Informazioni Errate Riguardo al Sacerdozio e la Partecipazione dei Fedeli

Le discussioni riguardanti il ruolo del sacerdote e la partecipazione dei fedeli ai Sacramenti e alla vita liturgica hanno spesso generato incomprensioni e interpretazioni errate. È fondamentale chiarire la dottrina cattolica su questi aspetti per evitare confusioni e preservare la validità dei riti e la genuinità della fede.

Il Sacerdozio Ministeriale e la Consacrazione Eucaristica

Incapacità del Fedele di Operare la Transustanziazione

Solo il Sacramento dell’Ordine conferisce il potere e la capacità di operare la transustanziazione nel Sacrificio della Legge Nuova. Il semplice fedele è perciò incapace di farlo. La proposizione che afferma il contrario rinnova l’eresia protestante, condannata nel Concilio di Trento (sessione 23, cap. 4) e nuovamente proscritta nella “Mediator Dei” di Sua Santità Pio XII (A. A. S. 39, p. 553).

Il Fedele e la Concelebrazione della Santa Messa

L’affermazione che il fedele concelebra con il Sacerdote il Sacrificio della Messa richiede una piccola spiegazione. Molti la intendono nel senso che i fedeli concelebrano il Sacrificio, il che sarebbe una ripetizione dell’errore sopra menzionato. Altri la intendono nel senso che il Sacerdote non sarebbe altro che un rappresentante del popolo, i cui atti sacerdotali avrebbero valore solo in quanto egli rappresenta i fedeli. Non è così che deve intendersi, come bene insegna la “Mediator Dei” (A. A. S. 39, pp. 555, 556).

Il Sacerdote, infatti, non è un deputato del popolo (“Mediator Dei” A. A. S. 39, p. 538), giacché è scelto per vocazione divina e generato dal Sacramento dell’Ordine (“Mediator Dei” ibidem, p. 539). Non si vuol dire con ciò che il Sacerdote non rappresenti in certo senso il popolo. Lo rappresenta in quanto rappresenta Gesù Cristo, Capo del Corpo mistico, del quale i fedeli costituiscono le membra (“Mediator Dei” ib. p. 538); sicché quando il Sacerdote offre all’altare, lo fa in nome di Cristo, Sacerdote principale, il quale offre in nome di tutti i membri del suo Corpo Mistico. Quindi, in certo senso, il sacrificio è offerto in nome del popolo, il quale deve, pertanto, partecipare del Sacrificio.

In quale modo? Dice la “Mediator Dei”: «in quanto unisce i suoi voti di lode, di impetrazione, di espiazione e di ringraziamento con i voti e l’intenzione del Sacerdote, ed anche del Sommo Sacerdote, affinché nella stessa oblazione della vittima che si opera nel rito esterno dal Sacerdote, siano presentati all’Eterno Padre» (ib. p. 556).

Rappresentazione della celebrazione della Santa Messa con il sacerdote che offre il Sacrificio e i fedeli che partecipano in preghiera

Differenza tra Fedele e Sacerdote nel Sacerdozio di Cristo

Vi è una coerenza dottrinale esistente tra le molteplici proposizioni sin qui impugnate. Esse derivano dalla falsa supposizione che i fedeli partecipino del sacerdozio di Gesù Cristo nella stessa maniera in cui vi partecipano i Sacerdoti, anche se in grado forse minore. Vi è invece, tra le due specie di partecipazione, una differenza così specifica, che il Santo Padre non esita a paragonarla con la differenza che corre tra un pagano e un fedele. Come il pagano resta fuori dell’unione col Corpo Mistico di Cristo, così il semplice fedele resta fuori del sacerdozio proprio dei Sacerdoti ed è fondamentalmente incapace di qualsiasi atto specificamente sacerdotale (Cfr. “Mediator Dei” A. A. S. v. 39 pag. 539).

Origine del Potere Sacerdotale

La proposizione che stabilisce che il potere è stato dato da Dio alla Chiesa perché sia comunicato ai pastori, i quali sono suoi ministri per la salvezza delle anime, intesa nel senso che dalla comunità dei fedeli derivi ai pastori il potere di ministero e di governo, è eretica (prop. 2, D. 1502).

Modi di Partecipazione alla Messa e Pietà Privata

Partecipazione alla Messa: Messale e Altri Mezzi

La partecipazione del fedele al Sacrificio della Messa consiste nell’unione con le intenzioni del Sommo Sacerdote Gesù Cristo e del Sacerdote celebrante. La sentenza che sostiene che il fedele che segue la Messa col Messale partecipa della Messa, mentre chi la segue in qualsiasi altro modo vi assiste solamente, rinnova lo spirito giansenista. Questa dottrina era contenuta nella proposizione di Quesnel, condannata da Clemente XI, nella Bolla “Unigenitus” dell’otto settembre 1713: «Togliere al popolo semplice questa consolazione, di unire la sua voce alla voce di tutta la Chiesa, è costume contrario alla pratica apostolica e all’intenzione divina» (prop. 86, D. 1436).

Per sé non è questa che una conseguenza della dottrina erronea secondo la quale il fedele concelebra col Sacerdote la S. Messa, dovendo perciò pronunciare con lui le parole liturgiche. Siamo lontani con ciò dallo sconsigliare l’interesse per tutto ciò che ha rapporto con la Messa e quindi anche per la conoscenza del Messale, delle preghiere e delle cerimonie del S. Sacrificio, ecc. Si eviti la confusione, propria dei Riformatori del sec. XVI, tra fedele e sacerdote, così come è necessario rispettare la libertà dello Spirito Santo che - sempre entro l’obbedienza che i fedeli devono alla Santa Sede - spira dove vuole.

Validità delle Orazioni Private durante il Sacrificio

Affermare che si deve assistere alla Messa soltanto seguendo le parole del Messale ed escludere, durante il Sacrificio, le orazioni private, come il Rosario, la Meditazione, ecc., è un errore. L’uso del Messale, la recita del S. Rosario, la Meditazione o altre orazioni convenienti sono tutti mezzi eccellenti d’assistere al Sacrificio della Messa. Il fedele ha quindi libertà di ritenere quel che meglio contribuisca alla sua unione con le intenzioni di Gesù Cristo e del Sacerdote celebrante. Tutti i metodi di assistenza alla Messa approvati dalla Santa Chiesa sono interamente coerenti con la posizione del fedele nel S. Sacrificio. La proposizione impugnata è intimamente connessa col falso principio del sacerdozio formale dei fedeli, sopra ricordato.

L’enciclica “Mediator Dei” approva e promuove il genuino movimento liturgico. Solo tutto ciò che conduce i fedeli a conoscere e amare la Sacra Liturgia merita lode. Il male comincia quando, talvolta, dei falsi presupposti teologici viziano lo spirito con cui si diffonde la pietà liturgica.

Forme di Culto al Santissimo Sacramento e Pietà Personale

Tutte le forme di culto al Santissimo Sacramento costituiscono forme preziose di pietà e come tali devono essere incoraggiate. Quantunque sia consigliabile la Comunione “intra Missam”, il ricevere la Santissima Eucaristia al di fuori della Messa (Comunione “extra Missam”) e le visite al Santissimo Sacramento sono pratiche lodevoli. La sentenza che suppone superflua ogni forma di pietà privata costituisce un errore condannato dalla “Mediator Dei” (A. A. S. 39, p. 565, 566 e 583 e ss.). Sotto altra forma essa rinnova lo spirito delle proposizioni condannate dal Concilio di Trento, nei canoni 5, 6, 7 della sessione XIII (D. 875-877).

Inoltre, l’orazione liturgica, che è fatta in nome della Chiesa, coi termini e i riti proposti da essa, può esser fatta solo dai chierici e dai religiosi di ciò incaricati. L’ufficio divino è l’orazione del Corpo Mistico di Cristo, rivolta a Dio in nome di tutti i cristiani e in loro beneficio, essendo fatta dai Sacerdoti, da altri ministri della Chiesa e dai Religiosi delegati dalla stessa Chiesa a questo» (“Mediator Dei” A. A. S. 39, pag. 544).

La vita spirituale del fedele consta necessariamente non solo della partecipazione alla Santissima Messa. La sentenza impugnata è stata condannata anche nella “Mediator Dei”: «Da questi profondi argomenti alcuni concludono che tutta la pietà cristiana deve accentrarsi nel Mistero del Corpo Mistico di Cristo, senza alcuna considerazione personale e soggettiva, e perciò sostengono che si debbano trascurare le altre pratiche religiose non strettamente liturgiche e realizzate fuori del culto pubblico. Nondimeno tutti possono comprendere come tali conclusioni intorno alle due specie di pietà sono completamente false, insidiose e dannosissime» (A. A. S. 39, pag. 582). Del resto, il Codice di Diritto Canonico prescrive agli stessi Sacerdoti, capaci di orazioni liturgiche, una fervorosa pietà privata (Can. 125).

Dottrina e Prassi Ecclesiastica

L'Altare come Mensa e l'Uso delle Immagini Sacre

L’altare dev’essere in forma di mensa, tale da ricordare la Cena Eucaristica. Questo concetto è conforme alla tradizione liturgica. Riguardo alle immagini, la sentenza che stabilisce che gli altari non devono avere immagini, tranne il Crocifisso, è in contrasto con lo spirito inculcato dalla “Mediator Dei” che raccomanda l’esposizione delle immagini dei Santi nelle chiese, per edificazione dei fedeli, e riprova coloro che desidererebbero ritirare tali immagini (A. A. S. 39, p. 586).

Molteplici Offerte della Vittima Divina

È riprovata dalla “Mediator Dei” la sentenza che afferma: «Non sbaglia chi afferma che i Sacerdoti non possono offrire la Vittima divina nello stesso tempo in molti altari, perché in questo modo dissociano la comunità e pongono in pericolo l’unità». Tale sentenza riecheggia l’errore giansenista condannato dalla Costituzione “Auctorem fidei” di Pio VI, il 28 agosto 1794, al n. 29 (D. 2629).

Moralismo e Occasioni di Peccato

Considerare moralismo retrogrado il proibire ai fedeli di frequentare balli, ritrovi danzanti, piscine, con l'idea che, alimentati dalla pietà liturgica, essi possano frequentare questi ambienti senza timore e praticarvi l’apostolato di penetrazione irradiando il Cristo con la loro presenza, è un errore. Non v’è spiritualità che immunizzi l’uomo contro il pericolo delle occasioni prossime e volontarie di peccato, dalle quali deve astenersi anche con grave incomodo. La sentenza erronea sarebbe vera nel presupposto che esistesse una unione (sacramentale e vitale) con Dio, ottenuta per mezzo della liturgia, non soltanto superiore ma persino estranea all’unione morale; oppure, in altra ipotesi, che la vita della grazia fosse tale da dispensare l’uomo dalla sua cooperazione. Ma nessuno di questi presupposti può essere accettato da chi professa la genuina dottrina cattolica. La sentenza impugnata ricorda il quietismo condannato da Innocenzo XI il 28 agosto e il 27 novembre del 1667. Tra le proposizioni condannate vi è questa: «Se qualcuno scandalizzerà un altro coi propri difetti, non gli è necessario ritornare su se stesso dato che non abbia volontà di dare scandalo; ed è una grazia di Dio non poter ritornare sopra i propri difetti» (D. 1230).

Superiorità dello Stato Matrimoniale rispetto alla Castità Perfetta

Affermare che lo stato matrimoniale dev’essere innalzato sopra lo stato di castità perfetta, essendo santificato da un Sacramento, è un errore. Il grado di perfezione di uno stato di vita si misura dalla maggiore unione con Dio, che ordinariamente si ottiene con la grazia santificante e la carità. Perciò deve supporre maggiore abnegazione in chi lo abbraccia e deve fornirgli maggiori mezzi di santificazione. Non si può affermare che ogni stato che sia costituito da un Sacramento sia, solo per questo, più perfetto di qualunque altro. Così, bensì non vi sia un Sacramento speciale per lo stato religioso, è risaputo che il Signore ha indicato nella pratica dei consigli evangelici il culmine della perfezione. Quanto alla superiorità della verginità sulla continenza matrimoniale si legga il cap. VII della I Lettera ai Corinzi, e la “Secunda secundae” della Somma Teologica di San Tommaso, q. 152, a. 4, come anche, nella stessa parte, la q. 40, a. 2, ad quartum.

La sentenza impugnata fu varie volte censurata dalla Chiesa. Così nel Sillabo di Pio IX, N. B. dopo la proposizione 74a (D. 1774 A); nell’Allocuzione alle Religiose di Pio XII, del settembre 1952 (Cfr. Atti e Discorsi di Pio XII, vol. XIV), nella quale il Santo Padre biasima quei Sacerdoti, laici, predicatori, oratori che «non hanno più una parola di approvazione o di lode per la vergine consacrata a Cristo; e che da anni, nonostante gli avvertimenti della Chiesa e contrariamente al suo pensiero, concedono al matrimonio una preferenza di principio sulla verginità; che arrivano persino a presentarlo come unico mezzo capace di assicurare alla personalità umana il suo sviluppo e la sua perfezione naturale».

Unità della Vita Comunitaria Parrocchiale

L’affermazione che, essendo la Parrocchia una comunità, il mantenimento della vita comunitaria richiede che tutti i parrocchiani partecipino uniti allo stesso Sacrificio, ricevano le grazie dello stesso Pane spirituale e uniscano le loro orazioni nello stesso tempo, e che il fatto che i fedeli frequentino altre parrocchie o chiese non parrocchiali rompa l’unità della vita comunitaria, è da esaminare attentamente. La Parrocchia è la cellula della Diocesi e, come tale, è necessario che tutti i parrocchiani mantengano un vivo contatto col Parroco e stiano sotto la sua direzione. Tale contatto e direzione è del tutto compatibile col fatto che i fedeli ricevano i Sacramenti e assistano alla Santa Messa in altre chiese.

Se per vita comunitaria s’intende la partecipazione dei fedeli agli stessi misteri soprannaturali, essa non perde la sua intensità per il fatto che i parrocchiani partecipino di tali misteri in chiese differenti. Poniamo l’esempio di una persona che frequenti una chiesa di Religiosi; l’incontrarsi lì con dei fedeli edificanti della propria o di altre parrocchie, le può essere altamente benefico. Come generalmente si nota un sapore giansenista in tutti codesti errori, così è da ricordare anche qui che furono gli intrighi dei Giansenisti a porre in voga quel falso spirito parrocchiale che regnò in Parigi nel secolo XVII e preparò i Parroci al giuramento costituzionale della Rivoluzione Francese; come fu pure codesto medesimo spirito che dettò, nel Sinodo di Pistoia, le norme restrittive per la vita dei Religiosi, norme fortunatamente condannate da S.S. Pio VI.

Nondimeno sarebbe censurabile quel parrocchiano che sconoscesse completamente il suo Parroco; giacché questi dev’essere informato sul compimento dei doveri religiosi da parte di tutti i suoi fedeli. È quel che si deduce dal Codice di Diritto Canonico, che, al can. 1021, prescrive che il Parroco abbia cura delle anime. La sentenza impugnata meglio si adatterebbe a una concezione ontologica di una “comunità parrocchiale” in cui, attraverso la partecipazione alle funzioni liturgiche, si intendesse assorbire i parrocchiani in un sol tutto essenziale di ordine superiore, il Cristo Mistico e comunitario. La comunità parrocchiale ontologica si proietterebbe anche nel campo temporale facendo della parrocchia un tutto nel quale si amalgamerebbero, completamente o quasi, le famiglie e le proprietà, in una partecipazione quasi biologica di ogni sorta di beni.

Mappa schematica di una diocesi con le parrocchie e i legami tra fedeli e parroci

Caso Specifico: Battesimi Invalidi a Phoenix

L'Errore del Sacerdote Padre Andres Arango

Una vicenda singolare, riportata dalla stampa locale in Arizona, ha coinvolto Padre Andres Arango della chiesa di San Gregorio a Phoenix. Per 26 anni ha sbagliato le formule dei sacramenti rendendoli nulli. Di conseguenza, si è dimesso dal suo incarico, scusandosi con tutti i fedeli e con tutti quelli che nel corso di quasi tre decenni ha battezzato.

L'errore del sacerdote ha compromesso la validità dei sacramenti. Per 26 anni ha usato la formula «ti battezziamo» anziché «io ti battezzo». Quella piccola svista ha reso nulli non solo i battesimi, ma anche i sacramenti successivi che non possono avere luogo senza un battesimo valido. La storia è venuta alla luce pochi mesi fa, nel 2021.

Intervento del Vescovo e della Congregazione per la Dottrina della Fede

Il vescovo della diocesi, Thomas Olmsted, ha fatto le dovute verifiche e ha informato i fedeli con una comunicazione ufficiale pubblicata sul sito della chiesa: «Dopo un attento studio da parte dei funzionari diocesani e dopo aver consultato la Congregazione per la dottrina della fede a Roma è stato deciso che la formula usata dal parroco “Ti battezziamo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” non può essere ritenuta accettabile perché non è la comunità che battezza una persona - ha fatto sapere il vescovo - ma è Cristo, e Lui solo, che presiede tutti i sacramenti, e dunque è Gesù che battezza».

Ora, centinaia di persone battezzate dal prete dovranno ripetere il battesimo da adulti. Il vescovo ha espresso il suo rammarico: «Sono sinceramente dispiaciuto che questo errore abbia provocato un'interruzione della vita sacramentale di un certo numero di fedeli. Questo è il motivo per cui mi impegno a compiere ogni passo necessario per porre rimedio alla situazione per tutti coloro che sono stati colpiti». Anche Padre Arango ha pubblicato le sue personali scuse sul sito della parrocchia: «Mi rattrista apprendere di aver eseguito battesimi non validi durante il mio ministero sacerdotale usando regolarmente una formula errata. Mi rammarico profondamente del mio errore».

L’errore, sebbene possa sembrare una minuzia a qualcuno, per la Chiesa si tratta di un fatto gravissimo, specialmente perché coinvolge le parole chiave del rito, sottolineando l'importanza della precisione nella celebrazione dei sacramenti.

La diocesi afferma che un sacerdote di Phoenix ha eseguito battesimi non validi

Consigli per i Sacerdoti che Iniziano in Nuove Comunità

Monsignor Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, in “Reverendo che maniere”, offre una metafora utile per i sacerdoti che arrivano in una nuova parrocchia: «Quando compro un paio di scarpe nuove, le scelgo secondo la misura e la forma che convengono ai miei piedi: e tuttavia non elimino mai del tutto la fatica di adattarmi. La prima volta che ci cammino sento stringere le punte o sfregare la caviglia o comprimere il tallone. All’inizio del ministero in una nuova comunità, si avverte subito quello che punge o stringe o sfrega. Ne viene talvolta motivo di preoccupazione o di sofferenza o di delusione».

Per evitare pettegolezzi e voci, un sacerdote dovrebbe invece educarsi a una amorevole intelligenza verso il prossimo. Un’attenzione paziente e amorevole gli consentirà di raccogliere i segni lasciati dalla fede, dalla dedizione, dall’intelligenza e dalla sofferenza di quelli che lo hanno preceduto nell’esercizio del sacro ministero. Così i parroci che sono stati in quella stessa comunità possono diventare degli importanti punti di riferimento a cui attingere lezioni per il proprio ministero sacerdotale.

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