Il concetto di "pars destruens", espressione latina che indica la fase critica o demolitoria di un sistema di pensiero, è fondamentale in diverse correnti filosofiche e teologiche. Essa rappresenta la necessità di smantellare false conoscenze, pregiudizi o presupposti errati, prima di poter procedere alla costruzione di un nuovo sapere o di una nuova comprensione della realtà. Questo approccio è particolarmente evidente nel pensiero di Francesco Bacone, nell'esistenzialismo e nelle riflessioni sul pessimismo antropologico, con significative risonanze nella teologia luterana.

Le Radici della "Pars Destruens": Da Bacone alla Critica Filosofica
Francesco Bacone e la Bonifica della Conoscenza
Nel suo capolavoro, il "Novum Organum" (in latino "nuovo organo", ovvero nuovo strumento per indagare il mondo), Francesco Bacone tentò di sostituire il sapere deduttivo della logica classica con una nuova logica. Quest'ultima era strettamente dipendente dalle nuove scoperte tecnico-scientifiche del tempo, incentrata sul metodo induttivo e sperimentale, fondato sulla scelta, la valutazione e lo studio dei casi particolari, da cui partire per ricostruire per gradi le leggi generali.
Si trattò di una vera e propria rivoluzione rispetto alla vecchia logica, che partendo dall'universale e da sistemi generali si imponeva sui giudizi caso per caso. L'opera di Bacone spiega la coabitazione di una "pars destruens", intesa come la critica alle idee e alle posizioni altrui, e una "pars construens", vale a dire l'indicazione propositiva della strada da seguire. La "pars destruens" del pensiero baconiano, come fase di critica delle false conoscenze e convinzioni, cercò di dare una risposta al quesito sul perché l'uomo sia incline all'errore e alla superstizione.
Nel Novum Organum troviamo la celebre dottrina degli idoli, ovvero i pregiudizi che ostacolano il raggiungimento della verità e che sono così profondamente radicati nella natura umana da richiedere per la loro rimozione una profonda rivoluzione culturale e filosofica. Tra questi si distinguono:
- Idola tribus: definiti così perché radicati nella specie umana, quindi appartenenti a tutti gli uomini. L'uomo, quando vede qualcosa, pensa che essa sia effettivamente come la vede, affidandosi troppo ai sensi.
- Idola fori: pregiudizi che derivano dalla tirannide delle parole, dalla scorretta attribuzione dei vocaboli alle parole. Sono chiamati così perché le parole sono il mezzo essenziale con cui gli uomini si associano e scambiano beni, proprio come succede al mercato.

La "Pars Destruens" nell'Esistenzialismo e il suo Legame con Lutero
Il Pessimismo Antropologico di Kierkegaard
Si è soliti parlare di esistenzialismo ateo e di esistenzialismo cristiano, con figure come Sartre e Camus da un lato, e Gabriel Marcel e Nikolaj Berdjaev dall'altro. Partendo da una riflessione sull’esistenzialismo senza specificazioni, esso sostiene che la persona umana si caratterizza innanzitutto per l’esercizio della libertà, vista come irriducibile a qualsivoglia principio d’ordine, sia esso immanente o trascendente.
Tuttavia, la libertà si esplica per mezzo di una scelta di un atto e ciò, a giudizio degli esistenzialisti, rende “inutili” e vacui tutti i momenti dell’esistenza in cui la libertà non si esercita, giungendo a disgregare e dissolvere l’unità della persona. La libertà può così arrivare a essere una maledizione, e gli altri, che limitano la mia libertà, diventano "l'inferno", come dice Sartre. Di qui si giunge, inevitabilmente, al più cupo pessimismo: un pessimismo che, dell’esistenzialismo di Kierkegaard, ha conservato solo la "pars destruens". Questa si manifesta come l’angoscia quale condizione tipica dell’uomo, lo scacco davanti ad essa, il senso di fragilità, di precarietà, di smarrimento della coscienza davanti a una realtà incomprensibile e apparentemente assurda.

L'Influenza del Pensiero Luterano
A differenza degli esistenzialisti moderni, Kierkegaard, sebbene pensatore luterano - che pure va molto oltre Lutero e il suo desolante pessimismo antropologico - conserva una nobile aspirazione a trascendere la condizione disperante dell’uomo caduto nelle tenebre del peccato. Egli aspira a uscirne per trovare la pienezza esistenziale nell’abbraccio di Dio, a deporre in Lui la propria debolezza fiduciosamente, sapendo che il paradosso della croce è proprio quello di accettare di perdersi per potersi ritrovare. Negli esistenzialisti moderni, invece, questa aspirazione non c’è; l’uomo è chiuso in se stesso, nel circolo stregato e asfittico della propria finitezza, assurdamente prigioniero della propria libertà, che non sa che farsene, perché ogni scelta coincide con l’auto-annullamento.
In Kierkegaard, proprio in quanto pensatore luterano, permane una marcata propensione a vedere l’uomo come povera creatura impotente e incapace di collaborare alla propria redenzione. Anche in lui, è Dio che fa tutto, che viene incontro all’uomo e che lo tocca, salvandolo con il dono gratuito della grazia - senza che l’uomo mai sappia se tale dono gli verrà elargito o meno, perché indipendente dai suoi meriti, che sono comunque insufficienti. Questo pessimismo radicale, che considera l'uomo come peccato e nient'altro, e che non può fare nulla senza opporsi a Dio, è una caratteristica distintiva del pensiero luterano.
Per Sartre, il nulla è ontologicamente legato all’essere, e l’essere della coscienza è la coscienza del nulla, poiché, protendendosi verso qualcosa, essa si annulla. L’uomo, dunque, è perennemente fuori di se stesso, annaspa in un Limbo che lo costringe a una perpetua inautenticità, a una eterna frustrazione. Il risultato di tale contraddizione è la nausea esistenziale: l’uomo è nauseato dalle cose che lo circondano. Pessimismo, irrazionalismo e disperazione sono la condizione “normale” dell’uomo. Da qui al “salto” nella fede, in un cristianesimo che plachi l’angoscia esistenziale, il passo è breve, come dimostrato da figure quali Karl Barth, Léon Chestov e Gabriel Marcel, convertitosi al cattolicesimo nel 1929.
Tutto Kierkegaard in un'ora di lezione
Dibattito sull'Approccio "Distruens" al Cristianesimo
La Svalutazione dell'Uomo negli Esistenzialisti Cristiani
Sorge la domanda: è necessario disperare completamente dell’uomo per giungere al cristianesimo? È necessario condividere il più totale pessimismo antropologico e trasferire ogni ansia di redenzione in qualcosa che sta radicalmente fuori di lui? Gli esistenzialisti cristiani, un po’ come certi spiriti torturati dalla coscienza della propria indomabile concupiscenza (da Sant’Agostino a Léon Bloy), giungono a Dio attraverso la totale svalutazione dell’uomo. Essi pongono un Dio che fa tutto, mentre l’uomo non è capace di far niente, neanche di tendere la mano con la quale Lui li possa salvare.
La loro sembra essere una reazione alla presunzione dell’uomo che vuole agire da solo, salvarsi da solo, prendere su di sé la responsabilità del mondo intero, perfezionandolo secondo i dettami della ragione; salvo poi precipitare nello sconforto davanti ai propri ripetuti fallimenti, come nel grande abbaglio del pensiero illuminista. Certo, è anche questo un modo di giungere al cristianesimo, ma è il modo migliore, è il modo giusto? Per riconoscere che solo Dio può tutto e che l’uomo, senza Dio, è l’ombra e l’aborto di se stesso, è necessario calunniare la natura umana e la creazione tutta, ritenendo che l’uomo e il mondo, in se stessi, siano qualcosa di sbagliato, malvagio e irrimediabilmente insensato?
La Critica di Luigi Stefanini e la Prospettiva Equilibrata
Il filosofo personalista Luigi Stefanini ha riassunto questa questione con chiarezza concettuale: gli esistenzialisti cristiani hanno accettato il pessimismo, l’irrazionalismo e la disperazione, tutto ciò che costituisce l’esito fallimentare dell’esistenzialismo ateo, allo scopo di poter offrire, a tanto disastro, una riparazione religiosa. Laddove l’esistenzialismo ateo finiva, cioè al nulla dell’uomo, essi ricominciavano per riempire questo vuoto col tutto di Dio. Essi scontavano l’esperienza luterana di Kierkegaard, per cui l’uomo altro non è che peccato e nulla può fare, nell’approfondire la sua persona e nell’esercitare la propria libertà, che mettersi in opposizione con Dio. Sicché l’incontro dell’uomo con Dio avviene, per Kierkegaard, non già in seguito a una elevazione dell’uomo a Dio, ma per uno scontro drammatico, per una collisione dell’umano e del divino, ciò che costituirebbe, secondo il teologo danese, il paradosso essenziale dell’esperienza cristiana.
Non molto diversamente, Karl Barth, teologo svizzero e divulgatore dell’ispirazione kierkegaardiana nel mondo calvinista e luterano del nord, scava nell’uomo quanto più a fondo possibile per sottrargli ogni pregio e ogni virtù positiva, riducendolo al di qua della linea del nulla e della morte, affinché possa intervenire il divino a “invaderlo” e “requisirlo” con la fede e la grazia. Così Léon Chestov considera la ragione come la conseguenza del peccato originale dell’uomo e pretende che il riscatto religioso avvenga con la negazione della scienza, di ogni ordine legale e morale del mondo, andando verso l’irrazionale, l’impossibile, l’assurdo, che dovrebbero essere le condizioni stesse in cui vive Dio. Anche Gabriel Marcel, nei drammi del primo periodo, amava accentuare tutti i motivi di tragica sconnessione dell’ordine terreno, per far emergere l’invocazione dalla disperazione, la speranza dall’irreparabile rovina di tutte le possibilità umane. Si tratta di vituperare l’uomo per trarre da questo vituperio l’inno di lode al Creatore: di annullare la Creatura, affinché emerga la sovranità assorbente e risolvente della sovrannatura.
La sapienza cristiana, custodita dal magistero di Roma, ha invece tramandato un metodo diverso: invece di annullare le risorse dell’esistente creato, bisogna esercitarle nella loro rettitudine fino al limite estremo delle loro possibilità, per ricavare dallo stesso approfondimento dei valori umani il senso del limite dell’umano e l’appello a un compimento dell’uomo che dall’uomo non può derivare. La natura non è da “tollere” (togliere), ma da guarire, da redimere, da “perficere” (perfezionare). La via non è quella dello “svuotamento”, ma quella della sovracostruzione, dell’innalzamento dell’uomo, della storia e della civiltà su se stesse, con la capitalizzazione dei meriti e delle opere che Dio ha concesso all’uomo di trarre da se medesimo e dalla propria libertà. Questo affretta l’incontro dell’uomo con Dio e rende fecondo nella natura il soccorso della grazia. Togliere qualcosa alla perfezione delle creature è contestare la perfezione della virtù creatrice; contestare le virtù proprie delle cose è infirmare la bontà divina.
Si tratta di vedere in modo equilibrato la condizione umana e il posto dell’uomo nel mondo, senza sopravvalutarne l’autonomia, ma anche senza negarla e disprezzarla. Questo equivarrebbe a negare o disprezzare la libertà e, dunque, a dichiarare fallimentare la creazione e il progetto divino da cui essa trae origine, il che sarebbe una contraddizione in termini. Se il mondo fosse radicalmente insensato, se l’uomo fosse radicalmente cattivo, allora Dio non sarebbe più Dio, ma un Dio malvagio, il Diavolo.

La "Pars Destruens" negli Studi Storico-Religiosi: Il Caso dello Gnosticismo
Decostruzionismo e Revisione delle Categorie
Il decostruzionismo comporta una profonda rivisitazione dell'attrezzatura ideologica che permea gli studi di settore e che presenta una natura rigida e una dichiarata propensione all’universale. Per realizzare una transizione dalla pars destruens alla pars construens negli studi storico-religiosi, sono necessarie alcune condizioni: l'operazione decostruttiva deve essere condotta tenendo costantemente presenti i dati filologici e storici, le categorie storico-religiose devono essere intese come suscettibili di continua e necessaria correzione, e tali categorie devono essere gradualmente meglio focalizzate tramite la comparazione integrale.
Negli ultimi decenni, i tentativi di verifica critica delle categorie storico-religiose hanno avuto origine spesso presso ambiti scientifici (strutturalismo, decostruttivismo) poco rispettosi dei realia storico-filologici. Per tale motivo, la rivisitazione critica ha assunto una natura quasi esclusivamente demolitoria, spingendo l'azione decostruttiva oltre il lecito, sminuendo i dati storici a causa di istanze ideologico-speculative che inducono alla tabula rasa. Appare evidente, però, che la pars construens può sperare di reperire sufficienti e solide basi principalmente su una sempre più consapevole e ampia valutazione dei dati filologici, raccolti in funzione dell’analisi storico-comparativa.
Gnosticismo: un Paradigma di Pessimismo Anticosmico
Il termine moderno "gnosticismo" nasce nel XVII secolo in ambito riformato e venne successivamente sussunto anche fra gli studiosi di storia del dogma cattolici. Gli studiosi, in particolare H. Jonas, valorizzarono l’idea di una religione autonoma e cercarono di definire gli elementi che la rendevano tale. Le palesi risonanze di questo vocabolario, affine alla coeva riflessione esistenzialista, non potevano certo sfuggirgli, così come, proprio grazie a Jonas, non mancarono di attirare l’attenzione di molti esponenti della cultura occidentale.
Fuori dalla prospettiva confessionale, evocare gli gnostici significava richiamare alla mente l’immagine di un uomo consapevole della propria grandezza, ma costretto in una sordida prigione mondana e avviluppato dagli insopportabili limiti materiali del proprio corpo. Questo mondo oscuro, questo uomo prigioniero di forze superiori che ne tarpano la libertà, il pessimismo esistenziale che ne nasce, la sconfortante prospettiva anticosmica e antisomatica, il disprezzo per la dimensione terrena, la materia e la storia, rappresentano le tessere di un mosaico che ridefinirono la percezione comune degli antichi gnostici. Marcando a dismisura queste tinte fosche e facendo del dispotico demiurgo gnostico un malvagio dominatore luciferino, questa immagine conserva ancora oggi il suo indubbio fascino, rappresentando il mondo come la sanguinosa scena dello scontro ineluttabile fra il Bene e il Male.
Vie alla Verità: Pluralità di Percorsi e Complementarietà
Esistono numerose strade per arrivare alla Verità, e ogni uomo deve costruire da sé la propria strada, certo con l’aiuto soprannaturale, ma seguendo un percorso che non è mai uguale a quello di nessun altro. La rivelazione della croce, come passaggio obbligato per arrivare a Dio, si può intendere sia come riconoscimento dell’impotenza umana e della vanità dei progetti fondati sulla pretesa dell’autosufficienza, sia dalla operosa collaborazione con il piano di salvezza divino e con la volontà di portare alla massima perfezione le facoltà propriamente umane. Queste facoltà rappresentano un adeguato trampolino per spiccare il balzo verso una verità più alta e una pienezza più soddisfacente, che l'uomo, da solo, non è in grado di raggiungere. Un giudizio interamente negativo sulla natura, e non soltanto su quella umana, non è tuttavia la via più feconda.
Infatti, se l'aurora della filosofia è lo stupore del mondo già sempre là, e se il pensiero è afferrato nella vertigine, esso sarà sempre segnato dalla "mania" dell'eterno, che è apertura a un novum e inedito. La mortalità implica la perfezione della creazione, intendendo per perfezione la compiutezza. La creazione, nella sua finitudine, si riconosce creata, proprio perché sta dinanzi al Dio della vita, riconoscendosi chiamata. Così la mortalità si pone come condizione della Rivelazione. Non si è dunque che affidati alla vita dalla vita, sorretti nella propria creaturalità dalla memoria di Dio.