Il desiderio di esprimersi in modo gradevole agli occhi di Dio, come espresso nel Salmo 19:14, implica la necessità di dichiarare cose giuste in una maniera che si addica a un servitore di Dio. Le nostre parole devono dimostrare la nostra fedeltà quotidiana, non solo in contesti religiosi, ma in ogni ambiente, riflettendo favorevolmente sul nostro ministero.
L'importanza della nostra maniera di parlare include anche l'espressione facciale e il tono della voce. La felicità derivante dal servire Geova dovrebbe trasparire dal nostro viso, poiché un atteggiamento amichevole e un sorriso caloroso sono elementi che attraggono le persone. Le verità bibliche, sebbene serie, sono anche rincuoranti e meritano di essere presentate con entusiasmo.
Acquisendo una conoscenza più approfondita del linguaggio, si comprende che le parole e le espressioni hanno una vera e propria "personalità": possono essere amare o dolci, tenere o dure, amichevoli o ostili, edificanti o scoraggianti. La scelta di parole e espressioni giuste è, pertanto, di fondamentale importanza.
Sviluppare un Linguaggio Efficace e Costruttivo
Ampliare il Vocabolario
È essenziale ampliare la propria conoscenza di vocaboli. Per lodare Geova, le parole non mancano, come dimostra qualsiasi dizionario. La domanda è: usiamo bene la riserva di parole disponibili? Quando leggiamo, è utile consultare le parole che non capiamo pienamente o annotarle per cercarle in seguito. Questo aiuta ad accrescere il nostro vocabolario e a scoprire parole che conosciamo ma che non usiamo quotidianamente. È consigliabile fare uno sforzo cosciente per usarle in modo appropriato.

Scegliere la Parola Giusta
Imparare a usare la parola giusta è cruciale. Due parole possono avere un significato simile ma leggermente diverso, da usare in circostanze diverse. Prendendo nota di queste sfumature, eviteremo di offendere gli ascoltatori e ci esprimeremo in modo più chiaro. La consultazione di un buon dizionario è utile, poiché molti elencano sia i sinonimi (parole dal significato simile, benché non identico) che i contrari (parole dal significato alquanto opposto). Questo permette di trovare non solo varie espressioni per la stessa idea, ma anche diverse sfumature di significato, un aspetto molto utile nella ricerca della parola giusta al momento giusto. L’uso della parola giusta impedisce anche di essere inutilmente prolissi e aiuta a esprimere il pensiero con chiarezza, poiché la verbosità tende a nascondere l’idea. È consigliabile esercitarsi a esprimersi con poche parole, ma efficaci.
Qualità del Vocabolario
Mentre si aumenta il vocabolario, non bisogna pensare solo in termini di nuove parole, ma considerare anche quelle che possiedono particolari caratteristiche: verbi che esprimono vigore; aggettivi che danno colore; espressioni che aiutano a collegare i pensieri per evitare la monotonia; espressioni che mostrano calore e hanno una nota di benignità.
Parlare in Modo Chiaro e Comprensibile
Lo scopo di accrescere il proprio vocabolario non è quello di farne mostra, ma di comunicare informazioni, non di colpire gli ascoltatori. Il nostro punto di vista dovrebbe essere identico a quello espresso dall’apostolo Paolo: «In una congregazione direi piuttosto cinque parole con la mia mente, per istruire oralmente anche altri, anziché diecimila parole in lingua [straniera]» (1 Cor. 14:9, 19). Un modo di parlare troppo difficile da capire potrebbe essere come una lingua straniera. È saggio evitare di essere inutilmente tecnici con chi non apprezzerà i particolari. Anche nella conversazione comune non dovremmo cercare di impressionare con discorsi complessi e paroloni. È più importante che i nostri ascoltatori afferrino ciò che abbiamo da dire, ricordando che, secondo Proverbi 15:2, «la lingua dei saggi fa il bene con la conoscenza». La scelta di buone parole, facili da capire, aiuta a rendere il nostro discorso ristoratore e stimolante anziché monotono e privo d’interesse.
Pronuncia Corretta
È fondamentale imparare a dire le parole in maniera corretta, pronunciandole dovutamente. Per questo, si può consultare un dizionario e osservare come gli altri pronunciano certe parole, evitando così la trascuratezza nella pronuncia. Altri pericoli da evitare nel parlare quotidiano sono le parole dette in modo indistinto e l’omissione delle finali. È bene non parlare a denti stretti e usare una buona dizione.
Linguaggio da Evitare: Le Ammonizioni di Paolo
Il potere delle parole giuste | Vera Gheno | TEDxMontebelluna
La Parola di Dio ci guida riguardo al tipo di discorso da evitare nella vita di ogni giorno. L’apostolo Paolo ci consiglia, per esempio, di evitare le «cose che non si addicono», come gli «scherzi osceni» (Efes. 5:3, 4). Dobbiamo astenerci da parole ed espressioni oscene e volgari. Paolo scrisse anche: «Non esca dalla vostra bocca nessuna parola corrotta, ma qualunque parola che sia buona per edificare secondo il bisogno, affinché impartisca ciò che è favorevole agli uditori» (Efes. 4:29).
I cristiani devono evitare le parole blasfeme e il discorso triviale. Alcuni ritengono che tale linguaggio dia enfasi a ciò che dicono, ma esiste un’abbondanza di buone parole vigorose. Non è necessario imitare il discorso rozzo di certe persone. Sono da evitare anche espressioni e modi di dire che contrastano con l’uso grammaticale, spesso usati in spettacoli mondani o resi popolari da canzoni moderne, che le persone tendono a imitare. I cristiani non dovrebbero adottare tali modelli di espressione, per non identificarsi con il mondo e il suo stile di vita. Il nostro modo di esprimerci non dovrebbe risentire di tali influenze mondane (Rom.).
I cristiani devono stare attenti a evitare il linguaggio irriverente. Alcuni usano i termini «Dio» e «Signore», anche «Gesù» e «Cristo», semplicemente per dare enfasi al discorso, o al posto di una parola blasfema. Anche parole come «perdinci» e «gesummio» sono eufemismi, usati al posto di «Dio» e «Gesù», e perciò sono anch’esse riprovevoli come esclamazioni (Eso. 20:7; Matt.).
Quello che la gente dice e fa può a volte irritarci. Ciò nondimeno, non sarebbe appropriato che il cristiano replicasse con parole adirate o offensive. L’apostolo dice: «Realmente allontanatele tutte da voi: ira, collera, malizia, parlare ingiurioso e discorso osceno dalla vostra bocca» (Col. 3:8). Anche se il modo di parlare di altri ci irrita, la condotta saggia è quella di controllare il proprio spirito (Prov. 14:29; Giac.).
L'Importanza della Corretta Grammatica e Pratica Quotidiana
Alcuni potrebbero essere consapevoli che la loro grammatica non è ottimale, magari perché sono cresciuti in un altro paese o non hanno avuto molte opportunità di istruzione. Non dovrebbero scoraggiarsi, ma piuttosto fare un sincero sforzo per migliorare, per amore della buona notizia. Si possono compiere passi utili: ad esempio, la lettura familiare offre l’opportunità di fare tali correzioni. Molte delle nostre conoscenze grammaticali le abbiamo acquisite ascoltando gli altri. È dunque importante ascoltare attentamente quando parlano fratelli maturi e ben istruiti. Quando si legge la Bibbia e le pubblicazioni, si dovrebbe fare attenzione alla costruzione dei periodi e alla forma delle parole usate in varie circostanze.
I più giovani dovrebbero approfittare dell’opportunità di imparare bene la grammatica e la corretta dizione mentre frequentano la scuola. Se non si è sicuri della ragione di una regola grammaticale, è bene chiedere chiarimenti all’insegnante.
È fondamentale sforzarsi di parlare bene ogni giorno. Chi è trascurato nella conversazione quotidiana non può aspettarsi di riuscire a parlare bene in occasioni speciali; è necessaria la pratica. L’abitudine di parlare bene ogni giorno ci aiuta a riempire la mente e il cuore di parole dilettevoli con le quali potremo esprimere il nostro apprezzamento per i grandi propositi di Geova attraverso il suo Regno.
La Visione di Paolo sulla Legge, il Peccato e la Giustizia
Paolo affronta la complessa relazione tra fede e Legge, affermando: «Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge» (Rm 3:31). Egli sottolinea che la fede in Yeshùa e l’osservanza dei Comandamenti vanno di pari passo: «Qui è la costanza dei santi che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù». Tuttavia, Paolo presenta anche affermazioni che sembrano in contrasto, indicando che la legge «produce ira» e «intervenne a moltiplicare la trasgressione» (Rm 4:15, 5:20). La legge aveva potere sull'uomo finché viveva, ma i credenti sono «stati sciolti dai legami della legge, essendo morti a quella che ci teneva soggetti, per servire nel nuovo regime dello Spirito e non in quello vecchio della lettera» (Rm 7:1-6). La legge fu aggiunta a causa delle trasgressioni, fungendo da «precettore per condurci a Cristo, affinché noi fossimo giustificati per fede», ma ora che la fede è venuta, non siamo più sotto precettore (Gal 3:19-25).

Questo apparente contrasto porta a interrogativi. Da una parte Paolo afferma che «confermiamo la legge», dall’altra la definisce «il ministero della morte, scolpito in lettere su pietre» e «il ministero della condanna» (2Cor 3:7-9). Per comprendere il pensiero di Paolo, è essenziale considerare il contesto storico. Gli ebrei, incapaci di obbedire pienamente a Dio, si trincerarono dietro una interpretazione legalistica della Legge, trasformandola in un sistema coercitivo, come illustra l'aneddoto del precetto di Esodo 23:19 («Non farai cuocere il capretto nel latte di sua madre»), esagerato al punto da vietare il consumo di qualsiasi carne con latticini.
Questa deviazione, che affonda le radici probabilmente già dopo l’Esodo o al tempo dell’esilio babilonese, fu aggravata dai farisei. Nel primo secolo, l’osservanza legalistica era considerata meritoria per ottenere la salvezza. Yeshùa condannò tale ipocrisia, dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e trascurate le cose più importanti della legge: il giudizio, la misericordia, e la fede» (Matteo 23:23). Paolo ribadisce: «L’uomo non è giustificato per le opere della legge» (Gal 2:16), e «mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui» (Rm 3:20). Egli proclama che «il giusto per fede vivrà» (Rm 1:17).
Il Conflitto Interiore e il "Corpo di Morte" (Rm 7)
Paolo descrive la lotta interiore dell'uomo peccatore: «Io non faccio il bene che voglio, ma il male che odio» (Rm 7:19). Questo conflitto riflette una debolezza umana universale, dove la carne, pur non essendo di per sé malvagia, costituisce un impedimento. Paolo esclama: «Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio, per mezzo di Gesù Cristo Signor nostro» (Rm 7:24-25). La Legge, pur essendo spirituale e santa, si trova a confrontarsi con una natura umana venduta al peccato, incapace di compiere il bene che pure desidererebbe.

Nessuno può essere continuamente rivolto al Bene sommo senza la grazia di Dio. Molti non comprendono che cos’è il peccato, credendo che le loro opere buone siano sufficienti. Tuttavia, come dice Isaia 64:6, «tutte le nostre opere buone sono come un panno macchiato». Anche i santi e i giusti non sono senza peccato, e coloro che si credono senza peccato assomigliano ai ciechi, cadendo in un doppio errore di superbia e ignoranza. Non c’è nessuno che sia immacolato e puro dinanzi a Dio (Gb 25,5; Gb 15,15). La Legge, sebbene giusta e buona (Rm 7:12), rivela il peccato e la nostra incapacità di osservarla perfettamente, rendendoci consapevoli della necessità della misericordia divina. Neppure un grande santo è senza peccato e tutti gli uomini sono bisognosi della grazia di Dio per essere liberati dal «corpo di morte» e dal giogo del peccato originale che ha assoggettato l'intera discendenza di Adamo.
La Fede e le Sue Opere
La fede non implica l'assenza di opere, ma piuttosto opere diverse da quelle legalistiche. Giacomo chiarisce: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? . . . se non ha opere, è per se stessa morta . . . Dunque vedete che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto» (Giacomo 2:14-24). La fede genuina produce atti di obbedienza e amore, non come mezzo per meritare la salvezza, ma come espressione della salvezza già ricevuta. Paolo stesso, discepolo di Gamaliele, fu zelante osservatore della Legge, ma l'incontro con Yeshùa lo trasformò radicalmente. Egli comprese che la salvezza non si guadagna con le opere, ma attraverso la fede in Cristo, nonostante le sue precedenti convinzioni.
Il Peccato: Violazione e Rifiuto dell'Amore
La teologia farisaica definiva il peccato come violazione della Legge (1Gv 3:4). Paolo, pur riconoscendo questa verità biblica, va oltre: l'essenza della Legge è l'amore, quindi il peccato non è solo trasgressione, ma anche rottura di una relazione, mancanza di rispetto per Dio e rifiuto del Suo amore. Il significato etimologico di peccato in ebraico (khatà) e greco (hamartìa) è «fallire il bersaglio». Questo errore, nella Bibbia, è una violazione della Legge divina, ma anche un fallimento nel raggiungere l'obiettivo di una relazione d'amore con Dio.
I Pensieri: Oggetto di Riflessione per il Cristiano (Filippesi 4:8-9)
Paolo esorta i Filippesi, e con essi tutti i credenti, a focalizzare i loro pensieri su cose specifiche per mantenere la pace di Dio. «Infine, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri» (Filippesi 4:8). Questo significa non essere passivi di fronte ai propri pensieri, ma decidere attivamente a cosa credere e su cosa riflettere, una vera e propria battaglia spirituale.
Riflettere su Verità, Onore e Giustizia
Dobbiamo riflettere sulla Verità, riconoscendo che Dio, le Sue parole e le Sue promesse sono verità, e che Gesù è la verità che porta libertà e pace, in contrasto con la menzogna di cui Satana è il principe. Allo stesso modo, è importante ricercare ciò che è onorevole, le «cose di lassù», come altrove dice l’apostolo Paolo. La giustizia di Dio è un regno che si contrappone all’ingiustizia del mondo. Ciò implica una posizione etica chiara su temi come l’accoglienza dei rifugiati o la lotta alla tratta di persone, e la purezza in ambiti come la sessualità, evitando ciò che è impuro e degradante, come la pornografia, che genera sporcizia e allontana dalla pace di Dio.
La Buona Fama e la Virtù
Le cose amabili e di buona fama non sono quelle che ci rendono famosi, ma quelle che «parlano bene di» noi, che riflettono la vita di Cristo nei credenti e la gioia di lavorare con Dio per i Suoi piani eterni. Le liste di Paolo non sono esaustive, ed egli conclude incoraggiando a considerare «ogni virtù e ogni cosa degna di lode». Questi pensieri devono trasformarsi in azioni pratiche, e Paolo stesso si presenta come modello. La pace di Dio, accessibile tramite la preghiera, porta gioia e mansuetudine che provengono dal Signore e guidano a un cambiamento nella vita.
L'Esempio di Paolo: Servizio Disinteressato e Adattabilità
I Diritti dell'Apostolo e la Rinuncia
Paolo difende il suo apostolato affermando: «Non sono forse libero, io? Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore?» (1 Cor. 9:1). Egli aveva il diritto di ricevere sostentamento per il suo ministero, come altri apostoli e persino soldati o contadini dai frutti del loro lavoro, un principio fondato anche nella Legge di Mosè («Non metterai la museruola al bue che trebbia», 1 Cor. 9:9). Tuttavia, Paolo dichiara: «Noi però non abbiamo voluto servirci di questo diritto, ma tutto sopportiamo per non recare intralcio al vangelo di Cristo» (1 Cor. 9:12). La sua scelta fu di predicare il Vangelo gratuitamente, per non perdere la soddisfazione di farlo senza ricompensa, considerandolo un dovere e non un vanto (1 Cor. 9:15-17).
Farsi "Tutto a Tutti" per il Vangelo
Paolo spiega il suo approccio missionario: «Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge (pur non essendo sotto la legge), allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge; con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge (pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo), per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Cor. 9:19-22). Egli paragonava la vita cristiana a una corsa in uno stadio, dove l'atleta è temperante in tutto per ottenere un premio corruttibile, mentre i cristiani cercano una corona incorruttibile. Paolo stesso trattava duramente il proprio corpo, trascinandolo in schiavitù, per non essere squalificato dopo aver predicato agli altri (1 Cor. 9:24-27).
Lezioni dalla Storia di Israele e la Fuga dall'Idolatria (1 Corinzi 10)
Avvertimenti dalla Storia di Israele
Paolo ammonisce i credenti, ricordando le esperienze del popolo di Israele nel deserto: «Non voglio infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (1 Cor. 10:1-4). Nonostante questi privilegi, Dio non si compiacque della maggior parte di loro, che caddero nel deserto a causa di desideri malvagi, idolatria, fornicazione, mettendo alla prova il Signore e mormorando. Questi eventi «accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi». L'esortazione è chiara: «chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere». Dio, fedele, non permetterà tentazioni superiori alle nostre forze, ma con la tentazione «darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1 Cor. 10:5-13).

La Comunione con il Corpo di Cristo
Paolo invita a fuggire l'idolatria: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?» (1 Cor. 10:16). Sebbene molti, siamo un corpo solo partecipando all'unico pane. I sacrifici dei pagani sono fatti a demoni e non a Dio, e non si può bere il calice del Signore e quello dei demoni, né partecipare alla mensa del Signore e a quella dei demoni, per non provocare la gelosia del Signore (1 Cor. 10:14-22).
Soluzioni Pratiche e la Gloria di Dio
La libertà cristiana non significa agire senza discernimento: «Tutto è lecito!». Ma non tutto è utile! «Tutto è lecito!». Ma non tutto edifica (1 Cor. 10:23). È fondamentale cercare l'utile altrui, non il proprio. Riguardo al cibo, si può mangiare ciò che è in vendita sul mercato senza indagare per motivo di coscienza, «perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene». Tuttavia, se qualcuno avverte che una carne è stata immolata in sacrificio, è meglio astenersene per riguardo alla coscienza altrui. Infine, Paolo esorta: «Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor. 10:25-33).
L'Ordine nella Comunità Cristiana (1 Corinzi 11)
L'Abbigliamento e il Ruolo di Genere
Paolo stabilisce principi per il buon ordine nelle assemblee, esortando all'imitazione di Cristo. Afferma che il capo di ogni uomo è Cristo, il capo della donna è l'uomo, e il capo di Cristo è Dio (1 Cor. 11:3). Riguardo all'abbigliamento, un uomo che prega o profetizza con il capo coperto manca di rispetto a sé stesso, mentre una donna che lo fa senza velo disonora il suo capo, come se fosse rasata. La chioma è data alla donna «a guisa di velo». Paolo conclude che, sebbene ci possano essere contestazioni, «noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio» (1 Cor. 11:1-16).

Il "Pasto del Signore": Unione e Rispetto
Paolo critica i Corinzi per le loro riunioni, che si svolgevano «non per il meglio, ma per il peggio», a causa di divisioni e comportamenti irrispettosi durante il Pasto del Signore. Alcuni mangiavano e bevevano senza attendere gli altri, portando a disuguaglianze e persino ubriachezza, gettando disprezzo sulla chiesa di Dio (1 Cor. 11:17-22). Paolo ricorda l'istituzione della Cena del Signore: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me»» (1 Cor. 11:23-24). Chi partecipa in modo indegno al pane o al calice del Signore sarà «reo del corpo e del sangue del Signore». Perciò, è necessario che ciascuno esamini sé stesso prima di mangiare e bere, per non mangiare e bere la propria condanna, causa di malattie e persino morti tra loro. I credenti devono attendere gli uni gli altri e, se hanno fame, mangiare a casa per evitare di radunarsi per la propria condanna (1 Cor. 11:26-34).
La Vita Pratica della Chiesa in Attesa di Cristo (1 Tessalonicesi 5:12-22)
Il Presente e il Futuro: Speranza e Azione
L'apostolo Paolo, dopo aver trattato la seconda venuta di Gesù Cristo, rivolge l'attenzione alla vita pratica nella chiesa. L'attesa del ritorno di Cristo non deve rendere i credenti indifferenti al presente. Essendo un popolo con un grande futuro, la speranza non deve distoglierli dall'impegno quotidiano. L'esortazione è quella di consolarsi e edificarsi a vicenda, vivendo il presente in modo che sia gradito a Dio, in attesa della gloria futura (1 Tessalonicesi 5:11).
La Chiesa: Un Ospedale per Peccatori
La chiesa, pur essendo l'istituzione più benedetta della terra, è composta da persone fallibili, peccatori e imperfetti. Essa è «un po’ come un ospedale», non un luogo per persone perfette, ma per coloro che ammettono di aver bisogno di aiuto. Riconoscere i propri difetti e quelli della comunità è il punto di partenza per la crescita e il progresso spirituale. Nonostante i problemi derivanti dalle imperfezioni umane e dall'azione di Satana, la vera chiesa è la migliore organizzazione sulla terra, poiché si muove per assomigliare a Gesù Cristo, è energizzata dallo Spirito Santo e vive sotto l'istruzione della Parola di Dio, applicando la potenza spirituale attraverso la comunione e il servizio dei suoi membri.
Progressi e Amore nella Chiesa di Tessalonica
La chiesa di Tessalonica era lodata da Paolo per la sua opera di fede, il lavoro d'amore e la costanza nella speranza. Erano imitatori degli apostoli e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze con gioia dello Spirito Santo, divenendo un esempio per tutti i credenti. Si erano convertiti dagli idoli per servire il Dio vivente e vero, e attendevano il Figlio dai cieli. Avevano accolto la Parola di Dio non come parola di uomini, ma come vera Parola di Dio che opera efficacemente in loro. Nonostante la loro solidità nel Signore e la loro fedeltà, Paolo riconosceva che c'era sempre «spazio per la crescita» e la possibilità di «compiere le cose che mancano nella [loro] fede», incoraggiandoli a progredire ulteriormente nella santificazione.