Le Prediche di Quaresima di Padre Raniero Cantalamessa: Un Cammino di Trasformazione

Le prediche di Quaresima, tenute da padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, offrono una profonda riflessione sulla spiritualità cristiana e il rapporto con il "mondo". Tenutesi nella suggestiva Cappella Redemptoris Mater, queste meditazioni guidano i fedeli attraverso un percorso di auto-trasformazione e purificazione interiore, essenziali per affrontare la Pasqua.

La Prima Predica: Non Conformatevi alla Mentalità di Questo Mondo

Padre Raniero Cantalamessa tiene una predica nella Cappella Redemptoris Mater

Nella prima predica di Quaresima, padre Raniero Cantalamessa ha sottolineato che "per trasformare il mondo bisogna trasformare noi stessi". La sua riflessione si è incentrata sulle parole di San Paolo nella Lettera ai Romani: "Non conformatevi alla mentalità di questo mondo". Egli ha evidenziato come San Paolo non dica di "trasformare il mondo" ma, appunto, di "trasformare sé stessi".

L'Atteggiamento di Gesù Verso il Mondo

Il frate cappuccino ha ricordato che l’atteggiamento di Gesù verso il mondo è quello di "essere nel mondo, ma non del mondo". Questo approccio riconosce il mondo come una realtà buona in quanto creato da Dio, nonostante le sue imperfezioni.

Il Rapporto tra Pensiero Cristiano e "Mondo" nei Secoli

Padre Cantalamessa ha analizzato il rapporto tra il pensiero cristiano e il "mondo" attraverso i secoli. Con Paolo e Giovanni, la parola "mondo" assume una valenza morale, riferendosi a come sia divenuto in seguito al peccato. Si è passati dall’ideale della "fuga dal mondo" dei primi secoli, fino alla "teologia della secolarizzazione", che ha condotto a una "fuga ‘verso’ il mondo", ovvero una mondanizzazione. Questa tendenza ha creato un "vicolo cieco", portando molti a prendere le distanze dalla teologia della secolarizzazione in pochi anni.

Il Mondo al Quale Non Dobbiamo Conformarci

Secondo il Nuovo Testamento, il mondo al quale non dobbiamo conformarci non è il mondo creato e amato da Dio, né gli uomini del mondo ai quali, anzi, dobbiamo sempre andare incontro, specialmente i poveri, gli ultimi e i sofferenti. Il "mescolarsi" con questo mondo della sofferenza e dell'emarginazione è paradossalmente il miglior modo di "separarsi" dal mondo, perché significa andare dove il mondo rifugge con tutte le sue forze. È separarsi dal principio stesso che regge il mondo, che è l'egoismo.

La Fede come Terreno di Scontro Primario

Il terreno di "scontro primario" tra il cristiano e il "mondo" è la fede. Padre Cantalamessa ha fatto riferimento alle "conclusioni che tirano gli scienziati non credenti dall’osservazione dell’universo" e di altri, dove nel migliore dei casi "Dio viene ridotto a un vago e soggettivo senso del mistero e Gesù Cristo non è neppure preso in considerazione". L'“adattamento allo spirito dei tempi” addormenta le persone, succhiando le energie spirituali e iniettando una specie di liquido soporifero.

Il cristiano non deve conformarsi al mondo non perché la materia sia cattiva o nemica dello spirito, come pensavano i platonici, ma perché "passa la scena di questo mondo". Basti pensare ai miti di 40 anni fa o a cosa resterà delle celebrità di oggi. "Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò", dice Giobbe, e lo stesso succederà "ai miliardari di oggi con il loro denaro e ai potenti che oggi fanno tremare il mondo con il loro potere".

Il Digiuno dalle Immagini del Mondo

Infine, un monito a "digiunare dalle immagini del mondo", un aspetto che riguarda spesso Internet. Se si è turbati da alcune immagini, l'invito è a guardare il Crocifisso o andare davanti al Santissimo. All'inizio di questa Quaresima, bisogna "passare dal mondo per non passare con il mondo".

La Purezza di Cuore e la Lotta all'Ipocrisia

Messa delle Ceneri, Papa Francesco invita a liberarsi della polvere dell'ipocrisia

Proseguendo le sue riflessioni quaresimali, Padre Cantalamessa ha meditato sulla condizione essenziale per "vedere" Dio: la purezza di cuore. La Bibbia attribuisce a "puro" e "purezza" una vasta gamma di significati. Il Vangelo insiste in particolare su due ambiti: la rettitudine delle intenzioni e la purezza dei costumi.

Purezza dei Costumi

Nell'ambito morale, la parola "purezza" designa un comportamento nella sfera della sessualità, improntato al rispetto della volontà del Creatore. Il disordine o le aberrazioni in questo campo ottenebrano la mente, come quando si agita il fango in uno stagno, intorbidendo l'acqua. Il peccato impuro deforma il volto di Dio, facendolo apparire non come amico, ma come antagonista.

Rettitudine delle Intenzioni: La Virtù Contraria all'Ipocrisia

Più che sulla purezza dei costumi, Padre Cantalamessa ha insistito sulla purezza o rettitudine delle intenzioni, in pratica sulla virtù contraria all'ipocrisia. È sorprendente quanto il peccato di ipocrisia, il più denunciato da Gesù nei vangeli, entri poco nei nostri ordinari esami di coscienza. "Il più grande atto di ipocrisia sarebbe nascondere la propria ipocrisia". L'ipocrisia è in gran parte vinta nel momento in cui è riconosciuta.

L'Origine e la Natura dell'Ipocrisia

Il termine "ipocrisia" significava originariamente "recitare, rappresentare sulla scena". Questo elemento di menzogna intrinseco a ogni rappresentazione scenica ha portato a un giudizio negativo sul mestiere dell'attore. L'ipocrisia è "fare della vita un teatro in cui si recita per un pubblico; è indossare una maschera, cessare di essere persona per diventare personaggio". Il personaggio è la corruzione della persona: "la persona è un volto, il personaggio una maschera". Questa tendenza è enormemente accresciuta dalla cultura attuale dominata dall'immagine, dove "appaio, dunque sono" tende a sostituire il cartesiano "cogito ergo sum".

L'Ipocrisia e la Vita Spirituale

L'ipocrisia insidia soprattutto le persone pie e religiose, specialmente in presenza di molti riti e prescrizioni che, se non animati dall'amore per Dio e il prossimo, diventano "gusci vuoti". Quando l'ipocrisia diventa cronica, crea una situazione di "doppia vita" (pubblica e nascosta) nel matrimonio e nella vita consacrata, il che è "lo stato spirituale più pericoloso per l'anima".

"Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati". L'ipocrisia è abominevole davanti a Dio perché è menzogna, occulta la verità e "declassa Dio", mettendo le creature al primo posto. È una mancanza di fede e una forma di idolatria. Manca anche di carità verso il prossimo, riducendoli ad ammiratori. Una forma derivata è la doppiezza o l'insincerità, che cerca di mentire agli uomini.

La Vittoria Sull'Ipocrisia e la Rettificazione dell'Intenzione

La vittoria sull'ipocrisia non sarà immediata. L'arma è la "rettificazione dell'intenzione", che si raggiunge attraverso uno sforzo costante e giornaliero. Un rimedio efficace è nascondere il bene che si fa, privilegiando "gesti nascosti che non saranno sciupati da nessuno sguardo terreno e conserveranno tutto il loro profumo per Dio". San Giovanni della Croce afferma che "a Dio piace di più un’azione, per quanto piccola, fatta di nascosto e senza il desiderio che sia conosciuta, che mille altre compiute con il desiderio che siano vedute dagli uomini". Gesù stesso raccomanda: "Prega nel segreto, digiuna nel segreto, fa’ l’elemosina in segreto e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà".

Tuttavia, Gesù dice anche: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli". La cosa peggiore è usare la descrizione dell'ipocrisia per giudicare gli altri: "Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello!". Solo Gesù e la Madonna furono esenti da ogni forma di ipocrisia.

La Virtù della Semplicità

La parola di Dio ci spinge a coltivare la virtù opposta all'ipocrisia: la semplicità. "La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso". San Paolo riprende l'insegnamento evangelico sulla semplicità, scrivendo: "Chi dona, lo faccia con semplicità". Questo significa non far pesare ciò che si fa per gli altri o nel proprio ufficio. Alessandro Manzoni ha incarnato questo spirito ne "I Promessi Sposi".

L'apostolo Paolo parla di semplicità anche in riferimento alla Pasqua: "Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!". La pratica rituale ebraica della Pasqua, con l'eliminazione del lievito (simbolo di corruzione), diventa una metafora grandiosa della vita cristiana: "bisogna dunque perlustrare la casa interiore, il cuore, spogliarsi di tutto ciò che è vecchio e corrotto, per essere 'una pasta nuova'".

Dio: Modello Sublime di Semplicità

La virtù della semplicità ha il suo modello più sublime in Dio stesso. Sant'Agostino ha scritto: "Dio è trino, ma non è triplice". Dio è la stessa semplicità, e la Trinità non la distrugge. "Dio è luce e in lui non ci sono tenebre". L'assenza di qualsiasi mescolanza è uno dei significati del titolo divino Qadosh, Santo. Santa Caterina da Genova designava questo aspetto con "netto, nettezza", indicando purezza e interezza, pienezza e omogeneità assoluta. Dio è "tutto d'un pezzo", a lui "nulla può essere aggiunto e nulla tolto".

Qualunque azione, benché piccola, se compiuta con intenzione pura e semplice, ci fa essere "a immagine e somiglianza di Dio". L'intenzione pura e semplice raccoglie le forze disperse dell'anima e unisce lo spirito a Dio. Essa è principio, fine e ornamento di tutte le virtù. La semplicità è una delle conquiste più ardue e belle del cammino spirituale, frutto di un totale distacco da sé e di un amore disinteressato verso Cristo.

Come proposito, si suggerisce di recitare lentamente e ripetutamente il Salmo 139, per sottoporsi a una "radiografia" dello sguardo di Dio. Questa presa di coscienza non crea vergogna, ma gioia, perché è lo sguardo di un Padre che ci ama e ci vuole perfetti. "Sì, vedi, Signore, se seguiamo una via di menzogna e guidaci, in questa Quaresima, sulla via della semplicità e della trasparenza."

La Seconda Meditazione: "Voi Chi Dite Che Io Sia?"

Gesù in dialogo con gli apostoli a Cesarea di Filippo

La seconda meditazione quaresimale, tenuta da Padre Raniero Cantalamessa in Aula Paolo VI alla Curia Romana, ha affrontato il tema "Voi chi dite che io sia?". Papa Francesco era assente, in volo verso l'Iraq. Cantalamessa ha evidenziato un "pericolo mortale per la Chiesa": vivere "come se Cristo non esistesse, 'etsi Christus non daretur'".

Cristo nell'Attualità della Chiesa

Il Predicatore ha notato che il mondo parla della Chiesa in termini di storia, organizzazione e pettegolezzi, ma raramente nomina la persona di Gesù. Cristo non entra nei tre grandi dialoghi che occupano i rapporti tra Chiesa e mondo: fede e filosofia, scienza e dialogo interreligioso. Anche i cristiani corrono il rischio di comportarsi come se Cristo non esistesse.

Cantalamessa ha richiamato le parole di Papa Francesco sull'ascolto degli apostoli, la custodia della comunione reciproca, la frazione del pane e la preghiera come "caratteristiche della vita ecclesiale". L'esistenza della Chiesa ha senso solo se resta saldamente unita a Cristo. "Tutto ciò che cresce fuori da queste coordinate è privo di fondamento."

In queste meditazioni, l'intento è di fare dei "primissimi piani sulla persona di Gesù Cristo", ponendosi la domanda: "Che posto occupa Gesù Cristo nella mia vita?". Si parla del "Nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo". Il dogma cristologico non è una sintesi di tutti i dati biblici, ma afferma che "EgIi è Dio e uomo nella stessa persona".

La Perfetta Umanità di Cristo

Il tema della meditazione è stata "la perfetta umanità di Cristo". Oggi nessuno nega che Gesù sia stato un uomo; al contrario, c'è una "corsa generale a chi si spinge più avanti nell'affermare la piena umanità di Cristo", fino alla possibilità di sbagliare. Tuttavia, questa è diventata una "verità pericolosa".

"Gesù è la santità di Dio, non è l'uomo che somiglia a tutti gli altri, è l'uomo a cui tutti gli altri devono somigliare. Gesù è la misura di tutte le cose." La santità di Gesù non è un principio astratto, ma una "santità reale, vissuta, nelle situazioni concrete della vita". Le Beatitudini sono il suo autoritratto. La coscienza di Gesù è un "cristallo trasparente", sempre nella "tranquilla certezza di essere nella verità e nel giusto".

La buona notizia è che Gesù "comunica, dona, regala a noi la sua santità. La sua santità è anche la nostra. Egli è la nostra santità". La santità cristiana è prima un dono che un dovere. È la religione della grazia. Il Predicatore ha invitato a "spogliarci dell'uomo vecchio e vestirci dell'uomo nuovo", consegnando a Cristo tutti i propri peccati e la propria miseria, come ci si spoglia di vestiti sporchi per rivestirsi del manto di giustizia.

Infine, l'invito all'imitazione: "La santità di Gesù era fare sempre la volontà del Padre. Proviamo oggi stesso a domandarci davanti ad una situazione: qual è la cosa che in questo momento farebbe piacere a Gesù?".

La Terza Meditazione: Dio è Amore

Rappresentazione della Trinità come un cerchio di amore

La terza meditazione si è concentrata esclusivamente su Dio, proponendo una teologia rinnovata, capace di parlare di Dio "in prima persona" e di essere predicata. L'obiettivo è esplorare come la rivelazione di Dio come Amore illumini i misteri della Trinità, dell'Incarnazione e della Passione di Cristo, rendendoli più comprensibili.

La Teologia dello Spirito Santo

La teologia, per assolvere il suo compito, ha bisogno di un rinnovamento profondo, che faccia leva sullo Spirito Santo più che sulla sapienza umana. Henri de Lubac ha affermato che il ministero della predicazione è l'insegnamento dottrinale stesso, nella sua forma più alta, e che non c'è contenuto della fede così elevato da non poter essere comprensibile. I Padri della Chiesa dimostrano che si può essere profondi senza essere oscuri, come la Sacra Scrittura, un fiume dove "un agnello può camminare e un elefante può nuotare".

L'invocazione dello Spirito Santo non deve limitarsi alla luce che illumina le situazioni, ma deve riconoscere lo Spirito come amore, la sua operazione "più essenziale". Solo la carità edifica, mentre la conoscenza spesso gonfia e divide. "La rivelazione del Dio Amore sconvolge tutto quello che il mondo aveva concepito della divinità."

Il Mistero della Trinità: Dio è Amore

I cristiani credono in un Dio uno e trino perché credono che "Dio è amore". Ma chi ama Dio per essere definito amore? I pensatori greci, come Aristotele, concepivano Dio come "pensiero di pensiero". La risposta della rivelazione, definita nel Concilio di Nicea del 325, ci aiuta a intuire perché in Dio l'unità deve essere anche comunione e pluralità. "Dio è amore: perciò è Trinità!". Un Dio che fosse pura conoscenza o potere assoluto non avrebbe bisogno di essere trino. L'unità di Dio è d'amore e di comunione, non matematica. La Trinità non è il mistero dei misteri, ma lo è capire "cos'è in realtà l'amore!".

L'Incarnazione del Verbo alla Luce dell'Amore

Il mistero dell'Incarnazione acquista una nuova dimensione alla luce della rivelazione di Dio come amore. La famosa domanda di Sant'Anselmo, "Perché Dio si è fatto uomo?", ha come risposta che "solamente uno che fosse nello stesso tempo uomo e Dio poteva riscattarci dal peccato". Questa risposta è valida, ma non unica. Beato Duns Scoto suggeriva che Dio ama se stesso e vuole essere amato da qualcuno che lo ami in grado sommo fuori di sé, e che l'amante perfetto poteva essere solo il Verbo eterno, che si sarebbe incarnato "anche se nessuno avesse peccato".

Tuttavia, in Scoto c'è ancora un Dio da amare più che un Dio che ama, un residuo della visione aristotelica del "motore immobile". La Scrittura ci chiama a un passo avanti: Dio Padre decide l'incarnazione del Verbo non per ricevere amore, ma per effonderlo. "Solo il Padre, nella Trinità (e in tutto l'universo!), non ha bisogno di essere amato per esistere; ha bisogno soltanto di amare." Ciò garantisce il ruolo del Padre come fonte unica della Trinità, mantenendo la perfetta uguaglianza di natura tra le tre divine persone. L'intuizione di Agostino definisce il Padre come l'amante, il Figlio come l'amato e lo Spirito Santo come l'amore che li unisce.

La Passione di Cristo e l'Amore che Salva

La passione di Cristo, che ci si appresta a celebrare a Pasqua, si illumina anch'essa di luce nuova partendo dalla rivelazione di Dio come amore. "Dalle sue piaghe siete stati guariti" (Is 53, 5-6). Non siamo stati salvati dal dolore di Cristo, ma dal suo amore, che si esprime nel sacrificio di se stesso. Il dolore è un segno e una dimostrazione dell'amore: "Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi". Questo toglie la connotazione di un prezzo da pagare a Dio per placare l'ira divina. È Dio che ha fatto il grande sacrificio di darci il suo Figlio.

L'Amore di Dio Riversato nei Nostri Cuori

L'amore di Dio è stato "riversato nei nostri cuori". È lo stesso amore con cui il Padre ama il Figlio. "Io in loro e tu in me -dice Gesù al Padre- perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro". Possiamo amare il Padre con l'amore con cui lo ama il Figlio e Gesù con l'amore con cui lo ama il Padre, grazie allo Spirito Santo. Quando diciamo "Ti amo!", restituiamo a Dio l'amore che riceviamo da lui, arricchito dal "profumo della nostra libertà e della nostra gratitudine di figli!". Questo si realizza in modo esemplare nell'Eucaristia. È lo splendore della nostra fede di cristiani.

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