Le Reliquie della Santa Croce e di San Paolino di Nola: Storia, Fede e Potere

Il Valore delle Reliquie tra Fede e Potere

Le reliquie di Cristo sono testimonianze di fede, ma soprattutto strumenti di potere, utili a rafforzare il prestigio di una dinastia e a giustificare la sacralità del potere politico. Questo è un elemento culturale sostanzialmente estraneo alla religione ebraica, radicata piuttosto nella cultura latina e greca. Forse anche per questo, le prime testimonianze sulla loro esistenza risalgono al IV secolo, quando ormai il cristianesimo si è "romanizzato".

La Ricerca e la Diffusione della Vera Croce

Il Ritrovamento di Sant'Elena

La reliquia della Passione per eccellenza è la Santa Croce, il simbolo del martirio di Gesù Cristo, che reca con sé il disegno salvifico di Dio per gli uomini. È un oggetto allo stesso tempo sublime e terreno, una scala per salire al cielo dopo immani sofferenze. L’interesse per il sacro legno attirò l’attenzione di Costantino il Grande, che approvò il viaggio della madre Elena in Terra Santa nel 327-328 d.C., allo scopo di cercare prove inconfutabili della nuova religione a cui lei e il figlio si erano convertiti, il Cristianesimo.

Questo fatto, a metà tra verità storica e leggenda, è confluito nella "Legenda Aurea" di Jacopo da Varagine, frate domenicano e vescovo di Genova, che scrisse quest’opera agiografica tra il 1260 e il 1298. Spinta da una grande devozione, Elena trovò sia il luogo esatto della tomba di Gesù che la sua croce. Gli scavatori al suo seguito estrassero dalla terra il "Titulus Crucis", cioè la tavola fatta appendere sulla croce da Pilato con su scritto il motivo della condanna, alcuni chiodi e tre croci, delle quali nessuno sapeva quale fosse quella del supplizio del Figlio di Dio. Il vescovo di Gerusalemme, Macario, per sciogliere il dilemma, fece portare le tre croci a casa di una donna malata, pregando il Signore affinché venisse guarita non appena la vera croce l’avesse toccata. E così fu.

Sant'Elena ritrova la Vera Croce: illustrazione storica o affresco

Trovata quella autentica e distinta dalle altre due appartenenti ai ladroni, Elena ne lasciò una parte a Gerusalemme, ne inviò un secondo pezzo al figlio Costantino, che la mise nella statua eretta nel foro di Costantinopoli, e portò una terza sezione a Roma. Proprio nell’Urbe Sant’Elena fece costruire la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, che ospita tutt’ora una cappella nella quale è custodita, insieme ad altri preziosi oggetti, una stauroteca dorata a forma di croce, contenente alcuni frammenti del santo legno, commissionata nel XIX secolo dalla duchessa spagnola di Villehermosa all’architetto Giuseppe Valadier. Resti della Croce si trovano anche a Parigi, a Pisa, a Firenze e in altri luoghi europei, segno questo della sua presenza in tutto il mondo. Se la sua integrità materiale è compromessa, resta viva la sua testimonianza spirituale, racchiusa in queste singole schegge che, insieme, attestano l’autenticità storica della nostra religione.

Testimonianze Antiche e la Materialità della Croce

Dai frammenti della Vera Croce prelevati da queste tre parti si ricavarono numerosi frammenti e schegge fin dagli anni immediatamente successivi al ritrovamento della reliquia, come testimonia Cirillo di Gerusalemme nelle sue catechesi: "il legno della Croce è ormai distribuito per tutta la terra in piccoli frammenti", "testimonia il santo legno della Croce, per noi ancora visibile, che ha riempito il mondo per via dei frammenti che i devoti ne prendono". "Da qui la Croce, ridotta in frammenti, è partita per riempire di sé il mondo intero."

Anche Paolino di Nola riferisce di aver avuto in dono un frammento della Croce da Melania Seniora, a sua volta ricevuto, durante il soggiorno in Terrasanta, da Giovanni, patriarca di Gerusalemme. Di tale frammento, Paolino ne inviò una scheggia "non più grande di un atomo" al suo amico Sulpicio Severo, perché quella reliquia aveva lo scopo di suscitare la contemplazione del mistero del Cristo crocifisso: "In questo minuscolo frammento egli scoprirà con lo sguardo interiore tutto il significato della croce". Così, alla fine del IV secolo, Giovanni Crisostomo afferma che: "tutti si contendono piccoli pezzi del legno".

Uno dei tipici miracoli delle reliquie è la trasudazione di liquidi, molto spesso olio. Anche la Vera Croce, vista a Gerusalemme da Antonino di Piacenza nel 570, stillava un olio prodigioso. Egli riferì infatti che "durante l’adorazione della Croce nell’atrio della chiesa del Sepolcro usciva dell’olio che era messo in ampolle riempite a metà. Nel momento in cui il legno toccava l’apertura delle ampolle, questo ribolliva e, se non venivano chiuse, l’olio fuoriusciva".

"Quando dico croce non intendo il legno, bensì la Passione", affermava con vigore il santo dal cuore infiammato per la Parola di Dio. Le sante reliquie - che tanto entusiasmarono la fede dei credenti - entrano anch’esse nella logica dell’Incarnazione, e stanno nel tempo come muti testimoni del Dio che fece del tempo la sua dimora, non per modo di dire o attraverso immagini, illusioni, parvenze, presenze solo spirituali, ma con la concretezza e la materialità della carne. Così fu del legno della vera croce eretta sul Golgota.

Sottrazioni e Controversie Storiche

La reliquia rinvenuta da Flavia Giulia Elena, gelosamente conservata (almeno in parte) a Gerusalemme, fu trafugata una prima volta nel 614 d.C., quando le truppe persiane di Cosroe II attaccarono con veemenza i territori bizantini. Gli attacchi anticristiani e antibizantini di Gerusalemme perpetrati dai persiani avevano trovato l’appoggio anche di alcuni dissidenti, soprattutto ebrei locali. Eraclio finì per stringere rapporti anche con Shahrbaraz, generale responsabile dell’assedio di Gerusalemme, salvandolo da un tentato assassinio ad opera dello stesso Cosroe. Per l’assedio di Gerusalemme, nel quale fu trafugata la croce e furono sterminati migliaia di civili, si finì per punire solo gli ebrei, invece dei nemici persiani, artefici effettivi dei massacri. Eraclio farà esiliare da Gerusalemme i cittadini giudei.

Riemersa dagli anfratti di Gerusalemme nel 1099, durante la prima crociata, la reliquia sarebbe stata rubata una seconda volta da mano nemica, nel 1187. La mano era di Saladino. Come si usava, infatti, il pezzo di legno della croce sarebbe stato portato dai crociati in battaglia, precisamente in quella di Hattin, che per le forze cristiane ebbe un esito devastante. Lo scontro premiò i musulmani di Saladino e numerosi cavalieri Templari e di Malta furono catturati e massacrati.

A volte capita di ascoltare una curiosità, quasi un dubbio impertinente che sorge in fondo alla coscienza critica: "se tutti i frammenti della Croce sparsi per il mondo fossero veri… quante croci ne verrebbero?". Giovanni Calvino, già nella prima età moderna, scriveva critico a tal proposito nel suo Traité des reliques: «Non c’è un’abbazia così povera da non averne un esemplare […] se tutti i pezzi ritrovati fossero raccolti, formerebbero un grande carico di nave». Le reliquie, infatti, specialmente nel Medioevo, erano fonte di potere, simbolico ma anche reale, erano fonte di guadagni, di offerte, di pellegrinaggi presso le abbazie e i conventi. In una tale atmosfera è ovvio che i falsi aumentassero a dismisura e che di reliquie ne apparissero sempre nuove dalla sera alla mattina e senza neanche scomodarsi in Terra Santa.

Al di là della fede, che in questo caso stabilisce almeno il valore spirituale, religioso e simbolico degli oggetti, risulta difficile e improbabile credere che tutti gli infiniti frammenti della presunta "vera croce" esistenti al mondo possano effettivamente arrivare dalla croce che vide Gesù crocifisso dai romani. Sarebbe difficile, anche qualora la croce autentica fosse stata effettivamente ritrovata in età costantiniana. Intorno al 350 d.C. erano passati già oltre tre secoli dai fatti della crocifissione e, come ben sappiamo, il legno è un materiale archeologicamente fragilissimo e difficilissimo da recuperare e da studiare dopo secoli salvo straordinarie condizioni di conservazione. Questo va detto chiaramente a scanso di facili suggestioni e ovviamente al di là dei discorsi di fede o di spiritualità, che seguono altre logiche. Per i cristiani il valore simbolico conta più di qualunque cosa.

La Vera Croce Oggi: Il Dono a Re Carlo III

La cosiddetta "vera croce" - la presunta reliquia della croce sulla quale morì Gesù e che scopriremo non essere poi una soltanto - è stata al centro dell'attenzione in tempi recenti. Per l’incoronazione di re Carlo III d’Inghilterra, avvenuta nel 2023, Papa Francesco ha donato due frammenti di quel legno d’ulivo custodito in Vaticano e appartenuto (si ritiene) alla croce di Cristo. Il fatto è assai curioso, suggestivo e simbolicamente rilevante. Nella storia della Chiesa e dell’Europa cristiana i pontefici hanno quasi sempre avallato le incoronazioni dei sovrani infondendo elementi di spiritualità e di religiosità alle cerimonie, ponendo essi stessi le corone in testa ai re. Questi ultimi erano ben lieti di ricevere la ratifica del loro potere dalla Chiesa, che ne confermava agli occhi dei sudditi l’origine divina: sovrani per volere di Dio e quindi rappresentanti in terra della giustizia divina.

Il dono di Papa Francesco al nuovo sovrano d’Inghilterra va certamente inteso sotto logiche più spirituali e simboliche, che effettivamente fondate su elementi di scientificità, di concretezza e di analisi. Un po’ come per tutte le reliquie in fondo! La Sindone di Torino, le spine della corona, le vesti dei santi: si può credere o non credere. L’importante è l’effetto che hanno sui fedeli, il valore simbolico. I frammenti lignei donati da Papa Francesco, di uno e di cinque centimetri, sono disposti a formare una croce a loro volta e sono giunti nel Regno Unito per andare in processione verso l’abbazia di Westminster a maggio. L’ambasciatore britannico presso la Santa Sede, Chris Trott, ha dichiarato alla stampa italiana: "Siamo profondamente commossi e grati a Papa Francesco per questo dono straordinario."

Foto di Papa Francesco e Re Carlo III o della reliquia donata

La Leggenda Britannica di Sant'Elena

Concludiamo questo viaggio sulle tracce della reliquia della "vera croce" con una suggestione particolarissima. C’è una leggenda, un sottile filo rosso, certamente mitologico, ma quantomai affascinante, che lega la presunta scopritrice della reliquia, la madre di Costantino, proprio all’isola britannica. La storia si è diffusa soprattutto a opera di Goffredo di Monmouth, erudito britannico medievale del XII secolo, secondo il cui racconto in realtà Flavia Elena Giulia sarebbe stata figlia di un re della Britannia, Coel Hen di Camulodunum, presso l’attuale Colchester, presunto alleato di Costanzo Cloro, tramite il quale sarebbe giunta nell’orbita imperiale romana. Flavia Elena Giulia finì per essere santificata dalla Chiesa, ma è probabile che Goffredo di Monmouth proprio per questo l’abbia confusa con un’altra Elen, anche lei santa ma della tradizione celtica, vissuta intorno al IV secolo d.C., Elen Lwyddog. Poca storia e molto mito, insomma. Ma è curioso che la suggestiva leggenda dei frammenti lignei di una croce scoperta a Gerusalemme s’incontri nel Regno Unito con le leggende che ruotano intorno a colei che per tradizione ne rimane la scopritrice: la madre del primo imperatore che si dichiarò cristiano e che cristiano fece anche l’impero.

Le Reliquie di San Paolino di Nola: Un Lungo Ritorno

La Traslazione a Benevento e poi a Roma

Dall’VIII secolo in poi Benevento accumulò un ricco tesoro di reliquie tra cui vale la pena ricordare quelle di Massimo, vescovo di Nola, Gennaro, vescovo di Napoli, l’apostolo Bartolomeo, Deodato di Nola, vescovo dopo il nostro, Trofimena da Amalfi e Paolino. È interessante il fatto che Benevento si riappropriasse del “suo” Gennaro e che fossero non pochi i santi nolani traslati. L’unica fonte che accerta la presenza del corpo di Paolino a Benevento è la Chronica monasterii Casinensis (II, 24), che riporta più o meno intorno all’anno 1000 la notizia del successivo trasferimento delle reliquie da Benevento a Roma.

Leone di Ostia racconta che Ottone III, dopo il pellegrinaggio al santuario micaelico del Gargano, visitò Benevento e richiese il corpo dell’apostolo Bartolomeo. Non volendo perdere il prestigio di una così preziosa reliquia, il vescovo Alfano optò per una sostituzione di corpi: Paolino fu dato all’imperatore al posto di Bartolomeo! Ad Ottone III non sfuggì l’inganno ma preferì portare il corpo a Roma, deponendolo presso l’Isola Tiberina.

Mappa delle traslazioni delle reliquie di San Paolino (Benevento, Roma, Nola)

Le Richieste di Restituzione e il Processo

Il 28 maggio 1900, in occasione del pellegrinaggio nolano a Roma per l’Anno Santo, il vescovo Agnello Renzullo rivolse a Papa Leone XIII la richiesta per ottenere il Corpo del Santo. In realtà tale richiesta era stata già avanzata qualche anno prima dal vescovo Giuseppe Formisano a Pio IX. La domanda del vescovo Renzullo fu accompagnata da un volume, che raccoglieva «i voti di tutto l’Episcopato Campano e dei fedeli della Diocesi raccolte per Parrocchia». L’11 marzo successivo Leone XIII ordinò la ricognizione del corpo in vista della restituzione. In quell’occasione Luigi Ranieri, decano del capitolo della cattedrale, diede alle stampe la dissertazione sulla restituzione delle reliquie: De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio. Sappiamo che il cardinale Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona e titolare della Basilica di S. Bartolomeo sull’Isola Tiberina, si era opposto, temendo di perdere così importanti reliquie. La scomparsa di Leone XIII nel 1903, purtroppo, bloccò la faccenda che rimase in sospeso fino al 1908.

Il Trionfale Ritorno a Nola (1909)

Nel 1908, Agnello Renzullo, vescovo di Nola, espose la sua richiesta a Papa Pio X (succeduto a Leone XIII): «Possano i secoli ed il nome del gran Vescovo Paolino non si cancella dalla memoria di questo gregge Nolano, né scema in esso il vivo desiderio più che millenario di ricevere le amate ossa di Lui, rapite dai Longobardi e poscia da Benevento trasportate nell’alma Roma. Fu tante volte fatto ricorso ai Romani Pontefici per la grazia della restituzione, ma vari ostacoli impedirono sempre l’esaudimento delle nostre preghiere. Non è molto, all’immortale Vostro Predecessore furono presentate le suppliche di tutto l’Episcopato Campano, di molti Municipi della regione e di molti corpi morali; ma la sospirata grazia non poté essere concessa. Ora, in quest’anno del Vostro Giubileo Sacerdotale, anno in cui l’Augusto e Magnanimo cuore vostro è disposto a dispensare le maggiori grazie, io, conscio dei voti dei miei Confratelli e dei miei figliuoli, raccolgo in me le preghiere di tutti e le umilio al Vostro Soglio Pontificio, implorando istantissimamente che concediate la grazia a maggior gloria di Dio, a maggior venerazione del gran Santo, a documento del Vostro Giubileo Sacerdotale, ad incremento della nostra pietà, a contrapposto solenne in questa città all’infausta memoria e monumento del frate apostata nolano».

Il Papa accolse volentieri la richiesta e già il 10 settembre 1908 diede il consenso, apposto di sua mano in calce alla lettera di mons. Renzullo. Il 28 febbraio 1909 lo stesso vescovo ne diede lieto annuncio alla Diocesi, in una notificazione entusiastica in cui tesseva le sue lodi per Paolino, santo del Clero, dei Religiosi, del Laicato, dei Reggitori dei popoli, dei Nobili, degli Artisti, dei Letterati, dei Coniugati, dei Plebei, dei Poveri e degli Afflitti, sintetizzandone così il poliedrico spessore umano, intellettuale e spirituale.

Pillole di storia - Nola, Il Monastero di San Paolino "'a girata 'e capaross"

Alle ore 11,00 del 14 maggio 1909 avvenne in Vaticano la consegna delle ossa. Erano presenti accanto al vescovo di Nola gli allora vescovi di Piedimonte, Acerra, Castellammare di Stabia e Gaeta, i principi Filippo e Giuseppe Lancellotti, la marchesa Filiasi, il sindaco di Nola, dott. Felice De Sena e altri sindaci della Diocesi. Alle 17,05 del 15 maggio le reliquie di Paolino arrivarono a Nola su un treno speciale e furono accolte da una folla gioiosa, che le accompagnò fino alla Chiesa del Carmine dove rimasero per la notte. Il giorno successivo furono portate in Cattedrale, dopo una processione di circa quattro ore. Fu notato che il definitivo ritorno di Paolino a Nola, dopo il suo primo arrivo come governatore della Campania e il successivo trasferimento dopo la conversione e l’ordinazione presbiterale, avvenne esattamente 1500 anni dopo la sua elezione a vescovo nel 409.

Il Legame di Paolino con Nola e Altre Curiosità

Paolino fu profondamente legato a Nola e, in particolare a Cimitile, tant’è che la preferì alla Gallia e alla Spagna e, quando poté celebrare il primo dies natalis dell’amato san Felice ricorda la tanta strada percorsa tra pericoli e amore per raggiungerlo: «Tu conosci quali peripezie per terra e per mare da quel tempo mi abbiano tenuto lontano dalla tua dimora in un paese remoto; infatti ti ho invocato sempre e dovunque a me vicino tre le asperità del viaggio e le incertezze della vita. E mi accinsi a percorrere i mari sotto la tua guida, perché la preoccupazione del pericolo cedette per amore di te, né senza il tuo aiuto; ho sentito infatti la tua protezione superando in Cristo Signore le insidie della navigazione; con la tua protezione sempre avanzo sicuro e per terra e per mare. […] Sii benigno e favorevole ai tuoi devoti e prega il Signore potente affinché sia concesso a noi, che dopo i flutti del mare placato per la grazia di Cristo, superati anche i flutti del mondo, ci fermiamo nella tua casa come in placido porto.»

Una curiosità aggiuntiva riguarda la richiesta del vescovo Renzullo al papa: la sua lettera fu accompagnata da altre 12 scritte da vescovi campani, nelle quali si mostravano entusiasti della proposta di mons. Renzullo di proclamare Paolino protettore dei Seminari Campani.

Un esempio di Reliquiario

Un esempio di contenitore per reliquie è una teca tonda metallica argentata con cristallo anteriore, munita di occhiolo di sospensione e coperchio posteriore. All'interno è inserita e incollata sopra una stellina blu la reliquia, fissata ad un cartoncino ricoperto di tessuto rosso sul quale vi è il cartiglio semicircolare con l’iscrizione manoscritta: Ex Praecordis S. Pauli a Cru... Una cornicetta di filo d’argento a spirale distanzia il vetro dal supporto. Sul verso del supporto vi è il sigillo ceruleo del Preposito generale della Congregazione Passionista Bernardo Maria di Gesù, che ha sottoscritto la fede d’autenticità.

Foto di un reliquiario antico o moderno con dettagli dell'iscrizione

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