Per comprendere il contenuto e il senso della festa che si celebra il 2 febbraio, è essenziale conoscerne l'origine e il suo sviluppo storico. Nel corso dei secoli, questa festa è stata nota con varie denominazioni: Festa dell’incontro di Gesù con il vecchio Simeone e con la profetessa Anna; Festa della Presentazione di Gesù al Tempio; Festa della Purificazione di Maria; e infine, la Candelora.

La Presentazione di Gesù al Tempio e l'Incontro con Simeone e Anna
La Presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme era un rito prescritto dalla legge giudaica, secondo la quale ogni primogenito maschio apparteneva al Signore (Esodo, 13, 2 e 13, 12; Levitico 6-8; Numeri, 18, 15).
Il Vangelo di Luca narra: “Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, un uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele».” (Vangelo secondo Luca 2, 22-32).

L'evangelista Luca annota che i genitori di Gesù seguivano scrupolosamente tutte le prescrizioni della legge giudaica. La presentazione del bambino al santuario per loro era doverosa. Giuseppe e Maria, dunque, rispettarono la prassi in uso e offrirono “una coppia di tortore o di giovani colombi”, l’offerta tipica dei poveri, come era la famiglia di Gesù: “Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espiatorio” (Levitico 12, 8). Portare le offerte all’altare del tempio era, infatti, uno dei rituali più importanti per tutti gli Israeliti.
La Figura di Simeone
A Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone (Luca 2,25). Simeone, il cui nome in ebraico significa “Dio ha esaudito”, era un Israelita ormai avanti negli anni che aspettava di morire ma non prima di aver visto il Messia, come gli era stato profetizzato. Essendo un uomo vecchio, aveva probabilmente anche la vista ormai stanca e debole, eppure seppe riconoscere in quel bambino, il figlio di Maria e Giuseppe, il Messia, colui che è stato consacrato da Dio per una missione salvifica.
Questa è dunque una delle prime manifestazioni della Divinità di Cristo e della Sua missione salvifica universale, dopo quella dell’arrivo dei Magi che riconoscono in quel piccolo bambino il Messia.

Simeone, grazie allo Spirito Santo, ha visto con i suoi occhi, e ora, dopo aver benedetto Dio con una preghiera di ringraziamento - il Nunc dimittis - può morire in pace, perché ha visto la “salvezza”, ha riconosciuto Colui che salverà il mondo intero. La missione salvifica di Cristo è infatti una missione universale perché Lui è la “luce per illuminare le genti”, ma sarà una missione accompagnata da ostilità e persecuzioni. Dalle parole di Simeone “Lumen ad revelationem gentium” deriva il simbolo della candela come simbolo di Cristo. Sopraggiunta in quel momento, la profetessa Anna si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme (Luca 2, 36-38).

Sviluppo Storico della Festa
La prima testimonianza scritta di questa festività è contenuta nella “Peregrinatio Aetheriae” (“Pellegrinaggio di Eteria”), o “Itinerarium Egeriae” (“Itinerario di Egeria”), un testo scritto in latino tra il 381 e il 384 dove Eteria o Egeria descrive il suo pellegrinaggio in Terrasanta. Grazie a questo testo è stato possibile conoscere la liturgia in uso a Gerusalemme.
Egeria riporta: “Il quarantesimo giorno dopo l’Epifania, qui (a Gerusalemme), è celebrato con grande solennità. In quel giorno si fa una processione (con affluenza numerosa di fedeli) all’Anastasis e tutti vi partecipano; ogni cosa si compie con grande festa, come a Pasqua. Predicano tutti i sacerdoti e pure il Vescovo, commentando sempre quel passo del Vangelo nel quale si dice che Giuseppe e Maria, il quarantesimo giorno, portarono il Signore al Tempio, e che Simeone e la profetessa Anna, figlia di Fanuèle, lo videro, e si ricordarono delle parole che essi dissero alla vista del Signore e l’offerta che i genitori fecero. Dopo aver compiuto tutte le cerimonie usuali si celebrano i Misteri e avviene il commiato” (Egeria, Itinerarium Peregrinatio).

Egeria parla di quaranta giorni dopo l’Epifania, poiché a Gerusalemme con l’Epifania si celebravano molteplici eventi, inclusa la nascita di Gesù, e tutta la Chiesa Orientale si riteneva un’erede diretta della Chiesa di Gerusalemme. Queste origini giudeo-cristiane della festa dell’Epifania, come celebrazione della natività di Gesù, sono state progressivamente dimenticate, sino ad essere completamente ignorate.
Diffusione della Festa in Oriente e Occidente
La festività da Gerusalemme si diffuse in Oriente verso la fine del V e l'inizio del VI secolo. A Bisanzio e Costantinopoli fu introdotta dall’imperatore Giustiniano verso il 534 - 542. Nel VI secolo in Oriente la festa assunse il nome greco di Ypapanté, che significa “Incontro” del Signore nel tempio. Tuttora nelle chiese orientali la festa del 2 febbraio, denominata Festa di Ypapanti, è tra le dodici grandi feste dell’anno liturgico.

Con questo nome fu introdotta a Roma nel secolo VIII da papa Sergio I, che fece tradurre i canti della festa dal greco al latino. La festa a Roma, nel Medioevo, era molto imponente e consisteva in una lunghissima processione che dal Foro (chiesa di Sant’Adriano) giungeva alla basilica di Santa Maria Maggiore. In seguito la processione si svolse intorno alla Basilica di San Pietro, accorciando notevolmente il suo tragitto. L’usanza della benedizione delle candele è successiva alla processione. A Roma è documentata tra la fine del IX e l’inizio del X secolo e probabilmente fu introdotta dal clero franco-germanico.
La Festa della Purificazione della Beata Vergine Maria
Secondo l’usanza ebraica, come prescritto nel Levitico, una donna che avesse dato alla luce un figlio maschio sarebbe stata considerata impura per sette giorni, e per altri trentatré non avrebbe dovuto partecipare a qualsiasi forma di culto. Trascorso questo periodo di 40 giorni dopo il parto, doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.
“Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione” (Levitico 12, 2-4).

Da Roma la festa nei secoli VIII - IX arrivò anche nel territorio gallo-franco e qui la festa di Cristo si sviluppò in una festività mariana, la “Festa della Purificazione di Maria”. Dall’Alto Medioevo e fino all’ultima riforma liturgica del 1969 il 2 Febbraio era noto nella liturgia romana come la “Festa della Purificazione della Beata Vergine Maria”.
La Festa della Candelora
Di una processione con le candele si parla verso la metà del V secolo, usanza che si diffuse soprattutto nel territorio franco-gallo nel IX - X secolo, mentre la benedizione delle candele si diffonderà dal X secolo e a Roma dal XII. Nel “Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni” di Gaetano Moroni si dice che l’usanza della processione con le candele e della loro benedizione durante la festa della Candelora (o Candelaia) fu introdotta a Roma da papa Sergio I nel 687 per significare che Gesù Cristo è la luce del mondo. Con lui la processione, con le candele accese, partiva dalla Chiesa di Sant’Adriano per arrivare a Santa Maria Maggiore.
A queste candele benedette si attribuivano poteri apotropaici contro i pericoli del corpo e dell’anima, sia in terra che nelle acque. Per questo venivano appese alle pareti vicino al letto e accese in caso di pericolo come richiesta di aiuto alla Madonna (ad esempio in occasioni di temporali o epidemie o nell’ora della morte).

Il Santuario della Madonna della Ceriola
Le origini remote del Santuario della Madonna della Ceriola risalgono circa alla metà del V secolo, quando San Vigilio, Vescovo di Brescia, portò la fede nella zona del Sebino sopprimendo il culto della dea pagana Iside. Pensò, infatti, di fare erigere sulla cima dell’Isola una piccola cappella, dedicandola alla Beata Vergine Maria, come simbolo della purificazione dalle superstizioni pagane e simbolo della nuova luce del Cristianesimo.
La piccola chiesa fu la prima parrocchia dell’isola, chiamata “Santa Maria de curis”, come appare nel catalogo dei beni della diocesi di Brescia, compilato nel 1410. Fu anche la prima chiesa del lago dedicata alla Madonna. Successivamente divenne Madonna della Ceriola, probabilmente perché l’effigie della Madonna (XII sec.) venne scolpita in un ceppo di cerro.
Visita di San Carlo Borromeo e Restauri
Il 14 marzo del 1580, San Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, passando in visita sulle strade bresciane, mandò il suo convisitatore Don Ottavio Abbiati sull’Isola a visitare il Santuario. Di questa visita stese una relazione in cui scrive: “Santuario ampio e decente, altare unico consacrato, come pure la chiesa, pitture avariate, trittico con la statua della vergine”.
Dopo questa visita, il rettore della parrocchia, Francesco Augustinelli, ne ordinò il restauro, cambiando quasi completamente la struttura originaria. Nell’ampliamento si costruì un nuovo presbiterio che portò maggior proporzione all’insieme. Venne posta l’artistica cancellata in ferro battuto, dividendo così la zona sacra dalla zona riservata ai fedeli. Il vecchio tetto a capanna fu sostituito dalla volta a botte e vennero aperte le due cappelle laterali dove sarebbe stato collocato l’altare di San Fermo e più tardi la pala raffigurante il Transito di San Giuseppe, realizzata dall’artista bresciano Antonio Paglia nel 1763.
Fortunatamente, nel 1815, un fulmine scrostò una parte di muro, all’interno della facciata est, evidenziando un affresco in perfetto stato di conservazione, che raffigurava un Cristo Ecce Homo legato con una fune ad una colonna e coronato di spine.
Miracolo del Colera
Nel 1836 in Lombardia si diffuse il colera. Gli abitanti di Monte Isola, disperati per le numerose vittime, si rivolsero alla “loro” Madonna salendo in processione verso il Santuario dove fecero voto di consacrare quella domenica se fosse cessato quel castigo. Da quel giorno la malattia si indebolì fino a scomparire.
Descrizione Architettonica e Opere d'Arte
Il Santuario è lungo 23 metri, largo 7,5 e alto 10, composto da un'unica navata e caratterizzato da una volta a botte che poggia su di un cornicione in cotto che corre lungo tutto il perimetro della chiesa, sostenuto da lesene con capitelli in stile Barocco, come il resto dei fregi e degli ornamenti che caratterizzano la volta e la cupola del presbiterio.
L’altare maggiore è costruito in marmo nero e bianco e su di esso si innalza una soasa in legno del 1400. La cornice è stata aggiunta nel 1620 ed è costituita da due colonne in stile corinzio che sostengono la trabeazione e il timpano. Il trittico è composto dalla Madonna al centro e dalle statue in legno dorato dei Santi Faustino e Giovita (patroni di Siviano). Sia la Vergine che Gesù Bambino indossano una vecchia corona d’oro.
La lunetta sovrastante l’altare maggiore ritrae la Nascita di Gesù, nella cupola sopra il presbiterio è raffigurata la Purificazione di Maria Vergine, mentre i tre medaglioni che ornano la navata ritraggono l’Incoronazione della Madonna, l’Assunta e l’Annunciazione. Lateralmente all’altare maggiore sono situate due cappelle: a sinistra la cappella di S. Fermo, con altare in legno intagliato, risalente al 1600, mentre a destra, la cappella di San Giuseppe con la pala del Paglia.
Entrando sulla sinistra si possono ammirare i resti degli affreschi della chiesa precedente, una Madonna col Bambino molto simile alla statua, ordinata probabilmente da una famiglia di cui solo in parte si possono leggere i nomi, perché manca il resto della bellissima opera, decurtata quando venne aperta una porta per la visita vescovile. Sempre nella parte interna della facciata, sopra la porta, si trova un affresco del 1924 che rappresenta il vescovo San Vigilio, apostolo che portò fede e devozione nel Sebino. Ai lati del presbiterio vi sono due affreschi dell’artista Locatelli (1924), raffiguranti Santa Bartolomea Capitanio, protettrice di Lovere e Sant’Angela Merici.
Votivazioni e Devozioni Mariane
Dedicate sempre alla Madonna sono le tavolette votive, quadri recenti ed antichi appesi sul fondo della parete sinistra, chiamati anche “ex voto”. Se ne contano 82, alcuni datati anche 1620, ma i più numerosi sono del 1800. Simboleggiano la devozione e la gratitudine del fedele nei confronti della Madonna. Ancora oggi c’è questa usanza, anche se al posto delle tavolette dipinte, vengono appese delle fotografie. Sono presenti anche molte preghiere dedicate alla Madonna, poesie di Emilia Belli (poetessa del Lago d’Iseo) e canzoni in onore dell’Incoronazione della Madonna, avvenuta il 30 agosto 1924.
Il Dolore di Maria e il Culto dell'Addolorata
Il dolore di Maria, creatura privilegiata sì, ma sempre creatura come noi, è più facile comprenderlo, perché lo subiamo anche noi, seppure in condizioni e gradi diversi, al contrario delle altre prerogative che sono solo sue, quali l'Annunciazione, la Maternità divina, l'Immacolata Concezione, l'Assunzione al Cielo e le Apparizioni. Quindi anche tutti coloro che soffrono nella propria carne e nel proprio animo le pene derivanti da malattie, disabilità, ingiustizia, povertà, persecuzione, violenza fisica e mentale, perdita di persone care, tradimenti, mancanza di sicurezza, solitudine, ecc., possono trovare conforto nella sua figura.
E come dalla Passione, Morte e Sepoltura di Gesù si è passati alla trionfale e salvifica Resurrezione, anche Maria, cooperatrice nella Redenzione, ha gioito di questa immensa consolazione e quindi maggiormente è la più adatta ad indicarci la via della salvezza e della gioia, attraversando il crogiolo della sofferenza in tutte le sue espressioni, della quale comunque non potremo liberarci perché retaggio del peccato originale.
La devozione alla Madonna Addolorata, che trae origine dai passi del Vangelo dove si parla della presenza di Maria Vergine sul Calvario, prese particolare consistenza a partire dalla fine dell’XI secolo e fu anticipatrice della celebrazione liturgica, istituita più tardi. A metà del secolo XIII, nel 1233, sorse a Firenze l’Ordine dei frati “Servi di Maria”, fondato dai SS. Sette Fondatori e ispirato dalla Vergine.
L’Ordine, che già nel nome si qualificava per la devozione alla Madre di Dio, si distinse nei secoli per l’intensa venerazione e la diffusione del culto dell’Addolorata; il 9 giugno del 1668, la Sacra Congregazione dei Riti approvò la celebrazione liturgica. Successivamente, papa Innocenzo XII, il 9 agosto 1692, autorizzò la celebrazione dei Sette Dolori della Beata Vergine la terza domenica di settembre.
Ma la celebrazione ebbe ancora delle tappe, man mano che il culto si diffondeva; il 18 agosto 1714 la Sacra Congregazione approvò una celebrazione dei Sette Dolori di Maria, il venerdì precedente la Domenica delle Palme e papa Pio VII, il 18 settembre 1814, estese la festa liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa, con inserimento nel calendario romano. Infine papa Pio X (1904-1914), fissò la data definitiva del 15 settembre, subito dopo la celebrazione dell’Esaltazione della Croce (14 settembre), con memoria non più dei “Sette Dolori”, ma più opportunamente come “Beata Vergine Maria Addolorata”.
Altro soggetto molto rappresentato è la Pietà, penultimo atto della Passione, che sta fra la deposizione e la sepoltura di Gesù. Il termine ‘Pietà’ sta ad indicare nell’arte la raffigurazione dei due personaggi principali Maria e Gesù, la madre e il figlio; Maria lo sorregge adagiato sulle sue ginocchia, oppure sul bordo del sepolcro insieme a S. Giovanni apostolo.
L’amore e la venerazione per la Consolatrice degli afflitti e per la sua ‘compassione’ ha prodotto, specie nell’Ordine dei Servi di Maria, splendide figure di santi, tra cui i Santi Sette Fondatori, S. Giuliana Falconieri, S. Filippo Benizi, S. Pellegrino Laziosi, S. Antonio Maria Pucci, S. Gabriele dell’Addolorata (passionisti), senza dimenticare, primo fra tutti, S. Agostino.