Lo Hajj, o grande pellegrinaggio, è il quinto pilastro dell’islam ed è obbligatorio almeno una volta nella vita per ogni musulmano che ne abbia le possibilità fisiche ed economiche, come indicato nel Corano (3,97). Rappresenta un momento di unione della Umma (comunità islamica) e di purificazione spirituale, con i pellegrini vestiti in abiti semplici per enfatizzare l’uguaglianza tra i credenti davanti a Dio.
I Riti Preliminari e Iniziali del Pellegrinaggio
Prima di iniziare lo Hajj, i fedeli entrano nello stato di purità rituale (ihrām), osservando speciali norme di comportamento e abbigliamento. Tra queste vi è il divieto di tagliare i capelli e le unghie, di utilizzare profumi e, per gli uomini, di indossare abiti cuciti. Gli uomini indossano soltanto due teli bianchi, a evocare l’uguaglianza di tutti i pellegrini davanti a Dio. Le donne, invece, vestono l’abaya, un abito lungo che copre tutto il corpo fino ai polsi e alle caviglie, ad eccezione del viso, che deve essere lasciato scoperto. Prima di indossare l'abbigliamento rituale, il pellegrino deve fare un bagno purificatore in cui chiede a Dio la remissione dei propri peccati.
Dopo aver indossato l’abbigliamento rituale, il fedele formula l’intenzione di compiere il pellegrinaggio recitando in arabo la talbiya: «Eccomi, o Dio, eccomi. Eccomi, tu non hai simili, eccomi.» Durante tutto il periodo in cui si è muhrim, cioè in stato di religiosa consacrazione, il pellegrino si deve astenere dai rapporti sessuali e deve concentrarsi soltanto nella preghiera e nella lode di Dio.

Con la sola eccezione di quanti abitano nel territorio sacro, lo Hajj deve sempre essere preceduto dalla ‘Umra, o piccolo pellegrinaggio, che si effettua a ridosso dell’inizio del grande pellegrinaggio. L'Umra, che può essere intrapresa in ogni periodo dell'anno, consiste nel compiere per sette volte in senso antiorario la circumambulazione (tawāf) della Ka‘ba, la struttura cubica posta al centro della Grande Moschea della Mecca, e nel percorrere a passo veloce (sa‘ī) per sette volte il tratto che divide le colline di Safā e Marwa. Questo rito è in ricordo del gesto di Agar, che corse avanti e indietro tra le due alture per sette volte in cerca d’acqua per suo figlio Ismaele. È qui che sgorga la celebre fonte di Zamzam, che si vuole creata da Dio per placare la sete di Agar e suo figlio, tuttora considerata benedetta nella cultura islamica. Compierla durante il mese di Ramadan, secondo la tradizione, apre le porte del Paradiso, perché equivale al pellegrinaggio.
Le Fasi Principali dello Hajj
Il Giorno dell'Abbeverata (Yawm al-Tarwiya)
L’ottavo giorno di Dhū l-Hijja è il primo giorno ufficiale dello Hajj. I pellegrini, rientrati in ihrām nel caso in cui ne siano usciti dopo la ‘Umra, si dirigono nella valle di Minā, dove trascorrono la giornata in preghiera. Questo giorno è chiamato “Yawm al-Tarwiya” (il giorno del dissetarsi), dall’antica consuetudine di procurarsi acqua in vista della giornata successiva.
La Sosta sul Monte ‘Arafāt: Il Momento Cruciale
Il giorno seguente, il nono, i fedeli si spostano verso ‘Arafāt (o ‘Arafa), circa 20 km a est della Mecca, e sostano in preghiera seguendo l’esempio di Abramo. Questo è il momento cruciale del pellegrinaggio, quello in cui le preghiere e le suppliche sono ritenute particolarmente efficaci. Qui, nella moschea di al-Namira, si pregano insieme le preghiere del mezzogiorno e del pomeriggio, a cui segue il sermone. In questo giorno, la stoffa ricamata d’oro della Kaaba (kiswa) viene sostituita con una nuova. Questo è anche il giorno in cui i musulmani di tutto il mondo digiunano, mentre i pellegrini sono esentati dal digiuno, dovendo far fronte alle fatiche fisiche del pellegrinaggio.
Muzdalifa e la Lapidazione di Satana
Al tramonto, i fedeli si dirigono a Muzdalifa, dove trascorrono la notte dormendo all’aperto e raccolgono le pietruzze che serviranno per il rito successivo. Il decimo giorno, quello della grande festa del Sacrificio (Eid al-Adha), tornano a Minā per compiere il rito della lapidazione di Satana, lanciando i ciottoli raccolti la sera prima a Muzdalifa contro la colonna più grande delle tre presenti. Questo rito rievoca il modo in cui Abramo rispose alla tentazione e commemora il sacrificio da parte di Abramo del figlio Ismaele, con l’uccisione di una pecora, una capra o un montone appositamente allevati.
Conclusione dei Riti
Lo stesso giorno i fedeli ritornano alla Mecca per compiere i riti che concludono il pellegrinaggio: la circumambulazione conclusiva della Ka‘ba (tawāf al-ifāda) e la corsa per sette volte tra le colline di Safā e Marwa. I pellegrini escono poi dallo stato di purità radendosi i capelli (gli uomini) o tagliandosi una ciocca (le donne), e offrendo in sacrificio rituale un agnello o un altro animale. L’undicesimo, il dodicesimo e il tredicesimo giorno (quest’ultimo facoltativo) il pellegrino ritorna a Minā, dove getta sette sassolini contro le tre colonne che simboleggiano Satana, e dunque il rifiuto del male.
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Varianti e Origini Storiche del Pellegrinaggio
I riti descritti finora rispecchiano la tradizione sunnita, ma i musulmani sciiti compiono gli stessi rituali, negli stessi luoghi e negli stessi giorni. Le differenze tra i due gruppi sono minime e riguardano principalmente alcune modalità di esecuzione della preghiera, le formule invocative durante il ṭawāf e il sa‘ī, e l’interpretazione simbolica di alcuni gesti.
In generale, il Corano fornisce pochi dettagli sui riti previsti durante il pellegrinaggio, ragion per cui i musulmani si affidano soprattutto alla tradizione di Muhammad, che pochi mesi prima della sua morte compì l’ultimo Hajj, noto appunto come “Pellegrinaggio dell’Addio”. Il pellegrinaggio alla Mecca, tuttavia, è una pratica che precede l’islam. Il Corano, infatti, fin dalle sue sure più antiche, non contesta mai la nozione della sacralità della Mecca e allude ad alcuni riti di pellegrinaggio, dandoli per noti ai propri ascoltatori.
La letteratura di hadīth ha precisato questi dati affermando che in epoca preislamica le tribù arabe politeiste usavano già recarsi alla Ka‘ba per venerare diverse divinità e svolgevano riti che ricordano in parte quelli che poi avrebbero caratterizzato il nascente islam, tra cui la circumambulazione per sette volte, la corsa tra le colline di Safā e Marwa, e le tappe ad ‘Arafāt, Muzdalifa e Minā. Se dunque prestiamo fede a questa letteratura, che è tuttavia più tarda rispetto al Corano e a volte sembra essere nata con lo scopo di spiegare il testo sacro, il pellegrinaggio si concludeva in quest’ultima località, dove le tribù arabe si radunavano per celebrare le glorie dei loro antenati recitando poemi elogiativi delle rispettive genealogie. L’islam pone evidentemente fine anche al culto degli idoli.
Sempre secondo la letteratura islamica sulle origini, particolarmente venerate in epoca preislamica erano Allāt, al-‘Uzzā e Manāt, una triade di divinità femminili a cui erano dedicati dei santuari simili alla Ka‘ba nella forma, dislocati in altre città della penisola arabica. Il Corano in effetti condanna esplicitamente il culto di queste tre divinità (53,19-23), definendole semplici nomi privi di potere reale. Dopo la conquista islamica della Mecca, il tempio dedicato ad Allāt a Tā’if fu abbattuto da al-Mughīra ibn Shu‘ba, uno dei comandanti del profeta.
Nella predicazione di Muhammad, il pellegrinaggio assume un significato nuovo e viene posto in collegamento con la figura di Abramo, considerato dai musulmani un profeta e modello per eccellenza della fede monoteista originaria (Cor. 3,67). Peraltro, alcuni versetti coranici del periodo medinese attribuiscono la costruzione della Ka‘ba proprio ad Abramo e a suo figlio Ismaele (Cor. 2,125 e 128; 22,26-29).
Il 624 in particolare è un anno importante per la formazione dell’identità islamica: Muhammad istituisce l’obbligo del pellegrinaggio e del Ramadan, e ordina di cambiare la direzione della preghiera (qibla), da Gerusalemme alla Mecca. In questo periodo l’islam si consolida come religione autonoma, distinguendosi dall’ebraismo e dal cristianesimo. La città di Medina conserva ancora il retaggio di questa antica eredità nella Moschea al-Qiblatayn (letteralmente la moschea delle due direzioni), dove, secondo la tradizione islamica, il profeta avrebbe ricevuto l’ordine divino di pregare rivolgendosi alla Ka‘ba anziché verso Gerusalemme. Fino a pochi anni fa all’interno della moschea erano presenti entrambe le nicchie (mihrāb) a indicare la direzione delle due città, ma nel corso della ristrutturazione del 1987 quella rivolta verso Gerusalemme fu rimossa.
Sfide e Interruzioni nel Corso della Storia
Il rito del grande pellegrinaggio si ripete, sempre uguale, da 1400 anni. Nel corso della storia, tuttavia, ci sono stati dei momenti in cui esso è stato sospeso a causa di guerre, pestilenze, condizioni naturali avverse o mancanza di sicurezza. Ad esempio, nel 967 il pellegrinaggio fu annullato a causa della peste. Nel 1048, una prolungata siccità spinse il sovrano fatimide a chiudere tutte le rotte carovaniere terrestri. Il colera, in particolare, fu un flagello ricorrente: nel 1814 uccise 8.000 persone alla Mecca, e tra il 1837 e il 1892 si verificarono diverse ondate epidemiche. Le rotte del pellegrinaggio, che collegavano l’India, l’Africa e il Medio Oriente, contribuirono alla diffusione del contagio anche in Europa.

In epoca contemporanea, invece, il pellegrinaggio è stato ridimensionato durante la pandemia di Covid-19. Nel 2020, per contenere la diffusione del virus, le autorità saudite hanno deciso di sospendere gli arrivi dall’estero, consentendo solo a poche migliaia di residenti in Arabia Saudita di prendere parte al pellegrinaggio. Anche nel 2021 sono state imposte severe restrizioni, con un limite di partecipanti fissato a 60.000 persone, tutte residenti e vaccinate.
In passato, alle epidemie spesso si aggiungeva l’insicurezza dovuta al banditismo. Nel 1757, una carovana di pellegrini proveniente dalla Siria e dall’Anatolia fu assalita da bande beduine nei pressi di Tabuk, città nel nord dell’attuale Arabia Saudita. In un altro episodio tragico, fingendosi pellegrini, i Carmati entrarono in città e massacrarono 30.000 persone, gettandone i corpi nel pozzo di Zamzam.
Il numero sempre più elevato di partecipanti ha provocato nel corso degli anni anche incidenti gravi. Nel 1997, circa trecento pellegrini morirono in un immenso rogo sviluppatosi all’interno dell’immensa tendopoli di Mina. Nel 2001 la Festa del sacrificio fu funestata da una strage, con almeno 35 morti soffocati o schiacciati dalla folla durante il rituale della “lapidazione di Satana” nella valle di Mina. Altri incidenti gravi si erano verificati nel 1994 (270 morti) e nel 1998 (118 morti), e nel 1990 (1.426 morti soffocati all’interno di un tunnel). Nel 2015, il crollo di una gru ha causato ulteriori vittime.
Le condizioni climatiche, come le alte temperature, sono anch'esse una sfida significativa. Nel 2024, le temperature hanno raggiunto i 47 gradi, portando alla morte di oltre 1.300 persone. Nonostante le innovazioni introdotte quest’anno, il rischio di incidenti è sempre alto, a causa dell’enorme folla e delle temperature elevate, soprattutto perché l’Hajj si celebra all’esterno.
L’islam assicura il Paradiso a chi muore in stato di ihram, purificazione fisica e spirituale, nella città santa della Mecca o durante il pellegrinaggio. Il re saudita Fahd definì “martiri della Nazione islamica” le vittime del tunnel nel 1990, ricordando il dogma della predestinazione: “È stata la volontà di Allah, perché Lui è sopra ogni cosa. Se questi pellegrini non fossero morti qui, sarebbero morti altrove, ma sempre nel momento predestinato”. Nel 1994 l’allora mufti saudita, lo shaikh Abd al-Aziz bin Baz, emise una fatwa che interdì l’accesso nel recinto della moschea della Mecca ai malati gravi e agli anziani non autosufficienti con lo scopo di eliminare la consuetudine di ricercare la morte nel più sacro dei luoghi dell’islam per essere sicuri del Paradiso. La prevalenza dell’esteriorità rituale sull’interiorità della fede è tangibile in ogni fase del pellegrinaggio e in particolare del culto della Caaba, che i wahhabiti, per contrastare ogni forma di idolatria, distrussero nel 1806.
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L'Hajj come Strumento Economico e Geopolitico per l'Arabia Saudita
Per l’Arabia Saudita l’islam rappresenta un elemento fondamentale dell’identità del Paese. Non a caso dal 1986 il re si fregia del titolo di “Custode dei due luoghi santi” e dal 1927, subentrando all’Egitto, finanzia ogni anno la kiswa, il prezioso drappo nero che ricopre la Ka‘ba e che viene sostituito il primo giorno del mese di Muharram, a significare il suo legame profondo con la Mecca e Medina.
Lo Hajj e la ‘Umra rappresentano inoltre una leva importante per lo sviluppo economico del Paese. Come recita un proverbio arabo, al-Hājj hāja, “il pellegrinaggio è un bisogno” - spirituale per i fedeli, economico per il Paese. Uno degli obbiettivi della Vision2030 è aumentare il numero di pellegrini da 8 a 30 milioni l’anno per la ‘Umra, e da 2 a 4-5 milioni per lo Hajj entro il 2030. Per raggiungere questi numeri, l’Arabia Saudita ha avviato una serie di mega progetti infrastrutturali. Tra questi figurano l’ampliamento dello Hajj Terminal dell’aeroporto di Gedda, progettato per accogliere milioni di fedeli ogni anno, e il potenziamento della linea ferroviaria ad alta velocità al-Haramein, che collega Gedda, Mecca e Medina. È inoltre in fase di progettazione la costruzione di quattro linee della metropolitana alla Mecca che collegheranno i siti principali del pellegrinaggio, come Minā, ‘Arafat e Muzdalifah, per ridurre il traffico e migliorare la mobilità durante i riti. Ma soprattutto è in corso il terzo ampliamento della Grande Moschea della Mecca, volto ad aumentarne la capacità ricettiva.

Oltre a rappresentare una leva economica strategica, il pellegrinaggio costituisce per l’Arabia Saudita un potente strumento di soft power, attraverso il quale il Regno proietta la propria influenza in tutto il mondo islamico. Allo stesso tempo, le politiche legate allo Hajj rivelano equilibri e tensioni geopolitiche. Per motivi legati alla sicurezza e alla logistica, l’accesso alla Mecca durante il mese del pellegrinaggio è limitato a un numero massimo di persone. Ogni anno, il Ministero dello Hajj e della ‘Umra assegna a ciascun Paese una quota di partecipanti, calcolata in base alla popolazione musulmana residente (un pellegrino ogni mille musulmani).
I contrasti più significativi hanno coinvolto l’Iran. Nel corso del Novecento e dei primi anni Duemila sono stati diversi gli episodi di discriminazione e restrizioni che hanno ostacolato la partecipazione degli sciiti allo Hajj. Un caso emblematico risale al 1927, quando l’Iran vietò ai propri cittadini di compiere il pellegrinaggio per quattro anni, in segno di protesta contro la distruzione del cimitero di al-Baqī‘, avvenuta l’anno precedente per ordine delle autorità saudite. Il cimitero, adiacente alla Moschea del Profeta a Medina, era un luogo di grande rilevanza per gli sciiti duodecimani: vi si trovavano originariamente le tombe di Fatima, figlia del Profeta, e di quattro degli imam da loro venerati. I wahhabiti, promotori di una visione rigorista dell’islam che considera l’intercessione dei santi una forma di idolatria, distrussero gran parte delle tombe nel 1806 e nuovamente nel 1926. Oggi del cimitero di al-Baqī‘ rimane solo una spianata di terra battuta, punteggiata da poche lapidi prive di identificazione.
Le tensioni tra l’Arabia Saudita e l’Iran sono continuate anche nei decenni seguenti. Dai primi anni ’70 fino alla fine degli anni ’80, il pellegrinaggio alla Mecca e Medina divenne spesso teatro di manifestazioni politiche da parte dei pellegrini iraniani. Le tensioni culminarono nel 1987, quando durante una manifestazione alla Mecca organizzata dai pellegrini iraniani, violenti scontri con le forze di sicurezza saudite provocarono la morte di oltre 400 persone. Di fronte all’escalation, l’Arabia Saudita ruppe le relazioni diplomatiche con l’Iran e ridusse drasticamente la quota di pellegrini iraniani ammessi allo Hajj. L’Iran rispose con un boicottaggio del pellegrinaggio che durò tre anni, dal 1988 al 1990.
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