La Cappella degli Scrovegni a Padova è nota in tutto il mondo per i meravigliosi affreschi che la decorano, realizzati da Giotto di Bondone (1267 ca - 1337). Questo ciclo pittorico, istoriato tra il 1303 e il 1305 su commissione del banchiere padovano Enrico Scrovegni, è considerato un capolavoro dell'arte occidentale e un esempio unico dell'arte cristiana, la cui missione è diaconia, ministero, servizio. È stato riconosciuto dall'UNESCO per il suo valore universale.

Il Ciclo delle Storie della Passione di Gesù
Gli affreschi della Cappella degli Scrovegni offrono una narrazione semplice, che cela significati profondi e un racconto concretamente umano, dal quale emerge con forza lirica l’elemento trascendente al cui cospetto non resta che inginocchiarsi. Le scene che vanno dall’Ultima Cena alla Resurrezione, culminando nella gloria dell’Ascensione e della Pentecoste, costituiscono il più basso dei tre registri orizzontali del ciclo, formato ciascuno da 12 scene.
Colpiscono le “terzine”, ovvero le corrispondenze simboliche con le scene dei due ordini superiori, dedicate rispettivamente alle storie di Gioacchino, Anna e della Vergine Maria e a quelle dell’infanzia e vita pubblica di Gesù. Di fronte a Giotto non si resta semplici spettatori, ma si partecipa: lo storico dell’arte Roberto Filippetti spiega che Giotto "dipinge in 3D, inventa settecento anni fa la prospettiva intuitiva, così da educarci ad entrare nel quadro, ad immedesimarci in quanto narrato attraverso la mimica facciale e la profondità dei sentimenti dei personaggi: il fatto accaduto riaccade oggi. La pittura è memoriale, non memoria nostalgica".
Il Triduo Pasquale nell'interpretazione di Giotto
Il Vangelo del Triduo Pasquale è raccontato in modo unico negli affreschi della Cappella degli Scrovegni, la “Divina Commedia” di Giotto.
- Il Tradimento di Giuda: Si parte dal grande arco della Cappella con la scena del tradimento di Giuda che, tentato da un cupo demonio alle sue spalle, vende Gesù per trenta denari, raccolti in una bisaccia.
- L'Ultima Cena e la Lavanda dei Piedi: Il Triduo prosegue poi nel terzo registro con i due quadri dedicati all’ultima cena: l’istituzione dell’eucarestia e la lavanda dei piedi. Cristo è inginocchiato di fronte a Pietro vestito di un manto d’oro, ad affermare la grande dignità del compito affidatogli. Sul muro, alle spalle degli Apostoli, Giotto dipinge una croce fiorita, "prefigurazione della morte di Gesù". La rappresentazione del peccato originale e l’amore di Dio per ogni persona, al di là dei limiti umani, è affidata dal pittore al “gesto simbolico” compiuto da Giuda Taddeo, che infila l’indice della mano tra le dita del piede per pulirlo e prepararlo alla lavanda in modo più dignitoso.
- Il Venerdì Santo: Il Maestro toscano dedica sei scene al Venerdì Santo:
- La più animata è quella “en plein air” del Bacio di Giuda nell’orto degli Ulivi: attorno ai due protagonisti si agita un tumulto; sullo sfondo azzurro del cielo si incrociano bastoni, lance e fiaccole. Spicca la figura di Pietro che con un gesto repentino taglia l’orecchio a Malco.
- La narrazione prosegue con Gesù nel Sinedrio davanti a Caifa che si strappa la veste verde. Incorniciato dal soldato con mantello rosso che schiaffeggia il Cristo, il più anziano degli apostoli è senza aureola, avendo rinnegato tre volte il Messia.
- Percosso, oltraggiato con sputi e improperi da “dodici loschi figuri”, il Cristo deriso è vestito regalmente e coronato di spine nella scena successiva. Le finestre sono aperte su un cielo nero, eppure, premonizione della vittoria della resurrezione, con strepitoso anacronismo, sopra il pretorio si staglia un cielo azzurro.
- Giotto passa dunque a dipingere la Via Dolorosa: la Vergine Maria è sconvolta dal pianto nell’assistere impassibile alla salita di Gesù al Calvario, sotto il peso della grande croce, "strattonato e spintonato" dai suoi aguzzini.
- Segue “l’immagine struggente della Crocefissione”: dal cuore squarciato di Cristo sgorgano sangue rosso ed acqua dorata, raccolte nel Santo Graal, prefigurazione dell’Eucarestia. Le gocce rosse colano lungo la croce, asciugate dalla Maddalena e raggiungono il teschio di Adamo, ai piedi del legno. È un altro dettaglio straordinario: il cranio, che dà nome al Calvario, sta rinascendo, ha i globi oculari. Giovanni invece sorregge la Vergine, quasi svenuta, mentre dal lato opposto i malvagi litigano sulla sorte della tunica. Nel gruppo spicca una figura aureolata: è il centurione che, riconoscendo il Figlio di Dio, si è guadagnato la vita eterna. In cielo dieci angeli piangenti in volo: "mai prima il dolore è stato rappresentato con tanta virulenza e potenza espressionistica".
- Il Sabato Santo: I volti, celesti e terreni, straziati e sfigurati per il vuoto provocato dalla morte di Cristo caratterizzano il Compianto. È il Sabato Santo, giorno del silenzio: "un silenzio che urla, un dolore che implode." La Madonna abbraccia il Figlio. Le due aureole formano un cuore. La posa della Vergine è identica a quella raffigurata da Giotto nella Natività di Gesù: prima fasciato e deposto in una mangiatoia, ora sarà avvolto in una sindone e deposto in un sepolcro in marmo rosa di Verona.

L'Affresco "Noli me tangere": Il Momento della Resurrezione
Tra le opere più celebri, l’affresco “Noli me tangere” (219 x 235 cm), affrescato tra il 1303 e il 1305, è inserita nel ciclo pittorico Storie della Passione di Gesù, posto a sinistra della cappella osservando l’altare. L’artista si è ispirato al Vangelo di San Giovanni (Gv. 20, 11-18) per illustrare una doppia scena fatta di alternanze, di prima e di dopo, di sonno e di veglia, di vita e di morte.

Descrizione e Simbolismo della Scena
L'affresco mostra un doppio episodio. A sinistra, si vede il sepolcro vuoto di marmo di colore rosa, che simboleggia l’aurora e la speranza, e presumibilmente anche il momento in cui il Salvatore risorge. Due angeli sono seduti sopra il sepolcro, annunciando a Maria Maddalena, venuta al sepolcro per ungere il corpo di Gesù, che il Maestro è risorto. Accanto al sepolcro, cinque guardie addormentate sono simbolo del sonno in cui sono immersi gli uomini, che non vedono pur avendo gli occhi per vedere, che non odono, pur avendo orecchi, ciò che Dio ha loro donato.
A destra, si apre una nuova scena con la Maddalena inginocchiata davanti all’apparizione di Cristo vincitore sulla morte. Gesù indossa abiti bianchi e dorati, simboli della luce e della regalità, e regge un vessillo crociato con l’iscrizione “VI[N]CI/TOR MOR/TIS”. Egli mostra ancora i segni della passione: le stigmate alle mani e ai piedi indicano che ciò che appare a Maddalena è il corpo umano del risorto, non il suo spirito.
Le rocce dello sfondo declinano verso sinistra, dove avviene il nucleo centrale dell’episodio. Gli alberi, a differenza di quelli nel precedente Compianto, sono secchi a sinistra (idealmente “prima” della resurrezione) mentre a destra sono tornati rigogliosi, simboleggiando la vita e la rinascita. Accanto, il giardino è arricchito da una pianticella di alloro e da un “erbario simbolico” che include rosmarino, prezzemolo, timo e maggiorana, "erbe aromatiche e fitoterapiche che parlano del profumo della santità e della salus eterna".
Video/osservazione del quadro di Giotto "Noli me tangere"
Il Significato di "Noli me tangere"
Maria Maddalena è in lacrime, e le lacrime, a volte, offuscano lo sguardo, non consentendo di vedere la realtà dalla prospettiva di Dio. Pensando che fosse il custode del giardino, non riconosce Gesù. Solo quando Gesù le dice: "Maria!", ella si volta e gli dice in ebraico: "Rabbunì!", che significa "Maestro!". Giotto, con "dolcissimo sguardo" e "intensa tensione delle braccia della donna protese verso Gesù, che con la mano ferma quell’impeto", rappresenta la scena del riconoscimento.
Le parole Noli me tangere (lat. «non mi toccare») sono quelle che, nel Vangelo di Giovanni (20, 17), Gesù risorto rivolge a Maria Maddalena. La frase prosegue: "nondum enim ascendi ad Patrem meum", («infatti non sono ancora salito al Padre mio»). Questo è il senso profondo del Noli me tangere: se Gesù impedisce a Maria Maddalena di toccarlo, non è soltanto perché non deve trattenerlo, mentre Lui deve salire al Padre, ma è per farle capire che adesso che è risorto, il contatto con Lui deve essere spirituale, non meramente fisico.
La "Sinfonia della Risurrezione"
Le prime luci dell’alba della Resurrezione caratterizzano il Noli me tangere. L'affresco è una vera e propria “sinfonia della Risurrezione” che va letta partendo dal gruppo inerte e silenzioso dei cinque soldati addossati al freddo marmo del sepolcro. La luce si accentua negli angeli, risplendenti, sullo sfondo di un cielo blu come la notte, in contrapposizione alle figure candide che si evidenziano. Il trionfo della luce si fa palese nel bianco vessillo, nelle vesti splendenti, abbellite più che mai dal dorato delle orlature. La sinfonia diventa solenne nel volto aureolato dallo splendore delle foglioline d’oro, battute e rilucenti, come nei libri liturgici di Bisanzio.
Sul tappeto dei fiori sta in ginocchio e con le braccia protese la Maddalena, come nella liturgia del mattino di Pasqua. Le sue mani sembrano accarezzare il tappeto fiorito, fragrante di fiori e di verde. Lo sguardo rapito nell’estasi ricorda la più alta mistica. Colori, fulgore di luce, primavera dello spirito e dell’umile fede dei credenti si fondono in questa opera magistrale.
L'eredità di Giotto e il Programma Iconografico
Questa cappella azzurra è il tempio della libertà dell’arte, non più legata agli stilemi bizantini. La ricerca di una nuova tipologia dello spazio, realizzato a più piani e incastonato insieme alle architetture nate per accogliere la persona umana, ne fa uno dei luoghi simbolo della rivoluzione giottesca che lo renderà immediatamente il più grande ispiratore di una nuova arte europea. Giotto e i suoi allievi rappresentarono la scena del Noli me tangere anche nella Cappella della Maddalena nella basilica inferiore di Assisi.
Il regista di un programma iconografico tanto complesso è stato, secondo Roberto Filippetti, Altegrado de’Cattanei da Lendinara, protonotaro pontificio nell’anno del Giubileo del 1300 e futuro vescovo di Vicenza. Questo concetto riflette non l’idea moderna di arte come libera espressione del sentimento individuale, ma quella medievale di cantiere, collaborazione, dove il teologo e il pittore hanno rispettivamente il pensiero e la mano di Dio. L’arte, secondo tale concezione, è intesa come diaconia, servizio, ministero: essa è “Bibbia dei poveri”, perché "la povera gente non sa leggere o scrivere, ma solo guardare". Ecco perché Giotto continua a toccare le corde più intime dei nostri sentimenti, poiché "il cuore dell’uomo non cambia nei secoli, è assetato di Dio."
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