Le Indulgenze, la Pena Temporale e la Logica della Penitenzieria Apostolica: Un'Analisi Storico-Teologica

Sin dalla sua prima indizione del primo Giubileo nel 1300, con la bolla Antiquorum habet fida relatio di Bonifacio VIII, l’anno giubilare e le indulgenze hanno sempre avuto uno stretto legame. Ma come rileggere oggi questo rapporto? Come osserva il teologo Andrea Grillo, docente di Teologia dei sacramenti e Filosofia della Religione, nonostante il magistero, a partire da Paolo VI e poi con Giovanni Paolo II e infine con Francesco, abbia introdotto diverse novità nel modo di intendere il termine e le pratiche ecclesiali, la "macchina amministrativa" della Penitenzieria Apostolica non ha mutato la logica dei suoi Decreti.

Gli sviluppi moderni e contemporanei hanno mutato molte cose, che chiedono oggi una ricomprensione piuttosto difficile del tema della remissione della pena.

Le Radici del Sacramento della Penitenza e l'Emergere della Pena Temporale

Alla radice dell’istituto delle indulgenze sta una comprensione del sacramento della penitenza che oggi risulta complessa. Il sacramento, che non è pensato in alcun modo come una "devozione" del battezzato, ma come un "rimedio alla scomunica", implica una correlazione strutturale tra dono di grazia, attestato dalla "assoluzione", e risposta di libertà, che consiste nel "lavoro" del cuore, della bocca e dell'azione, come "atti del penitente".

Infografica sull'evoluzione storica del sacramento della penitenza (da pubblica a privata)

Questo assetto teorico e pratico si è sviluppato insieme ad un’evoluzione che dalla penitenza "canonica" è approdata alla "penitenza auricolare e tariffata". Ad un modello pubblico e comunitario si è lentamente sostituito un modello privato e individuale. Questo mutamento ha modificato anche la sequenza degli atti, fino a collocare normalmente l'assoluzione prima della risposta corporea del penitente (definita "penitenza" o "soddisfazione"). I teologi hanno così introdotto una distinzione nuova: l’assoluzione supera il peccato-colpa e la pena eterna, ma non supera la "pena temporale", che resta appunto come compito di elaborazione sofferta da parte del soggetto penitente, per la sua guarigione.

La "pena temporale" è dunque la sporgenza della risposta del soggetto perdonato rispetto al perdono assicurato dalla misericordia di Dio. È evidente che, almeno in origine e con certezza, il tema della "pena temporale" era legato alla coscienza e alla storia del soggetto penitente, che entrava nella "grazia cooperante" del sacramento, con un lento percorso di risposta laboriosa. La pena è "temporale" non soltanto perché non è eterna, ma perché non è istantanea, ha bisogno di una lenta rieducazione del soggetto nel tempo.

Il Ruolo del Giubileo nella Remissione delle Pene

Il Giubileo infrange festivamente questa logica feriale e lo fa a buon diritto: raramente e solo in alcuni luoghi è possibile che la "remissione dei peccati" diventi, istantaneamente, "remissione delle pene". Questo può avvenire solo "a certe condizioni", che sono appunto contingenze temporali e spaziali in cui il soggetto intensifica una relazione ecclesiale (nel tempo, nello spazio, nella preghiera) per riconoscersi graziato anche sul piano del "lavoro della risposta".

Mappa delle vie giubilari o immagine simbolica del Giubileo che rappresenta l'apertura delle porte

Già il medioevo aveva iniziato ad "applicare" questa logica "festiva" non solo ai vivi, ma anche ai defunti. Pur mantenendo ancora molto chiara la base storica ed esistenziale del concetto di "pena temporale", aveva iniziato a pensarla come la condizione delle anime del purgatorio e quindi ad applicare ai defunti la remissione delle pene "lucrata" in contesto giubilare. Questo modo di pensare (e di parlare) era fondato su una concezione del sacramento della penitenza che non dipende dal "senso del peccato", ma dal modo di pensare la differenza del sacramento della penitenza dal sacramento del battesimo.

La Formalizzazione Moderna e la "Deriva" della Pena Temporale

Un utile indizio per capire questa differenza ci viene dalla fase moderna. La traduzione apologetica della tradizione da parte del Concilio di Trento difende a buon diritto un principio ragionevole e fondato, ma lo assume largamente come "conservazione del potere" in capo al papa e alla chiesa gerarchica. Questa lettura continua ad offrire del sacramento della penitenza la ragione della differenza dal battesimo proprio sul piano della laboriosità: "poenitentia laboriosus quidam baptismus" (la penitenza è un battesimo laborioso) resta un criterio decisivo con cui i padri tridentini definiscono il ruolo del Quarto sacramento.

Ma la formalizzazione "giudiziale", che assume caratteri moderni, facilita una progressiva emancipazione della "pena temporale" dal contesto del sacramento, per farla diventare una sorta di "appendice" alla vita post-mortem. La recezione moderna di Trento costituisce un’altra tappa preziosa. Uno dei documenti più impressionanti, che attestano questa "deriva formalistica" del sacramento della penitenza, sono le Lettere provinciali di B. Pascal, dove si legge, nella famosa Lettera 10, questa frase:

«Se il penitente dichiara che vuol rimandare all’altro mondo la penitenza e soffrire in purgatorio tutte le pene che gli sono dovute, allora il confessore deve imporgli una penitenza leggerissima tanto perché il sacramento sia intero, e soprattutto se si accorge che quello non ne accetterebbe una maggiore» (Pascal, Le provinciali, Torino, Einaudi, p. 108)

Filosofia - Pascal e il pensiero tra fede e ragione - Giulio Giorello

Questa visione, pur segnata dalla polemica di Pascal, attesta uno sviluppo del sacramento in cui il ruolo della "pena temporale" cambia strutturalmente. Qui è sancita l'irrilevanza sacramentale della pena temporale, che oggi è diventata una sorta di regola non scritta.

L'Inversione Contemporanea e la Risposta Teologica

Lo sviluppo contemporaneo ha potuto arrivare al capovolgimento del rapporto tra sacramento della penitenza e istituto delle indulgenze. Se l’irruzione festiva dell’indulgenza aveva il compito di "rimettere" una dimensione di pena che la celebrazione di un sacramento della penitenza aveva messo in azione, ora accade il contrario, ossia che la "remissione della pena" (non tanto propria, quanto di un "altro" defunto) chiede la confessione sacramentale come un "requisito" preparatorio. Una inversione che dimostra, chiaramente, la riduzione del sacramento a semplice devozione e la perdita del senso della pena temporale.

Di fronte a questa deriva, che non appare neppure percepita dai Decreti della Penitenzieria Apostolica, la teologia e il magistero non sono rimasti inerti. Da un lato la teologia (soprattutto con K. Rahner) ha spostato la comprensione dell’indulgenza dall’esercizio del "potere delle chiavi" alla "preghiera della chiesa": non è santificazione, ma culto. Dall’altro si è preferito il singolare "indulgenza" come sinonimo di misericordia e come riferimento più generale ad una dinamica di conversione del sacramento.

Schema concettuale della relazione tra grazia, libertà e pena nel contesto teologico delle indulgenze

Resta l’impressione che oggi il Giubileo possa essere luogo di possibile riscoperta della dinamica "cooperante" tra grazia e libertà. Anziché sostituzione festiva di una dinamica feriale, piuttosto riscoperta festiva di una pena che il perdono indirizza al buon uso della libertà, che non è mai soltanto gratuito, ma sempre anche laborioso.

Riscoprire il Significato dell'Indulgenza

Il classico "potere delle chiavi", o la più antica (e più recente) "preghiera della Chiesa" permettono una spiegazione teologica di una dinamica ecclesiale, sociale e personale di "remissione della pena", articolando il "processo penitenziale" con cui il battezzato elabora "laboriosamente" il perdono del proprio peccato grave. Se questo lavoro appare teologicamente rimosso, come ha teso a proporre un’interpretazione unilaterale del sacramento della penitenza negli ultimi due secoli, non si può in alcun modo giustificare né l’applicazione del tesoro della Chiesa, né la preghiera ecclesiale come "remissione" di qualcosa che non ha alcuna consistenza nella vita e nell'esperienza dei soggetti.

Forse è stato proprio questo unilaterale spostamento dell’"applicazione" delle indulgenze sul piano "amministrativo" ad aver convinto i fedeli di poter ricevere, "mere passive", sia la remissione del peccato, sia la remissione della pena. Il recupero di significato dell’indulgenza, nella sua origine, indica invece una decisiva "cooperazione" tra grazia e libertà.

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