Il Processo a Gesù: Giustizia Formale e Decisione Preconcetta
Nella narrazione del processo a Gesù contenuta nel Vangelo di Marco, emerge un particolare spesso trascurato dagli altri evangelisti: le false testimonianze che il Sinedrio cercava contro Gesù non erano concordi tra loro. Questa discordanza rendeva tali testimonianze inefficaci, impedendo di prenderne conto ai fini di una condanna. Da qui, il sommo sacerdote Caifa decise di procedere al diretto interrogatorio dell'accusato, nella speranza, poi realizzatasi, che Gesù stesso facesse affermazioni tali da giustificare la sua condanna.
Questo dettaglio è significativo perché dimostra come il Sinedrio, pur essendo fermamente intenzionato (almeno nella maggioranza dei suoi componenti) a pronunciare una condanna, si preoccupava di mostrare un'osservanza rigorosa delle regole formali del processo. Tra queste, una delle più importanti, enunciata nel Deuteronomio (17, 6; 19, 15), stabiliva che nessuno poteva essere condannato sulla parola di un solo testimone, ma ne occorrevano almeno due. Era la stessa regola che ritroviamo nel diritto romano, espressa nel brocardo "unus testis nullus testis" (un solo teste è come nessun teste), e rimasta in vigore nel mondo occidentale quasi fino ai nostri giorni.
La tradizione ebraica interpretava questa regola in modo particolarmente rigido: le testimonianze non solo dovevano essere più di una, ma dovevano anche essere assolutamente conformi tra loro. Un esempio eloquente è il famoso episodio biblico della casta Susanna (Dan.13), assolta dalla falsa accusa di adulterio perché i due uomini anziani che l'avevano accusata, interrogati separatamente da Daniele, riferirono di averla sorpresa in luoghi diversi (l'uno sotto un lentisco e l'altro sotto un rovere).
La Questione della "Giustizia" del Processo Sinedrale
Tornando al processo davanti al Sinedrio, si potrebbe quindi ritenere che, essendo condotto nell'osservanza delle regole formali allora vigenti, fosse un processo "giusto". E tale, in effetti, esso dovette apparire alla massa dei contemporanei e tuttora appare a molti studiosi, specie quelli di orientamento filoebraico.

Nonostante la complessità della questione, è opportuno osservare che, di per sé, in questo come in ogni altro caso, l'osservanza delle regole formali - non di tutte, ma solo di quelle da ritenersi essenziali - è condizione necessaria ma non sufficiente perché un processo possa dirsi "giusto". La "giustizia" del processo, infatti, presuppone anzitutto che la sentenza non sia già predefinita nella mente del giudice, al di là di quanto sia obiettivamente certo e incontrovertibile fin dall'inizio.
Ai tempi di Gesù, tale principio era generalmente ritenuto applicabile soltanto alle controversie che coinvolgevano interessi privati, escludendo i casi in cui si trattava di giudicare soggetti accusati di comportamenti lesivi di quello che oggi definiremmo "ordine pubblico". Sotto questo profilo, quindi, il processo condotto dal Sinedrio contro Gesù non sarebbe stato "ingiusto" secondo le regole del tempo, poiché la sua predicazione e i suoi atti potevano apparire offensivi per l'"ordine pubblico". L'ingiustizia, come accennato, può semmai riconoscersi nel fatto che, per partito preso, la colpevolezza dell'accusato era già data per scontata nella mente dei giudici, e la massima cura nel non contravvenire alle regole formali mirava a mascherare questa preconcetta convinzione.
Riscoprire Gesù di Nazaret: Oltre gli Strati Secolari
Percorrendo i venti secoli della storia del cristianesimo vissuto, si può constatare che le diverse generazioni di credenti hanno depositato come degli strati sulla figura di Gesù di Nazaret, tramandata inizialmente dai Vangeli. Questi strati sono di diversa indole, e spesso, pur nati da un desiderio autentico di fedeltà, hanno finito per fungere da schermo, rendendo meno chiara la genuina figura storica di Gesù stesso. Il rischio è che egli e la sua proposta iniziale restino sepolti sotto le interpretazioni accumulatesi lungo i secoli. Per recuperare la sua figura storica e la sua proposta originaria, risulta indispensabile tornare alle fonti.

Gli Strati Cultuali: Dalla Devozione al Culto Eucaristico
Gli strati cultuali ebbero origine molto presto. I primi cristiani erano profondamente convinti, per via della loro esperienza, della singolare e strettissima unità di Gesù con Dio. Gli attribuirono il titolo di "Signore", riservato nell'Antico Testamento esclusivamente a Jahvé, ed espressero tale convinzione anche nella loro vita liturgica. Molto presto, dopo la sua dipartita, i suoi cominciarono a rendergli culto. In uno dei più antichi documenti non cristiani che parlano di lui, la Lettera di Plinio il Giovane, si riferisce che i cristiani "cantano inni a Cristo, come a un dio". Questo culto assunse poi forme diverse, con preghiere e riti moltiplicatisi in risposta alle svariate situazioni della fede, come la nascita del culto eucaristico reso alla sua presenza nel pane consacrato, fatto di adorazione, incenso e processioni.
Gli Strati Dottrinali: Dogmi e Ortodossia
Molto presto si sentì anche nelle comunità credenti in Gesù Cristo la necessità di approfondire il suo messaggio, esplicitandone i contenuti o difendendolo da tendenze ereticali. Per assicurare l'autenticità della persona di Gesù e del suo messaggio, la Chiesa dovette prendere posizione, elaborando affermazioni dottrinali che fungevano da tessera di ortodossia, spesso in un contesto polemico di condanna degli errori. In determinati momenti, si arrivò alla proclamazione di dogmi, formule precise e solenni che esprimono in forma tassativa e definitiva la verità di fede. La Chiesa definì dogmaticamente che Gesù era Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, che in lui la natura umana era completa e unita "ipostaticamente" con la natura divina in una sola Persona, quella del Verbo eterno consostanziale con il Padre. Attorno a questi dogmi, crebbe una fitta rete di altre affermazioni dottrinali, elaborate da specialisti e assimilate a livello popolare, con i catechismi a mediare tra alto livello teologico e verità di fede cristologiche.
Gli Strati Morali e Giuridici: Norme e Ordinamenti
La proposta di vita di Gesù fu soggetta a costanti attualizzazioni, richiedendo di essere calata nella concretezza delle condizioni storiche dei suoi seguaci. Perciò, nella Chiesa si sono moltiplicati nei secoli precetti che regolano il comportamento etico dei suoi membri, formando un notevole volume di norme e disposizioni, nate dal desiderio di coerenza tra vita e fede. Non mancano, infine, gli strati giuridici. La comunità dei discepoli di Gesù si organizzò presto in forma sociale, sentendo il bisogno di darsi disposizioni per la convivenza interna e nel rapporto con gli esterni. L'influsso del genio romano si fece sentire fortemente, portando alla formazione di un corpo di leggi e norme che finirono per costituire, abbastanza recentemente, perfino un codice di diritto canonico.
Il Carattere Peculiare degli Scritti Neotestamentari
Determinare la genuina figura storica di Gesù di Nazaret nei testi del Nuovo Testamento non è cosa priva di difficoltà, nonostante la ricchezza dei dati. Le difficoltà sorgono dal carattere peculiare degli scritti neotestamentari, dalla loro genesi e dal modo in cui sono stati redatti. Essi ebbero origine dall'esperienza che un gruppo di uomini e donne fece vivendo attorno a Gesù, esperienza del suo modo di comportarsi con Dio e con gli uomini, del suo modo di parlare, di agire e reagire. Tuttavia, tale esperienza fu messa per iscritto solo dopo la sua morte e la sua risurrezione, e alla luce di ciò che questo straordinario avvenimento significò per essi. Tutto, negli scritti prodotti, è quindi filtrato attraverso il prisma della fede pasquale, sorta con la sua risurrezione.
Video lezione: la formazione dei vangeli
La Verità Profonda Oltre l'Autenticità Storica Moderna
Gli evangelisti tramandano non tanto la storia oggettiva di Gesù, quanto piuttosto ciò che arrivarono a scoprire in profondità, dopo la Pasqua, sul senso della sua persona e della sua azione. Ciò vale soprattutto per i Vangeli, gli scritti che più ampiamente narrano la vicenda di Gesù. Ci si può chiedere, di conseguenza, fino a che punto ciò che viene in essi presentato come discorso o azione di Gesù di Nazaret sia realmente suo, e non una proiezione verso il passato della fede delle comunità sorte dopo la sua risurrezione.
Gli studiosi della Bibbia sono generalmente molto severi nel decidere su queste questioni, discutendone con serietà e stentando ad ammettere l'autenticità storica, nel senso moderno della parola, di molti discorsi e azioni attribuiti a Gesù. Questo non significa che non ritengano degni di fede tali scritti. Essi sanno che gli scrittori dei Vangeli conoscevano e avevano assimilato molto bene lo spirito di Gesù, e che anche quando riportano discorsi o attribuiscono fatti difficilmente controllabili nella loro autenticità storica, tramandano la verità più profonda delle cose. Per una mentalità moderna, abituata alla storicità oggettiva degli avvenimenti, ciò risulta un po' difficile da capire, rendendo necessario situarsi nel momento storico e nella mentalità degli scrittori per coglierne la portata.
Gesù di Nazaret: Un Uomo Profondamente Unificato e la Sua "Causa"
Pur tenendo conto delle difficoltà e delle discussioni menzionate, non risulta impossibile cogliere con una certa sicurezza i tratti fondamentali della figura storica di Gesù di Nazaret. Leggendo tra le righe degli scritti neotestamentari e avvalendosi dei mezzi forniti dalle scienze attuali, emerge un dato evidente: Gesù di Nazaret vi appare come un uomo profondamente unificato. Non lascia l'impressione di una persona "dispersa" o "frammentata", ma piuttosto di un uomo intensamente "concentrato". In lui, tutte le energie - corporali, psichiche, intellettuali, volitive - appaiono fortemente attratte verso un centro di convergenza, come se dentro di lui ci fosse una calamita che attira irresistibilmente tutto a sé.

Parole riportate dagli evangelisti permettono di intravedere questa sua situazione esistenziale. Per esempio, quelle del Vangelo di Luca dove egli dice con solennità: "Fuoco sono venuto a portare sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!" (Lc 12,49). Pur non essendo certi che queste parole siano uscite tali e quali dalla sua bocca, esse ci fanno capire l'impressione che causava in chi lo ascoltava. Oppure quelle della parabola dell'uomo che trova un tesoro nel campo e, "pieno di gioia, vende tutto ciò che ha per comprare quel campo" (Mt 13,44). Gesù di Nazaret produce l'impressione, in chi segue nei Vangeli il suo modo di comportarsi, di essere uno che veramente "ha venduto tutto" per comprare "un campo", quel campo che nasconde il suo "tesoro". "Dove è il tuo tesoro, ivi sarà anche il tuo cuore" (Mt 6,21), disse in un'occasione, dando chiari segni di aver posto il suo cuore in ciò che oggi potremmo esprimere con il termine "causa".
La "Causa" di Gesù nel Contesto delle Aspettative Ebraiche
La formula di "causa" non era nuova nell'ambiente in cui Gesù agiva. Ai suoi giorni, era una di quelle parole elettrizzanti che si impadronivano degli animi collettivi, scatenando processi emozionali intensi. La maggioranza del popolo ebraico aspettava la realizzazione delle profezie dell'Antico Testamento che annunciavano, con sempre maggiore intensità e chiarezza, il futuro e definitivo avvento del Regno di Dio e la sua instaurazione in Israele e nel mondo intero.

I Farisei e l'Osservanza della Legge
Lo aspettava il gruppo dei Farisei, eredi di gloriose battaglie passate a favore della fedeltà all'alleanza del popolo con Jahvé. Speravano di far arrivare il Regno attraverso la loro fedelissima e scrupolosa osservanza della legge di Mosé, che si era appesantita nei secoli fino a costituire un bosco ingarbugliato di precetti difficili da conoscere e ancora di più da osservare. Mentre il "popolino" li ignorava, i Farisei li osservavano con orgoglio, sentendosi i veri e unici eredi del Regno di Dio, e perciò ammirati dalla gente. La parabola della preghiera del fariseo e del pubblicano (Lc 18,11-12) rivela questa situazione: "Io non sono - dice il fariseo - come gli altri uomini [...], io digiuno due volte alla settimana e offro al tempio la decima parte di quello che guadagno". Gesù denunciava come alcuni Farisei (probabilmente non tutti) si ritenessero "giusti" e disprezzassero gli altri, considerandoli esclusi dal Regno futuro e "maledetti" da Dio (Gv 7,49).
Gli Esseni: Purificazione e Attesa Messianica
Le scoperte nelle grotte di Qumran, presso il Mar Morto, hanno rivelato l'esistenza degli Esseni, un altro gruppo di giudei che attendeva con ansia l'irruzione del Regno di Dio. Erano ancora più ferventi dei Farisei, ritirandosi dagli "impuri" (il resto del popolo d'Israele) per dedicarsi pienamente alla purificazione in vista del grande evento desiderato. Erano una specie di monaci che, nel celibato e nell'austerità della vita, volevano predisporsi alla venuta del regno messianico di Dio. Alcuni studiosi pensano, con ragionevoli motivi, che Giovanni il Battista e Gesù stesso abbiano avuto contatti con essi.
Gli Zeloti: La Resistenza al Dominio Romano
C'erano poi gli Zeloti, persone che non potevano sopportare che su Israele, il popolo eletto di Jahvé, regnasse un re diverso dal suo Dio. Essi fremevano dal desiderio che Dio venisse a scacciare l'intruso e instaurasse definitivamente il proprio regno. La Palestina, infatti, era sotto il potere dell'imperatore romano, che l'aveva convertita in una provincia del suo vasto dominio. Sebbene gli imperatori rispettassero in buona parte l'originalità religiosa del popolo giudaico, molti fremevano di rabbia per la sottomissione a un potere pagano. A questa emotività esaltata, questi ferventi giudei aggiungevano l'azione, con sommosse che spesso sfociavano in bagni di sangue. Molti Zeloti morirono sulla croce poco prima dell'irruzione di Gesù nella vita pubblica. Sembra che alcuni dei suoi discepoli più stretti abbiano militato tra gli Zeloti, come Simone lo Zelota, se si deve giudicare dal suo soprannome.
I Sadducei: Pragmatismo Politico e Conservazione
I Sadducei, invece, si sentivano a loro agio sotto la dominazione romana. Tra essi si annoveravano le famiglie dei sommi sacerdoti del Tempio, di antica tradizione. La dominazione romana offriva loro la possibilità di assicurare i loro lauti introiti e di godere di una certa tranquillità. Per essi, il Regno di Dio si identificava quasi con quello dell'imperatore. La loro mentalità è ben espressa in ciò che, nella narrazione di Giovanni, uno di loro avrebbe detto poco prima dell'epilogo della vicenda di Gesù: "È meglio la morte di un solo uomo piuttosto che la rovina di tutta la nazione" (Gv 11,50). Quel "solo uomo" era Gesù, e i capi dei sacerdoti, che erano Sadducei, temevano che, se lo avessero lasciato agire, tutti avrebbero creduto in lui, e allora i Romani sarebbero intervenuti distruggendo il Tempio e la nazione.