Il paliotto è un rivestimento mobile dell'altare che serve a coprire il fronte, eventualmente i lati e talora il retro dell'altare; per estensione, anche la decorazione fissa del fronte dell'altare. Esso costituisce un elemento a sé stante, caratterizzato nel tempo da una progressiva qualificazione del suo aspetto decorativo e dei suoi contenuti iconografici. Questo paramento può essere realizzato in diversi materiali: tessuto, dipinto o ricamato, semmai con frange, oppure in legno, metallo, pietra, avorio o cuoio. Se di stoffa, il paliotto cambia colore secondo la liturgia, adattandosi ai tempi e alle feste dell'anno liturgico.

Origini e Evoluzione Storica
Etimologia del Termine
Il termine paliotto, attestato nelle fonti medievali di area italiana dal XIII secolo e, nella variante pali, anche in documenti catalani coevi, costituisce il diminutivo di pallium. Questo vocabolo latino indicava un 'drappo' e, in senso lato, una 'copertura'. Il termine è tuttavia traslato anche dal latino palla o palla corporalis, espressione riferita, fino al XII secolo, a un telo linteo steso sull'altare, di dimensioni tali da comprenderne l'intera superficie, utilizzato per l'appoggio delle oblate. Questa duplice derivazione del termine spiega il suo frequente impiego come sinonimo di vestis altaris, vestis in altari, o anche vestis super altare, in relazione alla consuetudine, documentata già dal IV secolo (Lib. Pont., I, 1886, p. 171), di ricoprire la mensa con paramenti tessili al momento della celebrazione eucaristica, in segno di decoro e venerazione.
Le Prime Coperture dell'Altare
La decorazione dell’altare, anche con addobbi frontali, è una delle pratiche più antiche della liturgia, risalente già ai primi secoli del cristianesimo. Insieme alle numerose opere pittoriche, ne danno testimonianza anche molti testi. Tra i più antichi, per esempio, l’atto di consacrazione della Chiesa di Santa Sofia nel 360 d.C. a Costantinopoli, in cui si scrive che l’imperatore Costanzo II regalò “drappi per altare”. Nell’opera Liber Pontificalis si parla di come già nel IV secolo fosse usanza ricoprire gli altari anche con metalli preziosi, oltre che con stoffe sontuose.
Un esempio visivo di questa pratica si trova tra i mosaici della Basilica di San Vitale a Ravenna, dove una scena raffigurante i sacrifici di Melchisedec e Abele mostra l’altare su cui avvengono i sacrifici coperto da un velo purpureo e una tovaglia bianca, entrambi ricamati in oro. Configurazioni e caratteristiche tipologiche di simili rivestimenti, che ricadevano su ciascun lato dell'altare o almeno lungo i due principali, emergono generalmente in sede di descrizione inventariale, sotto il comune parametro della sontuosità e dell'impiego di filati preziosi, come nel caso del palleum auro textilem offerto da papa Vitaliano (657-672) alla basilica di S. Pietro in Vaticano. Fino al periodo post-carolingio la decorazione dell’altare veniva fatta sui quattro fronti.
Il Paliotto dal Medioevo al Post-Tridentino
L’usanza di adornare l’altare solo sul davanti risale al periodo medievale, quando l’altare venne accostato alla parete della chiesa, in fondo all’abside. Da qui il nome “antependium”, ovvero “ornamento che pende davanti”. Inizialmente questo decoro veniva chiamato “pallium”, drappo, oppure “vestis altaris”, veste dell’altare. Dopo l'XI secolo, con l'addossamento dell'altare alla parete di fondo della chiesa, si rivestiva solo la parte anteriore. Questo paramento si stabilizzò in questa forma nei secoli successivi, fino a trovare una sua codificazione con il Concilio di Trento.
Riguardo le istruzioni su come deve essere fatto un paliotto, si trovano informazioni in diversi scritti. San Carlo Borromeo è tra i primi a dare istruzioni precise sulla fattura del paliotto. Nella sua Instructio fabricae (1577) rammenta che come decorazione possono essere previsti immagini del santo a cui l’altare è dedicato oppure una croce. Nel Cerimoniale episcoporum (1600) si stabilisce l’uso del paliotto mobile, ovvero di una cornice su cui veniva teso il tessuto ricamato e che poteva essere messo e tolto all’evenienza, ad esclusione degli altari formati da una tomba.
Materiali e Tecniche di Realizzazione
La Scagliola nel XVII Secolo
Nel contesto storico-religioso del XVII secolo, l'arte della scagliola rappresentò nella regione emiliana un significativo contributo alla realizzazione della politica delle immagini sacre codificata nella seconda metà del '500 dal Concilio di Trento. La scagliola divenne la tecnica prediletta per la realizzazione di paliotti d'altare e oggetti rituali grazie alla ricchezza che conferiva al decoro, alla semplicità dei materiali e alla loro rapida disponibilità, oltre al costo ridotto. Oggetti in scagliola furono commissionati da grandi e piccole comunità religiose, adornando chiese e traducendo principi di pietà tipici della chiesa post-tridentina, come la devozione eucaristica, il culto della Vergine e di tutti i Santi, in immagini colorate e vivaci. Il modello ornativo principale che sta alla base dell'arte della scagliola va ricercato nei paliotti di commesso in pietre dure e tarsie marmoree delle chiese fiorentine e nei manufatti destinati alla committenza privata (tavoli, armadietti, ecc.), che venivano realizzati a Firenze dagli artigiani dell'Opificio delle pietre dure, fondato dal Granduca Ferdinando I nel 1588. La vera invenzione degli scagliolisti emiliani, e carpigiani in particolare, è il paliotto d'altare che nasce, come soluzione stabile, dalla consuetudine di addobbare l'altare in occasione delle grandi feste liturgiche o patronali.

Tecnica della Scagliola: Materiali e Processo
La materia base della scagliola consiste in un minerale della famiglia dei gessi chiamato selenite, assai diffuso nell'Appennino emiliano, composto da piccoli cristalli formati da tante lamelle trasparenti. Dopo essere stata posta in forno a circa 300°, dove il calore secca il materiale facendolo sbriciolare, la selenite viene poi pestata in un mortaio fino a ridurla in finissima polvere e passata al setaccio per eliminare le impurità. Questa polvere viene poi mescolata con acqua e colla di coniglio, che funge da legante per rallentare l'indurimento della polvere mentre si amalgama con i liquidi. Il colore scelto viene quindi aggiunto a questa pasta.
Esecuzione della Scagliola
La tecnica di esecuzione variava a seconda che si volesse imitare il marmo o realizzare paliotti d'altare. Nel secondo caso, l'artigiano prepara un supporto fatto di gesso solidificato o un'armatura di paglia tenuta insieme dal gesso. Per l'esecuzione delle scagliole in bianco e nero, in base ai documenti del XVII e XVIII secolo, si possono fare due ipotesi:
- La prima prevedeva la riproduzione del disegno sul supporto, che veniva poi inciso e riempito di scagliola del colore desiderato. Una volta tolto il gesso eccedente, si passava il nero che diventava così lo sfondo dell'opera.
- La seconda ipotesi, al contrario, prevedeva che il fondo del supporto venisse da subito ricoperto con l'impasto di scagliola del colore richiesto come sfondo; su questo si riproduceva il disegno, i contorni del quale venivano incavati e riempiti con i colori voluti.
La produzione di scagliola policroma è diversa da quella in bianco e nero e i suoi dettagli possono essere teorizzati attraverso lo studio di documenti del XVII e XVIII secolo. Una tecnica richiede la riproduzione del disegno finale sul supporto di gesso tramite la tecnica dello spolvero: il disegno viene inciso e riempito di scagliola del colore scelto.
Artigiani del mugello - Bianco Bianchi, lavorazione della scagliola
Iconografia e Temi Decorativi
L'apparato figurativo del paliotto, sostanzialmente connotato da un forte intento dogmatico-didascalico per tutto il XIII secolo, contemplava al centro la croce o le immagini dei santi cui era dedicato l'altare. Fra i soggetti più frequenti ricorre Cristo in maestà entro una mandorla, raffigurato tra i simboli degli evangelisti e figure di santi campiti entro ampie riquadrature o sotto arcate. Comune appare anche la rappresentazione della Vergine in trono, fiancheggiata, per esempio, dagli arcangeli Michele e Gabriele.
Nel XIV secolo, le caratteristiche della produzione tessile destinata all'altare, parallelamente alla grande diffusione e al livello raggiunto dal ricamo nelle regioni dell'Europa centrale, mostrano una grande varietà tematica e libertà compositiva dei soggetti. Questi includevano cicli narrativi, completi o ridotti, scene agiografiche o singole immagini campite entro partizioni architettoniche o elaborate bordure. L'ampia fortuna della narrazione evangelica nell'iconografia dei paliotti del Trecento, centralizzata sul tema della Passione di Cristo o della Crocifissione, trova effettivo riscontro solo nella frequenza delle raffigurazioni a soggetto agiografico, dove i singoli episodi si succedono spesso senza interruzione e talvolta all'interno di compilazioni tematiche molto articolate.
Il valore attribuito alla scansione architettonica del campo figurativo, sulla scia delle soluzioni spaziali dei media pittorici, è evidente in una serie di paliotti. Questi, caratteristici dei risultati ottenuti dal ricamo in seta e dalla tecnica della cosiddetta pittura ad ago (specialmente in Austria, Boemia e Francia), mostrano l'adozione di duplici ordini di arcate, inquadranti episodi o singole figure, fino alla raffigurazione di originali partizioni di tipo turriforme tra le singole scene o all'inserimento di immagini di santi entro esili archeggiature gotiche.

Esempi Notabili di Paliotti Storici
Paliotti Medievali e Romanici
- Risale alla metà del IX secolo il celebre altare di Vuolvinius Magister Faber in S. Ambrogio a Milano, un capolavoro di oreficeria medievale ed esempio di rivestimento su tutti e quattro i lati.
- Un Paliotto (XII secolo), in argento sbalzato, cesellato e dorato, è un capolavoro dell'oreficeria romanica. La tradizione vuole sia stato donato alla Cattedrale dal papa Celestino II nel 1143 ed è ora conservato presso il Museo Diocesano del Duomo di Città di Castello.
- Un esempio più tardo è il Paliotto dell'arcivescovo Giovanni Carandolet (1520 - 1544), realizzato in velluto e tela di lino ricamata, che incorpora elementi precedenti come il Gruppo di sei aquile (metà del XIII secolo), in argento dorato e sbalzato, con paste vitree e smalti, opere dell'opificio del Palazzo Reale.
Per quanto riguarda la produzione altomedievale dei paliotti, le fonti documentano ampiamente tra l'VIII e il X secolo il complesso delle soluzioni figurative in uso. Tuttavia, l'esiguità numerica degli esemplari completi pervenuti dei secoli XII-XIII rende difficile operare una classificazione dei temi e dei partiti decorativi atta a individuarne la pertinenza specifica, la frequenza o l'esclusività. Nonostante ciò, si conoscono opere come la serie di pannelli in seta gialla ricamata in oro con rosoni racchiudenti grifi e pappagalli (Assisi, Tesoro Mus. della Basilica di S. Francesco), ricordati nell'inventario del 1338 come dono dell'imperatore Graecorum.
Tra gli esempi con un forte intento dogmatico-didascalico vi sono un paliotto a ricami in oro e argento su seta purpurea (Bruxelles, Mus. Royaux d'Art et d'Histoire), di produzione renana (1201-1213), e un esemplare in tela grezza con ricami in lino e filato di seta (Helmstedt, St. Marienberg), del 1250 circa. Inoltre, si annoverano paliotti con ricami in perle d'acqua dolce, perline colorate, coralli e piastrine in metallo dorato (Halberstadt, Domschatz), della seconda metà del XIII secolo, e un paliotto in damasco rosso di seta con applicazioni in vetro dorato, nero e turchese e pietre semipreziose incastonate (Hannover, Kestner-Mus.), del XIV secolo, testimonianza della complessità delle tecniche esecutive tedesche e spagnole.
Il segno di una conseguita maturità tecnico-stilistica negli intenti ornamentali e didascalici appare chiaramente in alcuni lavori della produzione manifatturiera a ricamo di area italiana del XIV secolo, testimoniata dalla molteplicità delle scuole locali, tra cui, emergente, quella fiorentina. Ne è esempio un paliotto (Firenze, Palazzo Pitti, Mus. degli Argenti), proveniente da S. Maria Novella e firmato da Jacopo di Cambio nel 1336, all'interno del quale il tema dell'Incoronazione, accompagnato da figure di santi e apostoli, mostra un'autonomia stilistica.
Il Paliotto di San Carlo Borromeo
Il Paliotto di san Carlo, esposto in Museo nella sala dedicata all’età borromaica, è un prezioso esempio dell’eccellenza raggiunta dall’arte ricamatoria milanese tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Fu realizzato da Pompeo Berlusconi e Antonia Pellegrini. Il paliotto è suddiviso da una ricca frangia in oro che media il passaggio tra la fascia superiore e il corpo del paramento. Il decoro in metallo si articola in due bande orizzontali:
- una superiore e sottile, nella quale si alternano cartigli mistilinei che incorniciano la mitra cardinalizia, una croce greca e il motto “Humilitas”;
- una principale, molto più ampia, che presenta un decoro similmente articolato, dove la mitra e il motto si alternano, ognuno quattro volte, ai due lati del medaglione centrale che racchiude il ritratto di san Carlo.
Il medaglione raffigura l’Incoronazione della Vergine: Maria, tra un cumulo di nuvole e teste di cherubini, è inginocchiata al centro con le braccia conserte, mentre viene incoronata da Cristo (a sinistra) e Dio Padre (a destra). La scena fu realizzata a ricamo dalla Pellegrini con sete policrome e argento e oro filati su un fondo di taffetas bianco.

L'Importanza Contemporanea del Paliotto
Nel XVII secolo, gli altari cominciarono ad essere decorati con bellissime sculture in marmo e intarsi minuziosi sulla parte davanti, creando un ornamento permanente che portò ad utilizzare meno il paliotto mobile. Tuttavia, il paliotto rimane oggi un importante elemento di decoro nelle Chiese, che sottolinea al fedele il ruolo centrale dell’altare, mensa su cui viene celebrato il sacrificio eucaristico. Esistono ancora realtà come "Arte Ricami" che realizzano paliotti su misura ricamati a mano con diverse tecniche di ricamo, perpetuando questa antica tradizione.
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