Recentemente, due distinti episodi di profanazione di crocifissi hanno suscitato indignazione e condanna, uno in un villaggio cristiano del Libano meridionale e l'altro in chiese della città di Alessandria, in Italia. Entrambi gli eventi hanno generato risposte immediate da parte delle autorità e delle comunità coinvolte, sottolineando l'importanza del rispetto dei simboli religiosi.
Incidente a Debel, Libano Meridionale: La Profanazione da Parte di un Soldato Israeliano
Dettagli dell'Accaduto e Rilievo Mediatico
Secondo quanto riportato da Reuters, la profanazione di un crocifisso distrutto da un soldato israeliano in un villaggio cristiano del Libano meridionale è stata condannata con fermezza. Una fotografia circolata in rete, pubblicata dal giornalista palestinese Younis Tirawi, mostra un militare che colpisce con una mazza la testa di una statua di Gesù crocifisso. L’immagine, diventata virale sui social media, ritrae la località di Debel, uno dei pochi Paesi del Libano meridionale i cui abitanti sono rimasti nelle loro case, nonostante l’offensiva militare israeliana contro l’organizzazione terroristica Hezbollah, sostenuta dal regime iraniano. Il crocifisso faceva parte di un piccolo santuario situato nel giardino di una famiglia che abita in periferia del villaggio, come ha spiegato Fadi Falfel, parroco di Debel. Quest’ultimo ha evidenziato che un soldato israeliano «ha rotto la croce e ha compiuto questo gesto orribile, una profanazione dei nostri simboli sacri».

Condanne e Reazioni Ufficiali
L'episodio ha suscitato profonda indignazione e condanna a livello internazionale. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri Israel Katz e l’esercito hanno condannato l'atto con fermezza. Netanyahu ha dichiarato che il comportamento del militare contrasta con i valori ebraici di tolleranza e ha scritto su X: «Sono rimasto sconcertato e addolorato nel sapere che un soldato delle Forze armate israeliane abbia danneggiato un’icona religiosa cattolica nel Libano meridionale. Condanno fermamente l’atto».
Anche l’ambasciatore israeliano degli Stati Uniti, Mike Huckabee, ha dichiarato su X che «sono necessarie conseguenze rapide e severe». Il capo della diplomazia israeliana, Gideon Sa’ar, ha definito in un post su X il gesto del soldato vergognoso e inaccettabile, aggiungendo: «Ci scusiamo per questo incidente con ogni cristiano che si è sentito indignato».
L’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa (AOCTS), in un comunicato a firma del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme e presidente dell’organismo che riunisce vescovi, eparchi, esarchi e capi religiosi di rito latino, melkita, maronita, armeno, siro-cattolico e caldeo e coordina l'attività pastorale in Israele, Palestina, Giordania e Cipro, ha espresso profonda indignazione e condanna per l'accaduto. Nel testo si legge che “Questo atto costituisce un grave affronto alla fede cristiana e si aggiunge ad altri episodi segnalati di profanazione di simboli cristiani da parte di soldati dell’Idf nel Sud del Libano”. L’AOCTS ha inoltre evidenziato una “preoccupante lacuna nella formazione morale e umana, in cui anche la più elementare riverenza per il sacro e per la dignità degli altri è stata gravemente compromessa”, chiedendo “un’azione disciplinare immediata e decisiva, un processo credibile di responsabilizzazione e chiare garanzie che tale condotta non sarà né tollerata né ripetuta”. Di fronte a questo ennesimo atto di violenza e offesa, il cardinale Pizzaballa, a nome di tutti i membri dell’Assemblea, ha però ribadito il significato “inattaccabile” della croce, come una fonte di dignità, speranza e redenzione, nonché un invito a superare la violenza attraverso l’amore sacrificale.
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Indagini e Provvedimenti Disciplinari
L’esercito israeliano ha annunciato in un comunicato ufficiale che l’episodio è attualmente sottoposto a indagine: «Le Forze armate israeliane considerano l’incidente con la massima gravità e sottolineano che il comportamento del soldato è del tutto incompatibile con i valori che ci si aspetta dai nostri militari». Dall’inchiesta è emerso che, durante un’attività nella zona del villaggio cristiano di Debel, un soldato ha danneggiato il simbolo religioso cristiano. Non solo: un altro ha fotografato l’episodio e altri sei, presenti sulla scena, non sono intervenuti per fermare l’accaduto né l’hanno segnalato. Questo comportamento, come sottolineato dall’esercito, «si è completamente discostato dagli ordini e dai valori dell’Idf».
I provvedimenti sono arrivati puntuali: il soldato che ha sfregiato il Crocifisso e quello che ha ripreso il gesto sono stati rimossi dal servizio operativo e hanno ricevuto 30 giorni di detenzione militare. Un caso isolato trattato in maniera esemplare, che lo Stato ebraico ha gestito con una lezione di integrità morale. La sequenza: riconoscimento immediato, indagine rapida, responsabilità chiare, sanzioni, riparazione.
Solidarietà e Riparazione del Simbolo
In coordinazione con la comunità locale di Debel, il Crocifisso danneggiato è stato sostituito dall’Idf. Il Comando ha lavorato per coordinare la sostituzione della statua di Gesù appena ha ricevuto la segnalazione. Successivamente, i militari italiani del contingente Unifil hanno donato e rimesso al suo posto un Crocifisso delle stesse dimensioni di quello profanato. Prima, la statua è stata benedetta dal nunzio apostolico monsignor Paolo Borgia. Questo gesto simbolico è stato molto significativo per la piccola comunità cattolico maronita del villaggio di Derbel, per il Libano del Sud e per tutto il Paese. L’ordinario militare italiano monsignor Gian Franco Saba ha dichiarato: «Il Crocifisso è segno di amore per i piccoli e i poveri, per gli esclusi e gli abbandonati», aggiungendo che è «segno di riconciliazione tra Dio e gli uomini, e degli uomini tra loro». Il vescovo ha ringraziato «i militari del contingente italiano di Unifil, guidati dal generale Diodato Abagnara» e il cappellano don Ciprian Farcas, che li accompagna spiritualmente, per l’idea di donare e collocare il «nuovo Crocifisso, segno visibile di un servizio umile, diuturno e silenzioso a beneficio di tutti».

Incidente ad Alessandria, Italia: La Profanazione nelle Chiese del Centro
Dettagli degli Atti Vandalici
Non ci è voluto molto perché la polizia riuscisse a individuare l’autore che a ottobre era entrato in alcune chiese del centro di Alessandria e ne aveva distrutto i crocifissi. Quegli episodi, avvenuti a distanza di pochi giorni uno dall’altro, avevano turbato un’intera città.
Il primo raid risale a metà ottobre, quando, nella chiesa di Santo Stefano, che sorge nell’omonima piazzetta, il parroco Domenico Dell’Omo aveva trovato il crocifisso più grande della chiesa distrutto: prima era stato buttato a terra davanti all’altare e poi spezzato con un calcio. Sabato 28 ottobre è toccato alla chiesa della Confraternita di San Giovannino in corso Roma. Con le stesse modalità, l’uomo, raggiunto il presbiterio, è salito sull’altare, ha afferrato il crocifisso e lo ha gettato per terra mandandolo in pezzi a calci. Poi, dirigendosi verso l’uscita, ha staccato da una parete sul fondo della chiesa un altro crocifisso, lo ha appoggiato a un muro e di nuovo lo ha preso a calci, colpendolo e rompendolo in più punti.

Identificazione, Arresto e Motivazioni
L’individuazione del colpevole e il suo arresto sono stati possibili grazie alle telecamere del sistema di sorveglianza che lo hanno ripreso. Determinanti per l’esito delle indagini sono state le immagini delle telecamere di videosorveglianza che hanno portato a identificarlo e poi denunciarlo. Il responsabile è stato individuato in Enhamel El Mehdi, un giovane marocchino di 23 anni, regolare in Italia dal 2018, che abitava ad Alessandria insieme al papà.
Quando è stato raggiunto dai poliziotti nella sua abitazione, si è scagliato contro di loro aggredendoli e minacciando non solo gli agenti ma anche la popolazione cristiana. Nel corso dell’identificazione in questura, ha pronunciato parole di minaccia contro gli agenti di polizia e contro i cristiani, e ha motivato i suoi atti dicendo di voler vendicare i palestinesi uccisi a Gaza. Nell’abitazione dove abitava con il padre sono stati trovati anche tre coltelli.
Conseguenze Legali e Amministrative
Il giovane, denunciato per i reati di offesa a una confessione religiosa e resistenza a pubblico ufficiale, è stato ricoverato per alcuni giorni all’ospedale di Alessandria. Non ha nessun precedente e sembra che non sia legato a nessuna matrice di tipo terroristica; è emerso solo un credo religioso molto forte. Dopo questi episodi, il prefetto della città, Alessandra Vinciguerra, ha firmato il decreto di espulsione per motivi di “pericolosità sociale” a causa di presunta vicinanza al radicalismo islamico.
Il giovane nordafricano non è responsabile invece del terzo episodio, nel Santuario dell’Addolorata, avvenuto qualche giorno dopo la sua denuncia, dove un piccolo crocifisso era stato staccato e buttato a terra.