La Didaché e la spiegazione del Padre Nostro

La Didaché, conosciuta anche come "Dottrina dei Dodici Apostoli" o "Insegnamento di Cristo da parte dei dodici apostoli ai pagani/gentili", è uno scritto cristiano antichissimo, annoverato tra i cosiddetti "padri apostolici". Questo documento normativo, riscoperto nel 1873 da Philotheos Bryennios nella biblioteca di Gerusalemme del monastero del Santo Sepolcro e pubblicato nel 1875 a Costantinopoli, offre importanti informazioni sulla liturgia del I secolo.

Redatta in lingua greca tra il I e il II secolo in area palestinese o siriaca, si pensa sia un’opera unitaria ed è considerato il più antico documento cristiano non canonico. La Didaché rappresenta uno dei primi tentativi di separazione dall'ebraismo, pur essendo profondamente debitrice della tradizione ebraica, ma è incentrata sulla figura di Cristo. Contiene citazioni dai vangeli canonici, già diffusi dunque quando fu scritta, anche se spesso le desume dalla tradizione orale.

Struttura della Didaché

La Didaché è divisa in quattro parti principali:

  • Sezione catechetico-morale (capitoli 1-6, 2): si concentra sull'etica cristiana e sulle "due vie".
  • Sezione liturgica (capitoli 6, 3-10): descrive le pratiche di culto, inclusi battesimo ed eucaristia.
  • Sezione disciplinare (capitoli 11-15): tratta della disciplina ecclesiastica, dei profeti e dei ministri.
  • Sezione escatologica (capitolo 16): si occupa degli eventi finali e della venuta del Signore.
Schema della struttura della Didaché con i capitoli

Contesto storico e datazione

Allo stadio attuale delle nostre conoscenze, questo scritto è databile fra l'anno 50 e il 150 d.C. A smussare questi estremi, vengono proposte le date fra il 70 d.C. e l'inizio del II secolo. J. P. Audet indica proprio il 70 d.C., mentre Lightfoot suggerisce che "sembra sia stata scritta dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. ma prima che la città venisse ricostruita da Adriano a seguito della rivolta del 132-135". La Didaché si presenta come uno scritto coerente, ben strutturato e logico dall’inizio alla conclusione, con moltissime citazioni bibliche e diverse allusioni a brani della Scrittura.

La Dottrina delle Due Vie

La Didaché inizia con la dottrina delle "due vie", una di vita e una di morte, sottolineando la grande differenza tra le due. Questa sezione catechetico-morale contiene precetti che richiamano i detti del Signore nei Vangeli, come l'amore per Dio, il prossimo e i nemici, e si ispira a testi come Deuteronomio 6,5, Levitico 19,18 e Matteo 22,37-39.

Precetti morali e comportamentali

La via della vita è descritta attraverso una serie di ammonimenti positivi e negativi:

  • Non uccidere, non commettere adulterio, non corrompere i bambini, non fornicare, non rubare, non praticare la magia, non praticare la stregoneria, non uccidere un bambino mediante l’aborto né uccidere ciò che è nato. (Didaché 2:2)
  • Sii paziente, misericordioso, sincero, tranquillo e buono.
  • Benedici coloro che ti maledicono, prega per i tuoi nemici e digiuna per coloro che ti perseguitano. (Didaché 1:3)
  • Allontanati dai desideri carnali e corporei.
  • Non essere iracondo, perché l’ira porta alla morte. Non darti alla divinazione, perché essa conduce all'idolatria. Non essere pettegolo, perché il pettegolezzo conduce alla diffamazione.
  • Non stendere le mani per prendere, non trattenerle quando dai. (Didaché 4:5)
  • Non voltare il tuo sguardo davanti ai bisognosi, ma condividi tutto con tuo fratello e non dire che le cose sono tue. Poiché se sei partecipe dell'immortale, quanto più dell'effimero. (Didaché 4:8)
  • Se col tuo lavoro guadagni qualche cosa, sappi donare in espiazione dei tuoi peccati.

Viene anche enfatizzata l'importanza di ponderare bene a chi dare, poiché colui che riceve senza averne bisogno dovrà rendere conto del perché e dello scopo per cui ha preso, non avendo pagato l’ultimo centesimo (Mt 5,26).

le due vie

Il Padre Nostro nella Didaché e nei Vangeli

La Didaché include una versione del Padre Nostro, che le comunità cristiane dei primi secoli recitavano insieme, spesso tre volte al giorno. Questa preghiera, insegnata da Gesù, è fondamentale nella tradizione cristiana.

Origini e versioni

« Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: "Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli" » (Lc 11,1). In risposta a questa domanda, Gesù affidò ai suoi discepoli e alla sua Chiesa la preghiera cristiana fondamentale. San Luca ne offre un testo breve (di cinque domande), mentre san Matteo una versione più ampia (di sette domande). La tradizione liturgica della Chiesa ha sempre usato il testo di san Matteo (Mt 6,9-13):

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.

La Didaché, al capitolo 8,2, propone una dossologia finale: « Perché tuo è il potere e la gloria nei secoli ». Questa aggiunta è significativa, in quanto le Costituzioni apostoliche hanno poi aggiunto "il regno" all'inizio della dossologia, formando la formula ecumenica moderna. La tradizione bizantina ha ulteriormente arricchito la dossologia dopo "la gloria" con "Padre, Figlio e Spirito Santo".

Il significato profondo del "Padre Nostro"

La recita del Padre Nostro è un atto abituale, ma è fondamentale comprenderne il significato profondo. La preghiera non è un mero susseguirsi di parole, ma una condizione di porsi di fronte a chi si rivolge l'orazione. Gesù stesso pone importanza alla predisposizione fisica e spirituale: “Quando preghi entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega ...” (Mt 6,6). Il termine greco ταμειόν, tradotto come "camera", ha significati analoghi principali come dispensa, granaio, magazzino, gabinetto, suggerendo l'idea di eclissarsi nel luogo più nascosto della casa per pregare in intimità, lontano dagli sguardi e dai giudizi altrui.

L'esibizionismo è estraneo alla preghiera, che è sostanzialmente una supplica, una richiesta, un'implorazione, la quale richiede un atteggiamento di umiltà e sottomissione. Gesù, nel Vangelo, si rivolge al Padre in termini non convenzionali, usando il termine familiare e intimo "Abbà", che si potrebbe tradurre in "babbino, papà". Questo suggerisce un rapporto di amorevolezza e fiducia totale, come quello di un bambino con il genitore. Ci si rivolge al Padre di tutti, non solo degli ebrei, con la consapevolezza che Egli provvede ai bisogni dei suoi figli (Mt 6,25-32 e Lc 12,22-30).

"Venga il tuo regno!"

La richiesta "Venga il tuo regno!" acquisisce un senso profondo nel contesto degli insegnamenti di Gesù. Sia Matteo che Luca concludono la spiegazione di Gesù sulla provvidenza del Padre con la raccomandazione: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.” (Lc 12,33 e Mt 6,33). Il capitolo 6 di Matteo, in cui viene insegnato il Pater, è preceduto dalle Beatitudini (Mt 5,1-16), che anticipano le regole fondamentali per far parte del nuovo regno. Il regno diventa così qualcosa di concreto, da realizzare non solo attraverso la fede, ma anche con le opere buone, affinché il mondo veda e glorifichi il Padre celeste.

Questa è una spiegazione realistica del senso della preghiera "Sia fatta la tua volontà. Sia santificato il tuo nome", che non è più una richiesta, ma un'accettazione delle regole cristiche. Giovanni (17,17-19) allude a questo quando riferisce una richiesta di Gesù al Padre: “Padre, santificali nella verità, la tua Parola è verità … Per loro io santifico me stesso, perché siano anch’essi santificati nella verità.” Non agire significa rimanere nelle "tenebre" dell'ignoranza e dell'egoismo: “Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere.”

Il "pane supersostanziale"

Il termine greco ἐπιούσιον (epiùsion), usato solo nel Nuovo Testamento e normalmente tradotto come "quotidiano" ("Dacci oggi il nostro pane quotidiano"), ha suscitato dibattiti. I Padri della Chiesa lo traducevano come "supersostanziale", collegando questa preghiera al discorso di Gesù dopo la moltiplicazione dei pani, dove si presenta come "il pane della vita":

«Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno. … Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».… Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».” (Gv 6,34-58)

Mettere in pratica i precetti di Cristo dona la vita eterna e la possibilità di realizzare il regno promesso, senza per questo cancellare le esigenze materiali alle quali il Padre provvede amorevolmente. Le persone gradite a Dio e che santificano il suo nome sono coloro che fanno la sua volontà: “Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre.” (Mc 3,35).

"Rimetti a noi i nostri debiti"

La frase "Padre nostro rimetti a noi i nostri debiti, come pure noi li rimettiamo ai nostri debitori" si spiega con la natura del debito come restituzione di un dono o l'adempimento di una promessa. Il peccato è il non onorare questo debito. Il dono per eccellenza è la vita eterna, ottenuta credendo in Colui che il Padre ha mandato: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.” (Gv 3,16).

"Non abbandonarci nella tentazione"

Con una delibera del 2008, la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha ufficializzato la nuova versione "Non abbandonarci nella tentazione" al posto di "Non indurci in tentazione". Questa modifica mira a evitare l'interpretazione errata che Dio possa essere l'autore della tentazione, come spiegato da Giacomo (Gc 1,13-15): “Nessuno, quando è tentato, dica: ‘Sono tentato da Dio’; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte”.

Le parole di Gesù vanno intese come: "Non ci lasciar cadere in tentazione, non abbandonarci alla tentazione". Dio non tenta, ma permette la prova per valutare la fede dell'uomo, che deve essere libero dalle passioni e debolezze umane. Gli apostoli furono messi alla prova dalle persecuzioni e quindi tentati di sottrarsi ad esse rinunciando al credo in Cristo. Questa prova serve a fortificare la fede, senza che Dio sia l'autore del male.

Rappresentazione di persone in preghiera

Il Battesimo e l'Eucaristia nella Didaché

Il Battesimo

La Didaché fornisce istruzioni dettagliate sul battesimo:

«Per quanto riguarda il battesimo, battezza così: avendo istruito in tutte queste cose, battezzate nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo in acqua viva» (Didaché 7:1).

Vengono anche fornite indicazioni sulla temperatura dell'acqua, suggerendo l'uso di acqua calda se non è disponibile quella fredda, o anche di versare acqua sul capo tre volte in assenza di sufficiente acqua in una vasca. Prima del battesimo, è richiesto un digiuno sia per chi battezza, sia per chi è battezzato, sia per altri, per uno o due giorni, se necessario.

L'Eucaristia

Le comunità cristiane dei primi secoli, quando si riunivano, rinnovavano il ricordo del sacrificio di Cristo partecipando alla “mensa del Signore” o “frazione del pane” (fractio panis). Nel giorno del Signore (domenica), si riunivano, spezzavano il pane e rendevano grazie (εύχαριστήσατε, eucaristésate) dopo aver confessato i propri peccati, affinché il loro sacrificio fosse puro (Didaché 14,1). Questa è la prima volta che il termine "Eucaristia", che significa "rendere grazie", viene utilizzato dopo la frazione del pane. Il rito della fractio panis, rinominato Eucaristia, e il "Padre nostro" erano sempre presenti fin da subito nelle assemblee dei cristiani dei primi secoli.

La preghiera eucaristica nella Didaché è importante perché contiene un'antica terminologia (per esempio, quella del Servo di Jhwh) che ci permette di intuire la teologia e la cristologia del tempo. La maggior parte degli studiosi ritiene che questa preghiera non sia un’anafora eucaristica vera e propria, ma una preghiera per i fedeli, in quanto non fa menzione della Passione del Signore e non vi sono inserite le parole di consacrazione.

I digiuni e i ministeri

Digiuno

La Didaché raccomanda un digiuno diverso da quello degli ipocriti, che digiunavano il lunedì e il giovedì. I cristiani digiunavano il mercoledì e il venerdì.

Ministeri e apostoli

La sezione disciplinare della Didaché tratta dei profeti e dei maestri, considerandoli "veri maestri" che hanno diritto a un sostentamento, come ogni operaio (Mt 10,10). In caso di passaggio di un apostolo o di un profeta, la Didaché prescrive norme per il loro accoglimento e discernimento. Un vero apostolo non deve chiedere denaro e non deve rimanere più di due giorni, o al massimo tre. Se un apostolo decide di stabilirsi tra la comunità e ha un mestiere, deve lavorare per mantenersi.

Vengono inoltre menzionati i vescovi e i diaconi, che sono descritti come "mansueti, disinteressati, amanti della verità e provati" (Didaché 15,1), e che devono essere onorati perché svolgono il ministero dei profeti e dei maestri. Si raccomanda di aprirne un'anfora di vino o di olio e di darne la primizia ai profeti, così come la primizia di denaro, vesti e ogni possedimento.

La Sezione Escatologica e il ritorno del Signore

La sezione finale della Didaché è escatologica e riguarda gli eventi della fine dei tempi e il ritorno del Signore. Viene esortato a vegliare e a riunirsi spesso per pensare a ciò che giova all'anima. Vengono annunciati segni dei tempi, come l'aumento dell'iniquità e la trasformazione dell'amore in odio. Si menziona l'Anticristo, che commetterà crimini inauditi.

I segni della venuta del Signore sono tre: il primo è l'apertura dei cieli (Mt 24,30), il secondo è il suono della tromba (Mt 24,31), e il terzo è la risurrezione dei morti. Infine, viene annunciato che "il mondo vedrà il Signore venire sulle nuvole del cielo" (Didaché 16:6) e tutti i santi con lui (Zc 24,5).

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