo di Matteo (Mt. 27,24). Piero, in un dipinto di formato così ridotto, non raffigurò la turba degli Ebrei che accoglie Barabba, ma solo un ebreo vestito in modo emblematico con un abito damascato, elegante ma generico, senza veri riscontri nella moda del Quattrocento. I piedi scalzi del giovane al centro alludono alla sua condizione di prigioniero.

La "Flagellazione" doveva porsi come opera destinata alla devozione privata, ma soprattutto come prova elaborata dall'artista per dimostrare al committente le sue straordinarie capacità prospettiche e la sicurezza nell'applicare le misure matematiche alla pittura. Piero esibiva il nesso sintattico da lui sperimentato tra figura umana e architettura, dislocando i personaggi sulla scena in spazi in diagonale, rispettivamente all'interno e all'esterno, di un'architettura templare all'antica. Questa soluzione compositiva sarà riproposta in alcune scene del ciclo della Vera Croce e rappresenta la prova più tangibile dell'incontro con la personalità magnetica dell'Alberti.

Il Capolavoro Aretino: La Leggenda della Vera Croce

Nel 1452, Piero della Francesca fu chiamato ad Arezzo per proseguire gli affreschi iniziati nella Cappella Maggiore della Basilica di San Francesco, subentrando al defunto Bicci di Lorenzo. Nella cappella Bacci, Piero realizza a più riprese, tra il 1452 e il 1466, le celebri "Storie della Vera Croce", un ciclo considerato uno dei massimi capolavori pittorici di tutti i tempi. L'opera, per la quale l'ultimo pagamento documentato risale al 1466, fu interrotta a causa di un viaggio a Roma (1458-1459).

Il disegno è rigoroso, di impronta fiorentina, la costruzione prospettica è perfetta, mentre la tavolozza delicata e luminosa ricorda l'esperienza con Domenico Veneziano. La solennità dell'impianto compositivo e la volontà di legare figura umana - nella sua statuaria fermezza e solennità - e ambientazione architettonica, rendono l'opera un riferimento ineludibile per comprendere lo sviluppo stilistico di Piero. Dopo il restauro dell'affresco con l'Esaltazione della vera Croce, sono riemersi in tutto il loro splendore le vesti dai colori luminosissimi dei dignitari che accompagnano Eraclio. Questi brani pittorici, con mantelli dai colori tanto chiari e brillanti - dal verde smeraldo, al bianco ghiaccio, al rosso vino - hanno il medesimo andamento degli abiti indossati nelle figure della Flagellazione, riflettendo la luminosità uniforme e diffusa accolta dalla lezione di Domenico Veneziano.

Significato delle Storie della Vera Croce - Piero della Francesca - SIMBOLI NELL'ARTE

Altre Opere Significative del Periodo

Agli stessi anni dell'impresa aretina appartengono diverse opere fondamentali:

  • Il "Polittico di Sant'Agostino", commissionato nel 1453 e terminato nel 1469 per l'altare maggiore della chiesa di Sant'Agostino a Sansepolcro, oggi smembrato. Le sue figure solide e monumentali dei santi si stagliano contro un cielo azzurro delimitato da una balaustra marmorea di ricordo classico. Tra le figure note, si annoverano Sant'Agostino (Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga), San Michele Arcangelo (Londra, National Gallery), San Giovanni Evangelista (New York, Frick Collection) e San Nicola da Tolentino (Milano, Museo Poldi Pezzoli).
  • La grandiosa "Resurrezione", affrescata tra il 1460 e il 1463 per il Palazzo della Residenza dei Conservatori, sede del governo cittadino, considerata una delle opere più rappresentative del Quattrocento. L'opera, considerata tra le più rappresentative dell’artista, è l’espressione umana e spirituale della rinascita di Cristo, con la figura del Salvatore che domina la scena, forte, solenne.
  • L'affresco di "San Giuliano", ritrovato nel 1954 nell'antica chiesa di Sant'Agostino (poi Santa Chiara) e ora nel Museo Civico di Sansepolcro.
  • La straordinaria "Madonna del Parto", eseguita tra il 1455 e il 1458 per la Chiesa di Santa Maria a Momentana di Monterchi. L’iconografia della Vergine in attesa dona all’immagine grande sacralità e monumentalità, rappresentando la Madonna come espressione divina e umana.
  • La stupenda "Santa Maria Maddalena" nella Cattedrale dei SS. Pietro e Donato di Arezzo, dipinta intorno al 1459-60.
  • L'affresco di "San Ludovico da Tolosa", realizzato intorno al 1460 nel Palazzo Pretorio di Sansepolcro.
Piero della Francesca - Resurrezione

I Viaggi a Roma e le Opere Perdute

Piero della Francesca compì due viaggi a Roma. Il secondo, documentato, avvenne tra il 1458 e il 1459, su ordine di Pio II, per terminare alcune opere. La tesoreria papale emise un documento datato 12 aprile 1459 per il pagamento di 140 fiorini per "certe dipinture" nella "camera di Santità Nostro Signore", ma nel 1460 questi affreschi furono gravemente danneggiati dall'incendio causato dalla rivolta dei fratelli Tiburzio e Valeriano del Maso. Questi affreschi, eseguiti nel Palazzo Apostolico, furono successivamente distrutti per far posto alla prima delle Stanze di Raffaello.

La presenza di un'opera di Piero della Francesca a Roma che sia sfuggita all'attenzione generale è oggetto di dibattito. Si è ipotizzato che il "San Luca" presente in un edificio romano potesse essere opera sua. Sappiamo che la Cappella di San Pietro in Vincula e San Michele era decorata con i quattro evangelisti sulle volte, le storie di San Michele sulla parete sinistra e le storie di San Pietro sulla parete destra. Tuttavia, l'attribuzione a Piero di tali opere rimane una questione aperta.

L'ipotesi che Piero abbia lavorato a Santa Maria Maggiore durante questi due viaggi non è supportata da alcun documento, nonostante le speculazioni del Longhi. Né è sostenibile l'ipotesi di Lorenzo da Viterbo, che all'epoca aveva solo undici anni. L'attribuzione di alcune decorazioni al 1450 farebbe pensare a Benozzo Gozzoli, anch'egli legato al circolo del Cardinale Bessarione.

Il Periodo Urbinate e gli Ultimi Anni

Nel 1468, Piero termina il "Polittico di Sant'Antonio" per il Convento di Sant'Antonio a Perugia, dove, a un'impostazione tardogotica voluta dalla committenza, si contrappone una straordinaria fuga prospettica di archi sullo sfondo in un'Annunciazione di chiaro stampo rinascimentale nella cimasa.

L'anno successivo, Piero torna a Urbino, chiamato da Federico da Montefeltro, che gli commissiona alcune delle sue opere più celebri. Soggiornò qui tra il 1469 e il 1472. Al 1465-1472 circa è datato il "Doppio ritratto dei duchi di Urbino" (Firenze, Uffizi), dove i profili incisivi di Federico da Montefeltro e della moglie Battista Sforza sono inseriti in paesaggi alla Van Eyck. Il ritratto di Federico fu terminato nel 1465, mentre quello di Battista Sforza, postumo, è successivo al 1472.

Nel 1474 termina la "Pala Montefeltro" (Milano, Pinacoteca di Brera), dipinta per il Duca di Urbino prima del 1475. Le figure sono immerse in una chiara atmosfera luminosa. Nella calotta della semicupola è scolpita una conchiglia, dove è appeso un uovo di struzzo, emblema della perfezione divina e richiamo al dogma della verginità di Maria.

Nel 1478 è la volta della "Madonna di Senigallia" della Galleria Nazionale delle Marche.

Dal 1477 al 1480, con qualche interruzione, Piero visse a Borgo San Sepolcro, dove fece regolarmente parte del consiglio comunale. All'ultima fase della sua produzione artistica sono attribuite anche la "Madonna col Bambino e quattro angeli" (Clark Art Institute, Williamstown, Massachusetts) e la "Natività" (Londra, National Gallery), opere che combinano una solida impostazione prospettica e una minuziosa descrizione del paesaggio.

Il Contributo Teorico e la Morte

Colpito da una grave malattia agli occhi che gli impedì di dipingere, Piero si dedicò all'elaborazione di trattati. Di nuovo a Rimini nel 1482, si dedicò al "Libellus de quinque corporibus regularibus", terminato nel 1485 e dedicato a Guidobaldo da Montefeltro. In quest'opera, riprende temi di tradizione platonico-pitagorica, basandosi sulla lezione euclidea per l'ordine logico delle espressioni e l'uso coordinato dei teoremi, disegnando per la prima volta i poliedri regolari e semiregolari.

Forse già nel 1450 aveva composto il "Trattato d'abaco", sulla matematica applicata, mentre nel "De prospectiva pingendi" codificava le regole della moderna scienza prospettica, affrontando problemi come il computo del volume della volta e l'elaborazione architettonica delle cupole. Nel 2005, è stato individuato nella Biblioteca Riccardiana di Firenze un manoscritto autografo contenente la traduzione di gran parte del corpus archimedeo, testimonianza del suo interesse per la matematica e la geometria greca.

La sua produzione artistica, dove confluiscono complesse questioni teologiche e filosofiche, è caratterizzata dall'estremo rigore della ricerca prospettica, dalla plastica monumentalità delle figure e dall'uso espressivo della luce. La sua arte fa da cerniera tra la prospettiva geometrica brunelleschiana, la plasticità di Masaccio, la luminosità dell'Angelico e di Domenico Veneziano, e la descrizione precisa dei fiamminghi, offrendo un sistema di lettura a più livelli.

Piero della Francesca morì a Sansepolcro il 12 ottobre 1492, il giorno della scoperta dell'America, quasi un destino per colui che aveva saputo far tesoro della sapienza antica e aprire nuove strade di ricerca.

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