L'Eucaristia nel pensiero di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI

Le parole di Benedetto XVI, "Devo dire che io ho sempre molto amato la Liturgia", risuonano come un'introduzione perfetta alla comprensione del suo profondo legame con la liturgia, una realtà che ha permeato la sua vita fin dall'infanzia. Joseph Ratzinger, una figura profondamente innamorata della liturgia, ha affermato: "La liturgia della Chiesa è stata per me fin dall’infanzia la realtà centrale della mia vita".

Le radici liturgiche nell'infanzia di Joseph Ratzinger

Il giorno della sua nascita, il 16 aprile 1927, Sabato Santo, a Marktl sull'Inn, fu un evento intriso di significato pasquale. Fu battezzato il mattino successivo, con l'acqua appena benedetta della notte pasquale, allora celebrata al mattino, e l'essere il primo battezzato della nuova acqua fu un "importante segno premonitore". Questo giorno, sebbene Sabato Santo, il giorno del silenzio e dell'apparente assenza di Dio, annunciava già la Risurrezione, immergendo la sua esistenza nel mistero pasquale.

La sua infanzia fu caratterizzata da una vita di pietà incentrata sulla liturgia, appresa in famiglia e poi vissuta nella Chiesa. Fondamentale fu l'aiuto dei suoi genitori, che ricevettero in dono di nozze nel 1920 lo "Schott", un libro di preghiere per bambini ispirato al Messale. Questo libro, con illustrazioni degli atti liturgici e brevi preghiere, lo immerse fin da piccolo nella sapienza della liturgia.

Ratzinger ricordava con semplicità, ma con perfetta continuità con il suo pensiero liturgico, i suoi primi passi: "Ricevei uno Schott per bambini, in cui erano già riportati i testi più importanti della liturgia; poi lo Schott della domenica, in cui la liturgia della domenica e dei giorni festivi era riportata integralmente, e, infine, il messale quotidiano completo. Ogni nuovo passo che mi faceva entrare più profondamente nella liturgia era per me un grande avvenimento. I volumetti che di volta in volta io ricevevo erano qualcosa di prezioso, come non poteva sognarne di più belli."

La liturgia, come egli stesso riconosceva, è "della Chiesa", una realtà da vivere, che risponde a ogni momento della storia ponendosi in ascolto dello Spirito Santo. "Comprendevo sempre più chiaramente che qui io incontravo una realtà che non era stata inventata da qualcuno, che non era la creazione di un’autorità qualsiasi, né di una singola grande personalità. Questo misterioso intreccio di testi e di azioni era cresciuto nel corso dei secoli dalla fede della Chiesa. Portava in sé il peso di tutta la storia ed era, insieme, molto di più che un prodotto della storia umana." Ogni secolo aveva apportato il suo contributo, creando un edificio meraviglioso in cui si sentiva a casa.

Il giovane teologo e il movimento liturgico

Anni dopo, come studente di Teologia a Monaco, Ratzinger entrò in contatto con il movimento liturgico, leggendo le opere di Casel e Guardini e seguendo le lezioni del teologo pastorale Pascher. Inizialmente, il suo atteggiamento era contrassegnato da riserve: "In molti dei suoi rappresentanti mi pareva di cogliere un razionalismo e uno storicismo unilaterali, un atteggiamento troppo mirato alla forma e all’originarietà storica, ma che lasciava trasparire una strana freddezza nei confronti dei valori del sentimento, che la Chiesa ci faceva invece sperimentare come il luogo in cui l’anima si sente a casa propria."

Nonostante la sua affezione allo Schott, che considerava un contributo indiscutibilmente positivo del movimento liturgico, lo disturbava una certa "ristrettezza di molti dei suoi sostenitori, che volevano far valere solo una forma". Tuttavia, le lezioni di Pascher e la solennità con cui insegnava a celebrare la liturgia nel suo spirito più profondo lo convertirono in un sostenitore del movimento liturgico.

La liturgia rimase la ragione dei suoi studi di teologia. Egli scelse la teologia fondamentale per approfondire la domanda sul perché crediamo, e in essa era intrinsecamente compresa la domanda sulla "giusta risposta da dare a Dio e quindi la domanda circa il culto divino". Il suo obiettivo non era la scienza liturgica in sé, ma "l’ancoraggio della liturgia all’atto fondamentale della nostra fede e quindi anche il suo posto nell’insieme della nostra esistenza umana", andando "al di là delle questioni spesso grette circa questa o quella forma". Questa costante della sua vita e dei suoi scritti mostra un interesse per una riforma interiore che potesse avere implicazioni pratiche, ma solo come frutto di una profonda assimilazione interiore.

Infografica sulla storia del movimento liturgico

Il primato di Dio e il mistero pasquale nel Concilio Vaticano II

Gli anni del Concilio Vaticano II e il periodo successivo furono cruciali. Ratzinger sottolinea due aspetti di massima importanza per comprendere la sua visione della liturgia: il primato di Dio e la relazione tra liturgia e mistero pasquale.

Descrivendo la liturgia prima del Concilio, Ratzinger la paragona a "un affresco che si era conservato intatto, ma che era quasi coperto da un intonaco successivo". La promulgazione della costituzione Sacrosanctum Concilium sulla Sacra Liturgia da parte di Papa Paolo VI, il 4 dicembre 1963, fu un momento memorabile, il primo frutto del Concilio. Anni dopo, divenuto Papa, Benedetto XVI approfondì questa idea, affermando che la prima Costituzione approvata, quella sulla Sacra Liturgia, poneva "inequivocabilmente in luce il primato di Dio, la priorità assoluta del tema Dio."

Il Vaticano II, iniziando con la liturgia, pur se per motivi in apparenza pratici, "conferì un’architettura ben precisa al Concilio: la prima cosa è l’adorazione e, quindi, Dio." L'approvazione della Sacrosanctum Concilium si colloca in linea con la Regola benedettina "Operi Dei nihil praeponatur" (Nulla si anteponga all'Opera di Dio). La Lumen gentium (sulla Chiesa), la Dei Verbum (sulla Parola di Dio) e la Gaudium et spes (sulla glorificazione di Dio nella vita attiva) seguono questa logica, mostrando come la Chiesa, convocata dalla Parola, glorifichi Dio nel mondo. "La gloria di Dio è l’uomo vivente" (Cfr. 1Cor 10,31). Recuperare questo primato di Dio era ed è un obiettivo fondamentale del Concilio. Questo primato riflette una teologia più ampia, poiché "dietro ai modi diversi di concepire la liturgia ci sono, come di consueto, modi diversi di concepire la Chiesa, dunque Dio e i rapporti dell’uomo con Lui."

Teologia della liturgia

Il Mistero Pasquale come centro della vita cristiana

Benedetto XVI riassume la centralità della liturgia nel Concilio: "Io trovo adesso, retrospettivamente, che è stato molto buono cominciare con la liturgia, così appare il primato di Dio, il primato dell’adorazione. Operi Dei nihil praeponatur: questa parola della Regola di san Benedetto (Cfr. 43,3) appare così come la suprema regola del Concilio. ... È stato il primo atto e quello sostanziale parlare su Dio e aprire tutta la gente, tutto il popolo santo, all’adorazione di Dio, nella comune celebrazione della liturgia del Corpo e Sangue di Cristo."

Il secondo aspetto essenziale per comprendere la sua produzione liturgica è la liturgia intesa come attualizzazione del mistero pasquale. Il rinnovamento delle forme esterne, desiderato dai Padri Conciliari, era volto a "rendere più facile l’entrare nell’intima profondità del mistero. Il suo vero scopo era di condurre la gente ad un incontro personale con il Signore, presente nell’Eucaristia, e così al Dio vivente." Tuttavia, non raramente, la revisione delle forme liturgiche è rimasta ad un livello esteriore, e la "partecipazione attiva" è stata confusa con l'agire esterno.

Il mistero in cui dobbiamo entrare è senza dubbio il mistero pasquale. In un discorso del 2003, l'allora cardinale Ratzinger affermava: "A mio parere, la maggior parte dei problemi collegati all’applicazione concreta della riforma liturgica ha a che fare con il fatto che non si è tenuto sufficientemente presente che il punto di partenza del Concilio è la Pasqua; ci si è attenuti troppo alle cose puramente pratiche rischiando di perdere di vista ciò che sta al centro." La Pasqua significa "inseparabilità di Croce e Risurrezione", e in essa "si sintetizza l’intera storia della salvezza, è presente in forma concentrata l’intera opera della redenzione."

Il misticismo eucaristico di Joseph Ratzinger

Joseph Ratzinger, come ha osservato il sacerdote Robert P. Imbelli, ha definito l'Eucaristia "il cuore mistico del Cristianesimo, nel quale Dio emerge misteriosamente, più e più volte, da se stesso e ci comprende nel suo abbraccio". Nel suo magistero, non vi è mai stata separazione tra teologia e spiritualità, tra pensiero cristiano e devozione, seguendo l'esempio di Sant'Agostino. Le sue omelie e le sue opere teologiche sono intrise di sensibilità spirituale e teologica profonda.

Il misticismo eucaristico di Papa Benedetto emerge in particolare nella sua esortazione apostolica Sacramentum Caritatis del 2007, frutto del Sinodo dei Vescovi sull'Eucaristia. La prima frase afferma: "La Santissima Eucaristia è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l'amore infinito di Dio per ogni uomo e ogni donna." La meditazione sulla vita, morte e risurrezione di Gesù, come narrato nei Vangeli, precede la contemplazione dell'amore di Dio. La Liturgia della Parola prepara alla più contemplativa Liturgia Eucaristica, dove Scrittura e sacramento si illuminano a vicenda.

Papa Benedetto ha espresso preoccupazione per come l'approccio storico-critico, se usato esclusivamente, possa oscurare la figura di Gesù. I suoi volumi su Gesù di Nazareth sono un tentativo di rendere accessibile il Gesù autentico dei Vangeli, integrando la ragione critica con le intuizioni delle ragioni del cuore. "L’amore ricerca comprensione. Esso vuole conoscere sempre meglio colui che ama."

Simbolismo e trasformazione eucaristica

Ratzinger ha mostrato una grande sensibilità per l'importanza spirituale delle immagini, in particolare quella del fianco trafitto di Gesù, descritta nel Vangelo di Giovanni (19, 31-37). Egli intitolò uno dei suoi libri Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto e l'immagine ricorre cinque volte nella sua enciclica Deus caritas est (2005). In consonanza con i Padri della Chiesa, Benedetto vedeva il sangue e l'acqua sgorganti dal fianco squarciato di Gesù come simboli del battesimo e dell'Eucaristia, "quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l’amore di Dio."

Il misticismo eucaristico di Benedetto non è solo una contemplazione, ma un "entrare, in comunione con Cristo, nel suo mistero pasquale, nella sua morte, risurrezione e ascensione". C'è una volontà di rendere attuale la comprensione dell'Eucaristia, una participatio actuosa all'azione eucaristica di Cristo. La comunione eucaristica è così intima che Joseph Ratzinger parla di un nostro "divenire Eucaristia in Cristo".

La relazione con Gesù, sebbene supremamente personale, non è mai privata. Ricevere il corpo eucaristico di Gesù incorpora chi lo riceve nel corpo ecclesiale del Signore risorto. Benedetto riprende l'intuizione agostiniana del Christus totus, mostrando come l'Eucaristia sia opera dell'intero Cristo, capo e membra. L'Eucaristia, a differenza del cibo ordinario, trasforma in Cristo coloro che se ne cibano; essi non trasformano Cristo in sé stessi, ma sono incorporati in quel corpo il cui solo capo è Gesù Cristo.

Lungi dall'incoraggiare una rimozione gnostica del terrestre e del corporeo, il misticismo eucaristico di Benedetto è profondamente corporeo e incorporante. Il mistero di comunione fra Dio e l'uomo è reso accessibile nel sacramento del Corpo del Signore Risorto e avanza pretese sul nostro corpo, realizzandosi in un Corpo. La Chiesa, costruita sul sacramento del Corpo di Cristo, deve essere essa stessa un corpo.

Centrale nell'insegnamento di Benedetto è il concetto del corpo tri-forme di Cristo: il corpo risorto del Signore, il suo corpo eucaristico e il suo corpo ecclesiale, tutti caratterizzati dalla loro costitutiva relazionalità. Il novum, la novità, è Cristo stesso, rivelato nel suo mistero pasquale. Con la sua morte e risurrezione, Gesù ha compiuto il vero Esodo, trasformando la morte stessa in novità di vita. L'Eucaristia, celebrata nel Giorno della risurrezione del Signore, l'ottavo giorno della creazione, immerge tutti coloro che la celebrano nel mistero della fede, offrendo un amore che si può solo ricevere con gratitudine.

L'Eucaristia non è mai un evento che coinvolge solo due, ma una comunione che "mira a dare una forma del tutto nuova alla mia stessa vita. Essa frantuma tutto l’io dell’uomo e crea un nuovo 'noi'". La terza sezione della Sacramentum Caritatis, "un mistero da vivere", tratta della forma eucaristica della vita cristiana: "Un'Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata." Il misticismo eucaristico è intrinsecamente sociale e chiama a un nuovo modo di essere, pensare e agire, spingendo a un impegno coraggioso nelle strutture di questo mondo per portare la novità di relazioni che ha in Dio la sua fonte inesauribile.

La "rivoluzione" eucaristica di Ratzinger: dal sacramento da adorare al pane da mangiare

Nel corso degli ultimi secoli, si era posto un accento unilaterale sulla presenza di Dio nell'ostia consacrata, portando a intendere l'Eucaristia soprattutto come sacramento da adorare. L'ostensorio e il tabernacolo divennero sempre più maestosi, e nacquero processioni e preghiere di adorazione. Questo, tuttavia, comportava che si osava sempre meno comunicarsi, e ricevere la Comunione divenne un avvenimento raro, spesso preceduto dalla confessione, e inteso principalmente come glorificazione della grandezza di Dio.

In questa forma di pietà, sebbene ci fosse del buono e del sincero, Ratzinger sottolinea un aspetto fondamentale: "Se il Signore lega la sua presenza alla figura del pane, il senso di un simile procedimento è assolutamente chiaro: anche questo pane santo in primo luogo non è fatto per essere guardato, ma per essere mangiato. Vuol dire che Egli è restato non per essere adorato, ma soprattutto per essere ricevuto." Per sua natura, l'Eucaristia è un'esortazione a "farci impregnare e colmare dallo Spirito di Cristo, per erigere così i tabernacoli di Dio lì dove sono veramente necessari: in mezzo al mondo in cui viviamo, in mezzo agli uomini che sono intorno a noi." L'Eucaristia culmina nella Comunione e vuole essere ricevuta.

Tavola comparativa tra l'adorazione eucaristica e la comunione eucaristica

La Comunione: trasformazione in Cristo e unità fraterna

Nella Santa Comunione, tutti i comunicanti mangiano l'unico e medesimo pane, Cristo, il Signore, all'unica mensa di Dio dove non ci sono differenze sociali o nazionali. Come Agostino, Ratzinger afferma che nell'Eucaristia il nutrimento, Cristo, è più forte e più di noi. Il senso di questo nutrimento è "trasformare noi, assimilarci a Cristo, così che possiamo uscire da noi stessi, giungere oltre noi e divenire come Cristo." Questo significa che "tutti i comunicanti, con la Comunione, vengono tratti fuori da sé e assimilati all’unico cibo, vale a dire alla realtà spirituale di Cristo. Questo a sua volta vuol dire che essi vengono anche fusi tra loro. ... Essi diventano (o dovrebbero diventare) ‘corpo di Cristo’."

Il senso autentico della Santa Comunione è che i comunicanti "divengano tra loro una cosa sola per mezzo dell’uniformarsi all’unico Cristo." Il senso primario della Comunione non è l'incontro del singolo con il suo Dio, ma "proprio la fusione dei singoli tra loro per mezzo di Cristo." Questo sottolinea l'importanza del legame orizzontale dei comunicanti e delle comunità eucaristiche tra loro, oltre al legame verticale del singolo con Cristo e con il Padre.

La cristianità primitiva interpretava la Chiesa come "corpo di Cristo", ovvero come la comunità di coloro che insieme ricevono il Corpo di Cristo e in questo modo sono tra loro una cosa sola. L'unità della Chiesa si compiva visibilmente attraverso la comunione tra le singole comunità, permettendo a ogni cristiano di ricevere la Comunione in ogni comunità cristiana, unendosi così all'unico Signore e al suo Spirito.

La Comunione sacramentale non può essere considerata una preghiera privata, ma è "il sigillo della vicendevole appartenenza dei cristiani fra loro per mezzo del loro comune legame con Cristo. Per questo essa è parte essenziale della Santa Messa nella quale noi celebriamo questa nostra unione come fratelli per mezzo del nostro fratello Gesù Cristo."

Il rinnovamento eucaristico degli ultimi decenni ha reinserito la Comunione all'interno della Messa, dalla quale era stata abusivamente espunta dal tardo Medioevo. La Comunione è "l’inclusione di tutti gli uomini nell’avvenimento della Croce, così che tutto il mondo è consegnato a Dio e con ciò ricondotto al suo autentico senso; la chiamata di ogni singolo a essere tabernacolo vivente di Dio nel mondo."

Da qui deriva una nuova comprensione della frequenza della Santa Comunione: essa "non è un premio per chi è particolarmente virtuoso... ma è invece il pane del pellegrino che Dio ci porge in questo mondo, che ci porge dentro la nostra debolezza." È il nostro "sì" alla Chiesa e alla comunità dei credenti, un evento che ci chiama fuori da tutte le relazioni puramente terrene e rende reale il Divino-Eterno nella nostra esistenza. Per chi lavora, la Comunione domenicale dovrebbe essere la norma, mentre la Confessione può essere praticata mensilmente o trimestralmente. Essere cristiano ed essere "comunicante" è la stessa e identica cosa, e questa consapevolezza potrebbe dare una nuova luce alla nostra quotidianità.

L'orientamento ad orientem e il significato escatologico

Molti associano Joseph Ratzinger al suo invito a celebrare l'Eucaristia ad orientem, "rivolti a est". Sebbene abbia espresso una chiara preferenza e fornito ragioni teologiche e pastorali, non ne ha mai fatto l'unica scelta valida, celebrando spesso la Messa versus populum. Il principio fondamentale era cristologico: rivolgersi ad est significa rivolgersi verso il sole che sorge, simbolo cosmico del Cristo che viene. "Il fatto che noi troviamo Cristo nel simbolo del sole che sorge è il segno di una cristologia definita in senso escatologico."

Questo riorientamento della fede, speranza e carità cristiane verso il Cristo presente e futuro non è un "girare la schiena al popolo", ma la rappresentazione simbolica del sacerdote e del popolo in pellegrinaggio verso il loro Signore che viene. L'est geografico è meno importante dell'est spirituale, un riorientamento del nostro corpo e del nostro essere verso Cristo, affinché Egli possa "essere Pasqua in noi". "Davvero, 'ogni Eucarestia è Parusia, la venuta del Signore', scrive Benedetto, 'eppure ogni Eucarestia fa aumentare il desiderio che egli riveli il suo splendore nascosto...'".

La sezione finale di Introduzione allo spirito della liturgia è dedicata alla "materia". L'autentica tradizione cristiana, a differenza di alcune influenze platoniche, non invita alla fuga dal corpo e dalla materia, ma alla loro trasformazione. Il misticismo eucaristico di Benedetto, come quello di Pierre Teilhard de Chardin, discende fino alle profondità della materia per sollevandola, possa convergere in Gesù Cristo, l'alfa e l'omega, Signore della storia e del cosmo. A Lui l'intera assemblea eucaristica fa salire l'invocazione: "Amen. Vieni, Signore Gesù" (Ap 22,20).

Meditazione sull'Eucaristia di Papa Benedetto XVI a Lourdes (2008)

Durante la processione eucaristica a Lourdes il 14 settembre 2008, Papa Benedetto XVI ha offerto una profonda meditazione sulla presenza di Cristo nell'Eucaristia. "Signore Gesù, Tu sei qui! E voi, miei fratelli, mie sorelle, miei amici, voi pure siete qui, con me, davanti a Lui!" Ha invitato a contemplare, adorare e amare Colui che, nella cena pasquale, ha donato il suo Corpo e il suo Sangue per rimanere con noi "tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).

L'Ostia Santa, esposta, "dice questa potenza infinita dell’Amore manifestata sulla Croce gloriosa. L’Ostia Santa ci dice l’incredibile abbassamento di Colui che s’è fatto povero per farci ricchi di Sé." È il Sacramento vivo ed efficace della presenza eterna del Salvatore degli uomini alla sua Chiesa. Ha invitato ad accettare di offrirsi a Colui che ha donato tutto, che è venuto non per giudicare ma per salvare il mondo (cfr Gv 3,17), riconoscendo la sua presenza attiva nelle nostre vite e offrendo a Lui le nostre stesse vite.

Maria, la Vergine santa, è un esempio di questa offerta, avendo accettato di donare il suo corpo per accogliere il Corpo del Creatore. La folla immensa di testimoni, i santi, sono invisibilmente presenti, intercedendo per noi e invitandoci: "Vieni, lasciati attrarre dal Maestro! Egli è qui e ti chiama! Egli vuol prendere la tua vita e unirla alla sua." Ci esorta a guardare non alle nostre ferite, ma alle sue, e all'infinita distanza che Egli ha cancellato assumendo la nostra carne e morendo per amore.

San Pier-Giuliano Eymard esclama: "La Santa Eucaristia è Gesù Cristo passato, presente e futuro". È Gesù Cristo passato, nella verità storica della cena nel cenacolo; Gesù Cristo presente, "Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue", una presenza reale che supera i nostri limiti. Ed è Gesù Cristo futuro, Colui che verrà. "Ogni volta che ce ne cibiamo, ma anche ogni volta che lo contempliamo, noi l’annunciamo fino a che Egli ritorni: 'donec veniat'."

Alcuni, che non possono ancora riceverlo sacramentalmente, possono contemplarlo con fede e amore, esprimendo il desiderio di unirsi a Lui. Questo desiderio ha grande valore davanti a Dio, poiché attendono con ardore il suo ritorno. L'esperienza di Bernadette Soubirous, che equiparava la felicità della sua prima comunione a quella delle apparizioni, sottolinea la profonda consapevolezza dell'azione santa che si compie nell'Eucaristia.

Nicolas Cabasilas esclama: "Se Cristo dimora in noi, di che cosa abbiamo ancora bisogno? Che cosa ci manca? Se rimaniamo in Cristo, che cosa possiamo desiderare di più? Egli è nostro ospite e nostra dimora. Felici noi che siamo la sua abitazione! Che gioia essere proprio noi la dimora di un tale Inquilino!". La preghiera del Beato Charles de Foucauld, "Padre mio, affido il mio spirito nelle Vostre mani", diventa la preghiera per tutti i nostri istanti, un atto di abbandono e confidenza nell'amore del Padre. Benedetto XVI conclude invitando tutti a restare in silenzio e adorare il Signore, e poi a parlare e "dire al mondo intero le meraviglie di Dio, presente in ogni momento delle nostre vite, in ogni luogo della terra."

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