La santità è un tema da anni al centro degli studi sulla vita religiosa in età moderna, in quanto il fenomeno non ha interessato soltanto la spiritualità, la liturgia e i modi di credere dei fedeli, ma anche la cultura letteraria, la vita artistica, la storia della medicina, il diritto, la teologia, le istituzioni, la politica e la società del periodo.
Introduzione: Il tema della santità e l'ambito dello studio
Questo studio esplora le dinamiche della santità e dell'eresia in un contesto storico e geografico ben definito, analizzando l'evoluzione dei modelli e delle percezioni nel corso dei secoli.
Contesto temporale e geografico
L’arco temporale di questo libro è teso dal 1498 al 1758, ossia dal rogo del frate domenicano Girolamo Savonarola alla fine del pontificato di Benedetto XIV Lambertini. Come contesto geografico è stata scelta la penisola italiana poiché sarebbe stato complesso, nei limiti di una sintesi storica come questa, ampliare la ricerca all’Europa, in particolare alla Francia e alla Spagna.

Struttura dell'opera
Il testo si divide in tre ambiti cronologici tradizionali che vorrebbero agevolarne l’uso didattico. La prima parte è dedicata alla santità nel Rinascimento, la seconda alla Controriforma, la terza all’età barocca e le conclusioni all’opera di Benedetto XIV sulla santità. Per ogni periodo, l'attenzione è stata focalizzata sulla storia delle istituzioni, su quella delle procedure giuridiche, sull’evoluzione delle rappresentazioni e dei modelli della santità canonizzata e sulle vicende degli aspiranti santi condannati o respinti dalle autorità ecclesiastiche.
Precisazioni terminologiche
Per facilitare la lettura del volume è opportuno fornire alcune precisazioni terminologiche chiave:
- Con l’espressione «santo», «santo canonizzato» o semplicemente «canonizzato» si è voluto designare chi è stato riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa cattolica come tale, inserito nell’apposito calendario liturgico e venerato universalmente dai fedeli; altri sinonimi utilizzati sono «avere conseguito l’aureola», oppure «l’onore degli altari».
- Sono definiti «beatificati» o «beati» quanti hanno superato il primo grado del riconoscimento ufficiale attraverso un apposito processo canonico e sono venerati dai credenti a livello locale. Con il termine «beato» è stato chiamato anche chi era così denominato prima dello sviluppo delle procedure relative alla beatificazione, ossia sino alla fine del Cinquecento.
- Con la formula «falso santo» o «santo affettato» si è indicato coloro che sono stati sospettati o puniti dalla Chiesa cattolica con l’accusa di avere simulato la propria santità.
- Infine, usando le locuzioni «santo vivo» oppure «defunto in odore, in fama, in opinione o in concetto di santità», si è fatto riferimento a tutti quelli che hanno goduto di un riconoscimento comunitario in vita o da morti, prima delle eventuali sanzioni pronunciate ufficialmente dalle gerarchie ecclesiastiche; quindi, a ogni donna e uomo oggetto di questo studio, con l’intenzione di analizzare il fenomeno nel modo più ampio e libero possibile, secondo le regole non scritte del mestiere di storico.
La Santità nel Rinascimento: Profetismo e crisi religiosa
Una storia della santità in età moderna può iniziare dal rogo di un eretico, quello del domenicano Girolamo Savonarola, giustiziato a Firenze il 23 maggio 1498.

Il caso di Girolamo Savonarola: Eresia o Santità?
La figura di Savonarola e la sua condanna
I motivi che spinsero papa Alessandro VI Borgia (1492-1503) a condannare il frate sono noti: sul piano politico, egli aveva contestato con le sue profezie apocalittiche l’affermazione temporale del papato come principato italiano; sul piano religioso, aveva denunciato con veemenza la corruzione dei costumi del pontefice e della curia romana del tempo, auspicando una radicale riforma morale che, a partire dalla disciplina ecclesiastica, si estendesse alla vita civile. Anche le ragioni per cui la famiglia dei Medici sostenne il disegno pontificio sono sufficientemente chiare, dal momento che Savonarola era stato uno dei principali promotori della repubblica cittadina sorta dopo la loro cacciata da Firenze e aveva sacralizzato le istituzioni comunali.
La persistenza della fama di santità
Più sorprendente è che molti abitanti della penisola, nonostante la condanna papale, abbiano considerato per molti secoli Savonarola alla stregua di un santo ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica, dotato di potenti virtù profetiche. Infatti, se accettiamo per buona la definizione che si è santi anzitutto per gli altri e nel loro ricordo (P. Delooz), poche personalità come il frate domenicano hanno goduto di una continuativa quanto travagliata fama di santità nel corso del tempo. Generazione dopo generazione, i fedeli di Savonarola hanno alimentato la sua devozione resistendo a ogni tentativo di repressione da parte delle autorità religiose e civili; hanno conservato come reliquie gli oggetti a lui appartenuti; hanno raccolto attestati di fede che testimoniano il loro potere taumaturgico e redatto biografie edificanti in suo onore.
Il frate domenicano è riuscito nella difficile impresa di trasformare i seguaci in devoti e viceversa: se la parola ispirata ha da sempre costituito un’arma di combattimento ideologico sul terreno religioso, l’originalità di Savonarola, rispetto alla tradizione apocalittica medievale, risiede proprio nei risultati eversivi raggiunti anche sul piano politico. Non a caso, gli avversari filo-medicei e curiali di Savonarola ne hanno fatto da subito il prototipo del falso profeta, di colui che, travestito di ipocrisia, aveva utilizzato la religione per accreditarsi agli occhi del popolo e così conquistare il potere, proponendo una dottrina «come la bugia avviluppata, tutta simulata, tutta doppia, piena di fanfaluche e di sogni» (G. Caroli, 1497).
Tentativi di canonizzazione e opposizioni
Ancora oggi i domenicani spingono per l’apertura del processo di canonizzazione di Savonarola forse perché considerano ormai superate le ragioni di controversie tanto laceranti, ma un simile obiettivo viene da lontano. Già papa Giulio II Della Rovere (1503-1513) pensò di proclamarlo santo, prima che il divampare della riforma protestante complicasse le cose accendendo il mito propagandistico di Savonarola come «l’altro Lutero» o «il Lutero italiano». Ciò nonostante, alla fine del Cinquecento, sotto il pontificato del fiorentino Clemente VIII Aldobrandini (1592-1605), proveniente da una famiglia repubblicana e anti-medicea, si ebbe un nuovo tentativo di canonizzare il frate domenicano. Il progetto fallì per un soffio a causa dell’opposizione dei settori più intransigenti della curia romana, che continuarono a vedere in lui non un martire della fede, ma un ribelle all’autorità pontificia e dunque un eretico perché disobbediente al papa.
Senza dimenticare che la storia del culto di Savonarola attraverso i secoli è anche una storia legata agli sviluppi della cultura laica italiana, come ricordano i «processi di canonizzazione patriottica» durante il Risorgimento trionfante, che fecero del frate domenicano una bandiera anticlericale, vittima dell’oscurantismo romano (A. Prosperi). Insomma, la memoria di Savonarola, incamminata sul triplice sentiero della profezia politica, della riforma religiosa e del rinnovamento morale, lambisce i secoli della cultura e della pietà italiana come un’onda lunga ma frastagliata, che non riesce a riconciliare il partito dei fervidi devoti con quello dei feroci denigratori.
L'interpretazione di Niccolò Machiavelli
Un attento quanto disincantato osservatore delle cose fiorentine come Niccolò Machiavelli riconobbe da subito l’esistenza dei due schieramenti, ma non aderì sino in fondo ad alcuno di essi. Di conseguenza, fece del frate domenicano «un profeta disarmato» che «ruinò ne’ sua ordini nuovi, come la moltitudine cominciò a non crederli», ma anche l’uomo di cui «se ne debbe parlare con riverenza», capace di mantenere il suo potere fin quando era riuscito a persuadere il popolo che parlava con Dio (N. Machiavelli, 1513, 1519).
Il Segretario fiorentino fu attratto dalla figura di Savonarola soprattutto per due ragioni: da un lato, perché si rendeva conto che la sua drammatica parabola esistenziale conduceva dritta al cuore di uno dei problemi che più lo interessavano, ossia quello dei rapporti tra religione e politica, tra carisma individuale e potere pubblico; dall’altro, in quanto era consapevole che allora si stava giocando una partita decisiva fra gli Stati italiani e la Roma papale, sullo sfondo di una crisi politica e sociale in cui la sconfitta di Savonarola aveva lasciato un segno profondo e contribuito a definire nuovi e duraturi equilibri.
Il contesto politico e sociale della crisi italiana
In effetti, l’effimera esperienza repubblicana di Savonarola si inserisce nel quadro di disfacimento della libertà d’Italia, quasi ne fosse stato il laboratorio. Originata dalla discesa del re di Francia Carlo VIII a Napoli nel 1494 segnò l’avvio di quelle «guerre horrende» che avrebbero visto la Spagna e la Francia affrontarsi per oltre un trentennio con l’obiettivo di conquistare il dominio della penisola. In questo contesto, il profondo mutamento politico dei diversi Stati italiani e il dilagare della crisi sociale determinarono la diffusione di tensioni profetiche in ambienti culturalmente assai differenziati.
La straordinaria storia dell'Italia - Il Rinascimento
Movimenti profetici e figure carismatiche nel primo '500
Savonarola è forse il punto più alto della tendenza profetico-apocalittica di derivazione domenicana, ma certo non è il solo rappresentante di un ampio movimento religioso imperniato su uomini altamente carismatici, che vissero e morirono con fama di santità tra gli ultimi decenni del Quattrocento e i primi anni del secolo successivo.
Il "beato Amadeo" e l'Apochalypsis nova
Nello stesso periodo bisogna almeno ricordare il portoghese João Menezes de Sylva (1420-1482), legato alla tradizione profetica francescana. Più noto con il nome di «beato Amadeo», godette anch’egli di una durevole fama di santità, dovuta a una serie di profezie pronunciate alla metà del Quattrocento in una grotta nei pressi del convento romano di San Pietro in Montorio. Tali vaticinii confluirono nell’opera Apochalypsis nova, che rimase sigillata fino al 1502 quando, alla vigilia della morte di Alessandro VI, il cardinale Bernardino López de Carvajal presiedette alla sua apertura.
Il concilio scismatico di Pisa e gli "aspiranti papi angelici"
Negli anni successivi, l’influente avversario del pontefice spagnolo collaborò, insieme con il savonaroliano francescano Giorgio Benigno Salviati, alla rielaborazione e alla diffusione di quella raccolta di profezie che annunciavano l’avvento del «papa angelico». Questa figura redentrice avrebbe dovuto coinvolgere in uno stesso disegno provvidenziale i sovrani francesi, cui spettava la realizzazione della monarchia universale, e la Chiesa cattolica, restituita alla sua essenza spirituale. Lo stesso Carvajal credette di incarnare il «papa angelico» e, forte di questa convinzione, ma soprattutto del sostegno del re di Francia, convocò nel 1511 un concilio scismatico a Pisa, con l’obiettivo di deporre Giulio II.
Uno stuolo di aspiranti riformatori ecclesiastici che si autoproclamarono «papi angelici» costellò questi anni turbinosi: si pensi all’altro francescano osservante Pietro Galatino (1460-1540), studioso della cabala ebraica e del gioachimismo, che nel 1524 pubblicò una raccolta di profezie intitolata Vaticinii romani explicati ove avanzava la propria candidatura. Rispetto alla tradizione profetica savonaroliana, quella amadeita si presentava con un profilo più esoterico e socialmente aristocratico. Inoltre, dal punto di vista politico, aveva una caratterizzazione più marcatamente filo-francese, sicché ebbe il suo massimo momento di diffusione in Lombardia, all’interno di circoli spirituali favorevoli alla monarchia transalpina. Tuttavia, al di là di queste distinzioni, entrambe le tendenze erano pervase da una comune tensione escatologica, da un’aspra critica all’autorità del papa e ai costumi presenti nella curia romana ed è perciò difficile distinguere i seguaci dell’una e dell’altra corrente, che sovente finirono col confondersi.
Il caso di Teodoro Scutariotto e la "ficta santità"
È questo il caso di un monaco olivetano d’origine greca di nome Teodoro Scutariotto che nel 1515 fu processato dalle autorità diocesane di Firenze con l’accusa di «ficta santità». L’uomo aveva raccolto intorno a sé una conventicola di persone di umili origini che lo veneravano come un santo in quanto era capace di operare guarigioni inspiegabili e di predire il futuro grazie alla mediazione di una giovane donna. Teodoro auspicava una completa rinnovazione della Chiesa, attaccava duramente il dominio temporale dei papi e le gerarchie ecclesiastiche romane, considerate le principali responsabili della rovina italiana. Il monaco si presentava come devoto di Savonarola e interprete della sua dottrina, ma al tempo stesso riteneva di incarnare il nuovo «papa angelico», sintetizzando quindi nella propria persona le due tradizioni profetiche allora più in voga.
Per il radicalismo delle posizioni di Teodoro, gli stessi sostenitori fiorentini di Savonarola si dissociarono dalla sua battaglia, dal momento che nei medesimi anni erano impegnati in una delicata partita con la curia romana per salvare almeno l’ortodossia delle opere del frate domenicano. Il processo subìto da Teodoro è interessante giacché raccoglie una serie di capi di accusa che saranno ripetuti, pressoché identici e stereotipati, nei secoli successivi contro quanti la Chiesa cattolica condannerà come falsi santi.