La Frazione del Pane nella Messa: Gesto, Parola e Riconoscimento di Cristo

Un noto liturgista francese, Claude Duchesneau, immagina che un giorno si decida di dare alla Messa un nuovo nome. In un sondaggio, probabili risposte sarebbero "eucaristia", "celebrazione eucaristica", "santo sacrificio", "cena del Signore". Tuttavia, conclude Duchesneau, non è sicuro che "frazione del pane" verrebbe proposta anche una sola volta. Eppure, tra i tanti segni eucaristici che la tradizione della Chiesa ha trasmesso lungo i secoli, la frazione del pane è l'unico gesto eucaristico compiuto da Gesù con le sue mani.

Un Gesto Fondamentale Spesso Dimenticato

La "frazione del pane" è il nome più antico dell'eucaristia, più volte attestato nel Nuovo Testamento, nell'epoca apostolica e nella Didaché. Ancora fino al II secolo, denominava l'intero pasto eucaristico. Per questo, lo spezzare il pane è il gesto originario e primario dell'eucaristia, al punto da poter dire che esso costituisce l'essenza gestuale dell'eucaristia, come il pane ne è la sostanza materiale. L'eucaristia è tanto la realtà del pane quanto il gesto di spezzarlo e condividerlo: non si dà mai l'una senza l'altro. L'eucaristia non è semplicemente pane, ma un pane spezzato e condiviso.

Ma che ne è oggi di quel gesto che guarì dall'oscurità di mente i discepoli di Emmaus e consentì loro di riconoscere Gesù risorto? Come spiegare la straordinaria pregnanza di significato che il Nuovo Testamento riconosce a questo gesto e il suo essere ignorato dai credenti nelle nostre liturgie? Per quale ragione così presto, nella storia del cristianesimo, la fractio panis ha smesso di dare il nome all'eucaristia e di essere il gesto centrale nella celebrazione?

illustrazione dei discepoli di Emmaus mentre Gesù spezza il pane

Radici Ebraiche e la Nuova Alleanza di Cristo

Il gesto di spezzare il pane alla tavola per condividerlo con i presenti non l'ha inventato Gesù, ma appartiene alla ritualità ebraica. Joachim Jeremias, in "Le parole dell'Ultima cena", lo descrive così: «A ogni pasto, preso in comunione, la comunità di tavola è costituita attraverso il rito della frazione del pane. Quando il padre di famiglia pronuncia la benedizione sul pane - benedizione che ogni commensale fa sua attraverso l'Amen! - che spezza e di cui offre a ciascuno un pezzo da mangiare, significa che attraverso la manducazione ciascuno dei commensali partecipa alla benedizione della tavola; l'Amen pronunciato in comunione e la manducazione comune del pane della benedizione univa i commensali in una stessa comunità di tavola».

A tavola con i discepoli, alla vigilia della sua passione, Gesù segue il rituale ebraico e, spezzando il pane per condividerlo con i commensali, fa suo il significato del rito. Ma, al tempo stesso, lo arricchisce ulteriormente: «Prese un pane e dopo aver reso grazie lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me"» (1Cor 11,23-24). In quel gesto Gesù vede racchiuso il senso dell'intera sua vita e della sua imminente morte.

Da quando Gesù l'ha compiuto nell'Ultima Cena, la frazione del pane non è solo il rito ebraico della condivisione con i commensali, ma è anche il gesto attraverso il quale fare memoria del sacrificio di comunione di Cristo che, stipulando la Nuova Alleanza nel suo corpo messo a morte e nel suo sangue versato, crea la comunione della sua comunità e fa di essa un unico corpo, il suo corpo. È dall'Ultima Cena che la frazione del pane diventa un rito eucaristico. E da allora i discepoli di Cristo spezzano il pane per fare memoria di lui. Nel giorno del Signore si identificano, si riconoscono e si confessano "riuniti per spezzare il pane" (At 20,7).

dipinto dell'Ultima Cena che mostra Gesù spezzare il pane

La Dimensione Sacrificale: L'Agnello Spezzato

Nel gesto eucaristico di spezzare il pane vi è una dimensione sacrificale alla quale la tradizione liturgica, soprattutto orientale, ha poi accostato e sovrapposto la figura dell'Agnello pasquale, che è sempre "l'Agnello sgozzato" (Ap 5,6). Nella liturgia bizantina al pane destinato all'eucaristia è dato il nome di "Agnello", così come nel rito simbolico della frazione il pane è chiamato "Agnello immolato". Nella liturgia siriaca di san Giacomo la formula che accompagna la frazione del pane recita: «Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, che è immolato per la salvezza del mondo».

Non a caso fu un papa di origine siriaca, Sergio I (+ 701), a introdurre alla fine del VII secolo nella liturgia romana la triplice litania Agnus Dei come canto proprio della fractio panis. Da qui si comprende la ragione per la quale la frazione del pane è uno dei pochi riti di cui l'Ordinamento Generale del Messale Romano (OGMR) avverte la necessità di chiarire il significato: «Il gesto della frazione del pane, compiuto da Cristo nell'Ultima Cena, che sin dal tempo apostolico ha dato il nome a tutta l'azione eucaristica, significa che i molti fedeli, nella Comunione dall'unico pane di vita, che è il Cristo morto e risorto per la salvezza del mondo, costituiscono un solo corpo» (OGMR, n. 83).

È il significato del gesto che l'apostolo Paolo trasmette alla comunità cristiana di Corinto, dove l'espressione "spezzare il pane" designa l'eucaristia: «Il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c'è un solo pane, noi pur essendo molti siamo un solo corpo, dato che tutti partecipiamo a un solo pane» (1Cor 10,16-17).

Il Gesto del Sacerdote e la Sua Eloquenza Muta

Se questa è l'importanza della frazione del pane, ancora più evidente si fa la distanza tra il suo significato e la prassi liturgica attuale, nella quale questo gesto è colto come uno dei tanti riti riservati al presbitero e che passano inosservati. Del resto, nell'immaginario cattolico il gesto eucaristico per antonomasia è l'elevazione dell'ostia al momento della consacrazione, conseguenza rituale di una teologia eucaristica che dal medioevo ha enfatizzato oltre misura la presenza reale a scapito di altre verità fondamentali del mistero eucaristico.

Subito dopo il segno della pace, parte l'invocazione: "Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo…", che viene ripetuta tre volte. Mentre queste cose accadono, il sacerdote - in silenzio -, leggermente inchinato sull’altare, prende l’ostia consacrata nelle sue mani e la spezza lentamente. Sottovoce, mentre l’assemblea ripete o canta l’Agnus Dei, sussurra: "Il corpo e il sangue di Cristo, uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna". Mette un pezzetto dell’ostia spezzata nel calice e genuflette in adorazione per qualche istante. Questo gesto, inosservato e silenzioso, chiamato "frazione del pane" era ciò da cui derivava anticamente il nome stesso della Messa: fractio panis. È un gesto importante, quindi, se dà addirittura il nome alla celebrazione! Forse andrebbe seguito bene, spiegato e riconosciuto dall’assemblea cristiana.

Qualche autore spirituale dice che Gesù, presente nell’ostia consacrata, si lascia spezzare nelle mani di un peccatore: quale maggiore umiltà? Secondo alcuni autori il "miscuglio" della Carne e del Sangue di Dio, nel calice, sono l’espressione del dono totale. I nostri fratelli Ortodossi evidenziano questo elemento, ricevendo un po’ di questo "miscuglio" sulla lingua, donato dal sacerdote ai fedeli attraverso un cucchiaino. L'invito che introduce alla Comunione, "Beati gli invitati alla cena dell'Agnello", indica l'Agnello non solo come vittima, ma come Colui che invita alla sua mensa.

foto del sacerdote che spezza l'ostia all'altare durante la Messa

La "Frazione del Pane" e il Racconto di Emmaus

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto».

Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.

Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l'un l'altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Parola del Signore.

I discepoli di Emmaus || Lc 24,13-35 || Udienza generale, 24 05 2017

Oltre la Moltiplicazione: La Logica del Dono e del Darsi

C'è un'ora del giorno, e della vita, in cui ogni energia sembra esaurita e le soluzioni svaniscono all'orizzonte. È l'ora del crepuscolo, quando la luce declina e le ombre si allungano. Il Vangelo di Luca ci conduce proprio in questo momento, in un "luogo deserto" (Lc 9,12). Questa scena non è un semplice dettaglio di cronaca, ma una potente metafora della condizione umana, dove sperimentiamo il nostro limite di fronte ai bisogni immensi. In questa situazione di impasse, i Dodici si fanno avanti con una proposta ragionevole: "Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo" (Lc 9,12). Questa è la reazione della logica umana di fronte a un problema insormontabile, la tentazione di gestire il bisogno allontanandolo, delegando la soluzione ad altri.

Di fronte alla soluzione pragmatica dei discepoli, Gesù risponde con una frase che sposta l'asse dell'intera questione: "Voi stessi date loro da mangiare" (Lc 9,13). Questa espressione suggerisce un significato più profondo del semplice "procurate voi il cibo": "date voi stessi da mangiare", ovvero, "datevi come cibo". Gesù non sta semplicemente assegnando un compito impossibile; sta rivelando ai suoi discepoli la loro vera identità e vocazione. Essi, ragionando ancora secondo la logica dell'avere ("Non abbiamo che cinque pani e due pesci"), si concentrano su ciò che manca. Gesù, invece, li invita a spostare lo sguardo da ciò che hanno (o non hanno) a ciò che sono. Si delinea qui un passaggio fondamentale da un'economia del possesso a un'economia del dono.

Il ragionamento dei discepoli è chiaro: la percezione della scarsità materiale genera una soluzione basata sulla separazione o sull'acquisto di cibo. Entrambe le opzioni mantengono una distanza di sicurezza. Il comando di Gesù spezza questa logica. Egli non nega la realtà della povertà materiale, ma la trasfigura, insegnando che la vera miseria non è la mancanza di beni, ma l'incapacità di vedersi come un dono per l'altro.

È significativo che in nessuno dei quattro racconti evangelici della moltiplicazione dei pani compaia mai il verbo "moltiplicare". Questa è una scelta teologica importantissima. Il concetto di "moltiplicazione" appartiene alla logica umana dell'accumulo, della produzione quantitativa. Il verbo che gli evangelisti usano è "spezzare". A differenza del moltiplicare, che può essere un atto solitario di potere, lo spezzare è un gesto intrinsecamente relazionale e comunitario. Si spezza il pane solo per condividerlo. È un atto che implica vulnerabilità, apertura, dono. Nello spezzare il pane, si spezza l'egoismo che c'è nell'uomo.

  • Prese: Gesù non crea dal nulla. Prende il poco che i discepoli hanno, valorizzando il contributo umano.
  • Alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione: Un gesto di relazione filiale, che collega la terra al cielo e mostra che il suo potere proviene dal Padre.
  • Li spezzò: È il gesto centrale, il cuore del miracolo. L'atto del dono di sé che rende il cibo condivisibile e sovrabbondante.
  • Li dava: Gesù non distribuisce il pane direttamente, ma lo affida ai discepoli. Essi, che prima volevano congedare la folla, ora ne diventano i servitori.

La proposta dei discepoli si fonda sul verbo comprare, che appartiene alla sfera del mercato. La soluzione di Gesù si realizza nel verbo spezzare, che appartiene alla sfera del dono, della gratuità. Gesù dimostra che la logica del dono è infinitamente più potente e generativa della logica del mercato.

infografica che illustra il contrasto tra la logica del

Un Rinnovamento del Simbolismo Eucaristico: Dal Pane all'Impegno

La liturgia che Gesù improvvisa nel deserto, con i suoi gesti solenni - prendere, benedire, spezzare, dare - trova il suo significato più profondo e la sua perenne attualità nel mistero dell'Eucaristia, come ci viene consegnato dall'apostolo Paolo (1Cor 11,23-26): "Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga" (1 Cor 11,26). Annunciare la morte del Signore significa proclamare la vittoria di quella stessa logica del dono di sé. L'annuncio non è affidato primariamente alle parole, ma allo stesso gesto di "mangiare e bere".

Paolo rimprovera una comunità dove, celebrando l'Eucaristia, si creano divisioni, con i ricchi che mangiano per conto loro (1 Cor 11,21). I Corinzi, di fatto, ripetevano l'errore dei discepoli: di fronte alla fame del fratello, sceglievano la logica della separazione. Ecco allora che il monito a "riconoscere il corpo del Signore" (1 Cor 11,29) acquista una luce potentissima. Riconoscere il corpo significa riconoscere lo stesso Cristo presente nel pane consacrato sull'altare, nel corpo affamato della folla nel deserto e nel corpo umiliato del fratello povero nella comunità. Separare queste presenze, dividere la comunione con Cristo nel sacramento dalla comunione con i fratelli nella vita, significa svuotare l'Eucaristia del suo significato e tradire il suo annuncio.

La prima condizione grazie alla quale il gesto eucaristico della frazione del pane potrà tornare alle sue origini e diventare eloquente agli occhi dei credenti è che il pane da spezzare ritrovi la realtà della sua forma. L'ostia è un pane vero, ma non è un pane reale! Fino a quando il pane per l'eucaristia manterrà la forma dell'ostia anche la frazione non potrà sprigionare tutta la sua intensità e forza. La nostra liturgia avrà un futuro se proseguirà con convinzione e audacia nella ricerca di una maggiore verità dei segni liturgici. Inculturare oggi in Occidente il linguaggio cristiano e liturgico, significa renderlo eloquente per i credenti secolarizzati, desiderosi di autenticità, semplicità ed eloquenza.

Il "Mistero della Fede" e la Vocazione Eucaristica

«Mistero della fede!». Con questa espressione pronunciata immediatamente dopo le parole della consacrazione, il sacerdote proclama il mistero celebrato e manifesta il suo stupore di fronte alla conversione sostanziale del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue del Signore Gesù, una realtà che supera ogni comprensione umana. In effetti, l’eucaristia è per eccellenza «mistero della fede»: «è il compendio e la somma della nostra fede». La fede della Chiesa è essenzialmente fede eucaristica e si alimenta in modo particolare alla mensa dell’eucaristia. Per questo, il sacramento dell’altare sta sempre al centro della vita ecclesiale e «grazie all’eucaristia la Chiesa rinasce sempre di nuovo!».

Quanto più viva è la fede eucaristica nel popolo di Dio, tanto più profonda è la sua partecipazione alla vita ecclesiale mediante la convinta adesione alla missione che Cristo ha affidato ai suoi discepoli. La perseveranza nello spezzare il pane chiede anzitutto l’esercizio quotidiano delle virtù teologali, in modo particolare della fede. La fede che, sostenuta dalla grazia dello Spirito Santo, professa che Gesù nel sacramento eucaristico continua ad amarci fino al dono del suo Corpo e del suo Sangue. La speranza che, certa della Parola del Signore, ci mostra il compimento delle promesse e ci fa pregustare la gloria futura.

Gesù accetta di essere sminuzzato senza resistenze per amore nostro, accetta di essere spezzato per umiltà, di diventare tanti frammenti per raggiungere tante persone. Questa è la grande trasformazione su cui richiamare l'attenzione: una trasformazione straordinaria. Ricevendo la comunione anche noi riceviamo lo stesso dinamismo di amore di Gesù e dobbiamo sforzarci di fare quello che Lui ha fatto. Uniti a lui trasformiamo tutto in amore. L’Eucaristia ci rende capaci di vincere in qualsiasi circostanza, con Cristo. Questo è ciò che un grande studioso, P. Vanhoye, chiama accogliere l’Eucaristia in modo attivo e non passivo.

Prefigurazioni e Compimento

L’Eucaristia è stata prefigurata nella prima lettura, attraverso l’immagine di Melchisedek, re di quella che sarà la futura città della pace, Gerusalemme (Salem = pace). L’Eucaristia è stata preparata da Gesù nell’episodio della moltiplicazione dei pani; un gesto che, come quello di Melchisedek, era atto di carità per rifocillare persone stanche, ma anche sacrificio, atto sacro accompagnato dalla benedizione. L’Eucaristia è stata finalmente celebrata da Gesù nell’Ultima Cena, come ci ha raccontato Paolo, sacrificio celebrato per la salvezza e la remissione dei peccati. Tutto converge verso ciò che stiamo celebrando ora.

Questo dinamismo, che ci chiama in causa personalmente nella nostra vocazione eucaristica a diventare imitatori del Cristo spezzato per amore, è stato ben intuito da un profeta del nostro tempo. P. Turoldo, nel ricordare Melchisedek, vede in trasparenza la realizzazione della prefigurazione: la pienezza di ciò che era stato solo velatamente annunciato. Le sue parole ci possono aiutare a riflettere personalmente e ciascuno potrà decidere, nel suo cuore, di dire il suo sì a Dio, a una vita eucaristica, fatta degli stessi gesti d’amore, della stessa capacità di perdono, della medesima disponibilità ad accogliere il disegno di Dio, che abbiamo contemplato in Cristo, e che oggi ripetiamo, riattualizzandola, in questa Messa:

“Melchisedek: nessuno ha mai saputo di lui, donde venisse, chi fosse suo padre. Questo soltanto sappiamo: che era il sacerdote del Dio altissimo. Era la figura di un altro, l’atteso, il solo re che ci liberi e salvi. Un re che preghi per l’uomo e lo ami, un re che vada a morire per gli altri; uno che si offra nel pane e nel vino si lasci spezzare per il Dio Altissimo in segno di grazie: il pane e il vino di uomini liberi, dietro Abramo da sempre in cammino”.

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