Papa Benedetto XVI

Questa articolo approfondisce la vita, il pontificato, il magistero e la teologia di Papa Benedetto XVI, nato Joseph Ratzinger. Sebbene la ricerca della pronuncia specifica del suo nome non sia dettagliata nel testo fornito, l'articolo si propone di offrire una panoramica completa della sua figura basandosi sulle informazioni disponibili nel nostro archivio.

Ritratto di Joseph Ratzinger da giovane teologo

La Vita e la Formazione di Joseph Ratzinger

Nato il 16 aprile 1927 a Marktl sull’Inn, in Baviera, Joseph Ratzinger fu il terzo di tre figli di un gendarme. La sua famiglia si spostò spesso da un paese all’altro a causa dei trasferimenti del padre. La giovinezza di Joseph, trascorsa nella Germania nazista, non fu facile. La famiglia Ratzinger era ostile al regime, e Joseph si astenne dal frequentare le esercitazioni scolastiche della «Gioventù hitleriana», alla quale venne forzatamente arruolato. A 16 anni, quando la guerra stava ormai per finire, fu inserito nei ranghi dell’esercito nei servizi ausiliari antiaerei. Disertò, sfidando la morte, e fu internato per un breve periodo in un campo di prigionia americano.

Avvertì piuttosto precocemente la vocazione. Studiò filosofia a Monaco, quindi teologia a Frisinga, e fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1951. Si dedicò all’insegnamento universitario a Bonn, Münster, Tubinga e Ratisbona. Partecipò al Concilio Vaticano II come esperto del cardinale Frings di Colonia ed è considerato uno dei più promettenti teologi dell’epoca postconciliare.

Il Conclave del 2005 e l'Elezione a Papa

Quello che si aprì la sera di lunedì 18 aprile 2005, sedici giorni dopo la morte di Giovanni Paolo II, fu un conclave che appariva difficile. Molti osservatori ritenevano mancasse un candidato forte alla successione del Papa polacco, che era stato il secondo per longevità di regno, dopo il beato Pio IX. Il cardinale Joseph Ratzinger, avendo compiuto 78 anni due giorni prima dell’inizio delle votazioni e Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 1982, da almeno un anno veniva considerato «papabile». Tuttavia, gli esperti di cose vaticane lo ritenevano piuttosto un candidato «di bandiera» e non credevano che ce l’avrebbe fatta, principalmente a motivo dell’età (tre anni in più di quella della pensione, secondo la regola stabilita da Paolo VI), del ruolo svolto (custode dell’ortodossia cattolica, spesso criticato) e della provenienza geografica.

C’era però un gruppo consistente di cardinali che intendeva sostenerlo e portarlo al Soglio. Durante tutto il periodo della sede vacante, Ratzinger svolse un ruolo di primo piano in quanto decano del sacro collegio cardinalizio: fu lui a celebrare le esequie del predecessore, a presiedere le congregazioni dei cardinali in vista del conclave, e a celebrare la messa «pro eligendo Pontifice» la mattina di lunedì 18 aprile che precedette l’ingresso in conclave dei 115 porporati elettori. In quella occasione, il decano pronunciò un’omelia contro la «dittatura del relativismo», auspicando che il nuovo Papa potesse porvi un freno.

L'annuncio di Benedetto XVI. L'apertura del Tg2000 dell'11 febbraio 2013

I retroscena del conclave sono stati ricostruiti nei minimi dettagli grazie al «diario» di un porporato che vi ha partecipato: alla quarta votazione, nel pomeriggio di martedì 19 aprile, Joseph Ratzinger venne eletto con 84 voti. Il suo unico antagonista, nelle votazioni precedenti, fu l’argentino sessantanovenne Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, che arrivò a 40 voti. Per la prima volta dopo molti secoli, i due candidati più votati non erano italiani. Dopo meno di un giorno di conclave e contro molte previsioni sulla sua durata e sul suo esito, Joseph Ratzinger venne eletto e prese il nome di Benedetto XVI.

Appena designato, spiegò ai colleghi, parlando in fluente latino, di averlo scelto per collegarsi al suo santo preferito, Benedetto, padre fondatore dell’Europa e grande civilizzatore dell’Occidente, e in continuità con Benedetto XV, che guidò la Chiesa negli anni difficili della Grande Guerra lanciando inascoltati appelli per la pace. Al suo primo apparire dalla loggia centrale di San Pietro, il nuovo Papa salutò i fedeli definendo se stesso «un umile lavoratore della vigna del Signore».

Il Pontificato di Benedetto XVI: Ministero e Magistero

Il 24 marzo 1977 Paolo VI lo nominò arcivescovo di Monaco di Baviera e due mesi dopo lo creò cardinale nel suo ultimo concistoro. Ratzinger partecipò ai due conclavi del 1978 per l’elezione di Papa Luciani e di Papa Wojtyla. Nel novembre 1981, Giovanni Paolo II lo nominò successore del cardinale croato Franjo Seper alla guida della Congregazione per la dottrina della fede. Ratzinger divenne il principale e più fidato collaboratore di Wojtyla e assicurò l’attenzione dottrinale al suo pontificato itinerante. Sotto la sua guida, l’ex Sant’Uffizio pubblicò numerosi documenti importanti. Il testo dottrinale più significativo è certamente il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica, pubblicato nel 1992, la cui stesura venne coordinata da Ratzinger.

Chiamato «panzerkardinal» e «Prefetto di ferro», Joseph Ratzinger non godette di buona stampa e venne attaccato per i suoi interventi sulla teologia della liberazione e su certe correnti del dissenso ecclesiale, tutte decisioni volute e condivise da Giovanni Paolo II. A dispetto dell’immagine che gli fu cucita addosso, Ratzinger era una persona sensibile, per nulla prevaricatrice, che nei lunghi anni trascorsi nella Curia romana scrisse libri e fece interventi contro l’eccesso di burocrazia nella Chiesa e per la riscoperta del vero senso della liturgia, spesso smarrito nell’errata applicazione della riforma conciliare che su questo campo aveva portato a molti abusi. Ratzinger aveva spiegato la funzione del magistero e della sua Congregazione affermando: «Il magistero ecclesiale protegge la fede dei semplici; di coloro che non scrivono libri, che non parlano in televisione e non possono scrivere editoriali nei giornali: questo è il suo compito democratico. Esso deve dare voce a quelli che non hanno voce».

Un Pontificato Evangelico e la Cura per la Liturgia

Fin dall’inizio del suo ministero, Benedetto XVI volle sottolineare che quello del vescovo di Roma è un «servizio». Durante la presa di possesso della cattedra papale nella basilica del Laterano, Ratzinger spiegò la natura della missione del successore di Pietro: «Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e il cui volere sono legge, ma è un uomo fragile e debole». Queste sottolineature erano da leggere soprattutto in chiave ecumenica, dato che proprio l’impegno in favore dell’unità dei cristiani fu uno dei punti nodali del primo intervento del nuovo Papa. Ratzinger spiegò anche che il Papa deve mostrare la luce di Cristo, non la propria. Questo aspetto fu evidenziato diverse volte, con la decisione di Benedetto XVI di terminare alcuni importanti appuntamenti pubblici con l’adorazione eucaristica, come accadde a Colonia nel 2005 durante la Giornata Mondiale della Gioventù, a Piazza San Pietro nell’ottobre 2005 e a Sidney nel 2008.

Il suo segretario personale, l’arcivescovo Georg Gänswein, ha tracciato le linee guida del pontificato e della vita del Papa emerito, affermando che Benedetto vide come compito primario del suo ministero quello di vincolare l’intera Chiesa alla parola di Dio e di garantirne l’obbedienza ad essa. Egli era anche cosciente del fatto che il suo primo dovere consisteva nel vivere lui stesso nell’obbedienza esemplare. Avendo amato così tanto la Sacra Scrittura e avendo guidato gli uomini con l’annuncio e la predicazione alla conoscenza del Vangelo, il suo servizio petrino avrebbe dovuto essere caratterizzato come un pontificato in tutto e per tutto evangelico.

Papa Benedetto ha inteso e concepito il suo pontificato secondo il significato che ad esso attribuiva Sant’Ignazio di Antiochia, il quale nella sua Lettera ai Romani (circa nell’anno 110), ha indicato e vissuto la Chiesa di Roma come colei che ha la «presidenza nell’amore», e questo nella convinzione che la presidenza nella fede e nella sua dottrina deve essere anche e soprattutto presidenza nell’amore. Riluce qui il motivo più profondo, per cui nel pensiero e nell’operare di Benedetto XVI verità e amore non sono termini in contraddizione; piuttosto si esigono e alimentano vicendevolmente, poiché la verità senza l’amore può diventare brutale e l’amore senza verità può diventare banale.

Papa Benedetto si è impegnato soprattutto perché la liturgia fosse celebrata nella sua bellezza, poiché essa è celebrazione della presenza e dell’opera del Dio vivente e perché essa vuole condurci cioè al e nel mistero di Dio. Questo vale in particolare per la celebrazione dell’Eucaristia, che per Benedetto è il gesto di adorazione più elementare e grande della Chiesa e che scaturisce continuamente da essa. Agli occhi di Papa Benedetto, è dalla liturgia che deve derivare ogni riforma della Chiesa, perché solo essa può essere un rinnovamento della fede che parte dal centro, perché nel suo senso originario la riforma è un processo spirituale strettamente imparentato con la conversione.

Mappa dei viaggi apostolici di Benedetto XVI

Il Magistero delle Omelie

Le omelie della messa e dei vespri sono un asse portante di questo pontificato, ancora non da tutti capito. Joseph Ratzinger le scrive in buona parte di suo pugno, alcune le pronuncia a braccio con l’immediatezza della lingua parlata. Ma sempre le pensa e prepara con estrema cura, perché per lui hanno una valenza unica, distinta da tutte le altre sue parole scritte o pronunciate. Le omelie, infatti, sono parte dell’azione liturgica, anzi, sono esse stesse liturgia, quella «liturgia cosmica» che egli ha definito «meta ultima» della sua missione apostolica, «quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, adorazione, e allora sarà sano e salvo». C’è molto Agostino in questa visione di Ratzinger, c’è la città di Dio in cielo e sulla terra, ci sono il tempo e l’eterno. Nella messa il papa vede «l’immagine e l’ombra delle realtà celesti» (Ebrei 8, 5). Le sue omelie hanno il compito di sollevare il velo.

A rileggerle, esse schiudono una visione del mondo e della storia colma di nuovi significati, che sono poi il cuore della buona novella cristiana, perché «se Gesù è presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto». L’Avvento è «presenza», «arrivo», «venuta», ha detto il papa nell’omelia inaugurale di questo anno liturgico. «Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli», e quindi il tempo diventa «kairós», occasione unica, favorevole, di salvezza eterna, e la creazione intera cambia volto «se dietro di essa c’è lui e non la nebbia di un’incerta origine e di un incerto futuro».

L’anno liturgico è un grande cammino di fede, come ricordò il papa prima di un Angelus, in una di quelle sue brevi meditazioni domenicali costruite come piccole omelie sul Vangelo del giorno. È come camminare sulla strada di Emmaus, in compagnia del Risorto che accende i cuori spiegando le Scritture. Ciò che fa della liturgia cristiana un «unicum», e il papa non smette di predicarlo, è che la sua narrazione non è solo memoria. È realtà viva e presente. Nelle omelie, papa Benedetto svela anche cos’è la Chiesa. Lo fa in obbedienza alla più antica professione di fede: «Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati».

Nella predicazione liturgica di Benedetto XVI le immagini bibliche e quelle dell’arte hanno una costante funzione mistagogica, di guida al mistero. Le omelie raccolte nel volume "Omelie di Joseph Ratzinger, papa. Anno liturgico 2010", a cura di Sandro Magister, Libri Scheiwiller, Milano, 2010, pp. 420, euro 18,00, sono state pronunciate in vari luoghi in Italia e all’estero, includendo Roma, Castel Gandolfo, Malta, Torino, Fatima, Porto, Nicosia, Sulmona, Carpineto, Glasgow, Londra, Birmingham, Palermo. Il cardinale Angelo Bagnasco ne ha riconosciuto la grandezza e l’ha eletta a modello per tutti i pastori della Chiesa.

Verità, Amore e Libertà nel Pensiero di Benedetto XVI

Papa Benedetto ha riassunto nella loro unità inscindibile la verità della fede nell’amore di Dio per l’uomo e nell’amore dell’uomo verso Dio e verso i suoi fratelli, ponendo tutto il suo pontificato al servizio dell’annuncio di questa fede. Nel suo ricco magistero, non ha mai perso di vista la fede dei semplici, convinto che la verità della fede si manifesta in ultima analisi ai semplici e ai cuori umili e può essere colta solo con gli occhi della fede.

Il dialogo tra fede e ragione è stato particolarmente a cuore a Benedetto XVI, poiché egli era profondamente convinto che esse dipendano l’una dall’altra e solo nel dialogo reciproco possono essere superate le patologie della ragione e possono essere evitate le malattie della fede. Senza la fede, la ragione minaccia di diventare unilaterale e unidimensionale; e senza la ragione, la fede minaccia di nascondere la sua verità e di diventare fondamentalista. Questi temi sono stati continuamente richiamati anche nel corso dei suoi oltre venti viaggi apostolici, soprattutto negli incontri con il mondo della cultura, della scienza e della politica.

Schema della correlazione tra fede e ragione nella teologia di Ratzinger

La convinzione di essere stato chiamato in primo luogo a essere teologo, e con ciò servitore della verità, ha rappresentato una responsabilità alla quale egli è rimasto fedele anche da Papa. Perciò, il ministero pastorale del Papa consiste nel servizio delegato di insegnamento della verità della fede e in particolar modo comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. La più profonda ragione dell’obbedienza della fede risiede nel fatto che la verità - al cui servizio stanno sia il teologo sia il Papa - a loro è data. Nella teologia, la Parola di Dio precede sempre il pensiero. La teologia cristiana nel suo nucleo essenziale è pensare la Rivelazione di Dio, un pensare che non trova esso stesso i propri contenuti ma li riceve dalla Rivelazione.

Papa Benedetto XVI attribuisce così tanta importanza al dialogo critico tra fede e ragione perché Dio stesso è logos. Nella concezione cristiana della fede, Dio come logos non va inteso semplicemente come il fondamento di tutte le cose nel senso di una ragione matematica, ma anche e soprattutto come amore creatore con il quale Egli stesso si fa riconoscere dall’uomo, rivolgendosi e donandosi a lui. Quest’unità della Rivelazione di verità e amore si manifesta nel modo più chiaro nel mistero di Gesù Cristo, nel quale la verità di Dio risplende definitivamente e l’amore di Dio per noi uomini diviene carne. Sulla croce, Gesù ha caricato su di sé la forza di gravità del peccato, a favore di noi uomini e per la nostra redenzione. L’amore illimitato e infinito di Dio vuole l’eternità per ogni uomo. La fede cristiana dona a noi uomini questa certezza, se viviamo in quella grande speranza che solo Dio può essere, Lui che può anche donarci quel che da soli non siamo capaci di darci, e cioè la vita eterna.

Siamo così giunti alla terza parola chiave del pensiero teologico di Joseph Ratzinger: la libertà. Questa parola costituisce, da un lato, la dignità dell’uomo, dall’altro è soggetta al pericolo di essere abusata soprattutto laddove la libertà si pone contro la verità sull’uomo e non è collegata alla verità. L’uomo è chiamato alla libertà, e perciò ha bisogno di essere liberato per avere la sua libertà. La libertà può crescere solo nell’incontro con la libertà, e con quella assoluta libertà di Dio che non è affatto in concorrenza, ma al contrario garante della libertà umana. L’uomo che si abbandona totalmente nelle mani di Dio non diventa un burattino di Dio, ma fa anche esperienza del fatto che la libertà non è affatto in contrasto con l’essere vincolati e la fedeltà, ma che piuttosto libertà e fedeltà hanno bisogno l’una dall’altra e si nutrono vicendevolmente.

Difficoltà e Riforme del Pontificato

In considerazione del suo desiderio di rinnovamento interiore della Chiesa, va inteso in tutta la sua drammaticità il fatto che proprio un Papa per il quale non ha ponderato l’apparenza esteriore, quanto l’essere interiore della Chiesa e il suo rinnovamento, si sia dovuto occupare nel corso del suo pontificato di così tanti problemi emersi a livello d’opinione pubblica, come Vatileaks, fino alla particolarmente dolorosa piaga della pedofilia esplosa proprio nell’anno sacerdotale. Papa Benedetto ha usato e consumato molta energia al servizio di questa, per così dire, silenziosa riforma della Chiesa.

Con grande sensibilità, egli ha preso in considerazione la situazione critica della fede soprattutto, ma non solo, in Europa, e così facendo si è convinto che la riforma della Chiesa deve iniziare con un rinnovamento della fede che parta dal suo nucleo centrale. Per lui, la promozione di una nuova evangelizzazione nelle società moderne ha rappresentato un suo desiderio fondamentale e facendola propria egli ha anche accolto una delle richieste decisive del Concilio Vaticano II, a cui come teologo ha partecipato ed alla cui stesura dei testi ha collaborato e che gli è servito come permanente cornice di riferimento del suo magistero. Benedetto XVI è stato un Papa coerentemente legato al Concilio Vaticano Secondo. Con fedeltà indefettibile al Concilio, Papa Benedetto ha posto l’accento su quei temi che in maniera particolare hanno a che fare con il dialogo della Chiesa con il mondo moderno, cioè il dovere ecumenico, il dialogo interreligioso e la libertà religiosa. A Papa Benedetto è stato particolarmente a cuore il dialogo ecumenico.

Addio e L'Eredità Spirituale

È morto Benedetto XVI, Joseph Ratzinger si è spento. La sua eredità spirituale è stata oggetto di omaggi, come quello di Mattarella alla salma. Molti hanno riconosciuto la lezione di Papa Benedetto XVI, il conservatore che ha rivoluzionato la Chiesa. Le sue omelie sono state l'asse del suo magistero ordinario, narrando l'avventura di Dio nella storia del mondo e sollevando il velo sulle "cose di lassù".

Il 5 febbraio del 2016 l’arcivescovo Georg Gänswein ha presentato il libro di Marco Mancini: “Benedetto XVI un Papa totale”. Egli è stato un grande teologo, un professore, diverso nello stile da Giovanni Paolo II ma era poi così cordiale, così aperto a tutti, molto attento anche ai semplici cerimonieri. Ricordiamo la sua enorme gentilezza, la sua semplicità. Era molto, molto, molto semplice, molto familiare, molto delicato. Tratti che in tanti, in questi giorni di lutto, hanno confermato.

Il novantesimo compleanno del nostro Papa emerito Benedetto XVI ha coinciso con il giorno di Pasqua (16 aprile 1927, Sabato Santo), giorno in cui fu subito battezzato con l’acqua pasquale appena benedetta. In questo modo si palesano al nostro sguardo spirituale due parole chiave che attraversano tutta la vita del cristiano e del teologo, del vescovo e del cardinale, del Papa e del Pontefice emerito: gratitudine e benedizione. Esse rappresentano le articolazioni più evidenti e credibili della vita cristiana nel mistero della Pasqua. Papa Benedetto XVI, nella sua predicazione e nella sua teologia, è stato sempre consapevole anche di questo sfondo oscuro della fede pasquale nel mondo. L’esistenza cristiana si compie nel pellegrinaggio terreno, nel camminare dal Sabato Santo verso la Pasqua.

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